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Perfetti ma non troppo: Joni Mitchell sui prati sibilanti

Non se la passa benissimo, oggi, la Signora del canyon. Dopo la poliomielite di gioventù e le più recenti artriti e parassitosi allucinatorie, tre anni fa la rinvenivano incosciente tra le mura domestiche a causa di un aneurisma cerebrale dal quale si sta ancora riprendendo. Le auguro ogni bene e non avete idea di quanto faccia piacere leggere che ha rifiutato l’autorizzazione a un biopic con protagonista Taylor Swift (a tutto c’è un limite, sì) e che, fotografata per una campagna pubblicitaria, ha chiesto che sul viso le lasciassero ogni ruga. A qualunque età, un peperino è un peperino… Pazienza se dal 1991 del lampo isolato Night Ride Home, soffocata da rancori e amarcord Joni Mitchell pubblica poco e male. C’è stato un tempo in cui plasmò il cantautorato femminile con inarrivabile maestria. Tanto basta al cuore e alla Storia.

Joni smoking

Da sempre l’artista canadese maneggia anche pennelli e colori. La cogli, una mano che sgocciola alla Pollock e ipotizza un Hopper umanista in canzoni spesso concepite come quadri o, insegna la metafora dell’epocale Blue, come tatuaggi. In questo fiume di colori che trattengono qualcosa di noi e che assieme a noi invecchiano, per un certo periodo Joni si è cimentata con l’astrattismo ottenendo i risultati migliori al primo tentativo, l’ingiustamente trascurato The Hissing Of Summer Lawns. Che questo LP sia oggetto di adorazione da parte di eminenti colleghi – per non far nomi: Prince, Kate Bush, Bjork – significa molto alla luce di un linguaggio troppo fuori dagli schemi per il 1975 in cui vide la luce.

hissing cover

Oggi, che al dopo-rock abbiamo ormai fatto l’abitudine, si può infatti apprezzare in pieno il diretto successore di Court And Spark, di suo un trentatré giri belloccio e di notevole successo che fu fonte di insensate accuse di commercializzazione. Punta sul vivo, Joni rispose con i fatti. Convocati i fidi L.A. Express e qualche ospite (“Skunk” Baxter, Larry Carlton, James Taylor, Nash e Crosby) cavò dal cilindro un post-songwriting di fascino ambiguo e curatissimo nei dettagli. Uno stile che, similmente all‘Africa traslocata sulle colline di Beverly Hills della copertina, si dipana con spirito lynchiano (la foto interna ritrae l’artefice in un’amniotica piscina con un aspetto che non sai se rilassato oppure inerte) lungo le dissonanze del quotidiano. Di conseguenza la musica richiede attenzione e ripetuti passaggi per svelare strutture scagliate oltre le convenzioni da un saldo centro di gravità e da una forza comunicativa affatto comune.

Joni by Norman-Seeff

Questo sono la cover di Centerpiece che improvvisa emerge e riaffonda nella stranita Harry’s House, una In France They Kiss On The Main Street che veste di abiti West Coast il fluido jazz-rock degli Steely Dan, la The Jungle Line che omaggia Henri Rousseau – toh: un pittore! – e preconizza Julia Holter e Volta tra sibilar di moog e tamburi Burundi. Se la tensione sfiora il pelo dell’acqua in Eddie And The Kingpin e Don’t Interrupt The Sorrow vaga nei tropici, la melanconia avant-pop di Shades Of Scarlett Conquering e dell’omonima trama di ritmi e fiati risponde alla sonata meticcia The Boho Dance e al cristallo folk Sweet Bird. Quando tutto termina sull’ambient gospel per voci e sintetizzatore ARP – meraviglia da far invidia a Brian Eno – di Shadows And Light, capisci che chi chiedeva altre Raised On Robbery stava negando alla Mitchell il diritto di evolversi. Sorridi e ricominci da capo, sedotto e ipnotizzato.

Sull’onda della fama, in novembre The Hissing Of Summer Lawns debutta al quarto posto in classifica ma precipita subito. Non se ne preoccupa minimamente la Nostra, appena passata – cito testualmente – “dal reparto hit a quello dell’arte” in virtù di un’opera sul serio perfetta ma non troppo, cioè quel tanto che basta a centrare un’arguzia mai autocompiaciuta. Attraversati i prati estivi, Joni Mitchell si metterà in viaggio sulle “strade blu” d’America e nell’anno del bicentenario concepirà Hejira. Sarà l’ultimo suo Capolavoro.

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Retronow: messaggi dall’Imperatore Nero

Parafrasando Charles Trenet, viene da chiedersi que reste-t-il du post-rock? Cosa resta, insomma, a circa vent’anni dall’esplosione mediatica su media scala di un non genere da annoverare tra le ultime rivoluzioni (appropriatamente defilata) della musica popolare? Soltanto bei ricordi e un pugno di ceneri se si guarda in talune direzioni, laddove in Canada il fuoco tuttora brucia e l’etichetta Constellation – checché ne scrivano certuni – rappresenta una garanzia. Il post-rock, dicevo. Significativo che la gran parte dei suoi alfieri scansasse la definizione, proprio come fu per una new wave a sua volta etichettata anche “post-punk”. In maniera analoga, spetta al prefisso spiegare qualcosa di sfuggente che in sostanza è più attitudine che stile. La chiave rivelatrice sta in quel “dopo” che significa “oltre”. Che significa superare i cliché di un rock che in mano a troppe mezze seghe era/è mera ridicolaggine.

Luciferian

In altre parole, gettare nel calderone rischio, estro, fantasia, sperimentazione per spostare il confine più avanti. Di qualche centimetro, certo, ché ormai il tempo dei passi da gigante è finito da un pezzo. Con il rischio latente – poi diventato una zavorra per alcuni protagonisti: ad esempio i Tortoise – di scadere in intellettualismi frigidi e ostentazioni fini a sé stesse. Ecco: ciò che permette ai Godspeed You! Black Emperor di essere vivi è proprio un senso dell’umano che poco alla volta sorge e abbaglia. Tra i maelstrom sonici e le liturgie sospese, è un blues come condizione dell’anima a venire a galla, spiritualità pura che si misura con l’orrore del mondo senza melodrammi né retorica. Se vi pare poco, passate oltre.

Sono in un certo senso i Grateful Dead della loro generazione, costoro. Però persi tra i solchi di un ipotetico A Saucerful Of Secrets figlio e non presupposto del krautrock; però con ospiti Amon Düül II, King Crimson e Quicksilver Messenger Service; però con Ennio Morricone, Glenn Branca e Terry Riley a orchestrare; però con un retroterra anarco-punk e profumi di “trance” californiana. Più o meno. Musica pressoché impossibile da descrivere a parole, tanti e tali sono gli elementi che la compongono e per questo ogni ascolto esalta e regala brividi come fosse il primo. Inoltre, Genio, idee e vigore sono inscindibili dalla questione “politica”, poiché i ragazzi sono fieri ma non tronfi, si schierano senza tenere comizi e razzolano come predicano. Al caos contrappongono oggi sonorità poco più distese a sottolineare che, essendo l’apocalisse già tra noi, dobbiamo erigere muraglie di bellezza a nostra difesa.

GY!BE

Questa la sostanza di quattro tracce più concise – per lo standard GY!BE, ovviamente – ma compatte e stratificate come si conviene. Un senso di virile malinconia le avvolge, benedicendo progressioni qui rumoriste e là favolosamente spaghetti western, chitarre vertiginose e tamburi furibondi, elevazioni commoventi e ira funesta. Il felice paradosso essendo che nel momento in cui rinunciano a voci trovate e registrazioni sul campo i canadesi consegnano la loro opera sin qui più emozionale: quaranta meravigliosi minuti che raggiungono un apice lirico nella chiusura Anthem For No State. Dalla quale vi verrà subito voglia di ripartire e di immergervi più volte nella profondità e nel fascino di Luciferian Towers. Il giorno in cui gli incazzati del mondo erediteranno la terra, questa sarà la colonna sonora. Che la festa cominci già adesso.

Retronow: uccidi l’indie snob – Nap Eyes

Avete presente il detto secondo il quale hai ragione quando fai incazzare tutti? Per lo più è vero. Allo stesso modo, se chiunque dice bene di una band, un sospetto mi serpeggia in mente. La bestia indie-snob che tanto ho sudato per scacciare torna a farmi visita portando diffidenza e spallucce. Spesso ha ragione, lo ammetto. A volte, invece, il guitar sound delle nuove generazioni dimostra magia, attributi e idee. Ritrovo l’approccio fintamente rozzo e realmente sozzo, ma soprattutto canzoni notturne e fascinose che seducono con contaminata purezza. Irresistibili per indolenza nevrotica eppure sognante e un romanticismo un po’ cinico e un po’ passionale che appartiene ai dischi che non prendono mai polvere, a quelli che sulla costina hanno scritto Feelies, Yo La Tengo, TV Personalities, Swell Maps, Modern Lovers, Pavement…

Allora perché non nominare il Gruppo dei Gruppi e farla finita? Perché sappiamo che il gioco delle somiglianze sa essere crudele e ingiusto come pochi altri. Ma sappiamo anche che un elenco di “figli” eccellenti dei Velvet Underground richiederebbe pagine su pagine. Di fatto, il loro filo scuro è indenne al tempo e conduce regolarmente al rock che per davvero conta. Guarda caso, quel filo sbuca fuori subito a proposito dei canadesi Nap Eyes, che nel primo scorcio di 2016 hanno pubblicato Thought Rock Fish Scale, secondo album capace di incassare gli elogi di “Stereogum” e “Pitchfork” come di “Mojo” e “Uncut”. Dicevi, scusa? Calma: di entusiasmarsi v’è donde. E se il solito hipster tira fuori segaiole descrizioni per darsi un tono, fregatevene: versategli il cocktail sulla barba e fiondatevi senza esitare su una musica tra le più eccitanti in circolazione.

Nap-Eyes[1]

Roba che smuove cuore e cervello mentre mi leva la sedia da sotto il culo. Sul pavimento, ragiono su come ancora possano dire qualcosa un pugno di accordi minimali e ipnotici, il canto che chiacchiera tra scazzo e autoanalisi, le tessiture di luci e ombre. Dopo l’ennesimo ascolto, ci arrivo: il segreto è accettare che da sempre il pop migliore sia, in mani abili, un riciclo creativo. I Nap Eyes poggiano dunque la loro estetica su un immaginario fidato, tuttavia lo innervano di spiccata personalità e di significati attuali: la decadenza di Venus In Furs e Candy Says è sostituita da profonde riflessioni su disillusione e incomunicabilità, laddove il linguaggio sonoro comprime il percorso velvetiano in un calderone possibile solo col senno del poi.

Feedback rugginoso e stoffa compositiva sono presi dalla “Banana” per temprare gli accenni di bassa fedeltà alla White Light/White Heat; lo sfondo folk metropolitano profuma del terzo LP di Lou e soci e tra le pieghe scorgi l’essenziale fisicità di VU. Cotanto genio ha alle spalle una storia semplice che parte da Halifax, Nuova Scozia, dove quattrocentomila anime affrontano il freddo dell’Atlantico. Nigel Chapman – che nei Nap Eyes scrive testi belli e arguti, canta e imbraccia la chitarra ritmica – nel 2011 si stanca di suonare folk in solitudine e raduna pochi amici (Josh Salter al basso, il batterista Seamus Dalton, la sei corde abile e misurata di Brad Loughead) coi quali dare altra forma alle sue visioni. Nel 2014 un LP di debutto vede la luce su un minuscolo marchio di Montreal, però nessuno si accorge di quelle duecento copie e Chapman bussa alla You’ve Changed, altra etichetta locale dai mezzi un tot più ampi.

Con l’appoggio della benemerita americana Paradise Of Bachelors, si riedita tutto organizzando un tour continentale. Da lì è bastato poco affinché Whine Of The Mystic lasciasse di stucco e spingesse a pensare che i quattro potessero fare persino meglio. Così è stato. Incisa in diretta nella casa al mare dei Chapman, la mezz’ora abbondante di Thought Rock Fish Scale tratteggia un lucido, melanconico stupore avvolto in melodie che non abbandonano più. Oltre la compattezza e la solidità, convincono l’ulteriore maturità della penna, un’esecuzione ruvida però mai abborracciata, certi echi della Flying Nun (toh: la madre di Nigel è neozelandese…).

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Composizioni una più bella dell’altra racchiudono un mondo poetico e con pacatezza riflettono su quanto c’è al di fuori finché, con cadenza d’altri tempi, divengono qualcosa di necessario. Mixer è un Lou Reed così giovane e soul da suscitare commossi brividi e Dont’ Be Right sparge vividi aromi di Young Marble Giants; per una Stargazer che riveste Some Kinda Love con toni country-folk ecco la mutevole e umorale Click Clack; ai chiaroscuri urbani di Alaskan Shake e Lion In Chains risponde una Roll It di contagiosa isteria che fa carta straccia degli Strokes. Affettuosamente ritroso, Chapman affida le ultime parole del disco all’adorabile, sbilenca innodia di Trust: “Voglio che vi fidiate di me.” Invito raccolto, ragazzo. Scommetto che non ci tradirai.