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Soul of a man: Syl Johnson

Non è colpa mia. Mica sono uno iettatore, che vi credete: la sfortuna è solo un nome che usiamo per esorcizzare gli scherzi del destino. Però, sentite qui: alla fine dello scorso mese mi accingevo a programmare una nuova serie del blog dedicata alla musica nera, che ho chiamato “Soul Shots” prendendo in prestito il titolo di una collana di antologie tematiche edite dalla Rhino nei tardi Ottanta. Come primo pezzo (in realtà terzo, essendo gli altri “retroattivi”) avevo deciso di spendermi su un nome che, suo malgrado, non si cita spesso. Mentre buttavo giù appunti e riascoltavo dischi, Syl Johnson lasciava questa terra all’età di anni ottantacinque a breve distanza dal fratello maggiore Jimmy, bluesman di vaglia. Mi è tornato in mente il periodo in cui scrissi di Vic Chesnutt e Alex Chilton e loro morirono poco dopo. Ho ricordato le affettuose prese in giro del direttore Federico Guglielmi e dei colleghi di “Extra” e de “Il Mucchio”.  

Tuttavia la sfiga non esiste eccetera eccetera. È la vita che è così: un blues che componiamo ogni giorno, una nota alla volta, e lungo il percorso saltano fuori faccende che non sai spiegare. Venendo al punto, se l’universo black è per voi una passione, saprete chi è Syl Johnson. In caso contrario, per spiegarlo al volo basta la canzone che nel 1970 lo consegnava alla storia, Is It Because I’m Black? Scritta riflettendo su secoli di angherie dell’uomo bianco, è un manifesto di orgogliosa, profonda disperazione che a tratti apre un barlume di rivalsa e speranza; sette minuti e mezzo di soul immerso in cupe acque blues che afferrano il cuore e non lo mollano più, la ritmica di una fissità che ti avvolge, le chitarre che sferzano meste oppure scorticano l’anima, una voce che appartiene a ogni nero che soffre. Da sempre, ma non per sempre.

A un indimenticabile capolavoro riletto da Ken Boothe e campionato dal Wu-Tang Clan, Sylvester Thompson non arriva di punto in bianco. Nato nel 1938 (ma altre fonti dicono due anni prima) a Holly Springs, Mississippi, trasloca con la numerosa famiglia a Chicago, seguendo il padre che ha mollato i campi di cotone per la fabbrica. Siamo nel 1950: il vicino di casa è un tredicenne che passa le giornate in veranda suonando la chitarra, il suo nome è Sam Maghett e sarà noto come Magic Sam. Anche il nostro ragazzo suona la chitarra, entrando nel giro blues cittadino come Jimmy e un altro fratello bassista, Mack. Grazie a Shakey Jake Harris, zio del Magico Sam, dal ’55 è richiestissimo e appare al fianco di Junior Wells, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed e molti altri.

Durante una session per la Vee-Jay gli offrono di incidere da solista. Syl torna a casa, scrive un paio di brani e confeziona un demo in una di quelle cabine per registrare la voce su vinile all’epoca ancora popolari. Quando è sull’autobus, per strada l’occhio gli cade sugli uffici della King. Qualcosa gli dice di scendere alla fermata più vicina e offrire il vinile a Ralph Bass. Questi lo ascolta e chiama il suo capo Syd Nathan a Cincinnati. Ragazzo, hai un contratto discografico, però devi cambiare nome e voilà. Nel triennio 1959-1962 incide quattordici facciate per la sussidiaria Federal, ma non si smuove granché fino al ’67 e all’approdo alla Twilight, che cambia nome in Twi-night tenendo a battesimo due LP e una manciata di singoli.

Il Syl Johnson imprescindibile – soulman di stampo sudista, eppure innegabilmente urbano – sta lì, e più che altrove nella raccolta Charly del 1993 Is It Because I’m Black?. Sta ovviamente nel brano omonimo e nella pepita in stile Stax della malandrina Dresses Too Short, nel James Brown relativamente rilassato di Different Strokes e nella travolgente hit Come On Sock It To Me, nel dilatato funk metropolitano Right On e in quello viceversa sinuoso e trapunto di ottoni Walk A Mile In My Shoes. Ci trovate un’esuberanza a mezza via tra Otis Redding e Mr. Dynamite (Going To The Shack, Get Ready, I Feel An Urge), seduzione ribalda con impresso sopra “made in Memphis” (Same Kind Of Thing), anticipazioni del miele di Philly (One Way Ticket To Nowhere, Kiss by Kiss, Thank You Baby), funk che non fa prigionieri (I’ll Take Care Of Homework), cartoline spedite a Curtis Mayfield (Concrete Reservation) e a Isaac Hayes (I’m Talkin’ ‘Bout Freedom). Un ben di dio, ecco.

Nel frattempo ha preso corpo un rapporto di amicizia e collaborazione con Willie Mitchell, che occasionalmente ha spedito Syl in studio con la house band che ascolteremo nei dischi di Al Green. Naturale che nel ’71 l’artista si accasi alla Hi, centrando di lì a quattro anni un bel successo con Take Me To the River, straclassico vergato da un Green in bilico tra sacralità e sensualità assieme a Mabon Hodges. Di quel periodo costituisce un buon compendio l’esplicativa The A Sides, laddove negli anni Ottanta Johnson pubblica per il suo marchio Shama, apre una catena di ristoranti e la nazione hip-hop campiona a più riprese Different Strokes. Nel 1992 Syl viene a saperlo, intenta e vince cause per i diritti d’autore, torna a incidere. Quieti anni, gli ultimi sono illuminati dal box antologico The Complete Mythology e dal documentario Syl Johnson: Any Way the Wind Blows e il resto è cronaca. A contare, in ogni caso, è la storia dell’anima di un uomo. Perché se l’anima di qualsiasi uomo ha un colore, quello è il blu. Altrimenti, qualcosa di più scuro.

Tortoise: camminando all’indietro

Dallo scorso gennaio è in circolazione un nuovo album dei Tortoise, The Catastrophist. Ha una copertina penosa e in tanti ne hanno detto bene. Saprete dunque che vi sono ospiti Georgia Hubley degli Yo La Tengo (su Yonder Blue, l’unica roba davvero degna) e Todd Rittmann, già negli U.S. Maple; che contiene una pessima cover della Rock On di David Essex; che il gruppo ha suonato dal vivo temi “liberi” cui ha successivamente dato forma. Va bene. Chiedi all’oste se il vino è buono. Se chiedete a me, mi sono annoiato e talvolta infastidito. Meno che con It’s All Around You e Beacons Of Ancestorship, suoi predecessori che tra 2004 e 2009 ammorbavano con vuoti formalismi, ma a questo punto non fa alcuna differenza nel declino inarrestabile di un ensemble comunque da annoverare tra i capisaldi dell’avanguardia dell’ultimo quarto di secolo.

Campioni del post-rock, i Tortoise non hanno saputo convertire istanze sommamente innovatrici in una classicità vitale o in evoluzioni credibili. Il modello consegnato ai posteri nei primi due fantastici album ha invece ceduto alla freddezza e alla maniera come fu per la fusion e il progressive. Non era scritto che dovesse andare per forza così, sennò a che era servito il punk che aveva incubato i ragazzi via l’indie americano anni ’80? Eppure…

tortoise band

Eppure c’è stato un tempo in cui la Tartaruga allargò confini e canoni del rock rigettandone la tradizione più ortodossa, sintetizzando con mano abile – attenta a sfumature, sottintesi ed essenzialità – dub, jazz, krautrock, colonne sonore e minimalismo colto con un uso creativo della tecnologia e dello studio di registrazione. Scioltezza esecutiva e apertura mentale facevano il resto: qualità tipiche della scena musicale di Chicago, dove nei primi Novanta Doug McCombs (bassista degli Eleventh Dream Day) e John Herndon (ex Poster Children: batteria e vibrafono) si uniscono alla sezione ritmica dei disciolti Bastro (Bundy K. Brown più John McEntire, costui anche negli ottimi Sea & Cake) e al percussionista Dan Bitney dei Tar Babies, discreti emuli dei Minutemen.

Background composito e peculiare – niente chitarre, avrete constatato – che spiega l’avvenire più di quanto non faccia nel 1993 Mosquito, primo 7” che è acerbo assaggio della ricetta di cui sopra. Dopo il passaggio alla Thrill Jockey, ecco un altro 45 giri, Lonesome Sound: una rarità fino a oggi per i Tortoise il lato A, un brano cantato delle Freakwater, che come il retro slintiano sa di omaggio e saluto, siccome l’LP di debutto prenderà decisamente le distanze dal recente passato.

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Tortoise traccia infatti coordinate presto imitatissime in brani strumentali scolpiti su equilibrati intrecci melodico-ritmici (Spiderwebbed; Cornpone Brunch) e incastonati su groove meditativi (Magnet Pulls Through), solcati da tensioni (Onions Wrapped In Rubber guarda alla trance californiana) e astrazioni new-wave (i P.I.L. presiedono a Tin Cans & Twine; frequenti gli echi del Dub Syndicate), disposti ad aperture jazzate (Ry Cooder) e atmosfere cinematiche (On Noble, Flyrod). Una svolta epocale che pochi notano sul momento e che in un simbolico, beffardo gioco del destino vede la luce poco dopo il suicido di Kurt Cobain. Fortemente motivati a spiazzare, mentre iniziano a farsi chiacchierati i chicagoani stampano duemila copie di Rhythms, Resolutions And Clusters, remix dell’esordio in trip-hop glaciale ed elettronica scheletrica concepiti con Jim O’Rourke e Steve Albini.

Del ‘95 anche Gamera, sensazionale EP dove la title-track guida John Fahey su una distesa autobahn e il collage Cliff Dweller Society è la prova d’orchestra per il secondo 33 giri. Messo su nastro dopo che Brown è stato rimpiazzato dall’ex chitarrista degli Slint David Pajo, a inizio 1996 Millions Now Living Will Never Die affina incisività e umanesimo intellettuale in Djed, venti stordenti minuti di panorami che mescolano Steve Reich e Neu!, Tubular Bells e Metal Box, la filosofia delle etichette Mo’ Wax e On-U Sound. Lascia tuttora senza parole e idem lo struggente acquerello alla Portishead Along The Banks Of Rivers, la frenesia di intarsi The Taut And Tame, l’elegia dal cuore di cristallo Glass Museum, un’ombrosa A Survey e una sospesa Dear Grandma And Grandpa. Accolto unanimemente come il (secondo) capolavoro che è, genera anch’esso rifacimenti su 12” cui partecipano Oval e Luke Vibert.

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Godute le lodi e svagatasi in progetti paralleli, con il terzo “vero” LP la band lascia perplessi i sostenitori della prima ora e incassa l’applauso di chi – AD 1998 – ha appena “scoperto” il post-rock. Salomonicamente, annoto che su TNT pesano l’ora di durata, certi accenni d’accademia, David Pajo che entro breve darà forfait – e se fosse rimasto? –  alternandosi con il più tecnicistico Jeff Parker. D’altro canto, trovo ancora molto gusto per l’azzardo nel ribollente brano omonimo, nell’incalzare complesso di Swung From The Gutters, nei caraibi electro di The Equator, nel sussulto drum‘n’bass Jetty. Ridondanza e bella calligrafia si estenderanno presto come un male incurabile, ma prima i Tortoise scambiano dosi di genio con gli olandesi Ex in un tomo della collana In The Fishtank e consegnano uno Standards ancora sorprendente per umori aciduli, funk al silicio, obliquo surf jazz .

Un ultimo scossone, poiché le cover di The Brave And The Bold con a Bonnie “Prince” Billy saranno un fiasco rimarcato dal viceversa eccellente recupero di rarità del box A Lazarus Taxon. Potrebbero cavarsela, i Tortoise, (re)infondendo nella musica una passione che allontani l’autocompiacimento e la sindrome del bravo musicista. Oppure, approfondendo le contaminazioni con il jazz in modo non scontato, ispirandosi alle belle imprese del concittadino e sodale Rob Mazurek con Exploding Star Orchestra e São Paulo Underground. Macché. Dal 2001 è odissea nella noia, senza neppure la speranza che un giorno il monolito nero faccia la sua ricomparsa.