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Grant, Robert e tutti quelli che conosciamo

Ci sono mille maniere di vivere e spesso sono loro a scegliere (per) noi, illudendoci del contrario. Nella storia dei Go-Betweens non vi è mai stato nulla che possa essere ricondotto alla convenzionalità, per la semplice ragione che non si trattava “solo” di un gruppo. Se chiedete al critico preparato e serio, costui spiegherà con dovizia di particolari che sono stati una delle formazioni che ha raccolto meno in rapporto a quanto seminò, fondendo new wave e sixties-pop in una sfoglia emotiva da intellettuali in netto anticipo sugli Smiths.

L’appassionato puro e semplice, confermando tutto ciò, vi dirà che la band guidata da Robert Forster e Grant McLennan era qualcosa di unico. Il fantastico frutto di un’amicizia nata all’università e interrottasi tragicamente. Ed è soprattutto di questo che Robert parla in “Grant & Io”, memoriale fresco di pubblicazione in Italia per Jimenez Edizioni: dell’intreccio di due vite, osservato da quella rimasta qui mentre il peso dell’altra cresce ogni giorno.

Grant e io

Si tratta di letteratura, insomma. Robert – oltre a essere un eccelso songwriter – scrive di musica sulla rivista “The Monthly” con lo stile partecipato e attento che ritrovo qui. Lo stile che scandaglia i meccanismi dell’industria e le nervature di canzoni e album, che spiega l’ineffabile chimica tra due menti, che trasporta altrove nel tempo e nello spazio tenendoti al suo fianco. Di conseguenza, il primo consiglio è: comprate “Grant & Io” e leggetelo d’un fiato. Se non siete fan dei Go-Betweens, lo diventerete subito; se invece li seguite da sempre, già l’avrete divorato e allora vi abbraccio fraternamente.

L’altro consiglio: tenete a portata di mano i fazzoletti, perché ci si commuove. Per lo slancio di speranzosa gioventù e un divertito cinismo che trascolora in disillusione davanti allo showbiz; per il tempo che passa, con le occasioni perdute e la felicità di tornare a suonare insieme; per la forza che serve ad affrontare “il” distacco. Per addii, arrivederci, bohème, famiglia, litigi, sfascio. Per quel quiet heart che manca come l’aria.

R & G

Il tono rimane tuttavia sempre puntuale ma lieve, anche quando i protagonisti si incamminano su brutte strade. Scelta perfetta dettata dalla profondità dei sentimenti, che scatena empatia e commozione. Così l’epilogo, inevitabilmente amaro, tratteggiato in capitoli di bellezza malinconica che per l’autore immagino siano stati qualcosa di simile a una terapia o a una catarsi.

Nelle prime pagine, costui immagina che del libro si tragga un film e ne propone l’inizio. Non vi rovino la sorpresa, limitandomi ad annotare che ognuno può terminare quella pellicola come crede: il materiale non manca. Il mio finale è ambientato a Brisbane. C’è un uomo di mezz’età che all’alba cammina su un ponte, scelto non per caso. Guardandosi attorno tra le lame del sole nascente, in quel momento capisce che anni prima un gruppo proveniente da quei luoghi gli ha cambiato l’esistenza. Dissolvenza sulle note di Cattle And Cane. Grazie infinite, Grant & Robert.

Molto vicino, a colori: Peter Sellers And The Hollywood Party

I famigerati Ottanta. Quelli che in diretta gli Hüsker Dü definirono “importanti” e che per certi versi tali furono anche dalle nostre parti. Perché oltre a Berlusconi, Craxi e la Milano da bere c’era altro e tanto per dire: Not Moving, l’hardcore punk, Franti, la neopsichedelia… Come in America e oltremanica, quest’ultima fu una corrente sommersa, lucente e vigorosa che sovente rilesse con creatività i sixities. Il ‘77 e la new-wave avevano lasciato il segno su uno “stile acido” che guadagnò sintesi e originalità: col senno del poi, fu possibile invitare Barrett e le Maestà Sataniche alla Factory per fare festa fino all’alba. L’esempio non è casuale: Peter Sellers & The Hollywood Party erano tra i nostri nomi più interessanti in ragione di un folk-rock visionario che, venato di surrealismo e pop-art, ipotizzava i Velvet Underground del terzo LP dentro bislacchi sogni al technicolor. Sapessi com’è strano (e bello) essere neopsichedelici a Milano…

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Avrebbero fatto un figurone i ragazzi nel catalogo Creation e in effetti il bersaglio lo mancarono di poco, comparendo in un album della britannica Glass con Pastels, Jazz Butcher, Mayo Thompson, Spacemen 3. Difficile spiegare a chi non c’era il significato di siffatto traguardo e che razza di impresa fosse, tre decenni abbondanti fa, suonare quella musica in Italia. Meno male che il fresco di stampa The Early Years 1985-1988 (ri)catapulta in un mondo di fanzine carbonare e foto sgranate, di umide cantine e idee brillanti. Applausi a Stefano Ghittoni, Tiberio Longoni e Antonio Loria – nucleo storico della formazione – e alla Spittle Dust Colours (distribuzione Goodfellas) per aver radunato i primi… sketch di Peter, ovvero l’integrale uscito su formati di ormai ardua reperibilità (7”, cassette, compilation) più le versioni “live” o alternative del materiale pubblicato sull’omonimo mini-LP della Toast. Delizioso, il vinile con accluso CD è imbevuto di un’estetica e uno spirito – naif l’intento, a fuoco il risultato – che sarebbe bello poter riportare in auge.

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Nondimeno le macchine del tempo esistono giusto nella fantascienza, ragion per cui possiamo consolarci con gioielli come la dolce e stralunata The Devil And The Moon, una Stolen Letter da suscitare l’invidia dei Television Personalities e l’onirico capolavoro di rifrazione acid-folk Spun Out Of A Mind. Per tacer di trasfigurazioni che sono in realtà omaggi (I Remember Nothing dei Joy Division, intestata allo “spin-off” Magick Y & Uncle Tybia; una stonesiana Play With Fire con Nikki Sudden che è di già lo-fi), di episodi dallo sferragliare compatto però stiloso (Chaotic Shampoo & Strange Rock’n’Roll, Acid Football, Peggy’s Farm), di un paio di pepite dei Subterranean Dining Rooms, altro progetto del Ghittoni.

Infaticabile, Stefano: sua l’idea della Crazy Mannequin, etichetta che per (troppo) poco funse da bussola estetica e sue le cose migliori – Dining Rooms, Tiresia, GDG Modern Trio – successive allo scioglimento della band. Nell’89 l’album To Make A Romance Out Of Swiftness fu il preludio al rompete le righe: nei primi Novanta le cose stavano cambiavano alla svelta, salvo infine riavvolgersi su se stesse nel loop chiamato “attualità”. Anche per questo motivo – ma soprattutto per il suo fascino ruvido e spontaneo – The Early Years 1985-1988 vanta una freschezza sconosciuta a molti contemporanei. Altra stoffa, gli abiti indossati da Mr. Sellers alla festa. Pronti per saltare in piscina?

Il sogno del pescatore

Che faccenda dolcemente buffa, la vita. Basta un soffio a cambiare i nostri piani e il corso degli eventi. Lo sa bene chi, studiando la storia, si diverte con i “what if”, ovvero le ucroniche riflessioni su come le cose sarebbero (state) se… Talvolta mi succede ripensando a vite che furono la mia. E allora ricordo. Ricordo una sera milanese nel tardo novembre 1989, assieme all’amico Luigi e tanti altri che decenni dopo ho conosciuto grazie a Internet. Ricordo un teatro Orfeo gremito e in trepidante attesa. Ricordo il terzo concerto cui assistetti, tuttora indelebile sebbene legioni l’abbiano da allora seguito.

Perché gli Waterboys furono magnifici. Perché da adolescente senti tutto in un modo che non torna, se non sotto forma di frammento o anelito. Perché Fisherman’s Blues è un disco davvero “larger than life” e chiunque lo può testimoniare. Rimetterlo sul piatto significa veder nascere un arcobaleno o sentire il brivido dell’Amore scorrere nel sangue. Gli occhi si inumidiscono. La bellezza che irradia da trent’anni ti sussurra “Così eravamo, così siamo ancora. Solo, con più saggezza ed esperienza”. Le credo.

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Un po’ di cronaca, ora. Dal 1982 l’edimburghese Mike Scott usa gli Waterboys a mo’ di paravento solistico, avendoli comunque consolidati attorno al polistrumentista Anthony Thistlethwaite e al tastierista Karl Wallinger. Due LP – l’omonimo debutto più brillantemente di A Pagan Place – hanno scolpito un suono epico ma arguto che in un singolo/manifesto Scott definisce big music. Il primo “what if”: non fosse entrato in scena Steve Wickham, in eterno avremmo catalogato i Ragazzi Acquatici come validi epigoni spectoriani degli U2. Mike invece accoglie quel magico fiddler irlandese ascoltato in un demo di Sinead O’Connor confezionato da Karl. Nell’autunno ’85 lo splendido This Is The Sea è anticamera di grandezza, aprendo al folk uno stile maturo che verrà ripreso dagli Arcade Fire.

Quando Wallinger preferisce dedicarsi ai World Party, Wickham invita il capobanda sull’isola di smeraldo per qualche giorno. Vi soggiornerà alcuni anni in un prolungato carpe diem. Ecco l’altro “what if”: senza la musica sotto il cielo d’Irlanda, senza un sentire acustico, senza la scoperta delle radici intrapresa dagli artefici mai avremmo ascoltato Fisherman’s Blues. Nel 1988, un gruppo che somiglia a una carovana di zingari felici giunge nella quieta Spiddal. Scott allestisce lo studio nella casa sull’Atlantico raffigurata in copertina, lascia la porta aperta e affronta la tradizione. Un piede dentro e l’altro fuori dal solco, distilla il biennio di registrazioni (nel 2013, Fisherman’s Box svuoterà l’archivio con sei CD stracolmi) effettuate sulla baia di Galway, a Dublino, in California. Il risultato è indimenticabile.

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Sublimi, i cinquantadue minuti racchiusi tra il travolgente folk-rock della title-track e una breve, divertita cover di This Land Is Your Land. La prima facciata vive di contrasti che si rivelano subito complementari, siccome alla sensualità ruvida e minacciosa di We Will Not Be Lovers risponde una Strange Boat malinconica come il Dylan dietro l’angolo. World Party è raffinata però potente e la rilettura di Sweet Thing trasporta Astral Weeks dal cielo alla terra e ritorno, fiume emotivo che sfocia nella beatlesiana Blackbird tramite il violino improvvisatosi merlo mattiniero. Nondimeno è il lato B a dirsi Capolavoro nel Capolavoro: And A Bang On The Ear galoppa sulla Statale 61 collegando Nashville al Connemara; l’amarognola Has Anybody Here Seen Hank omaggia il Gigante Williams con parole e fatti; When Will We Be Married si porge popolaresca, guascona; When Ye Go Away è intrisa di crepuscolare romanticismo e Dunford’s Fancy un breve diversivo prima dell’apnea The Stolen Child, versi di Yeats declamati col poeta Tomás Mac Eoin lungo uno scenario qui elegiaco e là teso.

Al dissolversi del quale, Woody Guthrie invita bonario a risalire in vetta. Insuperata, va da sé. Tempo ancora per il tour citato in apertura e l’apprezzabile svagatezza naif di Room To Roam. Fuori nel settembre 1990, prelude all’abbandono di Steve, in disaccordo sulla direzione di una band che presto si sbriciola. Da allora Scott ha perseverato con dischi inutili, pasticci e autoparodie ma gli voglio bene lo stesso. Anche se le lancette dell’orologio possono camminare all’indietro solo nella fantasia e nella memoria. Del resto, siamo anche ciò che siamo stati. Che faccenda dolcemente buffa, la vita.

Moffs: cose lisergiche dall’Australia

Australia, anni ’80. Una generazione esce dal punk immaginando il day after e, come chiunque in giro per il globo, inventa un ibrido di tradizione e contemporaneità. In un panorama colmo di band talentuose, nutro affetto particolare per i Moffs, che non si accontentarono di applicare la filologia a Chocolate Watchband, Standells e compagnia. Con intelligenza concepirono invece una psichedelia davvero “neo”, che dei fab sixties recuperava estetica e sonorità, ma soprattutto l’atteggiamento moderno e libero con cui acid-rock, esotismi, progressive e new wave erano fusi in un linguaggio atemporale proprio perché figlio di epoche diverse.

Conoscenza della storia e apertura mentale appartengono a Tom Kazas (cantante/chitarrista di origine greca che attualmente si cimenta con la folktronica cosmico danzabile nei Loonaloop) sin dagli inizi del decennio, allorché bazzicava la scena “mod” di Sydney con l’amico bassista David “Smiley” Byrnes (dopo i Moffs è stato nei Lazarus, ha pubblicato un LP solista e ora fa il produttore). Nel 1983 incontrano il tastierista Nick Potts e i Moffs – storpiatura umoristica di moths, “falene” – nascono quando arriva l’esperto batterista Alan Hislop.

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Dopo alcuni mesi trascorsi a scrivere, i quattro iniziano a tenere concerti su concerti. In studio entrano una prima volta per le sei ore notturne bastanti a registrare il nastro – non sfugga l’ironia del titolo – 11 To 5. Dall’insieme già assai maturo emergono l’organo rutilante e la chitarra surf di Horto, l’azzeccatissima cover di Tomorrow Never Knows, l’estasi acid-pop Get The Picture. Una delle cinquecento copie stampate atterra sulla scrivania del prestigioso marchio Citadel, che nella primavera ’85 accoglie il gruppo e non sarà più abbandonato.

Fiducia ripagata come meglio non si potrebbe: otto miglia più su – dove l’aria rarefatta riecheggia Another Girl, Another Planet e Here Come The Warm Jets – il gioiello Another Day In The Sun sistema tasti liquidi e chitarre e incorniciare un’indimenticabile melodia e un passo ipnotico e marziale, laddove Clarodomineaux fotografa Barrett che flette i muscoli e folkeggia. Il 45 giri giunge in cima alla classifica indie nazionale incassando il plauso di John Peel e “Bucketfull Of Brains”, ma l’insoddisfatto Potts sbatte la porta e oggi lo trovate in progetti anticonvenzionali chiamati The Gruntled e Wayward.

look down

L’arrivo di Mick Duncan sigilla l’annata e un “mini” omonimo dove la meravigliosa Look To Find sistema El Syd nei Byrds, A Million Year Past lo trasporta sul Bosforo, I Once Knew e The Meadownsong porgono stiloso psico-prog e I’ll Lure You In avvolge in aromi di California e brughiere. Altra prima piazza più capolino nei Top 20 generalisti, nondimeno il tour seguente lascia sul campo Alan e Mick, rimpiazzati dal Byrnes minore, Andrew, e da Damon Giles. Nel maggio ‘87 Flowers/By The Breeze recapita un discreto vecchio brano e pregiato viluppo elettroacustico volto a oriente.

Dimissionario Damon, si rischia lo scioglimento, tuttavia il fan Scott Barnes porta l’entusiasmo che in autunno sfocia nel 7” della leggiadra The Traveller e del Re Cremisi lisergico di Quaker’s Drum. Lungo il primo trimestre 1988 i ragazzi si concentrano sulle registrazioni del sospirato LP e gli dice benissimo. Labyrinth racchiude puro Genio, dilatando con gusto e senso della dinamica rari strutture e atmosfere in transito dal tenue al concitato. Svettano l’articolata visionarietà di Tapestry, i flessuosi incastri di I Am Surprised, la malinconica The Grazing Eyes, il miraggio che si accende in cavalcata Desert Sun, una progressista e filmica Stealing Cake To Eat The Moon e non vale di certo meno il resto.

the collection

Pagina fulgida del grande romanzo psichedelico, Labyrinth sarà anche il canto del cigno. Alla Citadel non hanno fondi per un giro europeo che possa espandere il bacino di utenza e aumentare le vendite, così i Moffs, stanchi di tribolazioni e magri riconoscimenti, traccheggiano tra dissapori vari consegnando l’ultima gemma in una rilettura di Eight Miles High. Significativamente, si separano nell’89 mentre il “nuovo hard” sta divorando incensi e collanine. La loro dimensione di culto è custodita alla perfezione in The Collection, doppio CD Feel Presents che nel 2008 recuperava l’integrale discografico ed era motivo di una breve reunion “live”. Anche questo è stile, care lettrici e cari lettori. Adesso, tutti insieme, turn on, tune in, drop out!

Aztec Camera: l’impossibile leggerezza dell’essere adulti

Chissà come si sente Roddy Frame a vestire i panni dell’ex enfant prodige. Mi domando se ai ruggenti Ottanta ancora pensa quando guarda dalla finestra sul calar della sera, mentre io – per zittire un po’ il ronzio del tempo che passa – ragiono sui gruppetti odierni che franano al secondo album dopo averne confezionato uno colmo di stereotipi. Non posso spiegare quanto mi piacerebbe vedere il tenero Roddy, magari ispirato dall’amico Edwyn Collins, spazzare via le coeve nullità con un colpo di spugna. Di fatto, nella “generazione duemila” nessuno ha sinora consegnato musica che avvolga palpiti adolescenziali e ricercatezza in un sentire universale.

Musica che profumi di gioia e melanconia, di mezze stagioni e di futuri immaginari con ali da farfalla. Musica come quella contenuta in High Land, Hard Rain, capace di far sobbalzare il cuore ai teenager come agli uomini maturi. Mi sorge il dubbio che quelle gemme, sospese tra le istantanee di folk metropolitano scattate dai Velvet Underground e gli arazzi latineggianti dei Love, accechino chiunque. Ho anche una certezza, però: non sempre è colpa del Maestro se gli alunni sono mediocri.

roddy mélo

Per chi all’epoca era piccino o addirittura ancora non era, i primi due album degli Aztec Camera potrebbero essere una rivelazione. Con una modalità in largo anticipo, il nome fungeva da paravento per un (pop)songwriter nato nel 1964 a East Kilbride, sobborghi di Glasgow. Cresciuto con i gusti delle sorelle maggiori, il punk e Bowie (tuttavia adorando Fall, Al Green, Wilko Johnson, Echo & The Bunnymen, Magazine, Teardrop Explodes…) Roddy resta folgorato da Neil Young e da Forever Changes.

Il sedicenne – autodidatta: la prima chitarra imbracciata in età da asilo! – possedeva perizia strumentale e doti compositive sufficienti per mollare gli studi e girare i pub con il bassista Campbell Owens e il batterista Dave Mulholland. Estasiato, Alan Horne spalanca loro l’uscio della Postcard, etichetta fondata nella primavera 1980 che, antesignana di Creation e Sarah, fa scuola anche nell’immediato alla voce “Smiths” con un proto indie-pop a base di sixties, soul, new wave. Essendo i chiaroscuri appannaggio di Orange Juice e Jozef K., gli Aztechi ne dispiegano il lato solare nei rigogliosi 7” Just Like Gold e Mattress Of Wire.

high land hard rain

In barba all’entusiasmo della stampa e di John Peel, la formazione soffre il dilettantismo volenteroso di Horne e gli avvicendamenti alla batteria. A uno stallo annuale e all’accumularsi di brani risponde il trasferimento a Londra assieme a Ross. Nell’estate 1982 si passa alla Rough Trade, provando e riprovando con l’ex Ruts Dave Ruffy ai tamburi e il tastierista Bernie Clark il materiale che nel maggio seguente sfila su High Land, Hard Rain.

Riverniciate le ancelle dei 45 giri succitati (We Could Send Letters: arguzia di strofe cupe e squillar di ritornello e bridge; Lost Outside The Tunnel: leggiadra, tesa e memore di Da Capo), aggiunge l’irresistibile Oblivious (singolo al primo posto nella chart indipendenti; il 33 giri ventiduesimo nella generale), la tenera Down The Dip, il romantico folk-rock “con anima” Back On Board e l’innodica Walk Out To Winter. Altrove sfuma tinte pastello in toni crepuscolari (The Bugle Sounds Again) e grazia trascinante (Pillar To Post), immagina i Go-Betweens alle prese con la bossanova (Release), ritrova dietro la luna il senno di Arthur Lee (The Boy Wonders).

roddy in black

A luglio la Sire, sottomarca del colosso WEA, stampa il Capolavoro oltreoceano, Elvis Costello si unisce agli elogi e come lussuosa spalla del tour statunitense di Punch The Clock invita il trio, che poi attraversa da solo Canada e nord-est perdendo pezzi. La Rough Trade, inoltre, non ha i mezzi per capitalizzare ulteriormente il successo e Frame cede alla corte della Warner. In serbo un tesoretto composto negli Stati Uniti, ottiene l’autonomia artistica che assieme all’ascolto ossessivo del dylaniano Infidels spiega la presenza di Mark Knopfler alla regia di Knife.

knife

Nel settembre ’84 arrangiamenti ricchi ma equilibrati sottolineano l’immediatezza di Head Is Happy (Heart’s Insane) e la riflessiva complessità della title track. Allo stesso modo, il brio di Just Like The USA, Still On Fire e All I Need Is Everything bilanciano la confessione The Birth Of The True e le dolceagre The Back Door To Heaven e Backwards And Forwards. Poi qualcosa si rompe. Forse tutto è arrivato troppo presto e il giovanotto si sposa, poi sparisce fino al vacuo soul-rock di Love, AD 1987. Recuperato un po’ di terreno nel 1990 con Stray, gli servono tre anni per la noia di Dreamland e altri due per accantonare la sigla con il piatto Frestonia. Da allora appone nome e cognome su dischi carucci ma senza smalto. Superati i cinquanta, sconta un’adolescenza in stato di assoluta grazia e Canzoni che tuttora esortano ad abbracciare il mondo e desiderare che piova sotto il sole. Prove sublimi di come possa essere impossibile diventare grandi quando Grandi lo si è già.

L’eden sonoro di Mark Hollis

Nella storia della musica “popolare” pochissimi vantano la stupefacente parabola artistica dei Talk Talk. Passati in poche, lente e ben ponderate mosse dal techno-pop alle fondamenta del post-rock, svanirono nell’immortalità di un’inventiva portata a conseguenze così estreme da indurre il principale responsabile Mark Hollis a dichiarare, dopo l’uscita di Laughing Stock, che incidere altro non avrebbe avuto senso perché quel disco rappresentava l’espressione più alta dei suoi desideri. Mentiva, ma anche no: rispettoso dei pochi disposti a inseguire i sussurri della sua mente, si sarebbe sottratto ai riflettori lasciando un sequel altrettanto favoloso. Facessero tutti così…

Per chi la visse, questa vicenda possiede un alone di singolarità già dal percorso inverso rispetto alla norma: invece del Genio addomesticato dal successo, una progressiva messa a fuoco che giunge a vertici impensabili. Probabile che a monte vi fosse qualcosa di naturale e al contempo di organizzato; e che abbiano giocato un ruolo i natali condivisi da Mark con Ed Hollis, dj e manager di Eddie & The Hot Rods. Chissà. Sorrido e sospetto che il giovanotto qualche trucco lo mettesse da parte allorché cresceva consumando Can e Burt Bacharach, In A Silent Way e Forever Changes.

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Quale più e quale meno, li ritroviamo sedimentati in chi nel 1975 molla gli studi di psicologia infantile e forma i Reaction, che ci mettono due anni per confezionare dei demo per la Island che non vanno da nessuna parte, tranne una Talk Talk Talk ripescata dalla Beggars Banquet su una raccolta punk. L’avventura finisce nel ’78 con un trascurabile singolo, perché Ed ha presentato al fratellino un trio (il bassista Paul Webb, Simon Brenner alle tastiere, Lee Harris dietro tamburi e piatti) e convinto tutti a ribattezzarsi come sappiamo. Anche questa comitiva procede a passo di lumaca, incidendo a inizio ’80 brani accantonati da una EMI che, volendo altre stelline new romantic, piazza in regia l’esperto Colin Thurston.

Dopo un tour nazionale di spalla ai lanciatissimi Duran Duran, nel 1982 il debutto The Party’s Over vende niente male. Sotto la patina plasticosa, in retrospettiva cogli indizi significativi nella voce sottile e inquieta di Mark – mi gioco la camicia che Thom Yorke ha preso appunti – e nello scivolare in secondo piano del synth a favore dell’amalgama sonoro. Dopo la defezione di Brenner, nell’anno di Orwell It’s My Life va pure meglio: tormentoni come la title-track e Dum Dum Girl, come Does Caroline Know? e l’obliqua Such A Shame portano una certa raffinatezza nelle classifiche con un brillante equilibrio tra calcolo ed estro che emerge anche da video bizzarri, finanche sarcastici.

La svolta è l’arrivo di Tim Friese-Greene, anima di polistrumentista/produttore affine a un leader infine libero di sfogarsi. Un paio di calendari via dal muro e The Colour Of Spring spiazza poggiando una psichedelia estatica prossima ai Traffic – Steve Winwood all’organo in tre tracce – su spigoli ritmici kraut e fantasmi elettroacustici. Incredibile a dirsi, il suo suono che profuma di ruggine, brughiera e rugiada è un best seller e cagiona la fiducia totale da parte dell’etichetta. Trainato da Life’s What You Make It e Give It Up, suppliche all’Hollis maggiore perso in tossici abissi da cui non farà ritorno preziose di lirismo mai scontato, arguto appiglio pop e ricca tavolozza strumentale, il disco si segnala inoltre per la travolgente Living In Another World e la sinuosa carola Happiness Is Easy, per la “summa” I Don’t Believe In You e il sublime afflato liturgico di April 5th, per una Chameleon Day degna del più raccolto Peter Hammill. Prove tecniche di Capolavoro che sono già esse stesse capolavori.

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Immaginifiche farfalle campeggiano sulla copertina del disco: osservatele spiegare le ali nel tour mondiale al termine del quale Mark si trasferisce in campagna con i genitori. Riordinate le idee, i Talk Talk entrano in studio con Phill Brown, ingegnere del suono che, toh!, registrò Mr. Fantasy. Assieme al confermato contrabbasso dell’ex Pentangle Danny Thompson, fiati, percussioni, archi e un coro improvvisano per mesi e mesi nella semioscurità quelle trame che poi Tim e Mark organizzano sulle orme di Teo Macero.

Immagino le facce ai piani alti nell’apprendere che l’ampio budget è stato sforato, che non vi saranno quarantacinque giri, che l’opera non sarà proposta dal vivo. A 1988 inoltrato Spirit Of Eden innesca una quieta e insieme rumorosissima rivoluzione: demolite le barriere tra generi, dilata forme e durate nelle oasi e nei crescendo che sono divenuti la grammatica dell’attualità. Suscitano tuttora stupore e ammirazione i ventitré minuti di The Rainbow, oceanico dipanarsi di estasi e tensione che preannuncia Sigur Ros, Gastr Del Sol, Bark Psychosis e decine di altri.

Non valgono meno le ancelle, dal sensazionale John Martyn apocrifo di Inheritance alla sublime, accorata però acidula I Believe In You passando per la pianistica Wealth. Materia “pura” plasmata attorno alla quiete in un magistrale gioco di dinamiche, questo passo fondamentale nell’evoluzione della musica scava anche un solco tra complesso e casa discografica, rea di aver pubblicato su singolo un’accorciata I Believe In You. Hollis e sodali sbattono la porta e la EMI intenta una causa per scarsa commerciabilità rapidamente archiviata.

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Rifugiatisi alla Polydor, scontano la defezione di Webb, che ritroveremo con Harris negli .O.Rang, latori tra ’94 e ’96 di Herd Of Instict e Fields And Waves, ottimi dischi su Echo che impastano Fela Kuti, Can e On-U Sound. Da non perdere anche il sensazionale Out Of Season del 2002, dove Paul – o Rustin Man, come si fa chiamare – modernizza il folk in sinistri echi jazz e commoventi acusticherie con Beth Gibbons dei Portishead. Tornando al mirabilis 1991, i superstiti conservano le energie per un secondo capo d’opera. L’immane Laughing Stock risplende con tinte qui d’acquerello e là stese a colpi di spatola, così che l’impressionismo misterioso e magnificente di Ascension Day e New Grass, di Runeii e Myrrhman culmina nell’ascesa all’empireo After The Flood.

Sette stagioni e un’infatuazione per Erik Satie e Morton Feldman più tardi, l’ingannevole semplicità da haiku jazz-folk ambientale di Mark Hollis ribadirà la grandezza di chi, abbandonata la scena in punta di piedi e consapevole di aver espresso l’esprimibile, si godrà la famiglia e il silenzio. Via dalla pazza folla senza rimpianti, fino all’improvvisa dipartita dal mondo avvenuta nel febbraio 2019. Per tutti noi Mark vivrà in eterno dentro un cerchio perfetto, da lui stesso tracciato con sapienza da moderno Giotto. Life’s what you make it: in a silent way.

Billy Bragg e la politica del cuore

Si dice che gli uomini progettino e gli dei decidano. Da ateo, credo che la vita disegni una trama che attraversiamo, a volte cogliendone il senso e a volte no. Questo breve preambolo per informarvi che l’insediamento di una misogina, fetida canaglia alla Casa Bianca ha sconvolto il piano di “Turrefazioni” e che sul piatto gira e rigira un disco che a trentuno anni dalla pubblicazione è attuale più che mai. Anche da questo si riconosce un Classico, per quanto la statura di Talking With The Taxman About Poetry fu chiara da subito per svariate ragioni.

Perché fu la scommessa vinta del “difficile terzo album” indicata con somma autoironia dall’autore sulla copertina. Perché il titolo, preso dalla poesia di Majakovski riportata nella busta interna che analizza il rapporto tra artista, pubblico e società, incornicia dodici gioielli. Ognuno scolpito da un fiero e moderno songwriter, colto nell’atto di maturare la propria geniale idea di unire il berciante Zimmerman e i Clash barricadieri. Perché Billy non è un bugiardo ed entra nel novero dei Grandi.

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La voce del nasone, espressiva e riconoscibile come poche, ora è più “calda” e tuttavia conserva il tono e il respiro proletari con pieno beneficio della varietà di contenuti e atmosfere dei brani. Da abbraccio fraterno trasforma l’innodico traditional There Is Power In A Union in un’ode al sindacato britannico mentre l’eco dello sciopero dei minatori vibra nell’aria; con fermezza, ripesca dal passato la sferragliante Train Train dei Count Bishops; si immalinconisce nel racconto breve Greetings To The New Brunette con i ricami di Johnny Marr e della sfortunata Kirsty MacColl.

Non ha ritrosie Billy a porgere sentimenti universali spogliati da ogni orpello sonoro o retorico. Ascoltateli volteggiare attorno a una tromba nell’amara The Marriage, dipingere la solitudine opprimente nel country-folk metropolitano Whising The Days Away, invocare soccorso per una generazione col vuoto attorno nella caustica Help Save The Youth Of America. Poi ditemi quanta dell’acqua passata sotto quei ponti è tornata indietro.

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Non di sola musica devo parlare a proposito del (tenero) compagno Bragg, siccome Talking With The Taxman About Poetry segna la conquista di un definitivo equilibrio anche poetico. Perché questa è poesia che, autentica e imperitura, parallelamente agli arrangiamenti comincia ad affinare ulteriormente una visione in cui accusa e riflessione, sociale e privato, politica e sentimento sono indistinguibili. Sta anche lì la forza di un messaggio che parte dal cuore e al cuore arriva senza proclami e sloganismi.

Accorato e sferzante come i “pensieri d’amore e del presidente Mao” della tenera The Warmest Room. Come la forma e il contenuto di un Ken Loach che baratta la macchina da presa con una chitarra allorché la scelta della “parte” dalla quale stare poteva essere faticosa e drammatica, ed ecco spiegato l’indice puntato di Ideology. Come Canzoni che ti investono e travolgono, tu che nell’inverno 1986 eri adolescente o adulto o addirittura ancora non eri.

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Tu che a ogni ascolto sobbalzi e ti scopri a esclamare che cazzo, sì, le cose stanno veramente così! Tu che ti emozioni davanti ai (melo)drammi e alle gioie della vita di coppia affrescate con umorismo e un pianoforte da balera (Honey, I’m A Big Boy Now), alle masse di individui dentro il fiume impetuoso della Storia (The Home Front), al microcosmo quotidiano che si espande meditabondo (The Passion). Ascolti, ti indigni, vuoi agire, rifletti. Nel frattempo rammenti che la salvezza sta anche nell’attaccamento a ciò che conta: la sublime Levi Stubbs’ Tears arriva e ti taglia l’anima in due per ricucirla subito con un bacio.

Pensieri e parole di una bellezza che il tempo ha confermato materia da tramandare alla stregua dei Guthrie, dei Dylan, dei Gramsci, dei Pasolini. E di tutti gli altri Amici ai quali ti rivolgi nelle ore luminose e in quelle buie perché loro sanno. Gli anni che mi separano dal primo incontro con questo Capolavoro sono volati via. In un attimo, in tante vite. Nel frattempo pare che il mondo sia radicalmente cambiato. Sarà per questo che spaventa come e più di allora?