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Il mio nome è Costa, Gal Costa

Non costituisce regola infallibile che una squadra esclusivamente composta da campioni porti a casa il risultato. L’allinearsi di talenti porta felici risultati se qualcuno tira le fila e ci mette il quid che fa la differenza. Questi sono i presupposti del secondo trentatré giri della cantante brasiliana Gal Costa, originariamente pubblicato nel 1969 e riedito in digitale nel 2008 dalla Dusty Groove. Nel semiomonimo Gal non troverete però cartoline turistiche. Al loro posto, una manciata di brani scritti da Caetano Veloso e Gilberto Gil, gli arrangiamenti orchestrali di un Rogério Duprat che aveva studiato con Stockhausen e Boulez, atmosfere in bilico tra lunaticità ed estasi.

Un suono cangiante che alterna psichedelia verdeoro tagliente e iniettata di fuzz con impervie escursioni vocali prelevate da Patty Waters e scagliate – tramite Yoko Ono – in un futuro di ulteriori contaminazioni con Ludus, Slits e Raincoats. Per tacere di una seconda metà di scaletta avvolta su una follia che possiede metodo e sensibilità, come se fosse la barricata sonica eretta dal movimento Tropicalia per far fronte a un anno che significò innanzitutto dura repressione da parte della dittatura.

gal costa 70

Sintomatico dunque che le carte siano scoperte strada facendo, all’inizio preconizzando gli Stereolab tramite l’epidermico garage beat Cinema Olympia e subito dopo collegando le praterie al Nilo nella fenomenale Tuareg a firma Jorge Ben. Dopo di che, all’ugola messa sotto torchio da Cultura e civilização risponde il divertimento sottilmente disturbato di Paìs tropical. Sulla carta potrebbe sembrare una babele stilistica: spetta invece alla frequentazione prolungata sottolineare quanto gli umori mercuriali e i dualismi “in armonia” siano l’essenza stessa del disco. Quello il senso degli spigoli di Com medo, com Pedro e del Burt Bacharach scorticato di Meu nome é Gal, dell’acidula inquietudine su cui poggia The Empty Boat e dei dieci minuti finali di Objeto sim, objeto não e Pulsars e quasars, immaginifico “krautrock carioca” spinto oltre una crisi di nervi tra sensualità torbida, errebì destrutturato e respiri cosmici.

Sbalordito, riconosci quanto fosse matura la ventiquattrenne nata a Salvador (capitale dello stato di Bahia) come Maria da Graça Costa Penna Burgos, che fu ammiratrice di João Gilberto e commessa in un negozio di dischi fino a quando l’amico Caetano Veloso non la invitava a salire sul variopinto e sovversivo carrozzone tropicalista. Un paio di singoli su RCA e un LP di bossanova con Veloso, la presenza nell’epocale Tropicália: Ou Panis Et Circensis e un omonimo solista meno “fuori di testa” ma di buonissimo peso preparavano il terreno a un’impresa temerariamente fiera della propria libertà espressiva.

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Ennesima dimostrazione che, secondo il proclama “proibito proibire”, in quel Brasile ogni cosa era possibile, almeno nella testa e su vinile. Che si poteva parafrasare la scritta presente sul vessillo nazionale in disordine e progresso, perché valeva sempre e comunque la pena osare. Come in altri dischi figli di quel movimento, anche qui si fa carta straccia dei luoghi comuni con un sorriso dolceamaro; anche qui si sperimenta con il suono, immersi dentro una complessa e sfaccettata stratificazione socioculturale; anche qui ci si racconta tuttora originali. Ispirati dal cannibalismo artistico teorizzato da Oswald de Andrade, si mastica e metabolizza una versione mutata – e, va da sé, mutante – della cultura occidentale.

Scrivendo così regole nuove che quest’ultima raccoglierà, dritti al cuore e alla mente di chi capì e capirà. Prima di evolversi in uno scintillante classicismo (già evidente nel successivo, giocoforza più addomesticato Legal; piace anche la complessa ma romantica eleganza mostrata nel 1973 da Índia) si sfoggia un Genio irrequieto e brado. Quello stesso che oggi scorgi nell’idea di una musica priva di barriere e pregiudizi, seduto a presidiare ogni angolo di quel meticciato totale che chiamiamo quotidianità.