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Tempesta (e assalto) ai tropici

Quando una band raggiunge la maturità può ripartire da zero o riprendere il filo dei propri discorsi con altro spirito. Vale la seconda opzione per Gareth Liddiard e Fiona Kitschin, fino a tre anni or sono da Melbourne a capo dei Drones. Portato a insuperabile pienezza espressiva un favoloso art (post) rock venato di folk e psichedelia, di blues gotico e radici strapazzate, causa dissapori con gli altri membri nel 2016 i due fondavano i Tropical Fuck Storm. Senza peraltro recidere il cordone ombelicale con il passato, siccome la “nuova” ragione sociale in realtà ricicla il marchio autarchico che pubblicò l’ultima fatica del (fu?) gruppo madre.

Un tour americano e alcuni 45 giri cementavano ulteriormente l’intesa con le nuove compagne Lauren Hammel alla batteria e Erica Dunn, che suona di tutto un po’: diciotto mesi fa A Laughing Death In Meatspace liberava il furore (de)costruttivo e la creatività brada – ma al contempo ben focalizzata – cui eravamo abituati. Sofferte trasfigurazioni di ciò che chiamavamo rock, umorismo nero e lucido senso della realtà si mescolavano ancora passando però da un assalto frontale alla cinica sottigliezza frattanto smarrita dai Royal Trux.

TFS

Ecco: che ci importa se Jennifer Herrema e Neil Hagerty sono imbolsiti e soffocati dal kitsch quando abbiamo tra le mani un album dei Tropical Fuck Storm freschissimo di stampa? Nulla, poiché Braindrops coglie costantemente in contropiede e stupisce con soluzioni estetiche che colpiscono al primo passaggio, crescono nei successivi e infine travolgono l’ascoltatore confermando la visceralità e il talento anticonvenzionale della formazione, ulteriormente irrobustiti da attenzione al dettaglio ed eccentricità mai fine a se stessa.

Emblematica per approccio e contenuti, l’allucinata copertina racchiude nove saggi di splendida follia con metodo, sgranata nell’iniziale Paradise da chitarre fuori giri tra Red Red Meat e US Maple su uno sfondo dolente che sale in rabbioso crescendo, in una The Happiest Guy Around che sono appunto i Royal Trux in chiave afro-elettro danzabile (e cubista, e punteggiata da paludi noise…), nella Aspirin dove un tardo Beefheart si cimenta con il soul pop, nell’etno-ambient Desert Sands Of Venus che fonde echi western alle atmosfere di There’s A Star Above The Manger Tonight.

braindrops

E se The Planet Of Straw Men ipotizza dei Talking Heads in versione No Wave, Who’s My Eugene? replica il trucco con le Raincoats mentre la title-track mette tutti d’accordo e assieme inzuppando la blackness nella candeggina. Ancora: Tim Rutili entra nei Flaming Lips e li rinsavisce tramite un capolavoro folkedelico sbilenco e visionario come Maria 62, mentre la “sorella” Maria 63 chiude i giochi con una ballata urbana mesta, oscura ed epica che per strada si/ci riduce il cuore a brandelli.

Come per illustri esempi del passato, siamo di fronte a una musica che rasenta il caos ma non vi scade; a una musica priva di autocompiacimento e a tal punto colma di energia e idee da spiegarsi da sola, relegando le parole al ruolo di semplici punti di riferimento. Oggi più che mai, Braindrops è qualcosa di cui avverti chiara e forte la necessità e quello dei Tropical Fuck Storm uno “sporco lavoro” che bisogna pur fare. Sono matti come cavalli, loro, ma di razza. Che la loro selvatica bellezza possa a lungo sbalzarci di sella.

Grant, Robert e tutti quelli che conosciamo

Ci sono mille maniere di vivere e spesso sono loro a scegliere (per) noi, illudendoci del contrario. Nella storia dei Go-Betweens non vi è mai stato nulla che possa essere ricondotto alla convenzionalità, per la semplice ragione che non si trattava “solo” di un gruppo. Se chiedete al critico preparato e serio, costui spiegherà con dovizia di particolari che sono stati una delle formazioni che ha raccolto meno in rapporto a quanto seminò, fondendo new wave e sixties-pop in una sfoglia emotiva da intellettuali in netto anticipo sugli Smiths.

L’appassionato puro e semplice, confermando tutto ciò, vi dirà che la band guidata da Robert Forster e Grant McLennan era qualcosa di unico. Il fantastico frutto di un’amicizia nata all’università e interrottasi tragicamente. Ed è soprattutto di questo che Robert parla in “Grant & Io”, memoriale fresco di pubblicazione in Italia per Jimenez Edizioni: dell’intreccio di due vite, osservato da quella rimasta qui mentre il peso dell’altra cresce ogni giorno.

Grant e io

Si tratta di letteratura, insomma. Robert – oltre a essere un eccelso songwriter – scrive di musica sulla rivista “The Monthly” con lo stile partecipato e attento che ritrovo qui. Lo stile che scandaglia i meccanismi dell’industria e le nervature di canzoni e album, che spiega l’ineffabile chimica tra due menti, che trasporta altrove nel tempo e nello spazio tenendoti al suo fianco. Di conseguenza, il primo consiglio è: comprate “Grant & Io” e leggetelo d’un fiato. Se non siete fan dei Go-Betweens, lo diventerete subito; se invece li seguite da sempre, già l’avrete divorato e allora vi abbraccio fraternamente.

L’altro consiglio: tenete a portata di mano i fazzoletti, perché ci si commuove. Per lo slancio di speranzosa gioventù e un divertito cinismo che trascolora in disillusione davanti allo showbiz; per il tempo che passa, con le occasioni perdute e la felicità di tornare a suonare insieme; per la forza che serve ad affrontare “il” distacco. Per addii, arrivederci, bohème, famiglia, litigi, sfascio. Per quel quiet heart che manca come l’aria.

R & G

Il tono rimane tuttavia sempre puntuale ma lieve, anche quando i protagonisti si incamminano su brutte strade. Scelta perfetta dettata dalla profondità dei sentimenti, che scatena empatia e commozione. Così l’epilogo, inevitabilmente amaro, tratteggiato in capitoli di bellezza malinconica che per l’autore immagino siano stati qualcosa di simile a una terapia o a una catarsi.

Nelle prime pagine, costui immagina che del libro si tragga un film e ne propone l’inizio. Non vi rovino la sorpresa, limitandomi ad annotare che ognuno può terminare quella pellicola come crede: il materiale non manca. Il mio finale è ambientato a Brisbane. C’è un uomo di mezz’età che all’alba cammina su un ponte, scelto non per caso. Guardandosi attorno tra le lame del sole nascente, in quel momento capisce che anni prima un gruppo proveniente da quei luoghi gli ha cambiato l’esistenza. Dissolvenza sulle note di Cattle And Cane. Grazie infinite, Grant & Robert.

L’inferno è un paradiso: Robert Forster

In un mondo davvero giusto, Robert Forster sarebbe portato in palma di mano da qualsiasi serio appassionato di rock. Diamine, stiamo parlando del cofondatore dei Go-Betweens, Maestri del guitar-pop emotivo che, erigendo un ponte tra i Sessanta e la new-wave, definirono in larga parte il canone sonoro e l’estetica “indie” a venire. In tal modo, mostrarono la via agli Smiths senza ottenere un briciolo della medesima notorietà. Avessero avuto un frontman linguacciuto e bravo a spararle grosse… Pazienza: gli splendori che ci hanno lasciato non invecchiano mai e curano l’anima anche se – o probabilmente perché – sono intrisi di malinconia.

Ecco. Come le spiagge in autunno e le piogge primaverili, le canzoni scritte da Robert Forster e Grant McLennan (perdita enorme, la sua) confortano i cuori sintonizzati su quel tipo di Bellezza: profonda, romantica, vulnerabile. Al di là delle dissertazioni critiche sulla loro attualità – comunque fuori discussione: vedi alla voce Steve Gunn – i Go-Betweens vanno “sentiti” più che ascoltati. E lo stesso vale per quanto offerto dai due amici australiani da che si separarono una prima volta.

inferno

L’allampanato dandy inaugurava la sua carriera solista quasi tre decenni fa col favoloso Danger In The Past, realizzato poco dopo lo scioglimento del gruppo madre nella Berlino dove, con la supervisione dello stesso Victor Van Vugt, ha preso forma anche il nuovo LP. In uscita oggi per Tapete, anche Inferno restituisce appieno la grandezza di un songwriter che da sempre armonizza luci e ombre in un linguaggio unico. Un’espressività tramite la quale costui parla di sé anche quando non parrebbe ed è per questo che le motivazioni a monte di un disco contribuiscono a spiegarne la natura.

Ho immaginato Robert che ragiona sullo scorrere della sabbia nella clessidra; sul pozzo di memorie da cui ha attinto per “Grant & Io”, toccante raccolta di memorie che la romana Jimenez Edizioni pubblicherà da noi a inizio aprile; su un figlio adolescente musicista che esordisce con gli apprezzabili Goon Sax. Fantasie o realtà, mi tengo stretta l’idea dell’autore di razza che pensa ai legami che uniscono, ricavando nove brani freschi però pure familiari tra gli estremi di una spigliata title-track che rispedisce in garage Ian Hunter e delle fragranze latin jazz della delicata Life Has Turned A Page.

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L’ottimo resto possiede il sapore del raffinato folk-rock elettroacustico nel quale il nostro uomo è infallibile e inimitabile. Crazy Jane On The Day Of Judgement e I’ll Look After You giocano con intarsi di piano e ritornelli dolceagri come le scintillanti radici dei Mojave 3 che sono, I’m Gonna Tell It caracolla dai solchi di Loaded, No Fame è jingle-jangle prossimo al Robyn Hitchcock più luminoso ma nel mezzo sistema l’immancabile nube passeggera, The Morning vanta il respiro e le movenze del marchio di fabbrica e Remain tratteggia un vibrante quadretto urbano.

Tutto bello e che si impone con il susseguirsi degli ascolti. Anche se, in fondo, basterebbe partire dal commiato One Bird In The Sky per consigliare l’album ed esprimere quello che le parole non possono. A ciò provvede un’accorata meditazione in punta di corde, tasti e archi nella quale avvolgersi all’infinito, convinti dell’inutilità di lambiccare se Inferno sia migliore o peggiore di altri lavori del gentiluomo di Brisbane. Il tempo sfugge tra le dita e va speso bene. Per esempio, custodendo gelosamente una nuova manciata di gioielli. Grazie infinite, Mr. Forster. Oggi più che mai.

Moffs: cose lisergiche dall’Australia

Australia, anni ’80. Una generazione esce dal punk immaginando il day after e, come chiunque in giro per il globo, inventa un ibrido di tradizione e contemporaneità. In un panorama colmo di band talentuose, nutro affetto particolare per i Moffs, che non si accontentarono di applicare la filologia a Chocolate Watchband, Standells e compagnia. Con intelligenza concepirono invece una psichedelia davvero “neo”, che dei fab sixties recuperava estetica e sonorità, ma soprattutto l’atteggiamento moderno e libero con cui acid-rock, esotismi, progressive e new wave erano fusi in un linguaggio atemporale proprio perché figlio di epoche diverse.

Conoscenza della storia e apertura mentale appartengono a Tom Kazas (cantante/chitarrista di origine greca che attualmente si cimenta con la folktronica cosmico danzabile nei Loonaloop) sin dagli inizi del decennio, allorché bazzicava la scena “mod” di Sydney con l’amico bassista David “Smiley” Byrnes (dopo i Moffs è stato nei Lazarus, ha pubblicato un LP solista e ora fa il produttore). Nel 1983 incontrano il tastierista Nick Potts e i Moffs – storpiatura umoristica di moths, “falene” – nascono quando arriva l’esperto batterista Alan Hislop.

moffs green

Dopo alcuni mesi trascorsi a scrivere, i quattro iniziano a tenere concerti su concerti. In studio entrano una prima volta per le sei ore notturne bastanti a registrare il nastro – non sfugga l’ironia del titolo – 11 To 5. Dall’insieme già assai maturo emergono l’organo rutilante e la chitarra surf di Horto, l’azzeccatissima cover di Tomorrow Never Knows, l’estasi acid-pop Get The Picture. Una delle cinquecento copie stampate atterra sulla scrivania del prestigioso marchio Citadel, che nella primavera ’85 accoglie il gruppo e non sarà più abbandonato.

Fiducia ripagata come meglio non si potrebbe: otto miglia più su – dove l’aria rarefatta riecheggia Another Girl, Another Planet e Here Come The Warm Jets – il gioiello Another Day In The Sun sistema tasti liquidi e chitarre e incorniciare un’indimenticabile melodia e un passo ipnotico e marziale, laddove Clarodomineaux fotografa Barrett che flette i muscoli e folkeggia. Il 45 giri giunge in cima alla classifica indie nazionale incassando il plauso di John Peel e “Bucketfull Of Brains”, ma l’insoddisfatto Potts sbatte la porta e oggi lo trovate in progetti anticonvenzionali chiamati The Gruntled e Wayward.

look down

L’arrivo di Mick Duncan sigilla l’annata e un “mini” omonimo dove la meravigliosa Look To Find sistema El Syd nei Byrds, A Million Year Past lo trasporta sul Bosforo, I Once Knew e The Meadownsong porgono stiloso psico-prog e I’ll Lure You In avvolge in aromi di California e brughiere. Altra prima piazza più capolino nei Top 20 generalisti, nondimeno il tour seguente lascia sul campo Alan e Mick, rimpiazzati dal Byrnes minore, Andrew, e da Damon Giles. Nel maggio ‘87 Flowers/By The Breeze recapita un discreto vecchio brano e pregiato viluppo elettroacustico volto a oriente.

Dimissionario Damon, si rischia lo scioglimento, tuttavia il fan Scott Barnes porta l’entusiasmo che in autunno sfocia nel 7” della leggiadra The Traveller e del Re Cremisi lisergico di Quaker’s Drum. Lungo il primo trimestre 1988 i ragazzi si concentrano sulle registrazioni del sospirato LP e gli dice benissimo. Labyrinth racchiude puro Genio, dilatando con gusto e senso della dinamica rari strutture e atmosfere in transito dal tenue al concitato. Svettano l’articolata visionarietà di Tapestry, i flessuosi incastri di I Am Surprised, la malinconica The Grazing Eyes, il miraggio che si accende in cavalcata Desert Sun, una progressista e filmica Stealing Cake To Eat The Moon e non vale di certo meno il resto.

the collection

Pagina fulgida del grande romanzo psichedelico, Labyrinth sarà anche il canto del cigno. Alla Citadel non hanno fondi per un giro europeo che possa espandere il bacino di utenza e aumentare le vendite, così i Moffs, stanchi di tribolazioni e magri riconoscimenti, traccheggiano tra dissapori vari consegnando l’ultima gemma in una rilettura di Eight Miles High. Significativamente, si separano nell’89 mentre il “nuovo hard” sta divorando incensi e collanine. La loro dimensione di culto è custodita alla perfezione in The Collection, doppio CD Feel Presents che nel 2008 recuperava l’integrale discografico ed era motivo di una breve reunion “live”. Anche questo è stile, care lettrici e cari lettori. Adesso, tutti insieme, turn on, tune in, drop out!