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Ritratto del genio da giovane: Steve Winwood nello Spencer Davis Group

Nella storia del rock poche ragioni sociali mentono come il gruppo di Spencer Davis, autentico fulcro del quale era invece Steve Winwood. Gli auguro buon settantesimo compleanno in ritardo, sbalordendo un’ennesima volta al pensiero che da giovanissimo già maneggiava disinvolto un tot di strumenti, cantava con potente ugola negra e scriveva classici mischiando groove, pop, beat. Roba magnifica che dall’esempio di Graham Bond rileggeva le radici black aggiungendo intuizioni proto psichedeliche. Indicata la strada a Paul Weller e Prisoners, a Inspiral Carpets e Charlatans, Stevie White Wonder ha perso il conto dei passati elogi – tutto vero! – per “la cover dei Blues Brothers”, ossia la travolgente Gimme Some Lovin’ da lui vergata… Nondimeno i suoi inizi non furono semplice palestra ma il primo accesso agli annali.

Birmingham, 1963: il ventiquattrenne Spencer Davis alterna l’insegnamento del tedesco a notti nei pub suonando folk e blues. Si imbatte nella Muff Woody Jazz Band, appena transitata da John Coltrane a Muddy Waters, e resta di stucco ascoltando un quindicenne abilissimo a tastiere e chitarra, cresciuto col fratello Muff (bassista, nato Mervyn un lustro prima) pestando sul pianoforte di casa, cantando in chiesa e accompagnando il babbo in un combo jazz. Subito coinvolge l’amico batterista Pete York in quello che, divenuto Rhythm And Blues Quartette, non sfugge a Chris Blackwell. Costui ha un marchio – per i più smemorati, la Island – che tramite il successone My Boy Lollipop sta passando da importatore di vinili giamaicani a etichetta. Offrendo la distribuzione Fontana e la gestione delle edizioni, batte la Decca mentre Muff ribattezza la cricca, identificando nel docente gallese l’uomo adatto alle relazioni pubbliche.

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La primavera ‘64 saluta il primo singolo Dimples, cavallo di battaglia del John Lee Hooker che l’autografa Sittin’ And Thinkin’ innervosisce il giusto. Discreto e commercialmente un fiasco, viene superato da successori dritti nei Top 50: I Can’t Stand It/Midnight Train accoppia tagliente beat’n’blues e sferragliare rock, Every Little Bit Hurts/It Hurts Me So sfoggia un’accorata ballata Motown e il primo gioiellino di Steve. A 1965 inoltrato rieccoli su Their First LP con il lento blues dall’organo rigoglioso Here Right Now a svettare su qualche calligrafismo e apprezzabili omaggi a Coasters, Little Walter, Ike Turner. La svolta si chiama Jackie Edwards, compositore caraibico assoldato da Chris dopo che l’LP ha venduto mica male. Spartiacque e primo capolavoro, l’errebì garagista Keep On Running scalza Day Tripper dalla vetta a sberle di basso imperioso e chitarra fuzz.

Il successo investe poi il continente con Somebody Help Me, sempre di Jackie, e terza sarà la posizione di Second Album nel gennaio ’66. Stefanino si misura con Ray Charles e Curtis Mayfield,  venature country e dodici battute traslucide attraversando la musica nera nell’epidermica Strong Love, nell’innodico gospel poppizzato (o viceversa) Look Away e nella dolceamara Let Me Down Easy. Brani altrui che influenzano una crescita sancita da When I Come Home, hit della calda estate ’66 con Edwards.

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La swingante Londra è tuttavia in rapida mutazione e il moderno Mozart scorge il futuro. Anzi: contribuisce a inventarlo. Col senno di poi, Autumn ’66 mostra la commistione tra folk, blues e psichedelia presto perfezionata dai Traffic nel ponte tra Jimmy Smith, Booker T. e acid jazz On The Green Light, nel retrogusto funk di Neighbour Neighbour, nella tesa High Time Baby. Altrove, il desiderio di abbandonare sonorità ormai troppo consuete non impedisce a Midnight Special e Dust My Blues di brillare della calda malinconia di un’epoca al tramonto.

Avanza tempo per una Gimme Some Lovin’ buttata giù in un’oretta per conquistare gli Stati Uniti e accrescere in Winwood la fiducia. Il contrappasso? Stress, la pubertà spesa tra palchi e studi di registrazione, un’eccessiva differenza di età e soprattutto talento con gli altri. Nel gruppo non ci si rivolge la parola mentre il prodigio stringe amicizia col produttore Jimmy Miller, inventa l’esaltante dinamismo di I’m A Man e onora annoiato gli obblighi contrattuali.

8 gigs a week

La separazione data inizio 1967. Little Stevie saluta, Muff è assunto da Blackwell come talent scout – buono il fiuto: Sparks e Dire Straits – e una vuota sigla arriva al decennio seguente tra rimpasti, LP scialbi e la trasferta californiana di Davis. Tralascio dettagli inutili consigliando l’integrale in studio raccolto sul doppio CD Eight Gigs A Week: The Steve Winwood Years. Detto che il quartetto originario si riunirà solo negli ’80 in tribunale per una causa legata a royalties non pagate dalla Island, annoto che dal 2006 Spencer circola con ben due versioni del “suo gruppo”. Qualcuno lo faccia smettere, per favore.

Beau Brummels: le estati dell’anima

Poche band dei sixties incarnano il sapore esaltante e tuttavia dolceamaro di certe estati “dell’anima” come i Beau Brummels. Ascoltate per credere e intanto riflettete su come nel rock le questioni su chi abbia fatto cosa per primo siano sovente di lana caprina. Mettendo da parte i plagi e le ruberie, della nostra musica cogli in pieno l’evoluzione accettando che alla sua base vi siano perenni rielaborazioni. Il discorso vale anche per l’elettrificazione del folk, attribuita alla cover byrdsiana di Mr. Tambourine Man quando Judy Henske aveva pubblicato High Flying Bird un anno prima, se non che Dylan riporterà tutto a casa pungolato dai Beatles e… Scusa, ma i Beau Brummels?

Pensi “San Francisco” e vengono in mente assoli fiammeggianti e fiumi lisergici, benché da sempre questo luogo all’estremo del continente sia (stato) asilo e incubatrice per spiriti liberi – la Beat Generation in primis – e dunque costituirà a breve il terreno ideale per la rivoluzione giovanile dei ’60. Ronald Charles Elliott di ciò non si cura e nel quartiere di North Beach cresce tranquillo ascoltando country, George Gerswhin, Glenn Miller. Genitori musicisti e studi classici fanno sì che maneggi diversi strumenti in gruppetti che si esibiscono ai matrimoni. Riallaccia così i contatti con Salvatore Spampinato, in arte Sal Valentino, cantante di ventiquattro mesi più vecchio con in carniere un 45 giri twist. Tipo sveglio, spiega l’avvento dei Beatles a Ron, totalmente all’oscuro perché – incredibile, amici – non accende mai la radio. Estraneo al rock‘n’roll con l’eccezione degli Everly Brothers, presta orecchio ai Fab Four e capisce al volo.

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Nel ‘64 i Beau Brummels sono realtà con John Petersen alla batteria, Ron Meagher al basso e il chitarrista di passaporto irlandese (nonché iniziale responsabile del repertorio) Declan Mulligan. Restano una leggenda locale finché incontrano Tom Donahue e Bobby Mitchell, scafati DJ che così ampliano il catalogo della loro Autumn Records. Una vera manna, ‘sti ragazzotti che in piena Beatlemania sono così bravi da sembrare britannici: mandiamoli a registrare con Sylvester Stewart, l’abile produttore di casa che ancora non si fa chiamare Sly Stone. Lo splendido impasto tra l’ugola di Valentino, la ritmica puntuale e gli intrecci chitarristici e vocali del primo singolo Laugh, Laugh tocca nel gennaio ’65 la quindicesima piazza di “Billboard”.

Tutti scambiano i Brummels per inglesi, siccome i suddetti marpioni li abbigliano in stile beat e alimentano la diceria allorché l’eccelsa Just A Little (numero otto in classifica: il loro record) spiana in aprile la strada all’esordio Introducing The Beau Brummels. Album solido che logicamente scivola solo sulle due cover, essendo la penna uno dei pilastri dei californiani: Oh Lonesome Me sarà indimenticabile con Neil Young ma qui è un po’ caciarona e Ain’t That Loving You Baby proprio non decolla. Altra faccenda l’innocenza irripetibile di Just Wait And See, I Would Be Happy e Not Too Long Ago, il romanticismo pastello di I Would Be Happy e il garage versione “light” That’s If You Want Me To. Dopo di che Mulligan saluta per divergenze artistiche ed Elliott, diabetico e stressato dai tour, è rimpiazzato da Don Irving e si tappa in casa a scrivere.

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Anche per questo Volume 2 in autunno svela l’accorata You Tell Me Why, la traslucida Sad Little Girl, le virili e inquiete I Want You e Don’t Talk To Strangers. Affidata la serenità al trittico conclusivo, gli azzardi sono una stranita Can It Be e la Sometime At Night che anticipa Arthur Lee. Intanto i brani si accumulano, l’etichetta fa bancarotta ed è stata debole nella distribuzione. Un terzo album rimane incompiuto, dato che la Warner ha rilevato marchio e roster e Donahue si è tenuto i diritti sulle pubblicazioni. Impossibilitati a stampare materiale autografo, i Nostri ripiegano con Beau Brummels ’66, inutile sfilata di successi altrui cancellati dall’omaggio a Zimmie One Too Many Mornings, ultimo 45 giri nelle chart.

Petersen (mancato nel 2008) preferisce gli Harpers Bizzare e la scena psichedelica si gira dall’altra parte: mescolando Forever Changes e Revolver, il gruppo reagisce con un Capolavoro orgoglioso e concentrato sulle possibilità offerte dallo studio. Nel ’67 Triangle custodisce sentimentalismo e visionarietà limpidi, frutto dell’integrazione tra la calligrafia di Elliott e la maturità interpretativa di Valentino. In un’aura di mistero benissimo supervisionata da Lenny Waronker, questo folk-pop orchestrale sedotto da campagna e psichedelia spazia dal favolistico (il brano omonimo, Painter Of Women) al terreno (la ripresa di Nine Pound Hammer, una Old Kentucky Home cortesia di Randy Newman), dal mistico (The Keeper Of Time, Magic Hollow: ospite Van Dyke Parks) all’esuberante (Are You Happy?, And I’ve Seen Her) sistemando in vetta il meraviglioso dramma The Wolf Of Velvet Fortune.

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In parallelo con i Byrds, il ’68 fotografa i superstiti Ron e Sal intenti a riscoprire la tradizione. Di Bradley’s Barn si dichiareranno entusiasti per gli eccelsi strumentisti, per la coordinazione di Waronker e per l’atmosfera dello studio di Nashville il cui nome non a caso battezza l’opera. Terrigna eppure sognante, vive di canzoni policrome però prive di orpelli come le Jessica e God Bless California (offre ancora Randy) che ipotizzano un Pet Sounds delle praterie, come la Cherokee Girl che maneggia sublimi cambi di passo e la Turn Around che suggerisce profondi brividi. Se I’m A Sleeper è tutta un saliscendi e Little Bird degna di Fred Neil, il resto si porge pigro (An Added Attraction, Loneliest Man In Town), epidermico (Deep Water, Long Walking Down To Misery), ombroso (Love Can Fall A Long Way Down) conservando ogni volta fascino. Un settembre sonoro dell’anima? E sia.

Il sodalizio si scioglie poco dopo: Sal entra negli Stoneground, il leader lascia il segno su Roots degli Everly e chiude discorso e decennio con il solistico The Candlestickmaker. Starà a fianco di Van Morrison, Randy Newman e Little Feat fino alla reunion di metà Settanta e a un lavoro omonimo insignificante, come del resto nel 2013 Continuum e l’intermittente attività dal vivo. Poiché ci sono incanti che durano in eterno, meglio investire sulle collezioni di inediti e rarità From The Vaults (Rhino, 1982) e San Fran Sessions (Sundazed, 1996).