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Perfetti ma non troppo: Tim Rose, long time man

Se vi state domandando chi sia Tim Rose, suggerisco un esperimento. Estraete dallo scaffale Your Funeral, My Trial, puntate Long Time Man e ascoltate più volte. Infine, cercate in rete l’originale e, toh, avrete la radice primeva del Re Inchiostro che intinge nella pece una favolosa murder ballad apocrifa. Nel pittoresco bestiario del rock Tim è qualcosa di poco noto e singolare: non si rovinò come Hardin, non sparì come Fred Neil, non esplose a contatto con la realtà come Buckley. Dotato di una penna con lampi di vaglia, fu per lo più un terrigno e carnale interprete – nell’epoca in cui l’autore si imponeva: forse questo spiega il persistente oblio – che impastò folk, rock, blues e soul da viso pallido con l‘ugola ne(g)ra. Però di veramente bello gli riuscì un solo disco. Però patì l’assenza di un Hazlewood o uno Spector che l’avrebbero aiutato a ottenere gloria, onori e altre meraviglie. Però ci sono un pugno di canzoni da conoscere e custodire e una vicenda che è una storia americana. Nel bene e nel male.

Classe 1940, Timothy Alan Patrick Rose cresce in Virginia ereditando l’amore per la musica dalla nonna, pianista nei cinema del muto, e da una zia cantante d’opera. Influenze utili allorché, chitarra e banjo in spalla, entra nel mondo dello spettacolo dopo un picaresco percorso che lo ha condotto in seminario, in banca, nell’aviazione militare e nella marina mercantile. Venti-e-qualcosa, in svariate formazioni incrocia colleghi di belle speranze: John Phillips, Scott McKenzie, Jake Holmes. La prima faccenda seria sono i Big Three con quella Cass Elliot e John Brown (poi James Hendricks): tra ’62 e ’63, pubblicano due album folk di buon successo prima di sciogliersi per divergenze artistiche. Tim si ritrova solo sui palchi newyorchesi e nell’autunno 1966 è adocchiato da David Rubinson, firma con la CBS e il primo 45 cade nel vuoto. Senza scomporsi, David manda in studio Jay Berliner, Felix Pappalardi e Bernard Purdie a sgobbare su un intero LP seguendo gli arrangiamenti del Nostro.

smilin' Tim

Il singolo che lo traina è una Hey Joe che dalle sprintate letture di Leaves, Love e Byrds si trasforma in epica moviola. Tesa e collerica, così aderisce perfetta al testo e l’esempio verrà raccolto subito da Jimi Hendrix e, anni dopo, di nuovo dal fan Nick Cave. Introduzione fenomenale a un Tim Rose che dal ‘67 brilla per vigore, compattezza, varietà: I’m Gonna Be Strong gira Kurt Weill in bolero soul e la delizia barocca You’re Slipping Away From Me immagina una Nancy Sinatra maschia; King Lonely The Blue imbocca l’autostrada 61 parcheggiando sotto al Brill Building mentre I Gotta Do Things My Way e Where Was I?, Fare Thee Well I Got A Loneliness spargono rhythm ‘n’ blues vibrante, robusto e strapazzato con gli arnesi del rock. La seduzione senza scampo di Long Time Man è contrappuntata da Come Away Melinda e da una voce che spegne il pathos in un vuoto apocalittico. Morning Dew è letteralmente strappata all’autrice Bonnie Dobson con strofe leggiadre, sferzare di ritornello, canto inerpicato su un cielo di pause teatrali e rimbombi “wall of sound”. Speziato il tutto con un po’ di melodramma pop, il gioco (non) è fatto.

Tim Rose album

Il visibilio di Albione è infatti intenso ma breve. Un tour con la Aynsley Dunbar Retaliation stupisce le platee mentre il malinconico folk Long Haired Boy è già l’ultimo centro. Qualcosa si rompe, subito. In coda ai ’60, per produrre il rock screziato d’ebano di Through Rose Colored Glasses si interessa George Harrison ma poi rinuncia. Il discreto risultato non lascia tracce e idem Love: A Kind of Hate Story. Tim rientra in patria, alternando i concerti alla guida di voli charter finché rimedia un contratto con – da non credersi! – l’etichetta di “Playboy”. La quarta fatica è ancora omonima e un altro fiasco: Hugh Heffner capisce di tette & culi però zero di dischi e in Europa non distribuisce. Nel 1974 un uomo prostrato riattraversa l’oceano per una tournee con lo sfattone Hardin e vedere Joe Cocker raccogliere consensi e danari con le sue intuizioni.

Quattro anni di mediocrità e frustrazioni dopo, alza bandiera bianca. A New York si sposa, fa il muratore, canta jingle pubblicitari; conseguita la laurea in storia, diventa broker di Wall Street e poco per volta abbandona musica e borsa, bottiglia e matrimonio. Avanti veloce al 1996. Il devoto Cave gli scrive per esprimere gratitudine ed ecco un documentario, tour e i vecchi album che riappaiono nei negozi accanto a materiale nuovo. Il destino tuttavia srotola fili amari. Sedici anni fa Tim Rose festeggiava il compleanno in ospedale per un’operazione all’intestino. Il cuore lo tradiva il dì seguente e da allora riposa a Brompton. Il giaciglio, sobrio, porta scritto “american troubadour”. Sottoscrivo. Per me il “terzo Tim” resterà per sempre l’adorabile smargiasso che, sigaro in bocca, si pensa per un attimo in vetta al mondo.

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Perfetti ma non troppo – Mad River: alle fonti dell’oblio

Anno nuovo e nuova rubrica di “Turrefazioni” per scacciare la noia, brutta bestia che striscia ovunque e può minare persino sentimenti e passioni. Meno male che esistono film, libri e dischi che ne sono immuni e ci restano accanto per la vita. Spesso non si tratta neppure di Capolavori Assoluti: grazie tante, fin troppo facile amarli quelli. Parlo semmai dei gioielli personali le cui lacune – quando esistono – sono in realtà pregi e ponti stesi sul cuore. Questo il senso di “Perfetti ma non troppo” e per spiegarmi (spero) meglio voglio inaugurare la serie con una storia intessuta di what if.

Tra i grandi della Bay Area “acida” i Mad River sono i meno noti e non ci si crede, ché nonostante le affinità con Quicksilver Messenger Service e Country Joe & The Fish erano davvero unici. Su atmosfere psicotiche e attorno al cantato teso e stranito, sapevano costruire con naturalezza brani assai elaborati. Un fascino peculiare, il loro, tramandato negli anni tra pochi adepti – e colleghi di diverse generazioni: Television e Polvo per l’ordito di chitarre e i climi; Motorpsycho e Pontiak quanto a strutture e piglio – creando un alone mitologico. Pienamente giustificato.

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What if, parte prima. Che ci saremmo persi se i ragazzotti di Yellow Springs avessero preferito la carriera… Correva l’anno 1966 quando alla locale università Lawrence Hammond (voce, basso), Greg Dewey (batterista: unico liceale), David Robinson e Tom Manning (chitarristi) passano dall’esplicativa Old Time Jug Band al blues secondo Paul Butterfield, che con l’epocale East/West ha testé introdotto nel genere dilatazioni e scale orientali. Ascolta anche folk, la Mad River Blues Band, e verrà presto utile come l’apertura mentale che spinge verso raga e jazz. Poco ricettivo l’Ohio, il gruppo si trasferisce nell’eldorado lisergico a ovest dopo aver accolto la terza (!) chitarra di Rick Bockner. Mentre prepara le valigie, abbandona un paio di ormai inutili suffissi e registra anche un demo, apparso nel 2011 su Jersey Sloo, vinile ufficiale Shagrat che aggiunge materiali di poco antecedenti lo scioglimento.

Ho tuttavia corso a perdifiato come un’anfetaminica gazzella (leggete oltre…) e riavvolgo il nastro a classici giorni di California: una magione di Berkeley dove abitare e suonare insieme, pochi soldi e molta fame, lo scrittore Richard Brautigan che prende la banda in simpatia, la sfama e introduce nel giro beat. La svolta un omonimo EP a 45 giri sulla microscopica Wee Records. Insensato svenarsi per un originale del ’67, gustatene il contenuto – A Gazelle e Windchimes recuperate sull’esordio lungo, più lo spigoloso folk-rock Orange Fire – in The Berkeley EPs, CD Big Beat che a metà Novanta lo raccoglieva con analoghe imprese di Country Joe, Notes From The Underground, Frumious Bandersnatch.

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In qualche modo il 7” arriva alle orecchie di alcune major e sarà la Capitol a deviare il Fiume Pazzo negli studi Golden Gate Sound con Nick Venet. Gli hippie militanti si scontrano con il navigato professionista incapace di capirne stile e background, ma anche a dispetto del poco tempo per provare la scaletta portano a casa il risultato. E che risultato! Da mezzo secolo Mad River si racconta sublime negli aspri viluppi di corde, nelle strutture complesse e nella penna visionaria. Gioiello al contempo iridescente e opaco, si apre con lo sprintato riassunto Merciful Monks e nel prosieguo dipana accorato blues “corretto” (High All The Time), trascinanti frenesie (Amphetamine Gazelle) e bizzarre incursioni etniche (Wind Chimes).

Da favola il finale, dove i dodici minuti di War Goes On ipotizzano, tra cupi slarghi e assoli fiammeggianti, dei King Crimson a stelle e strisce incamminati su un sentiero di chitarre taglienti e batteria jazzata. Passata la tempesta, l’oasi acustica Hush, Julian esorta a ripartire. Iniziano qui i problemi: l’LP esce con i nastri accelerati (pare a causa di un errore tecnico) e i Mad River perdono fiducia in un’etichetta che comunque non li sta promuovendo. Tom saluta per laurearsi e si entra a fatica nei Top 100 di “Billboard” malgrado concerti a San Francisco, nel nord della costa e in Canada.

mad river lp

What if, parte seconda. Fossero stati i Mad River meno disillusi, Paradise Bar And Grill avrebbe sterzato con un pizzico di convinzione in più e oggi racconterei un’altra vicenda. Forse. Chissà. Di certo il secondo e ultimo lavoro della formazione si affida alle radici con motivazioni profonde. La scena che aveva scagliato i nostri eroi nello spazio (interiore e non) stava per spegnersi e il sistema reagiva trasformando la controcultura in una moda e rimpiazzando l’LSD con l’eroina. La risposta nel tumultuoso 1969 fu un alveo confortante che in anticipo sui Grateful Dead recuperava l’educazione sonora di gioventù e adombrava le tensioni. Benché un po’ discontinuo, Paradise Bar And Grill brilla tuttora negli omaggi a John Fahey (meglio Harfy Magnum della pastorelleria Equinox), nell’omonimo country corale e quello svelto di Copper Plates, nella virile melanconia di Cherokee Queen.

Essendo impossibile ritornare del tutto a un’Arcadia fittizia, gli apici stanno però là dove riaffiora il recente passato e cioè nell’elegante frenesia esclusa dall’esordio di They Brought Sadness e nell’amaro psych-hard Leave Me/Stay. Galantuomini, in Love’s Not The Way To Treat A Friend i Mad River lasciano recitare una poesia a Brautigan, dopo che con una parte dell’anticipo contrattuale già gli avevano finanziato il volume “Please Plant This Book”. Siamo all’epilogo. Stanchezza, frustrazione, Vietnam. Si torna sui libri per evitare l’arruolamento e grazie dei ricordi. Prima di scambiare la chitarra con lo stetoscopio, nel ’76 Lawrence Hammond pubblica il solistico Coyote’s Dream per la Takoma di Mastro Fahey. Tanto per cambiare, una delizia roots destinata a essere culto per antonomasia. Ennesima dimostrazione che nel mondo non c’è giustizia, e adesso spetta a voi rimediare.

Kult Korner: Martin Newell – pop gentleman

In un lontano futuro Martin Newell lo avrebbero clonato in laboratorio mescolando i DNA di Ray Davies, John Lennon e Syd Barrett. Invece si è fatto da sé molto ma molto prima per conferire ulteriore dignità a quella meraviglia chiamata “pop inglese”. Immagino che la maggior parte dei lettori si stia chiedendo “Martin chi?” Martin l’ultimo popcentrico d’Albione, ecco chi. Dotato di sapienza melodica, eclettismo e humour affatto comuni, costui appartiene con pieno diritto al club fondato dai nomi di cui sopra e frequentato da Andy Partridge, Robyn Hitchcock, Bid, Dan Treacy: “Ovviamente mi sento vicino a Beatles, Barrett e Kinks, ma gli altri sono più mei contemporanei che influenze. Ai tempi dei Cleaners From Venus ci chiamavano i ‘Beatles DIY’, il che dice molto di come lavoro su scrittura e arrangiamento: da dilettante ispirato, lascio che le cose accadano, e se non funziona, inizio qualcos’altro.” Sperando che adesso vi si sia accesa una certa curiosità, prima di scendere nel dettaglio desidero ringraziare Mr. Newell per l’estrema disponibilità con la quale ha rilasciato le dichiarazioni che state per leggere.

Englishman album

Nato nel 1953 sotto il segno dei Pesci in una famiglia di militari, gironzolava per l’Oriente tornando in terra natia a tredici anni: “Il risultato del viaggiare forzato è stato che per tutta la vita ho sentito il bisogno di fermarmi in un solo luogo. E non essere in Inghilterra per gran parte del periodo 1964-1967 mi ha fatto sentire defraudato della mia estate culturale”. Nonostante ciò, buttava giù canzoni ascoltando i classici del periodo e hai detto niente. Dura però la gavetta: ventenne entra nei glamster Plod come cantante ma resta fregato dall’etichetta (“Eravamo molto giovani. Fu una faccenda piuttosto tipica: avevamo registrato dei pezzi e firmato un contratto in attesa che accadesse qualcosa. Non accadde nulla.”) e soltanto Neo City riaffiorerà nel 2003 sulla compilation Velvet Tinmine. Non si perde comunque d’animo e nel ’78 risponde con i Gypp e un EP prog-pop randellato dalla critica; ustioni su tutta l’anima, pubblica un altro 45 giri nel 1980.

Poi si chiude in casa e con l’amico batterista Lawrence Elliot inventa i Cleaners From Venus – nome scelto perché entrambi sbarcano il lunario come camerieri e lavapiatti – e un pop chitarristico sopraffino. Sono gli unici nel sottobosco di chi si affida alle pubblicazioni su cassetta ed ecco un primo pregio. L’altro, assai più importante, è l’alto livello di brani eccentrici però lesti ad agganciare con armonie dolceamare e arpeggi sospesi tra colori fab sixties, minimalismo new wave e modelli trasfigurati con carattere: “Se per trasfigurazione intendi il modo in cui la musica ha preso forma, probabilmente si tratta di limiti tecnici. Volevo tentare di scrivere grandi canzoni, ho imboccato una strada e per caso ho trovato qualcosa di personale.”

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A metà degli Ottanta la cosa inizia a farsi un tot più professionale con ll tastierista Giles Smith, mentre il successo di nicchia dei carbonari nastri ha come conseguenza uscite in vinile e alcuni tour. Ora di congelare il progetto ed (nel mezzo gli apprezzabili Brotherhood Of Lizards) esporsi in prima persona. Se siete ancora qui, la vostra pazienza sarà premiata da gemme a mezza via tra XTC e Television Personalities come Julie Profumo e Living With Victoria Grey, dalla Only A Shadow nervosamente appiccicosa che gli MGMT rileggeranno, dai pastelli di Clara Bow, dall’anticipo di Field Music Summer In A Small Town, dalla trasognata Sunday Afternoons. In ogni caso è solo la punta di un iceberg d’oro che vi invito a visitare ed esplorare con comodo, siccome nel 2012 la Capture Tracks ha lanciato un legalissimo programma di ristampe dei Pulitori Venusiani e di scusanti non ne avete.

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Tornando a bomba, nel ‘93 Martin è contattato da Andy Partridge: “Qualche discografico pensò che avremmo dovuto collaborare. Lui possiede un umorismo simile al mio ma è un perfezionista e per una volta ho acconsentito a non fare di testa mia. Pensavo che sarebbe stato un esperimento interessante e ci siamo divertiti, anche se continuo a preferire il caos e la mia solita anarchia”. Frutto dell’unione il delizioso The Greatest Living Englishman, scintillio mid-fi surrealista (We’ll Build A House, When My Ship Comes In, Goodbye Dreaming Fields) e agreste (Home Counties Boy, Elizabeth Of Mayhem) che si porge stralunato (una notturna, pianistica Straight To You Boy; la marcetta corretta a jazz e LSD A Street Called Prospect) e all’occorrenza leggiadro (Before The Hurricane, Christmas In Suburbia: attenti però a parole tra il satirico e l’amaro) senza che l’unità d’insieme venga meno. Anzi: se la title-track squilla acid-pop e She Rings The Changes aggiunge “power” alla ricetta, The Green-Gold Girl Of The Summer centra il capolavoro ospitando Captain Sensible alla (fumigante) chitarra e sistemando Ray Davies nei solchi di For Your Pleasure. Alla sua reperibilità non agevole rimedierà alla fine del mese prossimo sempre Captured Tracks con una nuova ristampa e dunque regolatevi.

martin tea time

Disco che l’assidua frequentazione arricchisce rivelandone tonalità e sfumature, The Greatest Living Englishman fotografa appieno l’estro e il talento dell’artefice, il quale tuttavia dissente: “Forse quell’album rappresenta un mio Sgt. Pepper’s ma non è necessariamente il migliore. Di certo è il più coeso, quello più gradito agli ascoltatori di gusto… come dire… classico.” Lo sguardo tagliente misto di tra disincanto e sogno tipico della provincia, da Wivenhoe – novemila abitanti nel mezzo dell’Essex – questo iperattivo signore non si è più fermato e perché mai avrebbe dovuto.

Nel volgere di un biennio replicava con The Off White Album, barocco con gusto e arrangiamenti offerti da Louis Philippe. Poi, con piglio da moderno uomo rinascimentale, seguivano altri dischi solisti, l’attività di giornalista e poeta, il ritorno dei Cleaners From Venus e un’altra formazione chiamata Stray Trolleys. Dio salvi questo sommo artigenio, ché di gente come lui abbiamo un bisogno assoluto. Nei secoli dei secoli.

Classics Revisited: Tim, ragazzo pecora nera

Dicono che dietro ogni grande uomo vi sia una donna (come minimo…) altrettanto grande. Per molti versi questo rappresenta un riassunto di Tim Hardin, sprofondato nel baratro dopo l’incontro con chi ispirò le melodie e l’amore che non lo salvarono da se stesso. Le une e l’altro sono quanto voglio ricordare, confinando vizi e misfatti in un angolo male illuminato ed elencandoli sbrigativamente per dovere cronachistico. James Timothy Hardin nasce a Eugene, Oregon, due giorni prima del Natale 1941 e (come mai smentì, perché tutto fa mito) non discende dal fuorilegge John Wesley che il suo fan Dylan canterà. Le sette note sono pane quotidiano: mamma Molly suona il violino e babbo Hal è jazzista.

Lui, invece, un irrequieto che diciottenne molla tutto per la ferma biennale coi marines nel sud-est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York ma l’accademia è troppo inquadrata, per cui sfacchina sul blues nel Greenwich Village e a Boston finché nel ‘63 la Columbia lo nota. I risultati usciranno soltanto quattro anni dopo su This Is Tim Hardin, tradotti in un pugno di vibranti traditional più la spavalda Danville Dame, i nervi di Fast Freight, una Blues On The Ceilin’ di Fred Neil che è sussurro notturno di un venti-e-qualcosa che già ha vissuto il doppio.

verve recordings

Falsa partenza che prelude a un 1966 nel quale la Verve ha raccolto il pennino blues-folk di riflessiva vocalità intinto in beat, pop e (molto) jazz per acclararne la statura di classico. La Musa di Tim Hardin 1 si chiama Susan Yardley Morss, attrice conosciuta un anno prima a L.A. e fiamma che arde nel profondo della Reason To Believe da suonare ogni giorno ai vostri Lui/Lei e osservarli sciogliersi come neve al sole, dentro la polvere d’armonica di Green Rocky Road, nel Nick Drake presagito da While You’re On Your Way e l’Antony altrettanto in Part Of The Wind, nella How Can We Hang On To A Dream che spoglia l’anima fino al cuore e una Misty Roses da romantico seduttore.

Incredibile a dirsi, costui si supera il febbraio seguente, quando Susan dà alla luce Damion e lui rimbalza tra l’ospedale e lo studio. Tim Hardin 2 poggia su voce, chitarra e archi sottili splendendo più che mai in If I Were A Carpenter, nella Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came From Baltimore. Se Black Sheep Boy è fiabesca confessione limpida come il cielo dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo; se Speak Like A Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila, il folk nudo di Tribute To Hank Williams incastona premonizioni e brividi.

Hardin in woodstock

Lungo la scalata al successo, però, le piccole crepe diventano voragini che l’ago (non) riempie. Il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up di Tim Hardin 3-Live In Concert, Capolavoro assoluto raccolto a New York dell’aprile Sessantotto dove il repertorio e la perfezione dell’insieme luccicano viepiù grazie agli abiti cuciti da Mike Mainieri ed Eddie Gomez. Quando esce, ci sono già Van Morrison (col quale Tim aveva in precedenza condiviso alcune date…) in giro e Buckley nel firmamento: il treno è andato, nonostante la presenza al festival di Woodstock e il buen retiro vicino al convalescente Zimmie con gli affetti più intimi.

Al ritorno di Tim chez Columbia la Verve risponde con gli avanzi blueseggianti del quarto LP omonimo che, pur lontani dagli assi di cui sopra, valgono l’ascolto. Stanno con i primi due LP e diversi pregevoli inediti su Hang On To A Dream: The Verve Years, doppio CD che nel ’94 riportò l’autore alle cronache. Memorizzate, commuovetevi, godete. Poi risalite indietro ma avanti a Suite For Susan Moore And Damion, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin cercava ancora di tamponare le fragilità. Torpido e raccolto, è un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che distilla le ultime gocce di Talento.

sad Tim

Nel cantautore dimezzato è infine la scimmia a vincere. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, il Nostro non ha materiale bastante a un 33 giri e Bird On A Wire trova nel ’71 un senso nella vetta coheniana, trasportata a ragionar d’amara esistenza in una chiesa sudista. Impietoso, il retrocopertina ritrae un individuo torvo e sfatto, il ciuffo che arretra e un profetico rapace alle spalle. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, va a Londra per pubblicare lo scarso Painted Head, avere metadone gratis e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha colto un successone rileggendo Reason To Believe – interviene per il pessimo Nine e anche la comunella col semiomonimo collega Rose va presto a ramengo. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso malinconico e dolcemente sbruffone oramai perduto, Tim torna in famiglia e la vita un pochino lo ripaga. Un amico propone un documentario televisivo e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, degno di affetto perché quella sera di gennaio ’79 avresti voluto esserci a testimoniare un temporaneo Lazzaro allo specchio. Così temporaneo che il ventinove dicembre 1980 un’overdose lo stroncava. Sulla tomba incidevano un “cantava dal cuore” che è Verità da custodire in eterno. Lo stesso una musica meravigliosa che – dolceamaro paradosso – sa lenire come poche altre la fatica di vivere. Grazie infinite, black sheep boy.

 

Classics Revisited: L’uomo che parlava ai delfini

Questa è la storia di una meteora che lasciò nel cielo la scia luccicante di un Capolavoro. La storia di un precursore che mescolò folk, rock e jazz in una “other side of this life” come una sfinge che parlava solo tramite le canzoni. La storia di Fred Neil, mistero mite e riservato fuggito accanto ad animali amati più del successo che costantemente gli si negò. Arduo peraltro immaginarsi rockstar questo gentiluomo sudista rossiccio, pallido e coperto di efelidi, sguardo triste e voce come il ventre vellutato di una miniera. Tant’è. Tanto fu.

Frederick Neil nasce nel marzo 1936 in Ohio ma viene su Florida e spostandosi lungo il sud con il padre, che di mestiere ripara i jukebox della Wurlitzer. A sei anni imbraccia una chitarra grande quanto lui e nemmeno quindicenne pare mercanteggi rockabilly a Memphis dopo esser passato dal Grand Ole Opry. Influenze che verranno a galla più tardi, siccome al tramonto dei Cinquanta lo assumono al newyorchese Brill Building, dove tra i clienti vanta Buddy Holly e Roy Orbison. Una manciata di 45 giri a suo nome caduti nel vuoto (nulla di che, attesterà nel 2008 il CD Fallout Trav’lin Man), la notte appartiene alla segatura e alle luci fumose del Café Wha?, del Bitter End e del Gaslight.

fred in the city

I tempi corrono verso il cambiamento: Neil capisce e incrocia la via con Karen Dalton, Dino Valente, David Crosby e Bob Dylan. Tutti osannano l’audace che propone materiale autografo con una mossa in anticipo sui tempi. Del ‘64 l’accordo con la Elektra per l’acustico Tear Down The Walls spartito con Vince Martin e la profondità vocale “cashiana” di I Know You Rider, della mesta Red Flowers e di un’innodica title track, laddove il teso sferragliare di Baby e l’asciutta Wild Child In The World Of Trouble preconizzano il futuro prossimo. Scarso il ritorno ma l’etichetta propone il bis solitario.

Di Bleecker & MacDougal trovo fantastico tutto, in primis la copertina che immortala il songwriter nel cuore della New York del ‘65 che ho sempre sognato. Le note originali di Skip Weshner tratteggiano l’autore all’incrocio delle strade che delimitano la rivoluzione folk urbana. Eppure, guardando attentamente, lo vedo sul punto di uscire dall’inquadratura per spingersi nell’ignoto. Privo di batteria ma dal piglio esecutivo innegabilmente rock, ospita i confermati John Sebastian e Felix Pappalardi più il chitarrista Pete Childs in blues dell’anima (il brano omonimo, Blues On The Ceiling, Travelin’ Shoes) e melodie inestimabili come il classico più volte ripreso Other Side Of This Life e una Little Bit Of Rain dove conversano borbottii e aeree lamine. Eppure Fred andrà oltre.

fred neil

Attende il terzo passo per accasarsi alla Capitol e riassumersi nell’omonimia con una diversa cadenza del vivere. Va a stare con la dolce metà Linda a Coconut Grove – Florida: casa è casa – e nel ’66 congiunge l’embrione di Buckley Sr. con un Johnny Cash già ruga colata nella Storia. In Fred Neil lo spazio tra dodici battute acustiche e folk acidulo è percorso su tamburi d’ovatta, elettricità in scorze jazz, plettri scompigliati dall’unicità. Un brano lo avete ascoltato tutti ed è Everybody’s Talkin’, successone di Harry Nilsson entro un biennio grazie al film “Un Uomo Da Marciapiede”.

Affidatevi alla scarna meditazione originale e a The Dolphins, sublime e liquida ode in sconsolati filamenti; a I’ve Got A Secret, dove Elizabeth Cotten attraversa campagne appena inurbate; a una That’s The Bag I’m In che è vangelo travasato in Mark Lanegan. Faretheewell (Fred’s Tune) sbuca tra quinte di contrabbasso e chitarra mentre Everything Happens swinga virile e – dietro il brio per nulla narcotico di Sweet CocaineBa-De-Da dipinge un Sudamerica della mente. Infine, la stralunata Green Rocky Road introduce all’etnodelico vortice Cynicrustpetefredjohn Raga. Meraviglia che consegna l’artista agli annali mentre l’essere umano svanisce in punta di piedi su un’isola che non c’è.

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Nel 1968 l’ottimo Sessions espande durata e atmosfere in laconiche sospensioni jam a briglia salda, profumi di raga e spettrali, immani anticipi di Lorca come Merry Go Round e Look Over Yonder.  Quando Everybody’s Talkin’ ha fruttato denaro bastante, Neil si ritira da imbattuto Campione e con l’amico Ric O’Barry fonda il Dolphin Research Project, associazione ambientalista dedita alla salvaguardia dei mammiferi acquatici. Mi piace pensare che così volesse salvare i delfini dalla crudeltà di “Sea World” e se medesimo dalla follia di uno showbiz non granché diverso.

Declinati inviti allo show di Johnny Cash e a un tour con Harry Belafonte, nel ’71 Other Side Of This Life raccoglie versioni live o alternative di pagine conosciute e qualche inedito. Poi basta. Il buen retiro sarà spezzato a Montreux nel ’75 insieme a Childs, Sebastian e Harvey Brooks; ventiquattro mesi più tardi per un benefit in Giappone accanto a Jackson Browne e Richie Havens; nel 1981 con Buzz Linhart, in un pub cittadino. Immagino Frederick quieto e felice tra le mura di casa finché un brutto male lo porta via nel luglio 2001, talento sublime con di fronte a sé spalancata l’eternità per cantare ai delfini.

Thyme Perfumed Gardens-7: H.P. Lovecraft

Per essere un narratore sommamente visionario, Howard Phillips Lovecraft non ha lasciato grandi tracce nell’immaginario rock “che conta”: escluso il metal estremo e gli Iron Maiden, lo citano i Metallica in Ride The Lightning e Master Of Puppets e i debuttanti Black Sabbath. Altro di rilevante non rammento, con la splendida eccezione di una sixties band di Chicago dedita a un ombroso acid sound. Furono praticamente i soli degni di nota a trafficare con la psichedelia nella windy city, gli H.P. Lovecraft, e il loro breve volo merita la (ri)scoperta: se non ne sapete alcunché e non volete svenarvi per i vinili originali, ve la cavate con una modica spesa. Dite grazie alla Rev-Ola, che nel 2009 pubblicava sul CD Dreams In The Witch House l’intera loro discografia, bissando un’analoga operazione di quattro anni antecedente con suoni più puliti e libretto arricchito. Vi lascerà di stucco.

Una spiegazione di tale meravigliosa peculiarità è rinvenibile in retroterra eterogenei benissimo integrati, sin da quella metà del decennio favoloso in cui il folkettaro George Edwards fa comunella con Dave Michaels, tastierista di studi classici e voce stesa su quattro ottave. Dopo un paio di false partenze, George approfitta dell’amicizia con i produttori George Badonsky e Bill Traut per porre su nastro, in un pomeriggio invernale e la band locale Roving Kind a dar man forte, un’eterea seppur incisiva Anyway That You Want Me dei Troggs. Nel ‘66 ne ricavano un 45 per Philips (sul retro il maldestro scippo a Dylan It’s All Over For You) attribuito agli H.P. Lovecraft, dietro suggerimento di un Badonsky fan sfegatato dello scrittore di Providence.

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Manca ancora una band, però, allestita dopo svariate audizioni con la chitarra di Tony Cavallari, il pirotecnico batterista Dave Tezga e Tom Skidmore, basso presto rimpiazzato dall’ex Shadows Of Knight Gerry McGeorge. Il quintetto lavora alacremente infilando nuove composizioni tra ciò che Edwards ripesca dal proprio passato, così che è solida assai la scaletta dell’esordio omonimo inciso in estate, tra reinvenzioni dei Byrds (il post-beat The Drifter) e dei Jefferson Airplane (l’innodica Let’s Get Together, una vibrante Wayfaring Stranger). A cancellare possibili effetti fotocopia concorrono poi le tastiere immaginifiche e il tocco “colto” di Dave: se la conclusiva Gloria Patria è una scheggia gregoriana e The Time Machine un vaudeville buffo e basta, That’s How Much I Love You Baby seduce in pigro jazz bluesato e la mesta I’ve Been Wrong Before e una serrata Country Boy & Bleeker Street omaggiano rispettivamente Randy Newman e Fred Neil – di cui si riprende con estro anche That’s The Bag I’m In – in scia ai Jefferson.

L’immortalità è assicurata da The White Ship, sei minuti e mezzo di tenebroso bolero tra il barocco e l’arabeggiante che vede la luce anche su singolo in versione accorciata. Non smuove granché commercialmente ma entusiasma Bill Graham, che invita i ragazzi sulla West Coast per un tour culminante a San Francisco. Tanto è il clamore suscitato che gli H.P. Lovecraft finiscono per stabilirsi a San Rafael ed esibirsi regolarmente al Fillmore e al Winterland.

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Nella primavera ‘68 calano su Los Angeles per una settimana filata al Whisky A Go-Go, ciò nonostante salutano un McGeorge ai ferri corti con Edwards. Lo sostituisce Jeffrey Boylan, vecchia conoscenza con cui proseguono una massacrante attività concertistica che mina la salute e gli equilibri. All’etichetta che insiste per un secondo LP, reagiscono facendo quadrato: in studio improvvisano e approfittano dell’interesse per l’innovazione tecnologica del supervisore Chris Huston, poi rifiniscono i pezzi – ora viepiù personali compositivamente e dalle strutture complesse e dilatate – nelle pause di registrazione. Di concitazione e stanchezza è però del tutto immune lo splendido II, che a settembre li consegna alla Storia con folk-rock trasfigurato (Blue Jack Of Diamonds, High Flying Bird) e innodiche tensioni ascendenti (Spin, Spin, Spin: Terry Callier l’autore; di recente l’hanno ripresa i Motorpsycho), ipotesi di Tim Buckley terreno e astrattamente marziale (Keeper Of The Keys) e sortilegi cristallini (Mobius Trip).

Altrove si preconizzano i Pavlov’s Dog (It’s About Time), ci si lancia in brividi cinematici (At The Mountains Of Madness) e si tratteggiano incubi profumati d’oriente (Electrollentando). Non vi sarà seguito – dimenticabile la rimpatriata nei ’70 a nome Lovecraft con Edwards, Michaels, Tegza più carneadi – e va benissimo così. La Philips capisce che la diaspora è in corso e, nonostante le recensioni positive, smette di promuovere il disco. Tutto si dissolve magicamente all’apice di un’arte oscura e fascinosa che più di altre ha retto lo scorrere del tempo. Con buona (?) pace di qualsiasi caos strisciante

Thyme Perfumed Gardens-5: J.K. & Co.

Pochi altri “concept” suonano lievi e aggraziati come Suddenly One Summer. Sarà perché il tema è suggerito e non esposto in maniera esplicita, così che l’ascoltatore interpreta come crede mezz’ora di psichedelia orchestrale; sarà perché l’esito non soccombe alle ambizioni e latitano orpelli o sbrodolate; sarà perché, grazie alle suesposte ragioni, puoi godere della musica a prescindere da qualsiasi sovrastruttura.

Ciò premesso, sbalordisco ogni volta al pensiero che l’autore di questa meraviglia avesse all’epoca quindici anni! Jay Kaye, classe 1953, per qualche fuggentissimo attimo è stato un Mozart popedelico non per modo di dire. Aveva del resto le sette note nel sangue: la madre, Mary Kaye, era la chitarrista a capo dell’omonimo lounge trio alla quale la Fender dedicò il primo modello di Stratocaster custom. Il nonno, Johnny Ukulele, era l’erede di un principe hawaiano virtuoso dell’omonimo strumento che, tra i tanti, insegnò a Howard Hughes.

Sembra la trama di un film dei fratelli Coen, vero? Bene, sappiate allora che Jay ha rischiato di essere partorito su un palco: a Mary le acque si rompevano a metà dell’ultimo brano in un locale di St. Louis e svelto il marito la portava all’ospedale. Per un anno una tata culla il Nostro nei camerini d’America visitati dal Mary Kaye Trio, dopo di che la famiglia si stabilisce a Las Vegas per una serie stabile di ingaggi.

La vita di Jay svolta quando i genitori tornano da una serata con Brian Epstein e i Beatles recando in dono il 45 giri di I Saw Her Standing There. Folgorato, il poco più che decenne approfondisce con Rolling Stones e Merseybeat, impara a suonare in casa e capeggia tali Loved Ones che non vanno oltre qualche festa scolastica.

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Intanto la cultura giovanile sta cambiando alla svelta e alla svelta cambia il mondo. Accompagnata mamma a Vancouver, Jay incontra il navigato produttore Robin Spurgin, lo visita in studio e gli suona un paio di pezzi. Robin va fuori di testa nel realizzare che il ragazzino in tasca non serba un mazzo di figurine del baseball ma splendide canzoni. Per tre mesi lavorano alacremente assieme all’arrangiatore Robert Buckley, altro teenager di talento.

Questione di affinità elettive e visione comune se si capiscono al volo e, reclutata una formazione cittadina – tali Mother Tucker’s Yellow Duck – a dar man forte, ne cavano un “wall of sound” multicolore che narra la vita di un uomo vista attraverso una goccia di LSD. Terminate le registrazioni, Jay e Robin riattraversano il confine in direzione Los Angeles, dove i Kaye si sono frattanto trasferiti. Portano i nastri a una Capitol che gradisce ma vuole imporre pesanti modifiche.

Orgogliosi, oppongono un secco “no” e quasi per caso bussano alla White Whale, l’etichetta dei Turles. Qui hanno il palato fino, però sono parimenti furbacchioni e coglionazzi: pubblicano l‘LP con un battage enorme e dispendioso, salvo scegliere come singolo i trenta secondi di effetti dell’introduzione Break Of Dawn.

Pensando di attirare l’attenzione con il 45 giri più breve della storia, affossano invece tutto perché nessuna stazione lo trasmette. Da non credersi. Suddenly One Summer avrebbe potuto essere un successo, eppure scommetto che qualcuno lo ha custodito con affetto e devozione, magari dei fuoriclasse come Michael Quercio o Scott Miller.

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Potete unirvi alla congrega di fedeli procurandovi la ristampa BeatRocket del 2001 ricavata dai master originali. Basterà un ascolto per innamorarsi di una gemma che (inclusi due bozzetti rumoristico-astratti necessari a rendere il “senso” del progetto) scorre iridescente come una cometa. Nella sua stupefatta coda scorgerete dei Procol Harum minimali e sotto oppiacei (Fly) oppure barocchi con misura (Land Of Sensations & Delights), ipotetiche collaborazioni tra Brian Wilson e Burt Bacharach (una Little Children giustappunto fanciullesca) e l’eccelso scintillìo melodico su groove felpato di Christine. Ancora: Crystal Ball colloca al proscenio sei corde serrate e convulse, Nobody è melanconia folk aspersa di acido, l’esuberante O.D. pare prelevata dal coevo Notorious Byrds Brothers.

Dove The Times guarda ai Byrds più pop, George Harrison avrebbe potuto vantare l’inquieto orientaleggiare di Magical Fingers Of Minerva. Infine, Dead tesse una tela dolente di intrecci elettroacustici e sospensioni che tutto riassumono, sistemando in coda un accenno dell’inizio che dici invito a ripartire e sottolineatura della circolarità dell’esistenza. La magia non avrà comunque seguito: Kaye mette su un trio col cugino e un amico, ma essendo tutti minorenni non possono esibirsi nei club. Svaniti slancio e fiducia, si chiude. Pur seguitando a suonare blues e rock, il wonder boy non combinerà più nulla di rilevante. Da un trentennio risiede a Maiorca e quale amara ironia che per lui l’estate non finisca davvero mai.