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Retronow: Beach House – polvere di sogni

Quando politica e pubblicità erano faccende serie, uno slogan azzeccato poteva valere oro puro. Catapultandosi per magia indietro a quell’epoca, “mutazione nella continuità” mi sembra una maniera piuttosto azzeccata di definire l’attitudine dei Beach House. Da che mosse i primi passi, infatti, il duo di Baltimora ha gradualmente stratificato e arricchito il suo linguaggio, raccogliendo suggestioni di solito un po’ trascurate dagli alfieri di un indie-pop onirico che dello shoegaze rappresenta l’attuale ramificazione.

Pregio e punto di forza che Alex Scally e Victoria Legrand hanno sempre saputo fondere a solidità di scrittura, eleganza e fascino non comuni. Merito anche di una concretezza spiccatamente americana e del trasfondere le emozioni nell’arte, così da scansare certi eccessi di intellettualismo e il distacco che impediscono a tanti nomi odierni di convincere fino in fondo. Di nuovo, il nocciolo della questione è “fare come una volta”. Prima di darmi del barbogio, però, ascoltate il loro nuovo album laconicamente (però pure significativamente) intitolato 7.

Beach House 7

A ulteriore dimostrazione che la raccolta di rarità pubblicata lo scorso anno ha chiuso un capitolo, con un’esplicita reazione ai propri trascorsi estetici i Beach House hanno rinunciato a usuali metodologie e al produttore Chris Coady. Fermamente convinti a non lasciarsi intrappolare da comodi stereotipi, hanno scritto e registrato in contemporanea, alzando i volumi e aprendo le finestre in cerca di aria fresca con l’ex Astronauta Peter “Sonic Boom” Kember e James Barone, fidato batterista che li accompagna sul palco. Gesti di maturità e di rispetto verso il pubblico da chi non si è addormentato su glorie e allori.

In teoria uno splendore, ma la realtà dei fatti? La realtà racconta una metamorfosi persuasiva, un ottimo “work in progress” lanciato sul domani, atmosfere che – avvalendosi del mix di Alan Moulder, l’eminenza grigia dietro a Loveless – avvolgono con energia inaudita i giochi di chiaroscuri ormai divenuti marchio di fabbrica.  Di conseguenza ora i Beach House suonano per lunghi tratti più classicamente “guardascarpe”.

BH by Shawn Brackbill

Comunque un bel sentire: in primis perché nel loro caso si tratta di una novità e i risultati sono ben lontani dalla mera fotocopia; poi perché carattere, suoni e piglio non servono a nascondere una penna opaca. Anzi: il maestoso inizio da Breathless apocrifi Dark Spring, la splendida collisone tra Slowdive e New Order di Dive e la sinuosa sfoglia Lemon Glow entrano di diritto tra gli apici del repertorio. Altrove episodi come Woo, Drunk In L.A. e Pay No Mind rinsaldano il cordone ombelicale col passato, scolpendolo (con estrema classe e cura, tuttavia senza leziosità né il rischio futuro di far tappezzeria in qualche serie televisiva incentrata su adolescenti suicidi…) dentro un morbido psych-pop a base di caramello e vapori e asperso di acusticherie e silicio.

Ancora: i riverberi à la Cocteau Twins de L’Inconnue vedono la nipote del compositore Michel Legrand riscoprire le radici cantando in francese e il Philip Glass poptronico della tetra gemma Black Car convive tranquillo con una dolce, elegante Girl Of The Year e con i Mazzy Star persi tra le brughiere di Lose Your Smile. Nel momento in cui noti che la conclusiva Last Ride – luminoso ossimoro di crescendo misuratamente epico che plana su una rete di chitarre aeriformi – dura giustappunto sette minuti, capisci che il caso aiuta chi rischia. E, insieme al futuro, sorride a quelli come Alex e Victoria.

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Retronow: it’s shoegazing again

A volte ritornano e magari c’è da rabbrividire. Confesso di essere sempre un po’ meravigliato dal fascino che lo shoegaze esercita sulle nuove generazioni. Poi ricordo che le voci sognanti, il melodiare paradisiaco, l’impasto tra feedback e pulviscolo sonico effettato impressero una certa ventata di novità sulla scena albionica; e che la decostruzione chitarristica in un ordito qui rumorista e là gassoso ha senz’altro influito sul nascente dopo-rock e sul superamento della concezione “classica” di riff e assoli. L’influenza emersa a distanza mostra inoltre che esso non fu faccenda così monocorde come troppo spesso si è scritto. Anzi: in retrospettiva pare una cerniera tra i sussulti finali della neo-psichedelia anni ‘80 e le montanti avanguardie “post”. E infine fidatevi: le diatribe postume sull’attribuzione di questo o quel nome a un genere sono un buon segno.

Slowdive now

Tolti i noiosi mestieranti e i più post-psichedelici che altro, al suo centro pulsante osservo i Maestri A.R. Kane, Cocteau Twins e My Bloody Valentine fare (la) Storia a sé mentre Breathless e Boo Radleys si pongono da venerati progenitori e talenti policromi. Resta un pacchetto (anche qui con dei distinguo: ve lo dicevo che è una questione complessa!) composto da Curve, Lush, Sundays, Sverwedriver, Slowdive e Ride. L’ultima coppia è perfetta per spiegare la contemplazione delle scarpe e i suoi volti distinti e nondimeno complementari come dolcezza e passione in un Vero Amore. Da un lato il prologo ai Mojave 3, psichedelia al caramello zuppa di ambient e melanconia con apici nell’esordio Just For A Day e nei coevi 12”. Dall’altro, indie-pop lirico e muscolare – che discendeva da How Does It Feel To Feel dei magnifici Creation e insegnerà qualche trucco ai Tame Impala – cristallizzato nel 1990 con l’ottimo primo LP Nowhere.

Avanti veloce al 2017. Avvolte in un insolito destino, entrambe le band si ripresentano a breve distanza una dall’altra con dischi che non cambieranno la vita ma miglioreranno i giorni di noi “anta-e-oltre”, che siamo pur sempre lo zoccolo duro che tiene in piedi le macerie del mercato discografico. Però anche quelli di chi, più verde l’età, a certi suoni è giunto tramite emuli recenti e in tal modo capirà meglio le sfaccettate radici del contemporaneo dream-pop. Proprio perché di esso si è fatta gran modaiola chiacchiera, ha pienamente senso che Weather Diaries e Slowdive esistano: differenti gli esiti se parliamo di qualità, li accomuna una robustezza espressiva che appartiene a un altro tempo.

ride 2017

Anche per questo Slowdive convince da subito per sonorità stratificate e vigorose a sostegno di una penna che in tralice reca l’anima folk di Neil Halstead. Penna che regala momenti memorabili nella circolare, minimalista efficacia di Slomo e nell’aeriforme mestizia di Sugar For The Pill, nell’eleganza incalzante di Star Roving e nel commiato pianistico Falling Ashes. Ai Pink Floyd anni ’70 modernizzati da Go Get It rispondono le oniriche Everyone Knows e No Longer Making Time e una Don’t Know Why sapiente distillato di essenze Disintegration e Gemelli Cocteau. Si indignano i pasdaran se dichiaro tutto ciò la cosa migliore della formazione dal/col debutto? Credo di no.

Guardarsi indietro per guardarsi attorno. Vale per i Ride di Weather Diaries, prodotto dal dj Erol Alkan e mixato dalla lenza Alan Moulder per un risultato buono benché ineguale. Esaltano la sensazionale Charm Assault (gli House Of Love alle prese col freakbeat) e una Lannoy Point giocata tra sospensioni e slanci motorik; tuttavia Rocket Silver Symphony spreca citazioni di Spiritualized in troppa epica, Impermanence eccede col sentimentalismo e Cali stiracchia un bel folk-rock alla Church. Meglio allora una Lateral Alice che i Black Rebel Motorcycle Club non scriveranno mai più e la White Sands cartolina spedita ai Radiohead mesti e trasparenti di fine secolo. Bene, bravini, sette meno. A volte ritornano e c’è da applaudire.

Retronow: John Murry – l’inquietudine del cantautore solitario

Quanto è bello il rock quando con un sorriso ti culla nell’illusione di averle sentite tutte e poi ti svela un talento fino a poco prima sconosciuto. Espletata la formalità del “mea culpa”, peraltro comprensibile nel folle marasma odierno, hai un nuovo tesoro da custodire e che felicità! I lettori di questo blog saranno a conoscenza del fatto che c’è stato un tempo in cui il sottoscritto (coronando un sogno cullato fin dall’adolescenza) collaborava con una nota, gloriosa rivista musicale che nel frattempo è divenuta la succursale hipster di “Vanity Fair”.

Ciò mi permise di intervistare artisti ammirati da sempre, rivelatisi inoltre squisiti dal punto di vista umano. Ad esempio: veri Signori i Breathless, con cui parlai nel novembre di diversi anni fa. Da quella telefonata, Ari Neufeld e Dominic Appleton mi inviano regolarmente graditissimi cadeaux editi sul loro marchio discografico Tenor Vossa ed è stato così che ho scoperto John Murry. In ritardo, che volete farci. Del resto appartiene ad altre epoche anche la maniera con la quale il suo nuovo LP si apre all’ascoltatore.

John Murry

A Short History Of Decay è infatti un autentico slow burner dove abitano Mark Eitzel, Kurt Wagner, Mark Linkous. E’ una faccenda romantica e bella e non potrebbe darsi altrimenti, siccome John – subito glielo leggi, nello sguardo – ha alle spalle una vita che lo ha preso un bel po’ a calci. Con il pizzico di gotico sudista che non guasta, nasceva nel 1979 in quella Tupelo e dite se non è un segno come l’attuale domicilio in Irlanda. Nel mezzo di tutto e di più: una parentela tramite adozione con la famiglia Faulkner, l’autismo non diagnosticato, la folgorazione per Tom Petty.

E poi: un adolescente che si fa le ossa a Memphis, le decine di band, il trasloco a San Francisco per la carriera solista assistito da Chuck Prophet e Tim Mooney, batterista degli American Music Club, infine la tossicodipendenza. Su tutto, un album bello da far male ma bene, The Graceless Age, che nel 2012 incassava gli elogi di “Mojo” e “Uncut”. Il relativo tour era un ulteriore mettersi a nudo, la pelle strappata sera dopo sera sul palco, ma all’improvviso Mooney moriva e di nuovo era il caos a regnare. Quanto costruito con pazienza svaniva: moglie, figlia, l’esistenza intera.

A-Short-history-of-Decay

Per fortuna, lungo la sua traiettoria impazzita Murry si è imbattuto in Michael Timmins, letteralmente folgorato a Glasgow da un’esibizione di spalla ai Cowboy Junkies. Fatta la conoscenza, i due si scrivevano regolarmente e a un certo punto saltava fuori l’idea di un disco. Il resto è cronaca della settimana scorsa: un titolo che omaggia Emil Cioran e dieci canzoni – nove autografe, più una rilettura stellare posta in chiusura di What Jail Is Like degli Afghan Whigs – avvolte con Timmins in arrangiamenti misurati e spontanei.

Canzoni che camminano sicure nel perimetro stilistico di cui sopra senza (s)cadere nella fotocopia, più che altrove nella Silver Or Lead che aggiunge aromi di primi Tindersticks, nell’acusticheggiare alla Springsteen di Wrong Man, nelle trasparenze raccolte dagli Sparklehorse per When God Walks In. Se Come Five & Twenty si porge insieme virile e delicata, Defacing Sunday Bulletins toglie catrame dalla gola di Mark Lanegan e Under A Darker Moon e Countess Lola’s Blues (All In This Together) le vorresti programmate ogni giorno sulle onde FM del globo. Mi piace credere che tu sia una fenice, John. E che non ci deluderai mai.