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Polly sulla spiaggia. Venticinque anni da Rid Of Me

Ero appena uscita dall’adolescenza e a quell’età desideri solo lasciare un segno nel mondo. Volevo dire qualcosa in modo inaudito, creare casino.” (da una intervista a “Spin”, 2013)

La stavamo aspettando, una come PJ. Avevamo fame di una cantautrice moderna che fosse istintuale e acuta, umoristica e sfacciata, sicura e convincente. Una che di fronte allo scettico mondo trasformasse in verbo e carne nuovi il vangelo secondo Patti Smith. E costei arrivò, prese per la collottola la ruvidità cubista di Beefheart, la classicità rock e il cinismo di McLaren mescolandoli in uno stile unico che – a differenza della sua controparte d’oltreatlantico Liz Phair – tuttora suscita ammirazione. Persino nei momenti in cui l’ispirazione era in lieve calo, la Harvey ha fuso estro e vissuto risultando tanto più fedele a sé quanto più mutava. Sotto ai vestiti, insomma, di sostanza ce n’è sempre stata. E, signore e signori, mai come in questo caso: diffidate delle imitazioni.

pj rose

Cresciuta nella campagna britannica, Polly Jean Harvey frequenta la scuola d’arte e nel ‘91 vara un omonimo trio con il bassista Steve Vaughan e il batterista Robert Ellis. Un annetto e il prezioso debutto su Too Pure Dry già sbriciola cliché artistici e sociali con obliqua naturalezza. Nondimeno, la ventitreenne quasi soccombe a un esaurimento psicofisico causato dal clamore improvviso e dalla fine di una relazione sentimentale. La scampa rifugiandosi nel natio Dorset e poi in una stanza tutta per sé con vista sulla Manica.

Passata alla Island, scelta tra decine di pretendenti perché accolse il Tom Waits più “fuori”, in quel buen retiro legge Flannery O’Connor, Salinger, Nietzsche. Soprattutto, scrive brani che alla fine di uno sfiancante tour americano incide (eccetto Man-Size Sextet, cameristico lascito del precedente tentativo con il produttore Head) nei boschi silenziosi e innevati del Minnesota. Steve Albini è alla consolle e la sua magistrale scienza della registrazione permetterà a Rid Of Me di esplodere in modo “fisico”. Di essere cioè qualcosa di tangibile e vivo.

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La musica qui si racconta tagliente, nuda, dolcemente cruda. Scontrosa e disturbante come la copertina di Maria Mochnacz. Tuttavia la frequentazione mostra che è proprio l’assenza di orpelli a mettere in risalto l’emotività estrema e una scrittura stellare. Epocale anche per questo motivo, oltre a sfasciare il gruppo Rid Of Me ottiene un inatteso successo commerciale possibile giusto in quegli anni fantastici e folli. Ampiamente meritato e idem l’ingresso negli annali.

Legate tra loro pagine prese da Radio Ethiopia, da Diamanda Galas e da Howlin’ Wolf con il collante di un In Utero che scalpitava nella testa del fan Kurt Cobain, la ragazza consegna l’urgenza espressiva agli art-blues Hook ed Ecstasy, alla sensualità frenetica di Legs, Man-Size e 50Ft Queenie, alle incendiarie confessioni della title-track e di Dry, alla stridente sospensione Rub Til It Bleeds.

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Canzoni favolose all’epoca, oggi, tra altri venticinque anni. Con il cuore faccio quindi gli auguri a un album reso ancor più immenso e scintillante dallo scorrere del tempo. Un album la cui importanza è spiegata benissimo dalla fenomenale cover di Highway 61 Revisited, che senza timore reverenziale scaraventa Bob Dylan su una giostra di graffi e volute plumbee. Da qui basta confronti: sarà Polly Jean a essere pietra di paragone. Ruolo gestito con genio e argomentazioni da Grande, più che altrove nelle eleganti dodici battute gotiche di To Bring You My Love, nell’intimismo del pianistico White Chalk e nel post-folk militante di Let England Shake. Altri Capolavori imperdibili, pur se privi della forza travolgente di Rid Of Me. Giusto così. Nella vita, giovani e uterinamente incazzate si può essere una volta solta.

La prima foto di Margo Guryan

Nel 1958 il cantante jazz Chris Connor per primo incise un brano di Margo Guryan, alla quale per laurearsi mancava ancora un biennio. In tanti lo seguiranno baciati dal successo e, come da triste regola, per ognuno che ce la fa decine perdono il treno. E a volte c’è anche chi via dalla pazza gloria ci va di sua sponte. Ad esempio una ragazza che possedeva ogni caratteristica per il successo: la penna scintillante, intinta in vaudeville e Tin Pan Alley come in jazz e pop; il sorriso amabile e la frangetta da timida, riservata dirimpettaia; soprattutto, canzoni che spalancano le finestre al sole nel più grigio dei giorni.

Ascolto e riascolto un pugno di delizie suadentemente orchestrate dalle strutture complesse però agili e penso a Louis Philippe, Eric Matthews, High Llamas. Vedi che succede a essere troppo intelligenti? Poi mi dico che l’intelligenza è come la bellezza: non può mai essere troppa. E chissà cosa sarebbe accaduto se la Guryan avesse incrociato sulla sua strada Van Dyke Parks o Curt Boettcher. D’accordo: le supposizioni non fanno la storia, ma mi è venuta di nuovo voglia di raccontare la (breve) vicenda di questa semisconosciuta, che all’inizio del nuovo secolo tornò nei negozi con la ristampa in CD di Take A Picture, vinile che i collezionisti si scambiavano a duecento dollari la copia.

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Periferia borghese della Grande Mela, secondo dopoguerra: la piccola Margo è un prodigio che passa ore felici al pianoforte sotto l’occhio dei genitori. All’età giusta studia composizione classica alla Boston University e si genuflette di fronte a Cole Porter e Rodgers & Hart. Ama anche il jazz contemporaneo e vanta così un eterogeneo catalogo di influenze e una calligrafia che stuzzicano l’interesse della Atlantic. Assunta come compositrice per un problema (poi risolto) con l’estensione vocale, la giovane incamera esperienza e soldini, si laurea e frequenta – con Ornette Coleman e Don Cherry! – la Lenox School Of Jazz in Massachusetts. A lezione da Bill Evans e Max Roach, sposa un musicista e compone nel giro jazzistico.

Il punto di svolta è un 45 giri dei Beach Boys consigliato da un amico per lenire i dolori del divorzio e suonato fino a consumarne i solchi. God Only Knows, una delle odi d’amore più elevate, struggenti e ardite mai messe in musica, è per Margo un monolito kubrickiano che permette di accogliere il respiro pop che ancora le manca. Dopo aver composto per le fortune commerciali di altri, inizia a tenere da parte del materiale. Lavora anche come segretaria per il produttore Creed Taylor e un bel dì gli passa un nastro. Un Taylor entusiasta coinvolge la compagnia di edizioni della Columbia e la Bell Records, infine presenta alla Nostra il manager e futuro marito David Roster. Nel ’68 la ghost writer che fu rompe gli indugi con Take A Picture, gioiellino dove un Brian Wilson sano di mente scende dall’altra metà del cielo recando twee pop arguto mai a rischio di carie.

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Prima dell’uscita, Spanky & Our Gang hanno dato lustro all’apertura Sunday Morning, soul bianco sexy con una punta acidula che spalanca l’uscio alle altre meraviglie. Sun è il beat dolce e raffinato mandato a memoria da Pizzicato Five e Belle & Sebastian, in Love Songs Lee Hazlewood compone per una Nancy Sinatra priva di malizia, i due minuti scarsi di Don’t Go Away mandano in collisione orchestra e ritmica culminando nell’errebì. A fungere da collante concorrono un lieve tema di fondo (le canzoni sono intese come delle fotografie), la concisione e un moderna retro-malinconia per sognatori pigri. Sorta di coperta di Linus intessuta di ricordi fittizi, le timbriche fanciullesche e lo sviluppo armonico circolare in stile Pet Sounds di Think Of Rain e Someone I Know arrivano al cuore con le marcette sussurrate Thoughts e Can You Tell. Al fiatistico, ilare vaudeville trasferito a New Orleans What Can I Give You rispondono il Bacharach apocrifo e barocco della title track e, in chiusura, la potente loungedelia di Love.

Positivo il riscontro critico, l’avversione della Guryan per i tour frena l’ascesa. In tempi di festival e raduni le radio non bastano più e Take A Picture non lascia traccia. Nemmeno eredi, poiché 25 Demos (o Thoughts, versione con la scaletta modificata) e 27 Demos sono ciò che i titoli lasciano supporre e The Chopsticks Variations una serie di esercizi sulla nota composizione di Euphemia Allen. Soprassedete pure, sapendo che a fine ’60 Margo torna a sfornare hit per Jackie DeShannon e Julie London. Poi fa la mamma, l’insegnante di piano e la produttrice a Los Angeles, dove tutt’ora scrive canzoni da peperino che nel 2007 sfotteva a 45 giri George Bush Jr. e Richard Nixon. La fama? E chissene! Dalla vita Margo ha avuto ciò che desiderava. Noi un… album che il tempo ha lasciato miracolosamente intatto.