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Una rosa senza spine: These New Puritans

Sorprendono sempre con cognizione di causa, George e Jack Barnett. Originari della provincia inglese, hanno da non molto tagliato il traguardo del decennio di attività concedendosi con oculata parsimonia e mostrando idee chiare e voglia di mettersi in gioco. Attributi rari nell’era triste dell’ascolto mordi-e-fuggi e dunque applausi “a prescindere” per chi esordiva giovanissimo nel 2008 con Beat Pyramid, lavoro promettente in cui la riscoperta della new wave vantava non solo una scrittura sopra la media, ma anche la forza comunicativa tuttora inalterata che coinvolge persino nei momenti più cerebrali.

Un biennio e Hidden transitava coerente dal post-punk al post-rock fregiandosi della coproduzione di Graham Sutton, leader di quei Bark Psychosis frattanto divenuti un bel punto di riferimento. Nel 2013 il capolavoro Field Of Reeds consegnava i gemelli Barnett agli annali attraverso cinquanta minuti di tensione creativa capaci di mescolare indistinguibilmente Talk Talk, Tuxedomoon e Bark Psychosis, di rendere più terrigni David Sylvian e i Sigur Rós e di immaginare dei Tortoise umanisti.

inside the rose

Soprattutto, com’era ed è loro costume, i These New Puritans rendevano omaggio ai propri numi tutelari mentre li trasfiguravano in altro: nel loro caso, infatti, ogni riferimento estetico finisce per essere solo la mappatura generale di un talento cristallino. Un talento per nulla intaccato dai sei anni trascorsi dall’ultima fatica in studio, intervallata nel 2016 con la colonna sonora di una trasposizione teatrale de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che ha senza dubbio influito sulla successiva metamorfosi.

Dalla scorsa primavera Inside The Rose incarna pertanto l’ennesimo, inatteso scartare di lato dei ragazzi, che ora ricordano la versione contemporanea di un altro favoloso duo d’oltremanica, i mai abbastanza celebrati Associates: per talune affinità metodologiche, certo, e poi per l’aura di malinconica decadenza che ne caratterizza l’avanguardistico post-pop. Queste ultime parole incarnano la chiave di accesso a sonorità che, concesso un briciolo di fruibilità in più, si muovono tra avvolgenti spire di archi e fiati, percussioni ed elettronica per trasfigurare il romanticismo raffinato e meditabondo codificato dalla 4AD.

TNP

Splendida dimostrazione del (misurato) orientamento arty della coppia, il packaging restituisce dignità al supporto fisico con il quale fruire la musica e rappresenta l’introduzione perfetta a Infinity Vibraphones, sei minuti e mezzo dove pulsazioni ritmiche e suggestioni minimali/cameristiche rivestono una scheggia piovuta da Brilliant Trees. Sedotto l’ascoltatore con il primo brano, il programma lo conquista in via definitiva con altre meraviglie: in Beyond Black Suns gli intrecci vocali transitano da gorgheggi white soul a suggestioni operistiche senza scadere nel kitsch; Anti-Gravity, Where The Trees Are On Fire e la title-track sono i Depeche Mode – altri figli dell’Essex – in combutta con Scott Walker e un onnipresente Sylvian; la convulsa Into The Fire si avvale dell’ospite d’onore David Tibet per elargire autentici brividi; sul finale, A-R-P accende con un’obliqua impennata danzabile la sua anima distesa e Six è commiato sospeso e onirico che nondimeno esorta a ricominciare da capo. Più e più volte. Figlio di un mirabile equilibrio fra razionalità e istinto, Inside The Rose vi offre il suono di ieri, oggi e domani. Sarebbe una follia ignorarlo.