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Classics revisited: l’acida tristezza dei Thin White Rope

Alcune di queste canzoni hanno dei magneti seppelliti dentro”. Le note interne del quarto LP dei Thin White Rope offrono un’autodefinizione – una delle tante possibili – bizzarra di uno stile unico. Stralunato ed epico, fisico però etereo come può esserlo un deserto reale e/o metaforico. Pur conoscendoli a memoria, riascolto spesso i loro dischi e ogni volta rimango ipnotizzato da policromie acid-rock e brume new wave, presidiate da un Johnny Cash in uggia perenne però non privo di umorismo. So di essere in buonissima compagnia nella convinzione che le canzoni dei Thin White Rope sono materiche come poche altre nella storia del rock.

Vivono dentro un turbine di brividi, esaltazione, visionarietà. Il tempo, galantuomo, non le ha minimamente intaccate e in questo senso sono faccenda assolutamente “di oggi” le recenti ristampe Frontier di quei cinque magici album. Con un pizzico di benevola invidia per chi vi si accosta da vergine, festeggio dedicando qualche riga a uno dei miei gruppi “della vita”. Un’ennesima volta, siccome al cuore non si comanda. Gli si dà ascolto e basta.

TWR

I luoghi in cui cresciamo… C’è chi li descrive a distanza, chi li tramuta in microcosmi narrativi, chi se ne fa ossessionare. Guy Kyser ha saputo riversarli in un’estetica che fonde la concretezza di Madre Terra con un istinto che la trascende. Una dinamica di opposti complementari che rappresenta il nocciolo stesso sia dei Thin White Rope che di quell’apparente desolazione capace di svelare ciò che siamo. Kyser, guarda caso, è venuto su a Ridgecrest, un’oasi tra Mojave e Death Valley lasciata nei primi ‘80 per studiare geologia a Davis.

Nella fervida scena della cittadina californiana, la “sottile corda bianca” – riferimento all’eiaculazione che dobbiamo a William Burroughs – si sbroglia quando i Lazy Boys in cui il ragazzo canta e suona la chitarra incassano il ritiro di Scott Miller, più propenso a scolpire diamanti pop nei Game Theory. La rifondazione vede aggiungersi a Guy e al batterista Joe Becker la sei corde di Roger Kunkel e il bassista Kevin Staydohar, che nell’83 porta via Joe nei fantastici True West.

Axis

Decisivo il demo della primavera 1984 che persuade la Frontier a pubblicare Exploring The Axis nel mezzo del decennio. Grazie alla lunga gavetta, l’incantesimo – intrecci di ritmica minimale però arguta, spirali chitarristiche in serrato dialogo, voce rauca e virile che detta cambi d’umore – si racconta perfetto. Una psichedelia aromatizzata roots consegna i Quicksilver Messenger Service nelle braccia dei Television attraverso gli strappi di Soundtrack e l’incalzante Down In The Desert, l’onirica Disney Girl e le psicosi della title-track, le The Real West e Dead Grammas On A Train che riscrivono il country con le nevrosi del dopo punk.

In visibilio, la stampa parla di post-psichedelia: a inizio ‘87 Moonhead ribadisce il concetto comprimendo rabbia, cupezza, echi kraut e anticipi di stoner. I classici istantanei a questo giro sono il sublime folk lunare Thing, una contorta Take It Home, la slanciata Wire Animals, l’accecante Not Your Fault. Almeno. Sostituito Tesluk con John Von Feldt, la routine tour/disco/tour conduce al 1988 del difficile terzo album. In The Spanish Cave supera l’ostacolo con il terso struggimento July, una frenetica Elsie Crashed The Party, la Timing che spedisce Beefheart in un illividito Marquee Moon. Al narcotico blues Astronomy replicano il devastante frontale tra Hawkwind e Mad River (con citazione finale di Link Wray…) di It’s O.K. e una Red Sun che seppellisce i Love e Morricone sotto colate di lava.

Thin White Rope

Gli Ottanta agli sgoccioli, si chiude una fase del “nuovo rock” americano: cresciuto l’interesse delle major verso questo non genere, i grandi nomi compiono il salto. Nel 1990 l’adulto splendore di Sack Full Of Silver esce su licenza per la BMG porgendo moderno folk-rock (On The Floe), chiaroscuri mesmerici (Whirling Dervish: cenni di medio oriente e prateria strapazzata; Triangle Song: un crescendo che leva il fiato; gli MC5 rabbuiati di Diesel Man) e le seduzioni figlie di She Brings The Rain del brano omonimo. A proposito di Can: il nuovo arrivato Matthew Abourezk stratifica magistralmente le trame percussive e più che altrove in un’immane rilettura di Yoo Doo Right.

silver

Alla fine di una sfibrante tournee, The Ruby Sea riporta i quattro nell’alveo indipendente. Nell’aria la rassegnazione è palpabile e più delle allucinazioni hardeliche – comunque magnifiche quella che dona il titolo all’album e Midwest Flower – spetta a episodi riflessivi del calibro di Puppet Dog, Bartender’s RagChristmas Skies e della dolcissima Up To Midnight (saldata ai sibili di Hunter’s Moon: ancora opposti che si bilanciano come nella natura umana) incarnare lo spirito di un’opera pregevole rimasta però schiacciata dai pesi massimi dell’autunno 1991.

La separazione sarà in seguito sancita dal doppio live The One That Got Away, ovviamente imperdibile e lo stesso valga per gli EP (impreziositi da illuminanti cover) sistemati a inframezzare i 33 giri e per la raccolta di ritagli Spoor. Da allora le mosse di Rogen e Guy in ambito musicale sono state defilate e poco significative, ma non importa. I Thin White Rope sono una voce più presente che mai. Una voce di Bellezza inquieta, romantica e malinconica indenne alle offese di Crono. Una Bellezza che ci rapì per sempre, laggiù nel deserto.

 

 

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Perfetti ma non troppo: i tramonti vellutati dei Music Emporium

Regola numero uno dell’acquirente avveduto: non sempre la rarità di un disco costituisce garanzia di bellezza. Anzi, spesso c’è un valido motivo se nessuno ti si filò e, diciamolo, quella malintesa antesignana dell’autoproduzione chiamata “stampa privata” ha più che altro arricchito scaltri commercianti e creato leggende di cartapesta. Ogni tanto, però, esistono le eccezioni. Vi interessano trecento vinili e una sixties band californiana atipica, composta da gente con un retroterra classico e una ragazza alla batteria?

Lo spero, perché i Music Emporium sono stati lungo avvolti da mitologiche nebbie pur meritando assolutamente la (ri)scoperta. Se sono pura follia i 4.800 euro richiesti per l’unico esemplare – sigillato, eh! – del loro 33 giri omonimo reperibile su Discogs allorché scrivo, con una modica spesa potete procurarvi l’eccellente versione ufficiale Sundazed del 2001. C’è di che gioire all’infinito, giuro.

Music Emporium album

Un passo indietro: nel ‘67, William Cosby – fisarmonicista ferrato in jazz e sinfonica che sin da ragazzino fa incetta di premi e onori – è ancora vergine di rock. Al terzo anno della UCLA si decide, ascolta e quell’energia brada gli cambia la vita. Comprato un organo, allestisce i Gentle Thursday con i compagni di corso Dora Wahl a tamburi e piatti, il bassista Steve Rustad e il chitarrista/cantante Thom Wade. Quando i maschietti abbandonano, William si mette anche al microfono, modifica la ragione sociale in Cage e a basso e voce accoglie Carolyn Lee, terzo elemento “colto” di un quadrilatero cui manca la necessaria figura rock, infine trovata nel chitarrista Dave Padwin.

Complesso assai peculiare, alle droghe i Cage preferiscono discettare senza pretenziosità alcuna di strutture e forme ispirandosi a Love, Jefferson Airplane, Doors. Preparati tecnicamente e rodati dai concerti, incidono materiale per un (breve) LP ma un abboccamento con l’Elektra non porta a nulla e c’è da pagare lo studio.

dora Wahl
Dora Wahl

 

Entra in scena Jack Ames, discografico in fuga dalla Liberty per lanciare la Sentinel. Tutto molto bello, non fosse che a gestire il denaro è la moglie Lola, che i Cage li detesta. Ames racimola comunque quanto basta a saldare il conto e rifare il cantato, poi obbliga il quartetto al battesimo definitivo pensando di aumentarne le possibilità commerciali mentre Bill si trasforma in “Casey” per evitare confusioni con il comico. Mugugnando si firma e nel 1969 il demo diventa album.

Un misurato, magico tappeto intessuto da ritmica fantasiosa, corde acidule e trame d’ugola e organo benedice architetture raffinate (i King Crimson chiesastici in relax sulla West Coast di Cage; l’iridescente anticipo Paisely Underground Winds Have Changed), goticismi sobri (Day Of Wrath è basata sul “Dies Irae” gregoriano; Catatonic Variations si spiega da sola), episodi incalzanti (Nam Myo Renge Kyo, splendida malgrado l’errore di compitazione di Ames; i Doors poppettari di Times Like This), oasi di pacata visionarietà (le splendide Gentle Thursday e Velvet Sunsets) e momenti che trovano il giusto mezzo (Prelude, una Sun Never Shines dai risvolti beefheartiani).

ME in the studio

Ovvio che di Music Emporium non si accorga anima viva a causa dell’esigua tiratura e dell’inetto Jack. Persino peggio quando ci si sbarazza di costui incappando in un tizio che ruba la strumentazione e sparisce. Fine dei giochi e del decennio allorché il capobanda evita il Vietnam con la cattedra di musica a West Point. Avanti veloce al Duemila. Dopo l’accademia militare e un impiego alla sezione trasporti della difesa, Cosby si gode la pensione.

Su un sito di aste si imbatte nell’ennesimo bootleg e il seguito è materia da “Twilight Zone”: il venditore racconta che “Casey” è morto in un incidente motociclistico e che un’etichetta sta preparando la riedizione del preziosissimo manufatto.  Poche ore e Bob Irwin, boss della Sundazed, riceve una e-mail in cui William chiede chiarimenti. Felice di averlo trovato dopo vane ricerche, Irwin spiega di aver acquistato i master originali da Lola e gli offre voce in capitolo sul progetto più i diritti d’autore. Amaro happy end, dal momento che William H. Cosby si è arreso due estati or sono a un cancro al pancreas, benché in relativa serenità e soffrendo meno possibile. Nam myoho renge kyo, fratello.

Perfetti ma non troppo – Mad River: alle fonti dell’oblio

Anno nuovo e nuova rubrica di “Turrefazioni” per scacciare la noia, brutta bestia che striscia ovunque e può minare persino sentimenti e passioni. Meno male che esistono film, libri e dischi che ne sono immuni e ci restano accanto per la vita. Spesso non si tratta neppure di Capolavori Assoluti: grazie tante, fin troppo facile amarli quelli. Parlo semmai dei gioielli personali le cui lacune – quando esistono – sono in realtà pregi e ponti stesi sul cuore. Questo il senso di “Perfetti ma non troppo” e per spiegarmi (spero) meglio voglio inaugurare la serie con una storia intessuta di what if.

Tra i grandi della Bay Area “acida” i Mad River sono i meno noti e non ci si crede, ché nonostante le affinità con Quicksilver Messenger Service e Country Joe & The Fish erano davvero unici. Su atmosfere psicotiche e attorno al cantato teso e stranito, sapevano costruire con naturalezza brani assai elaborati. Un fascino peculiare, il loro, tramandato negli anni tra pochi adepti – e colleghi di diverse generazioni: Television e Polvo per l’ordito di chitarre e i climi; Motorpsycho e Pontiak quanto a strutture e piglio – creando un alone mitologico. Pienamente giustificato.

MR golden gate

What if, parte prima. Che ci saremmo persi se i ragazzotti di Yellow Springs avessero preferito la carriera… Correva l’anno 1966 quando alla locale università Lawrence Hammond (voce, basso), Greg Dewey (batterista: unico liceale), David Robinson e Tom Manning (chitarristi) passano dall’esplicativa Old Time Jug Band al blues secondo Paul Butterfield, che con l’epocale East/West ha testé introdotto nel genere dilatazioni e scale orientali. Ascolta anche folk, la Mad River Blues Band, e verrà presto utile come l’apertura mentale che spinge verso raga e jazz. Poco ricettivo l’Ohio, il gruppo si trasferisce nell’eldorado lisergico a ovest dopo aver accolto la terza (!) chitarra di Rick Bockner. Mentre prepara le valigie, abbandona un paio di ormai inutili suffissi e registra anche un demo, apparso nel 2011 su Jersey Sloo, vinile ufficiale Shagrat che aggiunge materiali di poco antecedenti lo scioglimento.

Ho tuttavia corso a perdifiato come un’anfetaminica gazzella (leggete oltre…) e riavvolgo il nastro a classici giorni di California: una magione di Berkeley dove abitare e suonare insieme, pochi soldi e molta fame, lo scrittore Richard Brautigan che prende la banda in simpatia, la sfama e introduce nel giro beat. La svolta un omonimo EP a 45 giri sulla microscopica Wee Records. Insensato svenarsi per un originale del ’67, gustatene il contenuto – A Gazelle e Windchimes recuperate sull’esordio lungo, più lo spigoloso folk-rock Orange Fire – in The Berkeley EPs, CD Big Beat che a metà Novanta lo raccoglieva con analoghe imprese di Country Joe, Notes From The Underground, Frumious Bandersnatch.

MR colour

In qualche modo il 7” arriva alle orecchie di alcune major e sarà la Capitol a deviare il Fiume Pazzo negli studi Golden Gate Sound con Nick Venet. Gli hippie militanti si scontrano con il navigato professionista incapace di capirne stile e background, ma anche a dispetto del poco tempo per provare la scaletta portano a casa il risultato. E che risultato! Da mezzo secolo Mad River si racconta sublime negli aspri viluppi di corde, nelle strutture complesse e nella penna visionaria. Gioiello al contempo iridescente e opaco, si apre con lo sprintato riassunto Merciful Monks e nel prosieguo dipana accorato blues “corretto” (High All The Time), trascinanti frenesie (Amphetamine Gazelle) e bizzarre incursioni etniche (Wind Chimes).

Da favola il finale, dove i dodici minuti di War Goes On ipotizzano, tra cupi slarghi e assoli fiammeggianti, dei King Crimson a stelle e strisce incamminati su un sentiero di chitarre taglienti e batteria jazzata. Passata la tempesta, l’oasi acustica Hush, Julian esorta a ripartire. Iniziano qui i problemi: l’LP esce con i nastri accelerati (pare a causa di un errore tecnico) e i Mad River perdono fiducia in un’etichetta che comunque non li sta promuovendo. Tom saluta per laurearsi e si entra a fatica nei Top 100 di “Billboard” malgrado concerti a San Francisco, nel nord della costa e in Canada.

mad river lp

What if, parte seconda. Fossero stati i Mad River meno disillusi, Paradise Bar And Grill avrebbe sterzato con un pizzico di convinzione in più e oggi racconterei un’altra vicenda. Forse. Chissà. Di certo il secondo e ultimo lavoro della formazione si affida alle radici con motivazioni profonde. La scena che aveva scagliato i nostri eroi nello spazio (interiore e non) stava per spegnersi e il sistema reagiva trasformando la controcultura in una moda e rimpiazzando l’LSD con l’eroina. La risposta nel tumultuoso 1969 fu un alveo confortante che in anticipo sui Grateful Dead recuperava l’educazione sonora di gioventù e adombrava le tensioni. Benché un po’ discontinuo, Paradise Bar And Grill brilla tuttora negli omaggi a John Fahey (meglio Harfy Magnum della pastorelleria Equinox), nell’omonimo country corale e quello svelto di Copper Plates, nella virile melanconia di Cherokee Queen.

Essendo impossibile ritornare del tutto a un’Arcadia fittizia, gli apici stanno però là dove riaffiora il recente passato e cioè nell’elegante frenesia esclusa dall’esordio di They Brought Sadness e nell’amaro psych-hard Leave Me/Stay. Galantuomini, in Love’s Not The Way To Treat A Friend i Mad River lasciano recitare una poesia a Brautigan, dopo che con una parte dell’anticipo contrattuale già gli avevano finanziato il volume “Please Plant This Book”. Siamo all’epilogo. Stanchezza, frustrazione, Vietnam. Si torna sui libri per evitare l’arruolamento e grazie dei ricordi. Prima di scambiare la chitarra con lo stetoscopio, nel ’76 Lawrence Hammond pubblica il solistico Coyote’s Dream per la Takoma di Mastro Fahey. Tanto per cambiare, una delizia roots destinata a essere culto per antonomasia. Ennesima dimostrazione che nel mondo non c’è giustizia, e adesso spetta a voi rimediare.

Kult Korner: Acid wonderland – la psichedelia modernista dei Plasticland

Un trentennio abbondante dopo i fatti e sulla neo-psichedelia degli ’80 ancora si discute. Di nuovo in auge grazie a Black Angels, Warlocks e compagnia bella e schitarrante, in realtà quel fantastico mutaforma che amo definire acid style non è mai svanito da che ci lanciavamo in animate polemiche su “recuperi” più o meno creativi. Col dovuto distacco, oggi il quadro pare più ampio e bravo il collega Roberto Calabrò nell’escogitare la definizione neo-sixties: solo così contestualizzi adeguatamente e meritatamente chi, allo sfiorire della new wave, pescava nella memoria idee da adattare al presente.

E se talvolta fu revival e basta, bene lo stesso, ché altrimenti una certa tradizione si sarebbe perduta in era pre-internet. Non in questo specifico caso, poiché in mezzo alla California del Paisley Underground e ai garage newyorchesi si stendevano miglia di provincia dove il decentramento favoriva un approccio personale. Esempi a poli opposti di notorietà la Athens dei R.E.M. e Milwaukee, dimora degli alchimisti di Plastilandia.

plasti paisley

Autentici temerari nei primi Settanta John Frankovic (basso) e Glenn Rehse (voce, tastiere, chitarra), allorché nella città dei birrifici e di “Happy Days” mischiavano psichedelia, jazz e rumore come William The Conqueror. Uno adora Canterbury e il krautrock, l’altro ha numi tutelari in Blue Cheer, MC5 ed S.F. Sorrow e in tale eurocentrica mescolanza trovo molta singolarità futura. L’hard rock li spinge a reagire ripartendo con gli ostici Arousing Polaris, i quali chiudono bottega a inizio 1980. In estate rinascono Plasticland e Mink Dress/Office Skills – primo di cinque 7” autoprodotti – infila il lato A tra Tomorrow, July e Pink Floyd mentre il retro fonde stridori e melodia in scia a Soft Boys e Television Personalities.

Nel maggio 1981 l’EP Vibrasonics From Plasticland offre elaborate cartoline acide ed ecco arrivare la sei corde di Brian Ritchie. Ammiratore di lungo corso, Brian suona soltanto nel popedelico, orientaleggiante e imperdibile Color Appreciation/Mushroom Hill dell’aprile ’82 e poi forma i Violent Femmes. Lo rimpiazza l’abile Dan Mullen e, malgrado il costante valzer di batteristi, i Plasticland impressionano per l’eclettismo e la preparazione superiori lasciate in dote dall’età e dalla lunga gavetta.

plasticland

Suggello della prima fase l’EP Pop! Op Drops (apici lo scontro Bo Diddley/Tomorrow di Garden In Pain e il basso energico sotto al derapante fuzz in Drive Accident Prone) e il garagismo pastello di Euphoric Trapdoor Shoes/Rattail Comb. Nel 1984 infatti Glenn e John convincono la francese Lolita ad assemblare un 33 giri ripescando buona parte di quanto sopra (potete recuperare il materiale escluso con demo e rarità sul consigliato CD Mink Dress And Other Cats). Nonostante la logica e lieve disorganicità, Color Appreciation vanta una scrittura stravagante priva di forzature e radici messe in policromia su bianco rileggendo Pretty Things e Pinkerton’s Assorted Colours.

Plasticland sarà la versione per la madrepatria con la scaletta ritoccata: pubblica Pink Dust, sottomarca Enigma che l’anno seguente piazza sotto il vischio il “vero” debutto Wonder Wonderful Wonderland. In quei solchi, suoni pastosi e produzione accurata incorniciano la filastrocca Don’t Let It All Pass Bye e la spigliata Flower Scene, il prestito dai Can Grassland Of Reeds And Things e il fumigare di Gloria Knight, la title-track dove Brian Wilson si aggira impaurito e una Transparencies, Friends dove perfino scorgi gli Stereolab.

plasti salon

Saldato il conto con El Syd rifacendo Octopus sul tributo Beyond The Wildwood, tre decenni or sono Salon conduceva le sonorità in una dimensione un po’ più terrena. Scherzosamente annunciato come “Motown oriented”, sistema in tralice le nervature black escogitando il frizzante beat Go A Go-Go Time e il Beefheart moderno di Don’t Antagonize Me, l’immaginifico freakbeat It’s A Dog’s Life e i trip maligni A Quick Commentary On Wax Museums e We Can’t. Per tacer delle Reserving The Right To Change My Mind e House che, calcando la mano su esecuzione e sonorità, preconizzano i Black Angels maturi. Sogno o son desto?

Immediato il declino a fine decennio: fiacchi i live su Midnight You Need A Fairy Godmother con Twink e Confetti, dimesso il commiato in studio Dapper Snappings uscito postumo nel ‘94. In parallelo alle carriere soliste dei leader, la sigla coprirà una sporadica attività dal vivo dal 2008 portata avanti dal solo Rehse più comprimari. Passo oltre consigliando ai pigri l’antologia Make Yourself A Happening Machine. Per la plasticmania basterà loro un ascolto. Parola d’onore.

Retronow: Angeli Neri in oceani di suono

Gli antichi romani ritenevano che nel nome si celasse la premonizione del destino di ognuno. Per convincermi della validità di questa credenza in ambito rock mi basta pensare ai Black Angels, sogno divenuto realtà dove le cose sono tuttavia più complesse di quel che appare. Per fare un grande gruppo, infatti, non bastano la ragione sociale ammiccante, i loghi e le grafiche altrettanto, un aspetto dimessamente cool. Grande devi esserlo: non c’è provare.

Chiudo il momento “Maestro Yoda” ricordando che la formazione di Austin ha dimostrato di saperla lunga nel peregrinare in quattro decenni di suoni. Che i suoi… ehm… viaggi avvengano in lande conosciute, nel 2017 conta zero per motivi che tanti hanno spiegato meglio del sottoscritto. Il quale considera gli Angeli Neri attuali nella misura in cui poggiano sul distacco temporale e il profondo senso della storia un talento che incrocia Elevators e Velvet, new wave e garage, minimalismo psichedelico e sixties pop.

The Black Angels

La musica pura occupa il centro pulsante dell’universo abitato da questi discendenti dei Brian Jonestown Massacre. In quel vortice, “guardare indietro” significa “guardarsi attorno” per scegliere Maestri di classe, genio, equilibrio e aggiungere qualcosa al canone. Pertanto, a differenza degli ultimi Tame Impala, i texani sono al sicuro dal kitsch e lo sottolinea la disinvoltura con la quale hanno condotto l’autodefinito – in maniera suppongo sarcastica, ma assai acuta – modern vintage sound lungo policrome variazioni sul tema senza sottomissioni ai modelli o svilimenti.

Attraverso la potenza sincretica di Passover e il manifesto/capolavoro Directions To See A Ghost, un Phosphene Dream spedito nelle chart e il pop corros(iv)o di Indigo Meadow, il percorso era sinora immacolato. Lo rimane. Death Song – titolo che chiude il cerchio citazionista, produzione e mixaggio affidati all’esperto Phil Ek – conferma un ensemble che conosce il segreto per far durare tanto un bel gioco. Che del suo linguaggio indaga le pieghe, le varianti, le possibilità. Che esplora ancora all’interno di un perimetro ampio ma definito. Pare roba da nulla e invece rappresenta la spina dorsale di un disco eccellente che prosegue con coerenza un’evoluzione di passi piccoli ma saldi.

black angels cover

Non stupisce per il mero gusto di farlo, Death Song. Preferisce cimentarsi con testi a volte legati all’attualità politica, sfoggiando una mano esecutiva ruvida e una penna scintillante volte a rafforzare la bruma acidula da cui l’orecchiabilità emerge poco alla volta: così Half Believing vanta stimmate Echo & The Bunnymen, I’d Kill For Her sparge zolfo e caligine sugli Yardbirds – e sui Pixies, certo che sì… – di Evil Hearted You, Grab As Much (As You Can) maneggia la pigrizia visionaria e sexy degli Shiva Burlesque.

Il resto ce lo mettono atmosfere cupe e/o fumiganti (Death March, Comanche Moon, Currency), esperimenti riusciti (Hunt Me Down e I Dreamt sono Roky Erickson ostaggio di Can e primi Pink Floyd; la fenomenale Medicine spolvera con chitarre western e garage lisergico un incedere disco funk), ballate ombrosamente struggenti (la sublime e chiesastica Estimate; Life Song: Syd Barrett che entra nei ’70 indenne scortato dai Grandaddy). Nella testa piacevolmente stordita mi balena un’idea: se fossimo al cospetto dei Mudhoney della neo-neo-psichedelia? Da devoto seguace di Mark Arm e compagni mi balocco con l’idea, tuffandomi per l’ennesima volta dentro al maelstrom. Ci vediamo dall’altra parte!

Retronow: Robyn Hitchcock – l’uomo che inventò se stesso

Come tutti i cappellai matti d’Albione, Robyn Hitchcock occupa una dimensione parallela nella quale Doctor Who si getterebbe a capofitto per vedere l’effetto che fa. Da quando chiuse una prima volta l’esperienza Soft Boys, questo personaggio artisticamente obliquo quanto umanamente affabile ha intrapreso un percorso da “leader di sé”, sorta di medium tra noi e certe realtà che stanno oltre il quotidiano ma vogliono comunque comunicare con i comuni mortali. Robyn ti accoglie nella sua testa per condurti lungo le crepe di un continuum spazio-temporale con brani che sono favole sospese tra Lewis Carroll e Sigmund Freud. Che, soprattutto, rappresentano pagine sublimi dell’elogio della follia iniziato suo malgrado da Syd Barrett. Due le porte di accesso a questo meraviglioso mondo: un traslucido folk e la sua elettrificazione, entrambi dipanati su un sentiero che ha l’aspetto del triangolo di Penrose.

Da lì, con l’eccentricità naturale che appartiene ai grandi, Hitchcock (non) spiega ciò che accade dove pochissimi osano guardare. Per questo da tre decenni non manco mai l’appuntamento e pazienza se un paio di volte sono rimasti al minimo sindacale di genio, arguzia, verve. L’ultimo lascito si spingeva invece ben oltre: The Man Upstairs, prodotto tre anni or sono dal mitico Joe Boyd, si raccontava bello di uno spartano e autunnale riallacciarsi all’immensità di I Often Dream Of Trains. E allo scoccare delle sessantaquattro primavere portate benissimo, ecco l’LP omonimo, ché qui viviamo con logiche a se stanti. Meno male: sai la noia, altrimenti.

RH

Secondo il diretto interessato, il lavoro è incentrato su “miti inglesi osservati dall’estero”: lo attestano la registrazione a Nashville, la supervisione di Brendan Benson, il trio affiatato di strumentisti, ospiti defilati che per lo più sono amici come Gillian Welch e Grant Lee Phillips. Questo per ciò che attiene alla cronaca, il distacco della quale mal si adatta a una mente in cui abbondano rebus, labirinti e scale di Escher. Sono semplici dati oggettivi in un contesto dove devi farti trasportare da canzoni che ti osservano curiose però riservate, come gatti domestici pur sempre legati alle loro regole. A questo giro di giostra primaverile, dunque, l’aria è quella fresca e profumata della raggiante popedelia modernista codificata in Black Snake Diamond Role, Fegmania! ed Element Of Light, apici del “lato elettrico” che, assieme alla spoglia acusticheria di cui sopra, conferma il ritorno alla forma smagliante.

hitch lp

Per convincersi basta un ascolto dell’iniziale ibrido tra Roxy Music e Mott The Hoople I Want To Tell You About What I Want, delle scintille jangle-rock sull’asse Byrds/Beatles/Big Star Virginia Woolf e Detective Mindhorn, di una favolosa Time Coast che diresti sottratta a Revolver. Se Mad Shelley’s Letterbox è power-pop da manuale e Sayonara Judge si porge notturna e flessuosa, il genius loci nashvilliano è trattenuto in una divertita e divertente I Pray When I’m Drunk e dalla pedal steel della rilassata 1970 In Aspic.

I capolavori assoluti Rob li sistema in sequenza per non farsi mancare nulla: Raymond Of The Wires è psichedelia vetrosa in volute pastello dal fascino istantaneo e duraturo; lo stesso Autumn Sunglasses, ma fasciata in toni orientaleggianti e sentire ipnotico. Per quanto mi riguarda, era da Queen Elvis che l’acid-rock del londinese non suonava così vivido e fantasioso. Tutto da stupirsi o forse nulla. Del resto, siamo al cospetto di Robyn Hitchcock, l’uomo che inventò se stesso.

Thyme Perfumed Gardens-3: Kak

L’acid-rock è come il nero: sta bene su tutto. O quasi, perché il rischio di sbrodolare è dietro l’angolo se l’attitudine “espansiva” non possiede strutture solide – leggasi: canzoni – a sostegno. Quando difetta la penna, non bastano la palla lunga delle dilatazioni e il pedalare di wah-wah. Altrimenti, quei fulgidi giorni californiani tra ’67 e ’69 avrebbero partorito solo Geni. Pensandoci bene, la realtà non è comunque lontana: lo dimostrano i nomi di vaglia che formano l’iceberg sotto la Santissima Trinità Quicksilver/Grateful/Airplane. Gente spesso sfortunata o poco avvezza a gestire una carriera e, di conseguenza, riverita solo a posteriori.

Ad esempio, pochi ricordano i Kak per l’unico LP omonimo pubblicato nel 1969, citandoli giusto come fulminea “anticamera” del Gary Lee Yoder pre Blue Cheer. E benché Kak non offra copernicane riscritture della storia, vale la pena averlo nel caso in cui nutriate un interesse non superficiale per la psichedelia. Divenuto subito una rarità sovente taroccata, ha saputo scavarsi una nicchia nel cuore di appassionati e studiosi in virtù di una natura assai meno derivativa di come la si dipinge: qui estatica e incantata, là nevrotica e scalpitante, mai dimentica delle sorgenti – folk, blues, country – da cui attinge. Forse, in epoche più vicine alle nostre, allorché il concetto di scena provinciale ha goduto di interesse critico e successo commerciale, i Kak avrebbero ottenuto di più. L’avrebbero meritato. Nel 1967, però, per combinare qualcosa, dovevi trasferirti da Davis, California, a San Francisco. Cosa che i ragazzi fecero, ma che a nulla valse anche per questioni di spiccata “attitudine” freak…

Kak[1]

Un passo indietro: nell’Estate dell’Amore il cantante e chitarrista Gary Lee Yoder è reduce dagli Oxford Circle, pionieri di una psichedelia furente e muscolare che, tuttavia, raggranellarono solo il 45 giri acid-garage Foolish Woman/Mind Destruction e palchi condivisi con la Joplin, i Grateful Dead e i Jefferson Airplane (saggi del loro valore in Live At The Avalon 1966, CD Big Beat del ‘97). Siccome di stare con le mani in mano non vuol saperne, organizza eventi artistici e concerti cercando di scuotere la cittadina dal torpore. Una sera gli si para davanti tal Gary Grelecki, il quale afferma di essere un suo fan e che peccato che gli Oxford Circle si siano sciolti. Già che ci siamo, ti piacerebbe essere sul libro paga della CBS? Certo, amico: ecco il mio numero. Due mesi dopo squilla il telefono e quel pazzoide informa Yoder di aver ottenuto la firma promessa, grazie al padre ammanicato con il talent-scout della Epic, Chuck Gregory. Viva il nepotismo, una tantum.

Inizialmente progettano una corsa solitaria, optando però quasi subito per una band a tutti gli effetti. Saggiamente, visto che le When Love Comes In e I Miss You incise da Gary Lee per il demo portato da Grelecki alla Epic sono esercizi di rock bluesato di scarsa personalità. Il giovanotto però nel cassetto ha pezzi di livello superiore e altri ne sta scrivendo con il compare. Mancano ancora le persone giuste, trovate a inizio Sessantotto nell’esperto bassista Joe-Dave Damrell, nel batterista e tastierista di estrazione classica Chris Lockheed, nell’ex sei corde degli Oxford Circle Dehner Patten. Tutti si conoscono, stanno combinando poco e l’occasione è ghiottissima. Eccoli poco dopo a San Francisco, ospiti in una villa di amici del Grelecki a lavorare duro su arrangiamenti e composizione.

Una prima serie di registrazioni produce per lo più seccature con Gregory, che viene allonato. A settembre ci si riprova in uno studio di Hollywood adibito a trasmissioni radiofoniche. Con l’aiuto di una statua di Budda, dei Kak (parole loro) “più in aria degli aquiloni” si fanno bastare una settimana per confezionare la scaletta, solida ed eseguita con piglio vibrante. Dalla copertina, sulla quale un groviglio alla Max Ernst incornicia la doppia esposizione fotografica dei Nostri, splendono in eterno nove iridescenti pepite di elevata caratura. HCO 97658 accoglie con un’entusiastica pallottola di ottanta secondi, Everything’s Changing cavalca esaltata ed esaltante in sella ai Moby Grape per lande di assoli lussureggianti, in Electric Sailor Patten presta l’ugola a un’innodia elegante e possente.

Nel prosieguo si strapazza il rhythm’n’blues con classe (Disbelievin’), porgendo poi un traslucido, pacato country-rock (I’ve Got Time) e omaggiando Donovan nell’incantata estasi Flowing By. Tiri il fiato e Bryte ‘N’ Clear Day riparte al trotto, spianando la strada all’articolato capolavoro Trieulogy, che transita dai Love più mestamente hendrixiani a slanci folk-rock innervati di groove e, infine, plana dentro un Happy Trails rasserenato. In chiusura, sinuosa e sardonica come il Brucaliffo, Lemonaide Kid orientaleggia tra volute di fumo fuorilegge. Alla faccia dei minori

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Ciò nonostante i Kak si sfasciano. Mancando un vero manager, dal vivo suonano raramente (una dozzina i concerti in totale!), cazzeggiano, si sballano con l’erba. All’etichetta frega poco e, a un certo punto, uno stanco Damrell saluta. Con lui finiscono l’alchimia e questa vicenda. Gary Lee pubblica un fiacco singolo a suo nome, poi si unisce ai Blue Cheer con Paul Wahley, altro ex del Circolo di Oxford. Kak si trasforma in reliquia fino al primo CD ufficiale del 1992 e all’edizione “filologica” su Big Beat di sette anni posteriore, reintitolata Kak-Ola e allungata da svariati bonus comprendenti le succitate prove di Yoder e versioni alternative del già noto. Frattanto, un’altra formazione aveva (ri)collocato Davis sulle mappe dell’acid-sound. Si chiamavano Thin White Rope.