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Il dolceamaro domani: Portishead

il mestiere e la routine non appartengono a Geoff Barrow, Beth Gibbons e Adrian Utley, ovvero il poliedrico visionario, la sciantosa del cottage accanto e il navigato jazzman noti al mondo come Portishead. Tre “anta e qualcosa” la cui musica ha del miracoloso. Prova ne sia che poco meno di un decennio fa ci riconsegnavano un universo estetico assai mutato – però, a ben ascoltare, riconoscibile – in Third, che, con un’abile parafrasi del revival post-punk, imitava i predecessori guadagnandosi l’eternità raccontando l’oggi. Correvano i pieni Novanta quando Dummy, successo di critica e pubblico ampio e inatteso, sigillò nel mainstream la rivoluzione innescata dai Massive Attack. Tra mille altre cose, Blue Lines espandeva la bassa battuta in una psichedelia che contaminava l’hip-hop con il dub. La chiamarono trip-hop e, prima di scadere in mero sottofondo, contribuì a ridisegnare l’habitat sonoro attorno a noi. Come il Pop Group, i Massive Attack venivano dalla multirazziale Bristol, con la differenza di essere un moderno collettivo e non una band in senso tradizionale. Vero che adesso il conto torna?

Quieti e austeri, i concittadini Portishead si definivano invece “vicini di casa con una forte passione per jazz e rock”, frase che trovo adattissima a loro per come dice moltissimo con (apparente) poco. E poiché la grandezza dei Portishead sta anche nel condensare tradizioni eterogenee, non fu per caso che il fatidico 1991 ne contenesse l’embrione. Ventenne, Geoff Barrow lavora negli studi Coach House e bazzica i Massive. Nel ’92, in Homebrew cuce su misura a Neneh Cherry una Somedays futuribile canzone d’amore che, leggiadra e uggiosa, fluttua su un frammento beethoveniano. Arrivano remix per Primal Scream, Paul Weller, Depeche Mode, tuttavia è l’incontro con Beth Gibbons (di sette primavere più vecchia; anche lei figlia di divorziati) ad accendere la miccia. Preso il nome dalla vicina località costiera dove Barrow è cresciuto, accolgono il chitarrista Adrian Utley. Parallelamente alla musica, lavorano su To Kill A Dead Man, cortometraggio ispirato ai film spionistici dei ‘60 che è correlativo visivo della musica in incubazione, così che – sull’esempio di Antonioni e Hitchcock – l’omaggio si rivela un gioco sottile tra realtà e immaginazione.

portishead smile

Accettata la proposta contrattuale della Go! Discs, nel ‘94 Dummy entra nella Storia e nel cuore vestendo i panni del fedele compagno per l’autunno dei nostri scontenti, elegante come una moderna Edith Piaf sotto nuvole di umida e un po’ stranita tristezza. Legati a compositori come Lalo Schifrin (campionato in Sour Times; altrove, spetta a sample di Weather Report e War indicare una precisa attitudine) e Bernhard Herrmann, al John Barry cui rimandano le chitarre e il taglio dei suoni, agli alchimisti dell’elettronica e della produzione, i Nostri sono intellettuali riservati e mai spocchiosi. Simili a un gruppo di rado citato al proposito, i Talk Talk. A me pare questo il tassello che suggella il puzzle, non solo perché il loro bassista Paul Webb è ringraziato dalla Gibbons nelle note interne dell’esordio e perché la ragazza avrebbe dovuto cantare stabilmente nel suo progetto .O.rang. No. Semmai è una questione di comuni attestati di genio: i dettagli che non scadono nell’orpello, la finta distanza tra autore e contenuto, lo “straniamento partecipato” che pone davanti alla fragilità emotiva. Di una musica che all’intimo centro è ineffabilmente femminile.

Di fatto, se si rimuovono lo scratching e la ritmica sistemata “in avanti”, Wandering Star e It’s A Fire porgono la prova mancante arrivando da Laughing Stock. Pura bellezza come le lame di theremin che fendono Mysterions e il melodioso tremolare di Sour Times, come le sincopi di It Could Be Sweet e i dub-hop jazzati Strangers e Pedestal. Che dire, poi, dell’ansia latente sciolta da due episodi più del resto stellari? Che interi universi sono racchiusi nel gassoso soul (il cuore dilaniato dall’orchestra e dal twang) di Roads e in Glory Box, ballata del Duemila che dondola su un brandello di Isaac Hayes tra fondali dolenti e scorticanti come le parole di Beth: “Dammi un motivo per amarti, dammi un motivo per essere una donna, voglio solo essere una donna.” Verso la fine irrompe un break ritmico accompagnato da un urlo di pena. “Tempo di cambiare.” intona la Gibbons, poi riparte dalla prima strofa. Il brano sfuma e chiude il disco. Una pausa per capire ciò che ti sconvolge, poi dentro si scioglie qualcosa che non sai. Così ogni volta, da allora.

Dummy

Con il passo meditato dei campioni, Portishead offre nel 1997 il già detto nella pianistica Undenied, nella metafisica Western Eyes, nella chirurgica Over. A ogni buon conto eccelse e idem la rinuncia al pezzo trainante, sul quale sono imposte audaci brume, una copertina da David Lynch ostaggio della più allucinata BBC e musica fenomenale. Billie Holiday compare inasprita da fantasmi di piatti Technics e saliscendi in Cowboys ed Elysium, una diva psicotica invoca le orchestrazioni di All Mine, Only You è una sospensione irreale, Humming lacrima orrore rarefatto.

Quando Half Day Closing si ispira esplicitamente agli United States Of America, ogni cosa è illuminata. O forse no, ché le emozioni sono racchiuse in seducenti coaguli di significato e chiedono tempo per rivelarsi. Dodici mesi dopo, Roseland NYC Live sarà piacevolissimo “best of”. Dissolvenza. Frattanto gli anni passano e la vita va avanti, a volte di corsa e a volte incespicando. L’Arte, nondimeno, se ne frega.  Nel 2002 Beth si riaffaccia sulle scene con Rustin’ Man A/K/A Paul Webb e il folk-rock evoluto dello splendido Out Of Season. Cerchio chiuso.

portishead sitting

Nella primavera del 2008 Three approda alla Island recapitando echi kraut (Silence, Nylon Smile) e post (Magic Doors, Plastic). Ma sono appunto echi trasfigurati in altro. In una We Carry On da Silver Apples che incidono Unknown Pleasures, in sfoglie (elettro)emotive della caratura di Threads e The Rip, nei mesti cenni di Hunter, nell’onomatopea sferzante di Machine Gun. Splendida affermazione di talento vero e disposto al rischio, cui seguivano i concerti e interessanti progetti paralleli di Geoff, che nel 2012 dichiarava di aver iniziato a buttar giù materiale nuovo, scherzandoci subito su aggiungendo che avremmo atteso un altro decennio.

L’ultimo messaggio sinora pervenuto maneggia come al solito una profonda visione dell’attualità: registrata una cover di SOS degli ABBA, lo scorso giugno il trio le abbinava un video incentrato sulla tragedia di Jo Cox e sul Brexit. Il filmato termina con Beth che tende la mano verso di noi. Appare una frase della politica britannica: “Sono molte di più le cose in comune di quelle che ci dividono.” Appunto. A presto o tardi, amici.