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Mark Mulcahy, stella brillante

La vita non è stata gentile né equa con Mark Mulcahy. Quest’uomo ha scritto canzoni splendide in un gruppo che, fedele al nome, ha compiuto miracoli per una platea che dire ristretta è puro eufemismo. Ma ciò è ancora niente. Nel 2008 Mark perdeva la moglie restando con due figlie piccole e per soccorrerlo economicamente alcuni colleghi allestivano Ciao My Shining Star, un benefit album di riletture del suo repertorio. Per avvicinarvi ai Miracle Legion partite tranquillamente da lì: garantisco che cercare gli originali e innamorarsene sarà questione di un attimo.

Quello sarà il vostro dorato biglietto di accesso a un club che annovera Michael Stipe, Ryan Adams, Nick Hornby e diversi altri fedelissimi di nobile rango pronti a giurare su una bellezza che mescola folk-rock, new wave, emozioni. Se la ricetta sembra familiare, è perché i Miracle Legion furono una versione meno criptica dei primi R.E.M. e oggi si ergono a simbolo di tanti che come loro seppero rinnovare il passato, trovandosi loro malgrado lontano dai riflettori. Non dovesse bastare, per sua stessa ammissione Thom Yorke vide mutato da costoro l’approccio al cantato e alla scrittura.

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Ragazzi di provincia folgorati dal punk, nei primi Ottanta gli amici Mark Mulcahy e Raymond “Mr. Ray” Neal suonano batteria e chitarra in diversi gruppi di New Haven, Connecticut. Quando decidono di scrivere assieme, il primo tira fuori quaderni pieni di parole, si piazza al microfono e la strana coppia funziona. Nel 1983 i due adottano la ragione sociale definitiva, una delle cento copie del demo A Simple Thing plana sulla scrivania di “Sounds” e per uscire dalla cantina serve una sezione ritmica. Detto, fatto. Un altro anno e la Incas del manager Brad Morrison stampa The Backyard, sfavillante mini-LP che dipana nostalgia e ricordi su intrecci chitarristici, passo squadrato, una voce profonda e tremolante.

L’innodica title-track, una meditativa Say Hello, l’inquieta Butterflies e il notturno acustico Stephen, Are You There? conquistano il cuore e i critici ma il seguito si fa attendere parecchio. Un concerto dopo l’altro, i ragazzi affinano intesa e repertorio, poi firmano con la Rough Trade e nell’87 Surprise Surprise Surprise poggia su strutture complesse e arrangiamenti dediti all’intarsio malinconici mid-tempo (Country Boy, Mr. Mingo), ballate accorate (Truly, Little Man), gioielli come la cantilena in ripartenza Paradise, il crescendo Wonderment, la fenomenale psych-wave di All For The Best. Dopo l’EP Glad, però, i Miracle Legion sono di nuovo Mark, Ray e basta.

The Backyard

Senza perdersi d’animo, i due vanno in tour con gli Sugarcubes e registrano in perfetta solitudine Me And Mr. Ray. Mossa azzeccata, ché il robusto minimalismo si addice alle cupezze di Pull The Wagon e all’ipnosi di And Then?, alla filastrocca You’re The One Lee e al country-rock The Ladies From Town, a una Sailors And Animals visionaria e a una vibrante Gigantic Transatlantic Trunk Call. Oltre la cerchia degli appassionati non lo nota nessuno, Rough Trade fallisce e nel 1992 i Miracle Legion tornano un quartetto passando alla Morgan Creek, una casa cinematografica californiana decisa a trarre profitti dal boom indie. Supervisionato da John Porter, già in regia con gli Smiths, Drenched avrebbe qualche possibilità grazie alle raffinate Snacks And Candy ed Everything Is Rosy e alle luccicanze Little Blue Light, Sea Hag e Out To Play.

Per ragioni ignote l’etichetta non lo promuove, abbandonando i Nostri fino al 1996 del commiato autoprodotto Portrait Of A Damaged Family. Poi Neal si trasferisce in Scozia per amore e Mark adotta la sigla Polaris per i brani del programma televisivo The Adventures Of Pete & Pete. Qualche tempo dopo la tragedia cui accenno in apertura, Mulcahy viene raggiunto dall’amico su un palco britannico e voilà. Il “Record Store Day” 2016 saluta la ristampa di Portrait Of A Damaged Family, quell’estate la reunion è ufficializzata con una tournee e riassunta la primavera seguente dal live Annulment. Per non farsi mancare nulla, sappiate che intanto quel bel tipo di Mulcahy ha rimesso in pista anche i Polaris. Tanta tenacia andrebbe infine premiata, non credete?

Buffalo Tom e Breeders: adult oriented indie rock

Fu un ritorno particolarmente gradito non solo per questioni di cuore, quel Three Easy Pieces che nel 2007 riportava i Buffalo Tom sulle scene. Ci sentivo tutta la grandezza della formazione americana senza che il passato divenisse presenza ingombrante o, peggio ancora, schiacciante. E pazienza se sette anni or sono Skins si raccontava episodio appena discreto nel quadro di una produzione dalla media elevata. Bene lo stesso, siccome non avevo nulla da chiedere agli artefici di Let Me Come Over, Capolavoro che da un quarto di secolo – festeggiato nel 2017 con ristampe e concerti – troneggia nei dischi della vita di tantissimi, chi scrive incluso. Tuttora scintillante, il suo matrimonio tra rock classico e prefissato indie fu l’evoluzione che stracciò la maligna etichetta “Dinosaur Jr. jr.” all’inizio affibbiata ai ragazzi in ragione di evidenti assonanze.

Ammettiamolo: fu pigrizia ingenerosa e venne puntualmente smentita. E ammettiamo anche che il boom alternative appare oggi distante “ma anche” vicinissimo. Per gli echi che possiamo ascoltare ovunque, per i ritorni celebri – leggete più avanti al proposito – e per la mediocrità che spesso affligge le nuove leve. Dati nondimeno insufficienti a spiegare fino in fondo l’attualità di un impasto tra lirismo a squarciagola, chitarre stellari, innodia e romanticismo. C’è altro. C’è uno spirito che della nostalgia canaglia se ne frega e che, usando il linguaggio sonoro che trova più consono, si confronta con la maturità. Per questo non scadono in pantomima l’acustico sentire frustato d’elettricità e un’emotività che racconta il mondo tra le righe.

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Su tali pilastri il gruppo formatosi ad Amherst (lì nacque e visse Emily Dickinson: accarezzo l’idea che non si tatti di coincidenze) ha costruito una carriera che avrebbe meritato di più commercialmente. Tuttavia così va la vita e tocca farsene una ragione, in parte confortati dall’evidenza che costoro non hanno fatto la fine di sua mediocrità Evan Dando. E che mai la faranno. L’album numero nove Quiet And Peace suscita infatti paragoni attitudinali con i Teenage Fanclub e, quel che più conta, applausi: quando i tre pigiano sull’acceleratore (All Be Gone, Lonely Fast And Deep, Slow Down), quando dipingono robusti quadretti remiani (Roman Cars, Freckles), quando affrontano le radici nell’autografa See High The Hemlock Grows e in una The Only Living Boy In New York a firma Paul Simon. Alla voce compare Lucy Janovitz e, sì, è la figlia di Bill. Gesto colmo di significato, da veri Signori. Alzi la mano chi ne dubitava.

Aria di Novanta… contemporaneamente al trio del Massachusetts riecco anche le Breeders originali (a beneficio di giovanissimi e smemorati: le sorelle Kim e Kelley Deal; l’inglese Josephine Wiggs; il maschietto Jim Macpherson) rinvigorite a dovere. Dopo la riproposizione “live” dell’epocale Last Splash, dimostrano anch’esse di aver recuperato quell’alchimia che latitava negli ultimi album. Non avete idea del piacere di renderne conto o forse sì. Un piacere per certi versi simile al vedere Kim Deal confermata nel ruolo di autentico motore dei Pixies. Parlo del momento in cui la puntina si posò su Pod e sulla succitata venticinquenne replica. Sembra ieri e che favolosi scherzi gioca Cronos di tanto in tanto, considerando che bastano quegli splendori a cancellare il Black Francis solista e l’insensata reunion dei Folletti.

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Tornando al qui e ora, il rischio rimaneva il solito e cioè che le celebrazioni si risolvessero in un “come eravamo” patetico e privo di senso. Era esattamente l’inutilità di fondo il morbo che affliggeva Mountain Battles e Title Tk, lavori (di una band composta da Kim più mediocri comprimari: questa una plausibile spiegazione) apprezzabili per la determinazione ad allontanarsi dai cliché e viceversa deludenti nell’esito. Uno scolorito timbrare il cartellino che non si addice(va) a gente di blasone e talento siffatti e bravissima la diretta interessata a capirlo. La mezz’ora abbondante di All Nerve spiega già dal titolo un’urgenza libera di donare fresca linfa agli ingredienti di sempre: l’esecuzione ruvida e accurata; un melodiare sorto però pure a presa rapida; quella dinamica “loud/quiet” entrata nel lessico rock tramite i Nirvana.

Ascoltatela luccicare in Nervous Mary e Wait In The Car, in Skinhead #2 e Blues At The Acropolis: coppie che, rispettivamente, inaugurano e sigillano un LP solidissimo che va giù tutto d’un fiato e cresce con gli ascolti. Un LP che nel mezzo sistema oasi di obliqua dolcezza (la title-track, parente prossima di I Bleed; Dawn: Making An Effort, che “Spin!” dice perfetta per un film di David Lynch: concordo pienamente), sensualità ombrosa (Metagoth, Howl At The Summit), gomitoli che avvolgono inesorabilmente (l’apice Spacewoman, la crepuscolare ballata Walking With A Killer) e la fenomenale appropriazione di Archangel’s Thunderbird degli Amon Düül II. Di nuovo, come per i Buffalo Tom, è un brandello di storia sfidato ad armi pari, un altro cerchio chiuso. Sono altri applausi, soprattutto altra classe. Chapeau.