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Kevin Morby: a soul on the road

Come scrissi a proposito del rock’n’roll romantico Elliott Murphy, nei primi anni Settanta la caccia ai “nuovi” Dylan causò più danni della grandine. Altresì vero che il rock abbonda di gente schiacciata dai propri modelli, talvolta immeritatamente e per prevenzione di chi ascolta ma nella maggioranza dei casi per mera mediocrità. La popular music in sostanza è un’arena dove chiunque inizia “facendo come” qualcun altro e, per selezione naturale, i migliori a un certo punto fanno come se stessi. Ecco: Kevin Morby sta un po’ nel mezzo, tuttavia pare indirizzato sulla strada giusta.

Talento di provincia ispirato dal nomadismo insito nella cultura statunitense, è uno sradicato (il padre lavorava per la General Motors, portandosi dietro la famiglia nei tanti spostamenti) che ha imparato presto a contare su di sé, sviluppando l’introspezione che a un cantautore torna sempre utile. Quasi fosse segnato dal destino, nasceva in quella Lubbock trentuno anni fa e, dopo un lungo vagare per il Midwest, approdava a Kansas City; diciottenne, si trasferiva a Brooklyn e quattro calendari dopo imbracciava il basso per i Woods e fondava i Babies con Cassie Ramone delle Vivian Girls.

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Tutte prove tecniche per il salto col quale nel 2013 lasciava anche la Grande Mela per L.A. tuffandosi nel frattempo anche dentro il pozzo della tradizione. Quando usciva allo scoperto con Harlem River, l’omaggio alla metropoli d’adozione parlava la lingua di un songwriting confessionale ampiamente storicizzato. Nulla di male, siccome mantenendosi lontano da stilemi e fotocopie, Kevin regalava belle promesse e una gemma come la dilatata title-track. Successivamente Still Life, Singing Saw e City Music hanno sottolineato la qualità della sua Americana sospesa tra urbano e bucolico, tenebre e luci, acustico ed elettrico.

Dallo scorso aprile, in tale contesto Oh My God segna un altro passo disinvolto e sicuro. Di esso non respingono la natura di esplicito concept incentrato sulla religione – in realtà si tratta di un senso di spiritualità interiore – né una copertina un po’ così. A svelarne la natura contribuisce la scintilla a monte: nel gennaio 2017, il sodale Sam Cohen suggeriva a Morby sonorità policrome però più del solito minimali. Raccolta la sfida, il disco veniva terminato entro altri dodici mesi.

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Il rimettersi in gioco e la calma si sono di conseguenza saldate alla maturità in un lavoro che maneggia il suono americano – ma non solo… – con la conoscenza della storia e un’acuta contaminazione. Del tipo che svecchia la classicità quel tanto che basta per cancellare gli eccessi di conservatorismo e mescolare le carte. Da qui una Seven Devils di melanconia epica prossima al Bill Fay di Life Is People, la Nothing Sacred/All Things Wild che spedisce Zimmie con le mani umide d’acquasantiera a fare già i conti con Oh Mercy, i lustrini mescolati al gospel sulla Highway 61 di OMG Rock’n’roll, una Hail Mary che dalla cantina di Big Pink ipotizza un diverso Blonde On Blonde.

Testimone una versione metropolitana di The Band, la title-track benedice l’incontro tra l’autore di Time Of The Last Persecution e Sua Bobbità, altrove rinsavito da No Halo e I Want To Be Clean. E se Piss River avvolge il cuore come una giostra al calar della sera, Savannah e Sing A Glad Song rasserenano l’artista che Ballad Of Faye ossequia nel titolo, essendo la forma un inquieto strumentale jazz. Appropriatamente, è l’elegiaco soul dell’uomo bianco O Behold a chiudere un “difficile quinto album” dove Kevin si fa notare e anche ricordare. Dati i tempi, non mi pare poco.

Quando John Hiatt cavalca da re

Avrete notato anche voi che quasi nessuno si sottrae dal rimarcare quanto la vita faccia schifo. Fossimo un filo più empatici verso le altrui sciagure, forse vedremmo certe nostre quisquilie dileguarsi come neve al sole. C’è da provarci, almeno, mentre ci nutriamo l’anima con dischi, libri e film. Pensando a Mr. John Hiatt trovo queste banali annotazioni quotidiane perfette, poiché la coppia di LP che ne rappresenta l’apice ha alle spalle un percorso drammatico. Benché di tali sofferenze rechino i segni poco più che in tralice, Bring The Family e (in misura assai minore) Slow Turning sono pura catarsi sonora e anche lì sta tanta della loro bellezza.

Una bellezza che ha consegnato al plauso di critica, colleghi e fan un nome viceversa sconosciuto al grande pubblico. Non le sue canzoni, però. Tra i tantissimi che lo hanno interpretato o riletto sfilano Bob Dylan, Eric Clapton, Willy De Ville, Bonnie Raitt, Joe Cocker, Willie Nelson, Emmylou Harris, Iggy Pop. Consideratelo un risarcimento – inclusi i meritati diritti d’autore: di sola gloria non si vive – per ciò che l’uomo nato a Indianapolis nel 1952 ha patito.

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Da bambino John perde a breve distanza un fratello maggiore suicida e il padre per malattia. Trova conforto in Presley, Cohen e Dylan come in Otis, Mississippi John Hurt e Odetta, appoggiando insomma il folk al soul e al blues e, sventuratamente, appoggiando alla bottiglia il ragazzo impacciato e grassoccio che a diciotto anni molla tutto e va a Nashville. Per venticinque dollari la settimana scriverà conto terzi duecentocinquanta brani, compresa la Sure As I’m Sitting Here nel ’74 hit dei Three Dog Night e lasciapassare per un contratto con la Epic. L’era del ghost writer termina rivelando già il destino: Hangin’ Around The Observatory e Overcoats piaciucchiano guisto alla stampa e tanti saluti.

A spasso per un lustro, Hiatt si trasferisce in California, ascolta Elvis Costello e Graham Parker, riconosce un idem sentire e raccoglie intuizioni preziose. In coda al decennio passa alla MCA ma Slug Line e Two Bit Monsters cadono nel vuoto. Siamo al 1982: Across The Borderline, vergata con Ry Cooder e Jim Dickinson, fa sì che David Geffen lo assoldi. Pasticciato da Tony Visconti All Of A Sudden, spetta a Riding With The King (in parte supervisionato da Nick Lowe e inciso con i Rockpile) rendere una prima giustizia laddove Warming Up To The Ice Age segna la fine della corsa.

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Il colpo è durissimo. Lasciate moglie e figlia, John prende a distruggersi con alcool e droghe e ce la farebbe di sicuro, non fosse che la consorte si uccide e qualcosa scatta. Con la piccola Lily oggi cantautrice, Hiatt torna a Nashville, si ripulisce e butta giù Canzoni intessute di autobiografia. Quando è ora di offrirle al mondo, Lowe chiama Jake Riviera della britannica Demon: stanziati trentamila verdoni, chiede a Hiatt chi desideri in studio. “Ry Cooder, Nick Lowe, Jim Keltner” la risposta e la formazione che in quattro giorni incide Bring The Family.

La passione e l’onestà confessionale di un’anima redenta, un’ugola da nero modernamente bianco e la misurata maestria dei musicisti asservono una penna in stato d’assoluta grazia, dal trascinante rhythm’n’rock Memphis In The Meantime alla sublime dichiarazione pianistica Have A Little Faith In Me, dall’acustico cantar d’amore Learning How To Love You alla Your Dad Did raffinatamente sfrontata nel citare Street Fighting Man, dalle accorate Lipstick Sunset e Stood Up alla gioia di una Thank You Girl sull’asse Stones/Creedence/Springsteen e del MacManus in combutta con Jagger e Richards per Thing Called Love, dal sinuoso Al Green candeggiato di Alone In The Dark al crepuscolo Tip Of My Tongue.

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Più che canzoni, sono ritratti di un individuo che ha attraversato l’inferno, si è cucito le ferite da sé e, ragionando con maturità sul più elevato dei sentimenti, ha scolpito un capolavoro. Ovvio che il confronto con il comunque pregevole successore Slow Turning sia privo di senso. Non potendo contare sul dream team di cui sopra, Hiatt si affida all’esperto produttore Glyn Johns e ai Goners, formazione guidata dal chitarrista Sonny Landreth che lo accompagna anche sul palco. Tra oasi blues e gospel, attinge da Exile On Main Street e Willie And The Poor Boys sfumando l’urbano nell’agreste (la title-track, Drive South, Trudy And Dave) e alternando la briglia sciolta (Tennessee Plates, Ride Along) a magnifiche ballate (Icy Blue Heart, Feels Like Rain).

Il ciclo si chiude sul bello stile di Stolen Moments e il mediocre tentativo chiamato Little Village di ripetere nel 1992 l’intesa con lo studio legale Cooder, Keltner & Lowe. Da allora John ha consegnato un gruzzolo di lavori mica male e qualche zampata degna del fuoriclasse, uscendo spesso e volentieri dal suo ranch in Tennessee per suonare dal vivo. Stasera si esibirà in un giardino liberty adibito a parco pubblico che dista mezz’ora da casa mia. Sapete dove trovarmi.

Il maestro prodigo Ry Cooder

Cosa ci saremmo persi se Ryland Peter Cooder non fosse mai nato… Per attenermi all’indispensabile: un musicista poliedrico che odia i virtuosismi; un compositore di colonne sonore per lo schermo e la mente; un’enciclopedia dell’Americana dalle radici alle ali e ritorno; un infaticabile indagatore di culture. Aspetti complementari del Genio che ritrovo esplicitati o tra le righe in The Prodigal Son, lavoro fresco di stampa con i crismi del sunto di carriera. Del gesto che prova a fermare la clessidra con l’unico mezzo disponibile a un essere umano: l’Arte.

Un’Arte tanto più pura quanto più si contamina, pescando dal fluire del tempo e nel tempo accomodandosi mentre parla degli Stati Uniti, di storia e leggenda, di spiriti e spirituals. Che si tratta di un auto-compendio lo provano il ritorno del settantunenne a trascorsi metodi di registrazione e il dominio quasi assoluto sul parco strumenti, con giusto un paio di ospiti e batteria e coproduzione affidate al rampollo Joachim. Soprattutto, lo sguardo rivolto a quando iniziava a donare nuova linfa alla tradizione, trattenendone i significati e travasando la contemporaneità in una sapienza musicale assoluta.

Prodigal Son

Ora come allora, è il passato che spiega dove sta (e stiamo) andando. Lontano, vi dico, perché questi cinquanta minuti si aggiungono all’epopea di Chavez Ravine e all’Esopo traslocato nella Grande Depressione di My Name Is Buddy. Senza nulla togliere al discreto I, Flathead e completando il quadro con lo sbocciare di una rimarchevole cifra autoriale, sono un altro pugno di istantanee così antiche da essere più che mai vive.

Per loro tramite, l’uomo di Santa Monica tira le fila di una fulgida vicenda lunga più di mezzo secolo, che dai Rising Sons – via Captain Beefheart e Randy Newman, Little Feat e Van Dyke Parks e Stones – plana nel cuore di una carriera solista partita (e qui il cerchio si chiude perfetto) affrontando proprio Blind Willie Johnson e Woody Guthrie. Poi sarebbero giunti tex-mex, gospel, soul, le Hawaii, il Buena Vista Social Club, Talking Timbuktu… In giorni più vicini, un libro di racconti e l’impegno politico di Pull Up Some Dust And Sit Down ed Election Special. Tuttavia la fonte era e resta l’anima di un uomo. Il blues.

Ryland

The Prodigal Son lo inzuppa in gospel e country su consiglio di Joachim: pensate che meraviglia, figlio e padre prodighi che omaggiano altri padri scagliandoli oltre il Duemila in atmosfere che disegnano un più terrigno e solare Oh Mercy. Esemplare l’incipit Straight Street dei Pilgrim Travelers, pescato dai ’50 e rivestito di nuove corde, pelli, voci d’ebano. Una delle quali appartiene a Terry Evans, amico e fidato collaboratore scomparso di recente: eppure non è triste – virilmente melanconica, piuttosto – l’elegia tallonata dal caracollare spavaldo di Shrinking Man e da un’elettroacustica Gentrification affacciata sull’Africa sub sahariana.

Autografi sensazionali che si saldano senza cesure ai traditional (la title-track immagina John Fogerty negro ed esuberante, In His Care rasserena Tom Waits a colpi di acquasantiera) e ai brani altrui (il soul celtico You Must Unload, la chiesa traslocata in strada per I’ll Be Rested When The Roll Is Called) di cui il Maestro si appropria. Sono comunque tre i momenti che svelano l’intima essenza del disco: una cover da brividi di Nobody’s Fault But Mine che sta al Nostro come Blind Willie McTell a Dylan; Jesus And Woody, commovente folk latino e farina cooderiana della più pregiata; Everybody Ought To Treat A Stranger Right: Johnson il Cieco reso gospel swingante. Tre apici di un matrimonio tra forma e contenuto che la contemporaneità celebra molto di rado. Perché alla bisogna servono esperienza, visione, sentimento. Perché serve Ry Cooder.

Steve Earle, natural born outlaw

Non so come la vediate, ma per me era dal tributo Townes del 2009 che – escluso lo splendido I’ll Never Get Out Of This World Alive – Steve Earle temporeggiava. Alla sua maniera, certo, ovvero con classe ed estro rari e piazzando a ogni giro di giostra un fastello di brani memorabili. Tuttavia, dopo quell’incombenza (in parte gioiosa e in parte amara, incentrata com’era sul ricordo del mentore e più d’ogni altra cosa amico Townes Van Zandt) sulla lunga distanza la scintilla del fuoriclasse un po’ latitava.

Datemi del musone, però questa è casa mia e ho il diritto di cercare il pelo nell’uovo. Provo a spiegarmi meglio, comunque: assolutamente presente a sé, Steve pareva intento a ripigliare fiato dopo aver affrontato un peso massimo del canzoniere americano, come se la carica emotiva sprigionata ricordando l’Uomo di If I Needed You avesse richiesto un prezzo non dappoco. Ci sta eccome, considerate le circostanze biografiche e non che tutto ciò rappresenti una colpa. La vita va così: a volte devi seguirne il corso anche se sei nato per nuotare controcorrente.

Earle

Per questo motivo, saldato il debito, lo sguardo del Nostro si volge al passato e agli esordi da nuovo tradizionalista. Ricordandoli apertamente, quegli anni, in note interne vibranti commossa nostalgia per un’epoca perduta e per tanti compagni d’avventura che non sono più. Suono e attitudine di conseguenza sono viepiù essenziali, sistemati a reggere canzoni pulsanti l’energia del songwriter che dal popolo pesca la materia per scrivere pensando poi sempre alla “gente”.

Senza demagogia o retorica, perché si tratta di distillare un vissuto e renderlo universale, alla maniera di un Bruce Springsteen o di un John Mellencamp al top e mica è robetta, siccome dal Capolavoro Copperhead Road in poi Mr. Earle è legittimamente considerato un modello, un caposaldo di un retaggio che anche con lui si è rinnovato. Un gentiluomo nonostante tutto, costui, che bada al sodo e sotto l’aspetto da Allen Ginsberg del vecchio West qui sferza e carezza – con ugola che ha visto cose che noi umani eccetera – un mazzo di country‘n’roll sporchi e intimi come si conviene.

Outlaw

Arriva subito dritto al cuore So You Wannabe An Outlaw, aprendosi sul “bandito country numero uno” Willie Nelson che spartisce il microfono col padrone di casa nel rugginoso caracollare elettrico omonimo. Indicando senza indugio alcuno che il livello compositivo è tornato ai vertici, laddove l’universo umano resta il medesimo, a ennesima riprova che lo scrittore serio parla di ciò che meglio conosce. Ecco l’amore che tutto muove (Lookin’ For A Woman, The Girl On The Mountain) oppure si trasforma in tormento (You Broke My Heart, il duetto con Miranda Lambert This Is How It Ends), la durezza dell’esistenza (If Mama Coulda Seen Me, The Firebreak Line) e la sabbia che scorre implacabile portando via qualcuno di importante (una sublime Goodbye Michelangelo, saluto al Maestro Guy Clark saggiamente posto a suggello e, per chi scrive, seria candidata a “canzone del 2017”).

Cose bellissime intessute di stoffa che nelle giuste mani dura in eterno e, del resto, il sarto lavora con passione e vigoria, mettendoci l’anima e versando la rabbia sia nelle invettive (stupenda, la livida Fixin’ To Die da Mark Lanegan dei bei tempi) che in ingannevoli sguardi verso la luce (Walkin’ In LA). Niente trucchi, niente inganni. Felicissimo di sentirti di nuovo in forma smagliante, caro desperado.

 

Neil Young, unplugged prima di te

Quando affronti un mostro sacro i polsi tremano sempre un po’. Per timore reverenziale, certo, ma anche perché ti domandi come potranno reagire i fan oltranzisti a possibili giudizi infedeli alla linea, augurandosi che non siano tutti pseudo zappiani o spingsteeniani e cioé gente convinta di aver visto Dio. Per quanto mi riguarda, il punk ha insegnato che gli idoli non servono e i modelli invece sì. Che gli uomini sbagliano e possono redimersi. Che l’amore sarà magari cieco però di certo non è sordo.

 Pertanto spero che nessuno si offenda se affermo che nel nuovo secolo la traiettoria di Neil Young (al solito per nulla lineare: costui è sul serio un Cavallo Pazzo) è soprattutto ondivaga e offuscata. Estratto il tris di Prairie Wind, Chrome Dreams II e Psychedelic Pill da un mare di mestiere, esperimenti sfocati e inconcludenze, pare che – avvertendo lo scorrere delle lancette e a maggior ragione da che nel 2005 rischiò di rimetterci la pelle – il canadese butti fuori dischi perché il tempo stringe. Posso capirlo, eppure preferirei che pubblicasse con maggior discernimento e rispetto verso il senso del suo operato.

 Hitchhiker

Scrivo queste parole e subito mi sovviene che l’umorale Mr. Young non è un esempio di coerenza. Che gli vuoi bene anche per lo svolazzare da falena che sbatacchia contro la luce, cade e poi, rifiorita, vortica attorno a un palpitante nucleo di ispirazione partorendo Capolavori e splendori. Forse per nonno Neil il senso di cui cianciavo sopra è vivere facendo ciò che gli aggrada come gli aggrada e chi lo ama lo segua. Può darsi. Del resto parla chiaro anche la modalità un filo meno capricciosa con la quale riordina gli archivi, benché sia proprio frugando nel vortice emotivo di una gioventù già matura di ricordi che vengono a galla i Live At The Fillmore East e Live At Massey Hall 1971 capaci di mettere in secondo piano ogni magagna. Anche Pono e Americana.

Al novero delle pepite potete ora aggiungere anche le incisioni rupestri di Hitchhiker. Mezz’ora buttata giù con chitarra acustica, armonica e voce la notte dell’undici agosto 1976 agli Indigo Studios di Malibu con giusto qualche pausa per bere e fumare. Il fido Dave Briggs dall’altra parte del vetro a mixare in diretta, Neil si schiarisce la voce e, lo sguardo tagliente, snocciola un brano dietro l’altro. In realtà dialoga con se stesso e con fantasmi passati e presenti, chiedendo loro per l’appunto un… passaggio durante un momento particolarmente critico del percorso. E di quegli anni tormentati ma fertili spesi tra il buio dell’anima e la spiaggia, le composizioni incarnano l’attimo in cui inizia a scorgere la luce in fondo al tunnel.

Neil-Beach by Henry Diltz

E’ insomma una sorta di “unplugged” ante litteram e conta zero che all’epoca l’autore lo accantonasse perché a riascoltarsi si percepiva “piuttosto fuori”. Conta che l’insieme regga e che sia tornato otto volte a pescare dal pozzo magico. Segno che in quelle canzoni Young credeva: ne aveva ben donde, siccome il bianco e nero si illumina d’immenso in una Powderfinger asciutta e focalizzata sulla vicenda alla Cormac McCarthy, in una title-track di rock’n’roll acustico intessuto di brividi, nelle allucinate Pocahontas e Ride My Llama pronte per la ruggine che non dorme mai.

Annotato che sono due gli inediti assoluti (il tetro schizzo Hawaii e l’atavico, solido folk Give Me Strength), risultano lampanti i significati di una Campaigner all’epoca indirizzata a “Tricky Dicky” Nixon (oggi a Donald Trump: tutto cambia perché nulla cambi) e della Human Highway che rimugina sui brandelli di sogno americano sparsi a mulinare nel vento. Aggiungete infine il dolersi nebbioso Captain Kennedy e il pianoforte di The Old Country Waltz e vi ritroverete nelle mani pura polvere del cuore. D’oro, ovviamente.

 

The many sides of Terry Allen

Gli Stati Uniti sono una terra di estremi dove c’è posto per chiunque. In barba a certi aspetti retrivi e ultraconservatori, vi ha trovato una nicchia anche Terry Allen, figura tra le più stravaganti e inclassificabili di ciò che per comodità definiamo “Americana”. Eccentrico e arguto songwriter di confine in senso sia metaforico che letterale, Terry ha segnato la scuola texana con uno stile nel quale confluiscono (auto)ironia, cinismo e l’abilità a scoprire i dettagli surreali nascosti nella provincia. I suoni e le parole del suo country, coì unico e opposto alle banalità di Nashville da essere stato definito progressista, hanno infatti più a che vedere con lo “spirito” del rock.

Lo stesso per un senso dell’umorismo talvolta vicino a Randy Newman e per certe similitudini con David Byrne, l’eclettismo e la volontà di colmare il divario tra cultura “alta” e “bassa” soprattutto. Del resto si tratta di uno nel cui curriculum figurano opere di pittura e scultura custodite in svariate gallerie mondiali e che si è misurato con istallazioni multimediali, teatro, visual art. Un piacere dunque apprendere che la Paradise Of Bachelors (Nap Eyes, Gun Outfit, Promised Land Sound: vi basta?) ha ristampato il suo LP d’esordio Juarez in un’edizione che finalmente recupera le litografie originali e che il prossimo ottobre si replicherà con il Capolavoro Lubbock (On Everything). Ripresomi dal gioioso KO, vi racconto due o tre cose che so di lui.

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Terry nasce in Kansas nel maggio del 1943, da una pianista di night club e un ex giocatore di baseball professionista che presto si trasferiscono a Lubbock (Texas) a organizzare incontri di boxe e serate danzanti separate per neri e bianchi. Nei weekend il fanciullo ascolta B.B. King, Jimmy Reed e il country, impratichendosi con la chitarra e lo strumento di mamma finché il rock’n’roll e la prima automobile non suggeriscono desideri di fuga. Da una piattezza così odiata che finirà per amare, Terry saluta gli ex compagni di liceo Butch Hancock, Jimmie Dale Gilmore e Joe Ely (!) per Los Angeles. Milita in tali Black Ball Blues Quartet aprendo concerti di Leaves e Love e nel ‘66 si laurea. In piena controcultura insegna arte a Fresno e Berkley (proseguirà fino al ‘79), stringe amicizia con Lowell George e firma un contratto da solista che si perde nel nulla.

Da pittore e scultore quale in primis è, ricostruisce la tradizione con un approccio compositivo per immagini: quanto l’idea sia felice lo spiega nel 1975 Juarez, mille pezzi di vinile corredati da disegni che narrano una vicenda di sbandati al confine tra Messico e Stati Uniti precorrendo Quentin Tarantino e forse pensando a Cormac McCarthy e Jim Thompson. E’ un progetto cui l’autore è molto legato – ci tornerà su in teatro e con un radiodramma – e sai lo scoramento quando, conclusa l’esposizione, una parte delle opere va persa tra incendi e alluvioni. Dai brani, composti tra ’67 e ’75 e registrati con un budget quasi inesistente affidandosi a voce, piano e corde acustiche, estraggo la caratura di There Oughta Be A Law Against Sunny Southern California e Cantina Carlotta, di Cortez Sail e Border Palace.

Lubbock

Rimpatriato nella cittadina d’adozione, Terry fonda l’etichetta Fate per risparmiarsi ulteriori grane con lo showbiz. Poi si prende un lustro per Lubbock (On Everything), indimenticabile galleria di “ritratti sonori” carichi di umana universalità. Quattro facciate fragrantemente alt-country che sparigliano le carte ed espandono la tavolozza con l’esperto produttore Lloyd Maines, bravo ad amalgamare elettriche e violini, fisarmoniche e ritmi. Da par suo, Terry tratteggia favolose cartoline tex-mex (Rendezvous USA, My Amigo) e palpitanti cuori della prateria (The Girl Who Danced Oklahoma, Lubbock Woman, Amarillo Highway), porge valzer e ballate (The Great Joe Bob, The Wolfman Of Del Rio) e immagina crocevia tra Harvest e Little Criminals (Flatland Farmer, I Just Left Myself).

Se non intona un’ode alla moglie o sbeffeggia gli artistoidi, tocca il cielo con The Beautiful Waitress e la caracollante New Delhi Freight Train, già nel repertorio dei Little Feat. Impossibile superarsi e il saggio nemmeno ci prova: nel 1980 Smokin’ The Dummy svolta verso il rock anche in conseguenza dei palchi calcati con la fedelissima Panhandle Mystery Band. Da ricordare almeno The Heart Of California, accorata dedica a un Lowell da poco scomparso, l’honky-tonk Texas Tears, una The Lubbock Tornado palestra per Steve Earle, la malinconica Red Bird.

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Tre anni ancora e Bloodlines divide con un piglio quel tot più sperimentale derivante dagli impegni teatrali con cui l’uomo frattanto si è misurato. A me piace parecchio questo disco che bistratta la religione e irrobustisce There Oughta Be A Law…, che veste di mariachi Cantina Carlotta e dispensa classe a piene mani, più che altrove nella celtica Ourland, nel gospel bianco Oh Hally Lou, in Gimme A Ride To Heaven, Boy, esilarante storia di un Gesù ladro d’auto. Conclusa una fase, ci si concede discograficamente con parsimonia. Nei secondi Ottanta Allen intona Cocktail Desperado nel film “True Stories” dell’amico Byrne; in Pedal Steal assembla dialoghi e scampoli musicali per uno spettacolo della Margaret Jenkins Dance Company, cui regala anche il più disteso Rollback; per la colonna sonora del documentario “Amerasia”, in anticipo sui Dengue Fever registra in Cambogia e Tailandia con strumentisti locali.

Accordatosi con la Sugar Hill per rieditare il catalogo Fate, le affida nel ’96 un brillante Human Remains e nel ’99 il sanamente blasfemo Salivation, mentre nel 2005 The Silent Majority metterà ordine tra varie stramberie. Dopo aver benedetto Ryan Bingham con un cameo in Mescalito, alla soglia dei suoi settanta Terry ha guardato a Juarez col senno del poi nel minimale Bottom Of The World.  E poi, nel 2020, un altro disco bellissimo fa i conti con il retaggio – letterario e non – del Grande Paese: si intitola Just Like Moby Dick e ha tutto l’aspetto del riassunto di carriera. A me pare il suo disco più bello dall’ode a Lubbock, per cui siate saggi e mettetevi in casa anche questo ennesimo saggio di talento, poesia e apertura mentale. Doti di un artista unico, che sul giradischi alterna Trout Mask Replica a Blonde On Blonde e nelle interviste cita Flannery O’Connor e Antonin Artaud. Che vive sereno circondato da quadri e sculture con la consorte conosciuta alle medie. Un po’ umanista moderno, un po’ gentleman del Sud e tanto, tantissimo Genio.

Non solo folk. Il camaleontico, geniale Ryley Walker

Certo che ne leggi di stramberie da che, “grazie” a Internet, il livello medio del giornalismo musicale di questo paese è in picchiata. Perché sai che voglia ha la più parte di quelli che scrivono di verificare le fonti e ascoltare un disco più di tre volte quando in tasca non gli viene un euro. Di conseguenza, oltre a un italiano sovente da bastonate, in rete e purtroppo spesso pure sulla carta stampata ti imbatti in giudizi un po’ così. Del tipo che, perplesso, ti chiedi con quali orecchie sia stata mai ascoltata la musica che ne è oggetto. Vengo al punto. Per capire come è stato recepito il nuovo LP di Ryley Walker ho buttato l’occhio anche su alcuni noti siti: uno regala perle come “netto imborghesimento del suono” e “scenografia generale piuttosto scialba” riferita al “punto di vista strettamente emotivo”.

Tutto ciò da parte di chi dimentica un intero trentatré giri e considera Primrose Green l’esordio di Walker. Però. Che Onda. E che Rock, questi figli di Piero Scaruffi che avanzano! Taglio corto sullo squallore per risparmiare spazio utile a ben altro. A riferire magari che il mio apparato uditivo avverte forte e chiaro un progresso in questo nativo dell’Illinois, cresciuto nell’alveo punk-rock di Chicago e decollato da classicista folk per recapitare un moderno classico. Lo scorso anno Primrose Green si imponeva infatti tra i lavori più intensi del decennio col suo crocevia tra Tim Buckley e John Martyn, tra Van Morrison e Nick Drake.

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Un prodigio del quale – sorpresa! – Ryley pare non essere altrettanto entusiasta. Forse spinto dalla voglia di andare oltre, lo ritiene oggi una dimensione non “sua” e starà mica bluffando o giocando al ribasso con le attese? Nossignore: Golden Sings That Have Been Sung conferma un Talento con le idee chiare, un artista sincero cui non piace farsi incasellare e che asseconda i moti dell’umore e le pieghe del vissuto. Uno che, come cento altri, attinge dal passato però sa come incrociare tra loro epoche e stili. Così, le sue nuove composizioni partono dall’arcobaleno ’67-’72 per inoltrarsi nei Novanta, che furono sì gli anni del grunge, del crossover e dell’indie divenuto fenomeno “di massa”, ma anche l’era del post e del cantautorato depresso.

Ho scritto di inizi chicagoani e un campanello starà suonando nelle vostre teste. Sotto a quel tintinnio lasciate scorrere The Halfwit In Me, incantevole e autoironico folk che, in scia al Jim O’Rourke meno zigzagante, dispiega in apertura la metamorfosi. Non troppo lontano scorgo i sorrisi di Bill Fay e Roy Harper. Applaudo e nel frattempo immagino un songwriter giovane e tuttavia maturissimo che consuma Astral Week ed Eureka, Solid Air e Ocean Beach con la medesima passione; mi dico certo che tenga in gran conto i propri santini, pur non facendosene soffocare. Prova ne è qui un programma dove la stupefatta catatonia da “generazione X” tipica di Mark Kozelek è mescolata in un colpo di genio autoriale con l’acidulo folk-jazz che sappiamo.

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Apprendo che l’idea di partenza era di strutturare l’album in quattro lunghe suite e strada facendo ci si è viceversa orientati su brani un po’ più brevi. Si sente: intessuto su cadenze pacate, dilatazioni strumentali e arrangiamenti elaborati, l’insieme rimane in ogni caso capace di “respirare” poiché privo di manierismi e orpelli. Della focalizzazione su sostanza ed emotività ringraziamo anche il poliedrico Leroy Bach, coproduttore che aiuta a gestire con sapienza ed equilibrio un abbraccio fra ritmi, corde e pianoforte culminante nella chiusura Age Old Tale, tappeto post-folk-rock sistemato sulle curve della davisiana All Blues.

Meraviglia cui il resto paga pegno solo perché la cogli intenta a volare in un empireo stratosferico: sono molto più di semplici ancelle la sinuosa Funny Thing She Said e una I Will Ask You Twice all’insegna della stringatezza acustica, le The Great And Undecided e The Roundabout giocate alla pari con Jonathan Wilson, la psichedelia per nulla revivalista di Sullen Mind e le impennate di A Choir Apart. Una stella era già nata e ora splende più che mai. Il suo nome è Ryley Walker.