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My Paisley back pages

Prima o poi le radici ti trovano. Un giorno, quando la vita ha rifilato una certa dose di schiaffi e carezze, nello specchio all’improvviso scorgi le fattezze di tuo padre o di tua madre. Quasi. Il retaggio ti ha fregato e sai che è giusto. Come è altrettanto giusto che esistano dischi e dischi, da quelli che esaltano cuore e cervello a quelli che ancora non sai bene che ci facciano sullo scaffale. Nel mezzo ogni possibile sfumatura e in primis certi toccasana dell’anima che non lasciano mai soli, siccome prima o poi le radici eccetera.

Ecco: il teenager “avveduto” degli ‘80 ha sognato una California diversa da quella appartenuta a zii e fratelli maggiori. L’Eldorado contemporaneamente vicino ai fab sixties, al post-punk e al domani stava dall’altra parte del globo, tuttavia sa iddio quanto e come e in che meravigliosa maniera lo sentivamo vicino noi che consumavamo Emergency Third Rail Power Trip, The Days Of Wine And Roses e All Over The Place. Perché qualcuno si ispirava a vinili custoditi e venerati come reliquie e mentre conservava la tradizione – gesto necessario in era pre-Internet – ne cavava dell’altro. Metteva del suo in favolosi arazzi da smarrircisi dentro tuttora, storditi e felici.

paisley family

Chiedi cos’era il Paisley Underground e dirò lisergia senza sbrodolate, policromie chitarristiche che diverranno un pilastro del college rock, luce abbagliante nell’attualità. Da un bel po’ infatti c’è psichedelia nell’aria: devono essersene resi conto anche Bangles, Dream Syndicate, Three O’Clock e Rain Parade ascoltando la propria lezione estetica e attitudinale in decine di contemporanei. Lì forse la scintilla che nel dicembre 2013 spingeva a una rimpatriata live tanto riuscita da instillare l’idea di un LP di reciproche riletture. Dai tempo al tempo e lui, galantuomo, farà giustizia.

Ciò premesso, 3×4 è cosa diversa dal mitico Rainy Day nello stesso modo in cui i figli maturi si discostano dai genitori. Fuor di metafora: l’irripetibile Rainy Day celebrava la comunanza e l’amicizia della “scena” congelando nel presente un passato indiscutibilmente glorioso; le cover di 3×4 sottolineano la classicità di canzoni che i medesimi amici forgiarono trasfigurando proprio quel passato.  Oggi, questa musica ha una propria storia e sa benissimo da dove proviene e che percorso ha compiuto. Alla fine, incastrato in uno di quei magnifici cortocircuiti che a volte crea la musica popolare, capisci che sulla sua Grandezza non vi erano dubbi sin dall’inizio.

3X4_FRONT

Di conseguenza tutto ha qui un senso. Le Bangles accentuano la cupezza vellutata di That’s What You Always Say conducendola dalla parti di Dancing Barefoot, cavalcano il nerbo melodico di Jet Fighter e rendono Talking In My Sleep un byrdsiano sogno più giovane di ieri. I Rain Parade avvolgono Real World in coltri di malinconia oppiacea, trasformano When You Smile nella splendida continuazione di No Easy Way Down e scintillano estatici con As Real As Real. Il Sindacato del Sogno sferraglia lungo la Hero Takes A Fall dedicata giustappunto a Steve Wynn, si appropria con classe di You Are My Friend e risale energico alla She Turns To Flowers incisa nel 1982 dai Salvation Army.

I quali furono l’anticamera dei Three O’Clock, bravissimi qui a correggere il loro cocktail pop con power (Tell Me When It’s Over), sunshine (What She’s Done To Your Mind) e garage (Getting Out Of Hand). Il tutto senza un singolo minuto di nostalgia canaglia, vacuo karaoke o mero mestiere. Nell’epoca in cui la retromania è un comodo paravento per le mezze seghe e le chitarre sono date per spacciate – sveglia: ogni forma d’arte lo è in mano a dei pagliacci! – fatevi un favore: fiondatevi su 3×4. Qualsiasi età abbiate, ascolterete musica pura per gente di oggi. Amen.

I trip e i sogni di Witthüser & Westrupp

Lo sapevate? Nelle sue mille imprese, a un certo punto Renzo Arbore ha avuto a che fare persino con il krautrock. In maniera marginalissima, d’accordo, ma a bocca aperta ci si resta. I lettori più attempati ricorderanno il contenitore “L’altra domenica”, col quale Renzo rivoluzionò l’intrattenimento televisivo del pomeriggio festivo a botte di umorismo surreale. Era il ’77 e per un po’ mamma RAI fu spaghetti punk: sotto quel tendone passò di tutto, dal giovane Benigni in versione critico cinematografico demenziale al trio (trans) canterino Sorelle Bandiera, da una Isabella Rossellini inviata a New York ai busker Otto e Barnelli.

Immaginatevi il tonfo della mascella nell’apprendere, allorché cercavo del materiale per questo articolo, che Bernd Witthüser è quel Barnelli! Tutto quadra, in effetti: dal folk acido di Trips & Träume all’esibirsi per strada, il filo rosso è un’anima libera nel senso pieno del termine, mai doma e felice della propria indipendenza. Dai festival pop anni Settanta alle piazze sotto la luna, dal clamore catodico nostrano a un casolare della Maremma, fino alla fine dei suoi giorni Herr Witthüser ha sempre chiuso il cerchio con coerenza. Che bello, poi, scoprirlo gentile e squisitamente disponibile a rilasciare le dichiarazioni che state per leggere. Ed è così che voglio ricordarlo, ma non solo.

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Facciamo un passo indietro. Nel giugno 1969 Bernd (classe 1944, cantante e chitarrista attivo nel circuito folk politicizzato di Essen) fonda con Walter Westrupp (cantante e polistrumentista in formazioni barocche e skiffle nato nel ‘46) il W&W’s Pop-Cabaret per fare teatro-canzone in tedesco. Subito accorciano la ragione sociale in Witthüser & Westrupp e l’esordio esce nel marzo 1970 per Ohr: Lieder von Vampiren, Nonnen und Toten è accreditato solo a Berndt per un probabile errore del grafico e offre stralunato, minimale “teuto-folk” a base di humor nero, testi autografi, poesie di Novalis e Heinrich Heine. Bizzarria che rappresenta il trampolino di lancio per quanto dodici mesi dopo  consegna i due al culto. Nel suo alveo di sorridente dopato torpore, Trips und Träume suona freschissimo anche a prescindere dal recente revival psych-folk per lo stile, nel quale confluiscono tentazioni cosmiche, tradizione popolare e un respiro stupefatto però anche umoristico.

Sono davvero i “trip e sogni” annunciati nel titolo, questi brani pastorali e freak dalle venature orientaleggianti e gli intarsi ricercati. Innegabilmente ipnagogici e out, risultano tuttavia più terreni rispetto alle coeve splendide imprese di Yatha Sidra, Bröselmaschine ed Emtidi, pervasi come sono da un’ironia tipicamente tedesca – pensate a certe foto e copertine dei Kraftwerk – e da un approccio consapevolmente deviato: “Il primo LP fu composto e suonato bevendo caffè e birra. In Trips und Träume si aggiunsero altri “mezzi” come marijuana e LSD… Quanto all’ironia, eravamo gli outsider del movimento perché non prendevamo tutto così sul serio.“ Più sinceri di così! Del resto la dicevano lunga i volti fusi assieme sulla busta del trentatré giri, caratterizzato da una scrittura brillantissima ben assistita dalla produzione di Rolf-Ulrich Kaiser (“Rolf aveva i soldi e comandava, ingaggiava i musicisti e teneva il morale alto.“) e dal missaggio di Dieter Dierks.

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Esemplare l’attacco Lasst Uns Auf Die Reise Gehn, progressione melodica di una leggiadra malinconia che ritrovi in apertura di seconda facciata con la Illusion 1 poi ripresa in Tarot da Walter Wegmüller. Per arrivarci dovrete attraversare i panorami di Trippo Nova – nove fantastici minuti in cui i Faust si trasferiscono sulla West Coast mescolando psichedelia e flamenco – e il visionario madrigale Orienta. Karlchen racconta una favola avvolta in echi di fanfare medievali e la scheggia Englischer Walzer incede, ebbra e deliziosa, verso il finale Nimm Einen Joint, Mein Freund, sorta di Don’t Bogart That Joint teutonica di sagace coralità.

Ottenuta una certa notorietà in madrepatria, la coppia schiaccia a fondo il pedale della stravaganza: nel ’71 Der Jesuspilz è un concept che impasta funghi allucinogeni e vangelo; l’anno seguente Bauer Plath si ispira a Tolkien e Castaneda con i Wallenstein. Poi le strade si dividono: “Avevamo terminato il contratto Ohr/Pilz per quattro album in un biennio. Con Walter non andavo più molto d’accordo e Kaiser era diventato troppo esoterico. Mi misi per conto mio come ‘Bermelli One Man Band’ e a Berlino, nel ’77, conobbi Otto. Gli chiesi di suonare con me un paio di settimane. Finimmo per stare assieme venticinque anni.

Notati da Arbore ad Arcidosso e prontamente assoldati, arriva il successo. Tanta l’acqua passata sotto i ponti da allora: Westrupp vive in Germania e milita in una band skiffle; Witthüser/Barnelli, innamorato del nostro paese, ha risieduto in Toscana fino alla scomparsa nell’agosto 2017, seguitando a suonare secondo l’indole anticonvenzionale e spontanea di chi era venuto al mondo un ventinove di febbraio. Vielen Dank, Bernd!