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Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young, che lo stesso giorno risponde dal passato con Homegrown) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

bobby

Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza cameristica tra Randy Newman e John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

Le maschere di un poeta: Bonnie “Prince” Billy

La vetta più alta che l’artista può raggiungere è lo status di classico. Del modello un po’ monello che, sancito un prima e un dopo, conserva lo spirito della propria epoca allorché lo trascende. Nell’Olimpo c’è anche chi ha fatto di inafferrabilità virtù e spesso sono costoro gli Dei e le Dee che affascinano in maggior misura. Questo il segreto dell’inesistenza di un “vero” Bob Dylan, di un Neil Young che alterna la quiete ai mari di elettricità, delle metamorfosi con le quali Tom Waits, Bjork e PJ Harvey ricavano Arte dallo scorrere del tempo. Sono maschere di vita che riflettono chi le indossa e raccontano storie. Così, anche con Will Oldham ogni pretesa di considerare definitiva un’identità si riduce a presunzione.

Venendo al qui e ora, da dieci anni avevo la netta impressione che il Principino fosse dedito al cazzeggio d’autore. Prima che gridiate alla lesa maestà, lasciatemi spiegare: dallo zenit I See A Darkness, Will ha girato attorno alla sua cifra stilistica con genialità, estro e classe; intatte le emozioni e l’arguzia, seguitava a consegnare canzoni di alto livello. Tuttavia, da The Wonder Show Of The World la brillantezza è venuta meno e le uscite seguenti – scintillante eccezione l’album con i Trembling Bells – parevano nascondere un blocco dello scrittore o la precoce senilità. Comunque, proprio quando stavo per consegnarlo a un mestiere che non gli si confà, Mr. Oldham mi ha fregato. Dicevi delle maschere, scusa?

BPB

I Made A Place contiene infatti i primi nuovi autografi dal lontano 2011 (dodici più Mama Mama, traditional di retrogusto tex-mex) e indica la maturità di chi è diventato padre conservando – ritrovando? – le illogiche del poeta fingitore. Di chi utilizza mezzi tradizionali (country a bagno in folk e rock; arrangiamenti asciutti, attenti all’intarsio e con azzeccati risvolti fiatistici) per giocare con l’abbraccio tra musica e parole, trattate come amanti appassionati dal Maestro che indica una direzione conducendo altrove. Forse verso il luogo cui allude il titolo/sciarada dove un “have” appare e scompare dalla confezione: difficile stabilirlo, perché – giova ribadirlo – a contare è l’enigma in sé. Lo stesso vale per l’esistenza: complicata, misteriosa, disseminata di spazi grigi generosi di epifanie. E, va da sé, per un disco idealmente riassunto da Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past e la sua idea di passato e futuro che si scambiano i ruoli soppesando i massimi sistemi.

made a place

L’acusticheria scherzosa memore di Woody Guthrie è uno dei tanti gioielli in una scaletta solidissima e svelta a imprimersi in testa, dal Gram Parsons a capo dei Waterboys di New Memory Box, The Devil’s Throat e Squid Eye a una title-track insieme trasognata e acidula, passando per l’aura albionica anni ‘70 di Dream Awhile, una This Is Far From Over metà Bryter Layter e metà Astral Weeks e il soul celtico in jazz di Nothing Is Busted. Culmine un trittico finale lungo il quale gli spettri amichevoli di ance e voci che avvolgono The Glow Pt.3 conducono alla scintillante lamina emotiva Thick Air e a una sospesa, tersa Building A Fire. Una delle sequenze migliori mai allestite da Oldham vive di un’intensità che lascia senza parole, laddove il resto porge dolcezza e melanconie che scaldano l’anima nel profondo. Perché così è la vita e così s’ha da cantarla. Bentornato Prince Billy, ma chissà se davvero sei stato via.

Chuck E. Weiss, l’ultimo romantico di L.A.

Le amicizie contano eccome. Credo che chiunque abbia “conosciuto” l’oggetto di queste righe grazie a una canzone custodita nel meraviglioso debutto di Rickie Lee Jones. A suo tempo, l’unico difetto di Chuck E’s In Love per me era l’omissione del cognome che rotolava come un nichelino tra Foreign Affairs, Small Change e Nighthawks At The Diner. Ascoltandoli, fantasticavo su un poeta beat compagno di sbronze del primo Tom Waits e di Miss Jones. Che gioia scoprire poi in costui un vero talento e un uomo innamorato della musica e della vita.

Qualche passo indietro, se vi va. Nei primi fifties, Leo e Jeannette Weiss giungono a Denver (via Chicago) con il frugoletto Charles Edward. Mamma disegna cappelli mentre il babbo farà fortuna offrendo invenzioni alla Disney e progettando un attrezzo che leva il ghiaccio dal parabrezza delle auto. Quando Charles cresce, lo tengono buono con la batteria; rilevato un negozio di dischi, eccolo al bancone e a suonare nei locali. Una sera serve qualcuno che accompagni Lightnin’ Hopkins: quell’adolescente di origine ebrea se la cava così bene dietro tamburi e piatti che il bluesman se lo porta in tour, presto imitato da Willie Dixon, Muddy Waters, Dr. John.

sitting chuck

Del 1972 l’incontro casuale con Tom che cagiona il trasloco definitivo in California. A metà decennio, il venti-e-qualcosa risiede al mitico motel Tropicana: sgobba in cucina, ispira Sam Shepard, incide demo. L’arrivo di Rickie Lee crea un bizzarro triangolo misto d’amicizia fraterna, famiglia disfunzionale e amore bohémien. Waits e la bionda con basco e sigaro staranno assieme tre anni, dopo di che lei saluta i bassifondi, lui volta pagina a New York, l’altro seguita a bazzicare gli angoli della Città degli Angeli che rappresentano il suo liquido amniotico. Nell’81 la Select ricava da mezz’oretta scarsa di provini il delizioso The Other Side Of Town, svelando la scapigliatura e l’emotività stradaiole che ti aspetti da un tipo del genere.

Il tipo che si incazza perché non l’hanno interpellato e – incredibile a dirsi – è tuttora scontento della caliginosa Sparky, dei rock‘n’roll urbani Gina, Tropicana e Juvenile Delinquent, dell’indolente Luigi’s Starlite Lounge. Per tacer dei tasti pestati dal Dottore e della ripresa di Saturday Nite Fish Fry (Louis Jordan), del duetto con l’amica Jones in Sidekick e di una title-track che tratteggia quell’America che è condizione spirituale e mentale di ogni romantico che si rispetti. In quanto tale, Weiss schifa lo showbiz e, oltre a recitare, per undici anni squassa il palco del losangelino Central a botte di errebì. Quando il club perde quota, lo compra con Johnny Depp e il ribattezzato Viper Room diventa una mecca della giovane Hollywood anni ’90, finché River Phoenix non ci lascia le penne sul marciapiede di fronte. Dissolvenza.

extremely cool

Bastano diciotto primavere per un “vero” LP? Certo, purché sia… Extremely Cool. A comprovare il titolo l’aiuto di Waits in regia e una scaletta sensazionale dallo zydeco Oh, Marcy allo stomp elettrizzato/elettrizzante Devil With Blue Suede Shoes passando per il quadrato roots-rock Jimmy Would, una notturna Deeply Sorry, il Beefheart apocrifo di Pygmy Fund. Un triennio e Old Souls & Wolf Tickets pesca da New Orleans l’attacco felpato Congo Square At Midnight e il festoso arrivederci Dixieland Funeral, sistemando nel bel mezzo Cuori di Bue speziati, marce gospel, ballate sornione, un Dylan inzuppato nel rockabilly. Concedersi poco e bene è la filosofia che, a metà anni zero, recapita lo sghembo 23rd & Stout: un filo meno riuscito dei predecessori, tuttavia consigliabile per il Tav Falco ispanico di Novade Nada, una stonesiana Piccolo Pete e l’inchino a Re Slim Harpo di Fake Dance. Come minimo.

Che gentiluomo, Chuck. Dopo aver soggiornato presso Rykodisc e Cooking Vinyl, l’avrei visto a suo agio nella confraternita Anti-: guarda caso, proprio lei benediva nel 2014 Red Beans And Weiss, riassunto di carriera sciccoso con copertina stile “umoristico pantheon” e contenuto in appassionato slalom tra talkin’ funk (That Knucklehead Stuff), bislacco esotismo (The Hink-A-Dink, Kokamo), Cramps ringiovaniti (Tupelo Joe), cartoline sotto sbornia spedite dal lato sbagliato però giusto del confine (Hey Pendejo), strapazzi di boogie, blues e jazz poetry. Chuck, so che non te ne frega niente, ma ci tengo a dirti che siamo tutti in love with you. A quando il prossimo show?

Tim Rose, a long time man

Se vi state domandando chi sia Tim Rose, suggerisco un esperimento. Estraete dallo scaffale Your Funeral, My Trial, puntate Long Time Man e ascoltate più volte. Infine, cercate in rete l’originale e, toh, avrete la radice primeva del Re Inchiostro che intinge nella pece una favolosa murder ballad apocrifa. Nel pittoresco bestiario del rock, Tim è qualcosa di poco noto e singolare: non si rovinò come Hardin, non sparì come Fred Neil, non esplose a contatto con la realtà come Buckley. Dotato di una penna con lampi di vaglia, fu per lo più un terrigno e carnale interprete – nell’epoca in cui l’autore si imponeva: forse questo spiega il persistente oblio – che impastò folk, rock, blues e soul da viso pallido con l‘ugola ne(g)ra. Però di veramente bello gli riuscì un solo disco. Però patì l’assenza di un Hazlewood o uno Spector che l’avrebbero aiutato a ottenere gloria, onori e altre meraviglie. Però ci sono un pugno di canzoni da conoscere e custodire e una vicenda che è una storia americana. Nel bene e nel male.

Classe 1940, Timothy Alan Patrick Rose cresce in Virginia ereditando l’amore per la musica dalla nonna, pianista nei cinema del muto, e da una zia cantante d’opera. Influenze utili allorché, chitarra e banjo in spalla, entra nel mondo dello spettacolo dopo un picaresco percorso che lo ha condotto in seminario, in banca, nell’aviazione militare e nella marina mercantile. Venti-e-qualcosa, in svariate formazioni incrocia colleghi di belle speranze: John Phillips, Scott McKenzie, Jake Holmes. La prima faccenda seria sono i Big Three con quella Cass Elliot e John Brown (poi James Hendricks): tra ’62 e ’63, pubblicano due album folk di buon successo prima di sciogliersi per divergenze artistiche. Tim si ritrova solo sui palchi newyorchesi e nell’autunno 1966 è adocchiato da David Rubinson, firma con la CBS e il primo 45 cade nel vuoto. Senza scomporsi, David manda in studio Jay Berliner, Felix Pappalardi e Bernard Purdie a sgobbare su un intero LP seguendo gli arrangiamenti del Nostro.

smilin' Tim

Il singolo che lo traina è una Hey Joe che dalle sprintate letture di Leaves, Love e Byrds si trasforma in epica moviola. Tesa e collerica, così aderisce perfetta al testo e l’esempio verrà raccolto subito da Jimi Hendrix e, anni dopo, di nuovo dal fan Nick Cave. Introduzione fenomenale a un Tim Rose che dal ‘67 brilla per vigore, compattezza, varietà: I’m Gonna Be Strong gira Kurt Weill in bolero soul e la delizia barocca You’re Slipping Away From Me immagina una Nancy Sinatra maschia; King Lonely The Blue imbocca l’autostrada 61 parcheggiando sotto al Brill Building mentre I Gotta Do Things My Way e Where Was I?, Fare Thee Well I Got A Loneliness spargono rhythm’n’blues vibrante, robusto e strapazzato con gli arnesi del rock. La seduzione senza scampo di Long Time Man è contrappuntata da Come Away Melinda e da una voce che spegne il pathos in un vuoto apocalittico. Morning Dew è letteralmente strappata all’autrice Bonnie Dobson con strofe leggiadre, sferzare di ritornello, canto inerpicato su un cielo di pause teatrali e rimbombi “wall of sound”. Speziato il tutto con un po’ di melodramma pop, il gioco (non) è fatto.

Tim Rose album

Il visibilio di Albione è infatti intenso ma breve. Un tour con la Aynsley Dunbar Retaliation stupisce le platee mentre il malinconico folk Long Haired Boy è già l’ultimo centro. Qualcosa si rompe, subito. In coda ai ’60, per produrre il rock screziato d’ebano di Through Rose Colored Glasses si interessa George Harrison ma poi rinuncia. Il discreto risultato non lascia tracce e idem Love: A Kind of Hate Story. Tim rientra in patria, alternando i concerti alla guida di voli charter finché rimedia un contratto con – da non credersi! – l’etichetta di “Playboy”. La quarta fatica è ancora omonima e un altro fiasco: Hugh Heffner capisce di tette & culi però zero di dischi e in Europa non distribuisce. Nel 1974 un uomo prostrato riattraversa l’oceano per una tournee con lo sfattone Hardin e vedere Joe Cocker raccogliere consensi e danari con le sue intuizioni.

Quattro anni di mediocrità e frustrazioni dopo, alza bandiera bianca. A New York si sposa, fa il muratore, canta jingle pubblicitari; conseguita la laurea in storia, diventa broker di Wall Street e poco per volta abbandona musica e borsa, bottiglia e matrimonio. Avanti veloce al 1996. Il devoto Cave gli scrive per esprimere gratitudine ed ecco un documentario, tour e i vecchi album che riappaiono nei negozi accanto a materiale nuovo. Il destino tuttavia srotola fili amari. Sedici anni fa Tim Rose festeggiava il compleanno in ospedale per un’operazione all’intestino. Il cuore lo tradiva il dì seguente e da allora riposa a Brompton. Il giaciglio, sobrio, porta scritto “american troubadour”. Sottoscrivo. Per me il “terzo Tim” resterà per sempre l’adorabile smargiasso che, sigaro in bocca, si pensa per un attimo in vetta al mondo.

Quando John Hiatt cavalca da re

Avrete notato anche voi che quasi nessuno si sottrae dal rimarcare quanto la vita faccia schifo. Fossimo un filo più empatici verso le altrui sciagure, forse vedremmo certe nostre quisquilie dileguarsi come neve al sole. C’è da provarci, almeno, mentre ci nutriamo l’anima con dischi, libri e film. Pensando a Mr. John Hiatt trovo queste banali annotazioni quotidiane perfette, poiché la coppia di LP che ne rappresenta l’apice ha alle spalle un percorso drammatico. Benché di tali sofferenze rechino i segni poco più che in tralice, Bring The Family e (in misura assai minore) Slow Turning sono pura catarsi sonora e anche lì sta tanta della loro bellezza.

Una bellezza che ha consegnato al plauso di critica, colleghi e fan un nome viceversa sconosciuto al grande pubblico. Non le sue canzoni, però. Tra i tantissimi che lo hanno interpretato o riletto sfilano Bob Dylan, Eric Clapton, Willy De Ville, Bonnie Raitt, Joe Cocker, Willie Nelson, Emmylou Harris, Iggy Pop. Consideratelo un risarcimento – inclusi i meritati diritti d’autore: di sola gloria non si vive – per ciò che l’uomo nato a Indianapolis nel 1952 ha patito.

old hiatt

Da bambino John perde a breve distanza un fratello maggiore suicida e il padre per malattia. Trova conforto in Presley, Cohen e Dylan come in Otis, Mississippi John Hurt e Odetta, appoggiando insomma il folk al soul e al blues e, sventuratamente, appoggiando alla bottiglia il ragazzo impacciato e grassoccio che a diciotto anni molla tutto e va a Nashville. Per venticinque dollari la settimana scriverà conto terzi duecentocinquanta brani, compresa la Sure As I’m Sitting Here nel ’74 hit dei Three Dog Night e lasciapassare per un contratto con la Epic. L’era del ghost writer termina rivelando già il destino: Hangin’ Around The Observatory e Overcoats piaciucchiano guisto alla stampa e tanti saluti.

A spasso per un lustro, Hiatt si trasferisce in California, ascolta Elvis Costello e Graham Parker, riconosce un idem sentire e raccoglie intuizioni preziose. In coda al decennio passa alla MCA ma Slug Line e Two Bit Monsters cadono nel vuoto. Siamo al 1982: Across The Borderline, vergata con Ry Cooder e Jim Dickinson, fa sì che David Geffen lo assoldi. Pasticciato da Tony Visconti All Of A Sudden, spetta a Riding With The King (in parte supervisionato da Nick Lowe e inciso con i Rockpile) rendere una prima giustizia laddove Warming Up To The Ice Age segna la fine della corsa.

family

Il colpo è durissimo. Lasciate moglie e figlia, John prende a distruggersi con alcool e droghe e ce la farebbe di sicuro, non fosse che la consorte si uccide e qualcosa scatta. Con la piccola Lily oggi cantautrice, Hiatt torna a Nashville, si ripulisce e butta giù Canzoni intessute di autobiografia. Quando è ora di offrirle al mondo, Lowe chiama Jake Riviera della britannica Demon: stanziati trentamila verdoni, chiede a Hiatt chi desideri in studio. “Ry Cooder, Nick Lowe, Jim Keltner” la risposta e la formazione che in quattro giorni incide Bring The Family.

La passione e l’onestà confessionale di un’anima redenta, un’ugola da nero modernamente bianco e la misurata maestria dei musicisti asservono una penna in stato d’assoluta grazia, dal trascinante rhythm’n’rock Memphis In The Meantime alla sublime dichiarazione pianistica Have A Little Faith In Me, dall’acustico cantar d’amore Learning How To Love You alla Your Dad Did raffinatamente sfrontata nel citare Street Fighting Man, dalle accorate Lipstick Sunset e Stood Up alla gioia di una Thank You Girl sull’asse Stones/Creedence/Springsteen e del MacManus in combutta con Jagger e Richards per Thing Called Love, dal sinuoso Al Green candeggiato di Alone In The Dark al crepuscolo Tip Of My Tongue.

 younger hiatt

Più che canzoni, sono ritratti di un individuo che ha attraversato l’inferno, si è cucito le ferite da sé e, ragionando con maturità sul più elevato dei sentimenti, ha scolpito un capolavoro. Ovvio che il confronto con il comunque pregevole successore Slow Turning sia privo di senso. Non potendo contare sul dream team di cui sopra, Hiatt si affida all’esperto produttore Glyn Johns e ai Goners, formazione guidata dal chitarrista Sonny Landreth che lo accompagna anche sul palco. Tra oasi blues e gospel, attinge da Exile On Main Street e Willie And The Poor Boys sfumando l’urbano nell’agreste (la title-track, Drive South, Trudy And Dave) e alternando la briglia sciolta (Tennessee Plates, Ride Along) a magnifiche ballate (Icy Blue Heart, Feels Like Rain).

Il ciclo si chiude sul bello stile di Stolen Moments e il mediocre tentativo chiamato Little Village di ripetere nel 1992 l’intesa con lo studio legale Cooder, Keltner & Lowe. Da allora John ha consegnato un gruzzolo di lavori mica male e qualche zampata degna del fuoriclasse, uscendo spesso e volentieri dal suo ranch in Tennessee per suonare dal vivo. Stasera si esibirà in un giardino liberty adibito a parco pubblico che dista mezz’ora da casa mia. Sapete dove trovarmi.

Tim Hardin, ragazzo pecora nera

Dicono che dietro ogni grande uomo vi sia una donna (come minimo…) altrettanto grande. Per molti versi questo rappresenta un riassunto di Tim Hardin, sprofondato nel baratro dopo l’incontro con chi ispirò le melodie e l’amore che non lo salvarono da se stesso. Le une e l’altro sono quanto voglio ricordare, confinando vizi e misfatti in un angolo male illuminato ed elencandoli sbrigativamente per dovere cronachistico. James Timothy Hardin nasce a Eugene, Oregon, due giorni prima del Natale 1941 e (come mai smentì, perché tutto fa mito) non discende dal fuorilegge John Wesley che il suo fan Dylan canterà. Le sette note sono pane quotidiano: mamma Molly suona il violino e babbo Hal è jazzista.

Lui, invece, un irrequieto che diciottenne molla tutto per la ferma biennale coi marines nel sud-est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York ma l’accademia è troppo inquadrata, per cui sfacchina sul blues nel Greenwich Village e a Boston finché nel ‘63 la Columbia lo nota. I risultati usciranno soltanto quattro anni dopo su This Is Tim Hardin, tradotti in un pugno di vibranti traditional più la spavalda Danville Dame, i nervi di Fast Freight, una Blues On The Ceilin’ di Fred Neil che è sussurro notturno di un venti-e-qualcosa che già ha vissuto il doppio.

verve recordings

Falsa partenza che prelude a un 1966 nel quale la Verve ha raccolto il pennino blues-folk di riflessiva vocalità intinto in beat, pop e (molto) jazz per acclararne la statura di classico. La Musa di Tim Hardin 1 si chiama Susan Yardley Morss, attrice conosciuta un anno prima a L.A. e fiamma che arde nel profondo della Reason To Believe da suonare ogni giorno ai vostri Lui/Lei e osservarli sciogliersi come neve al sole, dentro la polvere d’armonica di Green Rocky Road, nel Nick Drake presagito da While You’re On Your Way e l’Antony altrettanto in Part Of The Wind, nella How Can We Hang On To A Dream che spoglia l’anima fino al cuore e una Misty Roses da romantico seduttore.

Incredibile a dirsi, costui si supera il febbraio seguente, quando Susan dà alla luce Damion e lui rimbalza tra l’ospedale e lo studio. Tim Hardin 2 poggia su voce, chitarra e archi sottili splendendo più che mai in If I Were A Carpenter, nella Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came From Baltimore. Se Black Sheep Boy è fiabesca confessione limpida come il cielo dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo; se Speak Like A Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila, il folk nudo di Tribute To Hank Williams incastona premonizioni e brividi.

Hardin in woodstock

Lungo la scalata al successo, però, le piccole crepe diventano voragini che l’ago (non) riempie. Il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up di Tim Hardin 3-Live In Concert, Capolavoro assoluto raccolto a New York dell’aprile Sessantotto dove il repertorio e la perfezione dell’insieme luccicano viepiù grazie agli abiti cuciti da Mike Mainieri ed Eddie Gomez. Quando esce, ci sono già Van Morrison (col quale Tim aveva in precedenza condiviso alcune date…) in giro e Buckley nel firmamento: il treno è andato, nonostante la presenza al festival di Woodstock e il buen retiro vicino al convalescente Zimmie con gli affetti più intimi.

Al ritorno di Tim chez Columbia la Verve risponde con gli avanzi blueseggianti del quarto LP omonimo che, pur lontani dagli assi di cui sopra, valgono l’ascolto. Stanno con i primi due LP e diversi pregevoli inediti su Hang On To A Dream: The Verve Years, doppio CD che nel ’94 riportò l’autore alle cronache. Memorizzate, commuovetevi, godete. Poi risalite indietro ma avanti a Suite For Susan Moore And Damion, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin cercava ancora di tamponare le fragilità. Torpido e raccolto, è un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che distilla le ultime gocce di Talento.

sad Tim

Nel cantautore dimezzato è infine la scimmia a vincere. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, il Nostro non ha materiale bastante a un 33 giri e Bird On A Wire trova nel ’71 un senso nella vetta coheniana, trasportata a ragionar d’amara esistenza in una chiesa sudista. Impietoso, il retrocopertina ritrae un individuo torvo e sfatto, il ciuffo che arretra e un profetico rapace alle spalle. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, va a Londra per pubblicare lo scarso Painted Head, avere metadone gratis e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha colto un successone rileggendo Reason To Believe – interviene per il pessimo Nine e anche la comunella col semiomonimo collega Rose va presto a ramengo. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso malinconico e dolcemente sbruffone oramai perduto, Tim torna in famiglia e la vita un pochino lo ripaga. Un amico propone un documentario televisivo e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, degno di affetto perché quella sera di gennaio ’79 avresti voluto esserci a testimoniare un temporaneo Lazzaro allo specchio. Così temporaneo che il ventinove dicembre 1980 un’overdose lo stroncava. Sulla tomba incidevano un “cantava dal cuore” che è Verità da custodire in eterno. Lo stesso una musica meravigliosa che – dolceamaro paradosso – sa lenire come poche altre la fatica di vivere. Grazie infinite, black sheep boy.

 

Neil Young, unplugged prima di te

Quando affronti un mostro sacro i polsi tremano sempre un po’. Per timore reverenziale, certo, ma anche perché ti domandi come potranno reagire i fan oltranzisti a possibili giudizi infedeli alla linea, augurandosi che non siano tutti pseudo zappiani o spingsteeniani e cioé gente convinta di aver visto Dio. Per quanto mi riguarda, il punk ha insegnato che gli idoli non servono e i modelli invece sì. Che gli uomini sbagliano e possono redimersi. Che l’amore sarà magari cieco però di certo non è sordo.

 Pertanto spero che nessuno si offenda se affermo che nel nuovo secolo la traiettoria di Neil Young (al solito per nulla lineare: costui è sul serio un Cavallo Pazzo) è soprattutto ondivaga e offuscata. Estratto il tris di Prairie Wind, Chrome Dreams II e Psychedelic Pill da un mare di mestiere, esperimenti sfocati e inconcludenze, pare che – avvertendo lo scorrere delle lancette e a maggior ragione da che nel 2005 rischiò di rimetterci la pelle – il canadese butti fuori dischi perché il tempo stringe. Posso capirlo, eppure preferirei che pubblicasse con maggior discernimento e rispetto verso il senso del suo operato.

 Hitchhiker

Scrivo queste parole e subito mi sovviene che l’umorale Mr. Young non è un esempio di coerenza. Che gli vuoi bene anche per lo svolazzare da falena che sbatacchia contro la luce, cade e poi, rifiorita, vortica attorno a un palpitante nucleo di ispirazione partorendo Capolavori e splendori. Forse per nonno Neil il senso di cui cianciavo sopra è vivere facendo ciò che gli aggrada come gli aggrada e chi lo ama lo segua. Può darsi. Del resto parla chiaro anche la modalità un filo meno capricciosa con la quale riordina gli archivi, benché sia proprio frugando nel vortice emotivo di una gioventù già matura di ricordi che vengono a galla i Live At The Fillmore East e Live At Massey Hall 1971 capaci di mettere in secondo piano ogni magagna. Anche Pono e Americana.

Al novero delle pepite potete ora aggiungere anche le incisioni rupestri di Hitchhiker. Mezz’ora buttata giù con chitarra acustica, armonica e voce la notte dell’undici agosto 1976 agli Indigo Studios di Malibu con giusto qualche pausa per bere e fumare. Il fido Dave Briggs dall’altra parte del vetro a mixare in diretta, Neil si schiarisce la voce e, lo sguardo tagliente, snocciola un brano dietro l’altro. In realtà dialoga con se stesso e con fantasmi passati e presenti, chiedendo loro per l’appunto un… passaggio durante un momento particolarmente critico del percorso. E di quegli anni tormentati ma fertili spesi tra il buio dell’anima e la spiaggia, le composizioni incarnano l’attimo in cui inizia a scorgere la luce in fondo al tunnel.

Neil-Beach by Henry Diltz

E’ insomma una sorta di “unplugged” ante litteram e conta zero che all’epoca l’autore lo accantonasse perché a riascoltarsi si percepiva “piuttosto fuori”. Conta che l’insieme regga e che sia tornato otto volte a pescare dal pozzo magico. Segno che in quelle canzoni Young credeva: ne aveva ben donde, siccome il bianco e nero si illumina d’immenso in una Powderfinger asciutta e focalizzata sulla vicenda alla Cormac McCarthy, in una title-track di rock’n’roll acustico intessuto di brividi, nelle allucinate Pocahontas e Ride My Llama pronte per la ruggine che non dorme mai.

Annotato che sono due gli inediti assoluti (il tetro schizzo Hawaii e l’atavico, solido folk Give Me Strength), risultano lampanti i significati di una Campaigner all’epoca indirizzata a “Tricky Dicky” Nixon (oggi a Donald Trump: tutto cambia perché nulla cambi) e della Human Highway che rimugina sui brandelli di sogno americano sparsi a mulinare nel vento. Aggiungete infine il dolersi nebbioso Captain Kennedy e il pianoforte di The Old Country Waltz e vi ritroverete nelle mani pura polvere del cuore. D’oro, ovviamente.

 

Randy Newman: il Genio malinteso

Randy Newman è un miracolo vivente e di conseguenza inimitabile. Un cinico sognatore che, raffinato ma sincero, traspone in note e parole ciò che chiunque ha paura a dire. Un cantore tanto più umano quanto più è oggettivamente implacabile nel tracciare vizi e virtù e nel dar voce a personaggi sovente sgradevoli. Uno che si accostava alla musica da nipote di compositori di colonne sonore, seduto in casa al pianoforte per traslocare la Big Easy sulle colline di Hollywood con in tasca i santini di Brahms, Fats Domino e Ray Charles.

Senza dimenticare George Gershwin e Cole Porter e mantenendo l’orecchio alle radici, sin dal principio se n’è fregato del concetto di rock come “cultura giovanile” e ha imboccato una personalissima via di capolavori, lastricata d’oro tramite i lavori per il grande schermo e le infinite, quasi sempre inferiori riletture altrui del proprio repertorio. Anche questo è Randy: un Grande malinteso e, sì, il doppio senso l’ho fortissimamente voluto.

Composer Randy Newman

Troppo arguto per un mondo così becero, incarna un patrimonio da custodire gelosamente e da ammirare mentre cammina sulla lama del rasoio che separa tristezza e sarcasmo. La comédie humaine che popola i suoi LP serve anche a rammentare che spesso ci affanniamo a inseguire significati che forse nemmeno esistono. Tuttavia siamo dentro al circo, quindi tanto vale sporcarsi di segatura per due agre risate, qualche lacrima, una morale. In ogni caso, non sparate sul pianista perché sarà lui a mitragliare per primo: sulla storia, sulla politica, sulla religione. Su noi tutti. E meno male…

Come ben saprete, il nostro William Hogarth ebraico d’oltreoceano è tornato lo scorso agosto a scaricare una nuova cartucciera, intitolata – con abile calembour tra “faccenda” e “materia” oscura – Dark Matter. Calando sul tavolo i jolly dell’understatement e dell’autoironia, l’interessato sostiene che esso “non pare mostri troppi segni di decadimento”. Gioca in contropiede, siccome un ascolto spazza via l’Isis e il buco nell’ozono, la crisi economica e le cinque stelle di latta, Trump e Putin.

dark matter

Ecco. Fiondatevi sulla terza traccia delle nove in scaletta, una vetriolica marcetta che reca il cognome dell’autocrate russo. Da sganasciarsi e insieme riflettere, giacché molto altro si cela dietro una facciata comunque magnifica. Ad esempio l’evidenza che l’autore alluda al tiranno legalizzato del suo paese perché un brano su quel farabutto gliel’hanno respinto. E poi e soprattutto il magistrale saldare forme asciutte però inappuntabili al contenuto, rafforzando l’insieme e sottolineando il racconto. Ripartite dal principio, ora: dalla fluviale disputa su fondali musical e gospel The Great Debate e dalla melanconia à la Blue Valentine che d’improvviso diviene caraibica di Brothers.

Comporrete il terzetto bastante a garantire uno dei titoli più memorabili del 2017, non vi fossero poi sublimi ballate di un amore che guarda dritto la realtà (Lost Without You, She Chose Me), paranoie euforicamente contagiose (It’s A Jungle Out There, già tema della serie tv “Detective Monk”), vicende amarognole di blues (Sonny Boy), jazz cristallino (On The Beach). Laddove i… titoli di coda sono affidati a una delle cose più belle del Nostro, la Wandering Boy struggente e profumata con magnolie in fiore e vino rosso. Dark Matter è puro Randy Newman: aspro, romantico, meraviglioso. Come la vita.

L’inquietudine del cantautore solitario: John Murry

Quanto è bello il rock quando con un sorriso ti culla nell’illusione di averle sentite tutte e poi ti svela un talento fino a poco prima sconosciuto. Espletata la formalità del “mea culpa”, peraltro comprensibile nel folle marasma odierno, hai un nuovo tesoro da custodire e che felicità! I lettori di questo blog saranno a conoscenza del fatto che c’è stato un tempo in cui il sottoscritto (coronando un sogno cullato fin dall’adolescenza) collaborava con una nota, gloriosa rivista musicale che nel frattempo è divenuta la succursale hipster di “Vanity Fair”.

Ciò mi permise di intervistare artisti ammirati da sempre, rivelatisi inoltre squisiti dal punto di vista umano. Ad esempio: veri Signori i Breathless, con cui parlai nel novembre di diversi anni fa. Da quella telefonata, Ari Neufeld e Dominic Appleton mi inviano regolarmente graditissimi cadeaux editi sul loro marchio discografico Tenor Vossa ed è stato così che ho scoperto John Murry. In ritardo, che volete farci. Del resto appartiene ad altre epoche anche la maniera con la quale il suo nuovo LP si apre all’ascoltatore.

John Murry

A Short History Of Decay è infatti un autentico slow burner dove abitano Mark Eitzel, Kurt Wagner, Mark Linkous. E’ una faccenda romantica e bella e non potrebbe darsi altrimenti, siccome John – subito glielo leggi, nello sguardo – ha alle spalle una vita che lo ha preso un bel po’ a calci. Con il pizzico di gotico sudista che non guasta, nasceva nel 1979 in quella Tupelo e dite se non è un segno come l’attuale domicilio in Irlanda. Nel mezzo di tutto e di più: una parentela tramite adozione con la famiglia Faulkner, l’autismo non diagnosticato, la folgorazione per Tom Petty.

E poi: un adolescente che si fa le ossa a Memphis, le decine di band, il trasloco a San Francisco per la carriera solista assistito da Chuck Prophet e Tim Mooney, batterista degli American Music Club, infine la tossicodipendenza. Su tutto, un album bello da far male ma bene, The Graceless Age, che nel 2012 incassava gli elogi di “Mojo” e “Uncut” e conteneva una Little Colored Balloons bastante da sola a giustificare una carriera. Il relativo tour era un ulteriore mettersi a nudo, la pelle strappata sera dopo sera sul palco, ma all’improvviso Mooney moriva e di nuovo era il caos a regnare. Quanto costruito con pazienza svaniva: moglie, figlia, l’esistenza intera.

A-Short-history-of-Decay

Per fortuna, lungo la sua traiettoria impazzita Murry si è imbattuto in Michael Timmins, letteralmente folgorato a Glasgow da un’esibizione di spalla ai Cowboy Junkies. Fatta la conoscenza, i due si scrivevano regolarmente e a un certo punto saltava fuori l’idea di un disco. Il resto è cronaca della settimana scorsa: un titolo che omaggia Emil Cioran e dieci canzoni – nove autografe, più una rilettura stellare posta in chiusura di What Jail Is Like degli Afghan Whigs – avvolte con Timmins in arrangiamenti misurati e spontanei.

Canzoni che camminano sicure nel perimetro stilistico di cui sopra senza (s)cadere nella fotocopia, più che altrove nella Silver Or Lead che aggiunge aromi di primi Tindersticks, nell’acusticheggiare alla Springsteen di Wrong Man, nelle trasparenze raccolte dagli Sparklehorse per When God Walks In. Se Come Five & Twenty si porge insieme virile e delicata, Defacing Sunday Bulletins toglie catrame dalla gola di Mark Lanegan e Under A Darker Moon e Countess Lola’s Blues (All In This Together) le vorresti programmate ogni giorno sulle onde FM del globo. Mi piace credere che tu sia una fenice, John. E che non ci deluderai mai.

L’uomo che parlava ai delfini

Questa è la storia di una meteora che lasciò nel cielo la scia luccicante di un Capolavoro. La storia di un precursore che mescolò folk, rock e jazz in una “other side of this life” come una sfinge che parlava solo tramite le canzoni. La storia di Fred Neil, mistero mite e riservato fuggito accanto ad animali amati più del successo che costantemente gli si negò. Arduo peraltro immaginarsi rockstar questo gentiluomo sudista rossiccio, pallido e coperto di efelidi, sguardo triste e voce come il ventre vellutato di una miniera. Tant’è. Tanto fu.

Frederick Neil nasce nel marzo 1936 in Ohio ma viene su Florida e spostandosi lungo il sud con il padre, che di mestiere ripara i jukebox della Wurlitzer. A sei anni imbraccia una chitarra grande quanto lui e nemmeno quindicenne pare mercanteggi rockabilly a Memphis dopo esser passato dal Grand Ole Opry. Influenze che verranno a galla più tardi, siccome al tramonto dei Cinquanta lo assumono al newyorchese Brill Building, dove tra i clienti vanta Buddy Holly e Roy Orbison. Una manciata di 45 giri a suo nome caduti nel vuoto (nulla di che, attesterà nel 2008 il CD Fallout Trav’lin Man), la notte appartiene alla segatura e alle luci fumose del Café Wha?, del Bitter End e del Gaslight.

fred in the city

I tempi corrono verso il cambiamento: Neil capisce e incrocia la via con Karen Dalton, Dino Valente, David Crosby, Bob Dylan. Tutti osannano l’audace che propone materiale autografo con una mossa in anticipo sui tempi. Del ‘64 l’accordo con la Elektra per l’acustico Tear Down The Walls spartito con Vince Martin e la profondità vocale “cashiana” di I Know You Rider, della mesta Red Flowers e di un’innodica title track, laddove il teso sferragliare di Baby e l’asciutta Wild Child In The World Of Trouble preconizzano il futuro prossimo. Scarso il ritorno ma l’etichetta propone il bis solitario.

Di Bleecker & MacDougal trovo fantastico tutto, in primis la copertina che immortala il songwriter nel cuore della New York del ‘65 che ho sempre sognato. Le note originali di Skip Weshner tratteggiano l’autore all’incrocio delle strade che delimitano la rivoluzione folk urbana. Eppure, guardando attentamente, lo vedo sul punto di uscire dall’inquadratura per spingersi nell’ignoto. Privo di batteria ma dal piglio esecutivo innegabilmente rock, ospita i confermati John Sebastian e Felix Pappalardi più il chitarrista Pete Childs in blues dell’anima (il brano omonimo, Blues On The Ceiling, Travelin’ Shoes) e melodie inestimabili come il classico più volte ripreso Other Side Of This Life e una Little Bit Of Rain dove conversano borbottii e aeree lamine. Fred andrà comunque oltre.

fred neil

Atteso il terzo passo per accasarsi alla Capitol, si riassume nell’omonimia e in una diversa cadenza del vivere. Va a stare con la dolce metà Linda a Coconut Grove – Florida: casa è casa – e nel ’66 congiunge l’embrione di Buckley Sr. con un Johnny Cash già ruga colata nella Storia. In Fred Neil lo spazio tra dodici battute acustiche e folk acidulo è percorso su tamburi d’ovatta, elettricità in scorze jazz, plettri scompigliati dall’unicità. Un brano lo avete ascoltato tutti ed è Everybody’s Talkin’, successone di Harry Nilsson entro un biennio grazie al film “Un Uomo Da Marciapiede”.

Affidatevi alla scarna meditazione originale e a The Dolphins, sublime e liquida ode in sconsolati filamenti; a I’ve Got A Secret, dove Elizabeth Cotten attraversa campagne appena inurbate; a una That’s The Bag I’m In che è vangelo travasato in Mark Lanegan. Faretheewell (Fred’s Tune) sbuca tra quinte di contrabbasso e chitarra mentre Everything Happens swinga virile e – dietro il brio per nulla narcotico di Sweet CocaineBa-De-Da dipinge un Sudamerica della mente. Infine, la stralunata Green Rocky Road introduce all’etnodelico vortice Cynicrustpetefredjohn Raga. Meraviglia che consegna l’artista agli annali mentre l’essere umano svanisce in punta di piedi su un’isola che non c’è.

fred

Nel 1968 Sessions espande durata e atmosfere in laconiche sospensioni jam a briglia salda, profumi di raga e spettrali, immani anticipi di Lorca come Merry Go Round e Look Over Yonder.  Quando Everybody’s Talkin’ ha fruttato denaro bastante, Neil si ritira da imbattuto Campione e con l’amico Ric O’Barry fonda il Dolphin Research Project, associazione ambientalista dedita alla salvaguardia dei mammiferi acquatici. Mi piace pensare che così volesse salvare i delfini dalla crudeltà di “Sea World” e se medesimo dalla follia di uno showbiz non granché diverso.

Declinati inviti allo show di Johnny Cash e a un tour con Harry Belafonte, nel ’71 Other Side Of This Life raccoglie versioni live o alternative di pagine conosciute e qualche inedito. Poi basta. Il buen retiro sarà spezzato a Montreux nel ’75 insieme a Childs, Sebastian e Harvey Brooks; ventiquattro mesi più tardi per un benefit in Giappone accanto a Jackson Browne e Richie Havens; nel 1981 con Buzz Linhart, in un pub cittadino. Immagino Frederick quieto e felice tra le mura di casa finché un brutto male lo porta via nel luglio 2001, talento sublime con di fronte a sé spalancata l’eternità per cantare ai delfini.