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Le maschere di un poeta: Bonnie “Prince” Billy

La vetta più alta che l’artista può raggiungere è lo status di classico. Del modello un po’ monello che, sancito un prima e un dopo, conserva lo spirito della propria epoca allorché lo trascende. Nell’Olimpo c’è anche chi ha fatto di inafferrabilità virtù e spesso sono costoro gli Dei e le Dee che affascinano in maggior misura. Questo il segreto dell’inesistenza di un “vero” Bob Dylan, di un Neil Young che alterna la quiete ai mari di elettricità, delle metamorfosi con le quali Tom Waits, Bjork e PJ Harvey ricavano Arte dallo scorrere del tempo. Sono maschere di vita che riflettono chi le indossa e raccontano storie. Così, anche con Will Oldham ogni pretesa di considerare definitiva un’identità si riduce a presunzione.

Venendo al qui e ora, da dieci anni avevo la netta impressione che il Principino fosse dedito al cazzeggio d’autore. Prima che gridiate alla lesa maestà, lasciatemi spiegare: dallo zenit I See A Darkness, Will ha girato attorno alla sua cifra stilistica con genialità, estro e classe; intatte le emozioni e l’arguzia, seguitava a consegnare canzoni di alto livello. Tuttavia, da The Wonder Show Of The World la brillantezza è venuta meno e le uscite seguenti – scintillante eccezione l’album con i Trembling Bells – parevano nascondere un blocco dello scrittore o la precoce senilità. Comunque, proprio quando stavo per consegnarlo a un mestiere che non gli si confà, Mr. Oldham mi ha fregato. Dicevi delle maschere, scusa?

BPB

I Made A Place contiene infatti i primi nuovi autografi dal lontano 2011 (dodici più Mama Mama, traditional di retrogusto tex-mex) e indica la maturità di chi è diventato padre conservando – ritrovando? – le illogiche del poeta fingitore. Di chi utilizza mezzi tradizionali (country a bagno in folk e rock; arrangiamenti asciutti, attenti all’intarsio e con azzeccati risvolti fiatistici) per giocare con l’abbraccio tra musica e parole, trattate come amanti appassionati dal Maestro che indica una direzione conducendo altrove. Forse verso il luogo cui allude il titolo/sciarada dove un “have” appare e scompare dalla confezione: difficile stabilirlo, perché – giova ribadirlo – a contare è l’enigma in sé. Lo stesso vale per l’esistenza: complicata, misteriosa, disseminata di spazi grigi generosi di epifanie. E, va da sé, per un disco idealmente riassunto da Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past e la sua idea di passato e futuro che si scambiano i ruoli soppesando i massimi sistemi.

made a place

L’acusticheria scherzosa memore di Woody Guthrie è uno dei tanti gioielli in una scaletta solidissima e svelta a imprimersi in testa, dal Gram Parsons a capo dei Waterboys di New Memory Box, The Devil’s Throat e Squid Eye a una title-track insieme trasognata e acidula, passando per l’aura albionica anni ‘70 di Dream Awhile, una This Is Far From Over metà Bryter Layter e metà Astral Weeks e il soul celtico in jazz di Nothing Is Busted. Culmine un trittico finale lungo il quale gli spettri amichevoli di ance e voci che avvolgono The Glow Pt.3 conducono alla scintillante lamina emotiva Thick Air e a una sospesa, tersa Building A Fire. Una delle sequenze migliori mai allestite da Oldham vive di un’intensità che lascia senza parole, laddove il resto porge dolcezza e melanconie che scaldano l’anima nel profondo. Perché così è la vita e così s’ha da cantarla. Bentornato Prince Billy, ma chissà se davvero sei stato via.

Jim Ford: Kentucky soul brother

Fino al 2011, quando mi sentivo in vena di soulmen dal viso pallido bussavo alle porte dei gentiluomini sudisti Bobby Charles, Eddie Hinton e Tony Joe White. Quello stesso anno però Light In The Attic ristampò Harlan County, solo e unico album di Jim Ford che da allora è nel novero degli amici fidati con i quali consolarmi. Cercando informazioni sull’artefice mi imbattevo in un’altra ristampa, per Bear Family e risalente a quattro anni prima, con la scaletta allungata e il titolo modificato in The Sounds Of Our Time mentre Light In The Attic optava per la grafica originale e una rimasterizzazione. L’aspetto spiacevole della faccenda fu invece scoprire che Ford era già deceduto, sessantaseienne, il diciotto novembre 2007.

Tempismo amaro, considerato che dietro l’angolo attendeva un concerto in terra britannica per raccogliere fondi e mandarlo in studio con quel geniaccio – riposi in pace anche lui, che compiva gli anni tre giorni fa – di Jim Dickinson. Vaffanculo, destino. Potevi sforzarti e conservare ancora un po’ tra i mortali chi venne portato in palma di mano da Sly Stone e Bobby Womack e che Nick Lowe (curiosate nei crediti di Jesus Of Cool…) considera influenza principale; chi aveva ascoltato le proprie composizioni sgorgare dalle ugole di Bobbie Gentry, Aretha Franklin e dei Temptations; chi era idolatrato da Ronnie Wood e dal pub rock britannico.

jim ford

Impreco di rabbia al pensiero e ancor più riascoltando Harlan County. Perché questo sincero soul campagnolo al crocevia tra gli Stones e il Van Morrison più negroide avrebbe meritato il plauso del mondo intero. Invece no: solo scampoli di gloria postuma. Così vanno le cose, così non dovrebbero andare. Mai. Qualche spicciolo biografico, ora. Jim nasce nell’estate 1941 nella contea di Johnson, Kentucky. Tra povertà e violenza l’unica fonte di felicità è la musica suonata a tutto volume dalla radio di una vicina poco più grande, una certa… Loretta Lynn. Logico che il ragazzino scappi dall’inferno in terra recandosi nell’ordine dal padre biologico in Michigan, a New Orleans per suonare (e vivere) in strada, a zonzo per l’America in autostop. Trascorso poi un biennio sotto le armi, quando nel ’58 arriva a Los Angeles ha vissuto un bel po’  e nemmeno è maggiorenne (!).

Entrato subito nel “giro” grazie a P.J. Proby, lungo i sixites Ford sfora hit conto terzi e a un certo punto vuole fare da sé. Con la sezione ritmica dei Redbone, Dr. John, Jim Keltner e James Burton (chitarrista del “tardo” Elvis) confeziona la mezz’ora scarsa oggetto dei questo panegirico. Fuori in agosto su Sundown – marchio creato appositamente, distribuito dalla White Whale dopo il tentennamento della Atlantic – Harlan County resta schiacciato in un 1969 stellare. Siccome Jim detesta il palco, la frittata è servita. Dissolvenza. Nel 1971 un tentativo londinese con i Brinsley Schwarz viene accantonato e il nostro uomo sparisce. Parecchio tempo dopo un giornalista svedese lo stana in una roulotte nella quiete di Fort Bragg e apprende che, tra una traversia e l’altra, ha continuato a scrivere per puro diletto.

Harlan County LP

Il resto l’ho raccontato qui sopra nella speranza di accendere la vostra curiosità. Chi tra di voi è al corrente avrà magari rimesso sul piatto o nel lettore un album che ogni volta suona fresco come al primo incontro. Gli altri non esitino a procurarsi una festa (talvolta dolcemente mesta) a base di errebì, country, rock vibranti e turgide ballate. Si innamoreranno seduta stante dell’autobiografica, sarcastica title-track che citando Swing Low Sweet Chariot cammina in anticipo nelle lande di Exile On Main Street, della rilettura inzuppata nel funk di Spoonful, della sensualità guascona di I’m Wanta Make Her Love Me, del romanticismo di Love On My Brain e Changin’ Colors.

Ancora non basta? Benissimo: ecco To Make My Life Beautiful, la firma di Alex Harvey in calce a un melò degno di Hardin e Rose, un’esuberante Dr. Handy’s Dandy Candy, il boogie Long Road Ahead strappato ai coniugi Bramlett per inventare i Black Crowes. E se Under Construction plana dai solchi di Beggar’s Banquet, Workin’ My Way To L.A. vede i Little Feat prendere in ostaggio proprio Mick Jagger. Tutte canzoni belle, sincere e preziose. Canzoni che il fato non potrà cancellarvi dalla testa e dal cuore. Amen.

Steve Earle, natural born outlaw

Non so come la vediate, ma per me era dal tributo Townes del 2009 che – escluso lo splendido I’ll Never Get Out Of This World Alive – Steve Earle temporeggiava. Alla sua maniera, certo, ovvero con classe ed estro rari e piazzando a ogni giro di giostra un fastello di brani memorabili. Tuttavia, dopo quell’incombenza (in parte gioiosa e in parte amara, incentrata com’era sul ricordo del mentore e più d’ogni altra cosa amico Townes Van Zandt) sulla lunga distanza la scintilla del fuoriclasse un po’ latitava.

Datemi del musone, però questa è casa mia e ho il diritto di cercare il pelo nell’uovo. Provo a spiegarmi meglio, comunque: assolutamente presente a sé, Steve pareva intento a ripigliare fiato dopo aver affrontato un peso massimo del canzoniere americano, come se la carica emotiva sprigionata ricordando l’Uomo di If I Needed You avesse richiesto un prezzo non dappoco. Ci sta eccome, considerate le circostanze biografiche e non che tutto ciò rappresenti una colpa. La vita va così: a volte devi seguirne il corso anche se sei nato per nuotare controcorrente.

Earle

Per questo motivo, saldato il debito, lo sguardo del Nostro si volge al passato e agli esordi da nuovo tradizionalista. Ricordandoli apertamente, quegli anni, in note interne vibranti commossa nostalgia per un’epoca perduta e per tanti compagni d’avventura che non sono più. Suono e attitudine di conseguenza sono viepiù essenziali, sistemati a reggere canzoni pulsanti l’energia del songwriter che dal popolo pesca la materia per scrivere pensando poi sempre alla “gente”.

Senza demagogia o retorica, perché si tratta di distillare un vissuto e renderlo universale, alla maniera di un Bruce Springsteen o di un John Mellencamp al top e mica è robetta, siccome dal Capolavoro Copperhead Road in poi Mr. Earle è legittimamente considerato un modello, un caposaldo di un retaggio che anche con lui si è rinnovato. Un gentiluomo nonostante tutto, costui, che bada al sodo e sotto l’aspetto da Allen Ginsberg del vecchio West qui sferza e carezza – con ugola che ha visto cose che noi umani eccetera – un mazzo di country‘n’roll sporchi e intimi come si conviene.

Outlaw

Arriva subito dritto al cuore So You Wannabe An Outlaw, aprendosi sul “bandito country numero uno” Willie Nelson che spartisce il microfono col padrone di casa nel rugginoso caracollare elettrico omonimo. Indicando senza indugio alcuno che il livello compositivo è tornato ai vertici, laddove l’universo umano resta il medesimo, a ennesima riprova che lo scrittore serio parla di ciò che meglio conosce. Ecco l’amore che tutto muove (Lookin’ For A Woman, The Girl On The Mountain) oppure si trasforma in tormento (You Broke My Heart, il duetto con Miranda Lambert This Is How It Ends), la durezza dell’esistenza (If Mama Coulda Seen Me, The Firebreak Line) e la sabbia che scorre implacabile portando via qualcuno di importante (una sublime Goodbye Michelangelo, saluto al Maestro Guy Clark saggiamente posto a suggello e, per chi scrive, seria candidata a “canzone del 2017”).

Cose bellissime intessute di stoffa che nelle giuste mani dura in eterno e, del resto, il sarto lavora con passione e vigoria, mettendoci l’anima e versando la rabbia sia nelle invettive (stupenda, la livida Fixin’ To Die da Mark Lanegan dei bei tempi) che in ingannevoli sguardi verso la luce (Walkin’ In LA). Niente trucchi, niente inganni. Felicissimo di sentirti di nuovo in forma smagliante, caro desperado.

 

Jayhawks: Hollywood è uno stato della mente

Quel bastardo elettrizzante e poetico per comodità chiamato rock ha il bel vizio di riscoprire periodicamente le proprie radici e, talvolta, di dar loro anche una scossa rivitalizzante. Giusto per fare un paio di esempi: in chiusura dei Sessanta, i Grateful Dead passavano dalla pura psichedelia a uno scintillante country-rock intinto nel folk; nei ’90, il grunge incontrava nel movimento “No Depression” un sincero contraltare agreste. Insomma: per ogni Blonde On Blonde esiste un Nashville Skyline in attesa a guardare indietro ma anche avanti, perché il senno del poi rende le cose diverse se non sei un amanuense. Prendete i Jayhawks e il loro gusto popolare e raffinato, solido come la memoria e caldo come i legami di sangue: sono convinto che all’epoca fosse una fesseria – che lo rimanga tuttora – considerare il loro terzo (e migliore) LP “superato”.

Da Pearl Jam, Lemonheads e Blind Melon, magari? Non scherziamo: preferire un’aurea cosmic american music all’epica grunge, ai calchi seventies, all’indie di cartongesso rappresentava nel 1992 un gesto controcorrente, da punk in spirito che cavarono di tasca un Classico. Qualcuno, a beneficio delle generazioni future, doveva impiastrarsi le mani di terra e piantare un totem come Hollywood Town Hall, il quale suona fuori da qualsiasi dimensione cronologica e cresce anno dopo anno, messo sull’altare di un rock tornato a fidarsi della Canzone perché oltre un certo post non poteva spingersi, pena l’autismo.

jayhawks

Patologia peraltro assente in dieci brani lontani sia dai lustrini milionari di Nashville che dalle pagine seppiate degli Uncle Tupelo, ricchi di una profonda conoscenza della storia e del piglio esecutivo di chi considera Replacements e Hüsker Dü fratelli prima che concittadini. Partivano giustappunto da Minneapolis i Jayhawks, quando a metà anni Ottanta Mark Olson e Gary Louris (chitarristi, cantanti, autori) raccoglievano il bassista Marc Perlman e il batterista Norm Rogers per la regolamentare gavetta. Suggerivano belle potenzialità il country-roots del debutto omonimo e di Blue Earth, tuttavia occorrevano una telefonata di George Drakoulias e una mossa del destino per benedire la maggiore età artistica. Un giorno, l’uomo dietro ai Black Crowes chiama gli uffici della Twin/Tone, in sottofondo ascolta Blue Earth e se ne innamora seduta stante.

Messi i ragazzi sotto la sua ala protettrice, li spedisce – tonificati dall’arrivo del nuovo batterista Ken Callahan e da un tour – a incidere sotto la sua supervisione e con Benmont Tench e Nicky Hopkins alle tastiere. Ne nasce ciò che per dirla con Louris è “folk a volume più alto” e che nel mio piccolo amo definire “tradizione ibrida”. Chiamatela come vi pare, ma sappiate che è baciata da estro e feeling sommi ovunque, più che altrove in una Waiting For The Sun da Eagles nati da una costola di The Band, nell’innodico e virile struggimento Take Me With You (When You Go), nelle Two Angels e Settled Down Like Rain che Jeff Tweedy e Ryan Adams di sicuro conoscono a menadito.

hollywood town hall

 

Altrove è il granaio umido di Harvest che rifiorisce a vita nuova (Crowded In The Wings), oppure si bivacca attorno a un focolare a mezza via tra Exile On Main Street e The Gilded Palace Of Sin (Martin’s Song, Clouds, Sister Cry), cavalcando la melodia indimenticabile di Nevada, California e l’epidermicità mai scontata di Wichita. Gioielli che raggiungono il cuore con l’emozione e la spontaneità entusiastica di chi si è appena sudato una zolla di paradiso. Nel ’95 Tomorrow The Green Grass replica con convinzione più che bastante, poi Olson si rifugia nel deserto di Mojave con la moglie (la cantautrice Victoria Williams: divorzieranno a metà anni zero) portandosi via bussola ed equilibrio. Solo al comando, Gary traccheggia fino alla messa in naftalina nel 2004.

Amici che si sfanculano cento volte ma si riappacificano sempre e comunque, i due suonano assieme dal vivo tra 2005 e 2006. Ristampe e antologie li mettono poi di fronte alla gloria e alla grandezza che furono, la risposta affidata a una reunion dapprima spesa sui palchi statunitensi e poi in studio per l’apprezzabile Mockingbird Time. Dopo il quale Mark non vuole più giocare e se ne va, ancora. Definitivamente? Macché: prodotto da Peter Buck, Paging Mr. Proust nel 2016 zampillava verve ragguardevole. Lo scorso aprile, infine, ecco i Jayhawks accompagnare Mr. Ray Davies in Americana chiudendo un cerchio. L’ennesimo. Beati loro, che il futuro lo hanno dietro le spalle.

Gene Clark nella luce bianca

Possedeva tutto il necessario al riconoscimento universale, Gene Clark. Doti canore e compositive e un carisma di spirituale mistero lo consegnano all’élite rock, benché a ricordarselo siano soprattutto fan di Americana, critici, musicisti. Devoti che consumano ogni giorno quanto di buono – ed è tantissimo – ci ha concesso, con il fare riservato di chi scansò la fama perché non digeriva le pressioni legate allo showbiz. Provo a immaginare cosa potesse significare essere il frontman in uno dei complessi più famosi del mondo allorché John Lennon – i Beatles Cesari contemporanei – gridava “Aiuto!” senza che lo ascoltassero. Non ci riesco. Allora penso a Harold Eugene Clark il pioniere e lo scrittore di classici assoluti.

Tanto basta per perdonare le sregolatezze future di chi nel novembre 1944 nasce a Tipton, Missouri, terzo di tredici figli con sangue irlandese, tedesco e pellerossa nelle vene. Di chi assimila giovanissimo i rudimenti della chitarra dal padre ispirandosi a Hank Williams, Elvis Presley, Everly Brothers e, adolescente alla guida di un gruppetto rock‘n’roll, resta folgorato dal folk revival. Queste le coordinate in cui si muove e si muoverà il ragazzo che all’università preferisce i locali di Kansas City, dove nell’estate ‘63 i New Christy Minstrels lo notano portandoselo in tour e in studio. All’inizio dell’anno seguente i Fab Four lo fanno cadere sulla via per Damasco, cioè la Los Angeles dove incontra l’anima affine Jim “Roger” McGuinn. Il resto è Mito: nei Byrds Clark (co)scrive ampia parte di un repertorio che poi affida a un’ugola virile colma di emozione.

gene younger

Appropriatamente, il compito di innervare la tradizione con l’elettricità spetta agli epocali Mr. Tambourine Man e Turn Turn Turn che sono tuttavia anche fonte di screzi. Il management impone più spazio vocale per Roger, il corresponsabile del Capolavoro intitolato “otto miglia più in alto” ha la fobia dell’aereo, gli altri mugugnano per le royalties che costui incamera. Le crepe diventano fratture. Ai primi del 1966 sul fronte di Fifth Dimension Gene non c’è. Debutta poco dopo con il gustoso folk-rock venato pop e country di With The Gosdin Brothers, dove alla lavorazione travagliata rispondono un cast di prim’ordine (i fratelli Gosdin, Chris Hillman, Michael Clarke, Van Dyke Parks) e splendori come Echoes (i R.E.M. di Up senza elettronica in estasi onirica), una squillante So You Say You Lost Your Baby, le celestiali Is Yours Is Mine e The Same One prodotte da Gary Usher, le terrigne Tried So Hard e I Found You che annunciano la svolta.

Photo of Gene Clark

Prima della quale c’è il fiasco causato dalla Columbia, che perversamente pubblica l’LP nella stessa settimana di Younger Than Yesterday dirottando altrove la promozione e l’interesse dei media. A nulla vale lo splendente 45 giri The French Girl, cover di Ian & Sylvia supervisionata dal mago Curt Boettcher come l’acidula ancella Only Colombe. Con i Byrds, Gene ci riprova a ottobre ‘67 ma niente da fare. Il Sessantotto lo trascorre alla A&M allestendo la premiata ditta Dillard & Clark (con il banjoista Doug e, socio di minoranza, quel Bernie Leadon che negli Eagles raccatterà milioni con la medesima formula…) per sposare rock e country in modo coraggioso e felicissimo, più nell’esordio The Fantastic Expedition Of che nel Through The Morning Through The Night di un anno posteriore. L’eccesso di anticipo non paga e l’uomo imbocca definitivamente la via solistica. Prima, approfittando dei cospicui diritti, si sposa e mette su famiglia nei pressi di Mendocino.

Attende lo scoccare del nuovo decennio per la pagina più abbagliante, un lavoro omonimo – il titolo White Light sparì non si sa come dalla confezione – che nel 1971 presenta un eloquente scatto di copertina: inglobando il profilo dell’autore, il sole pare allo stesso momento tramontare a chiusura di un’epoca e sorgere per salutarne un’altra. Perfetta metafora del passaggio dai ’60 ai ’70 e dall’era del “noi” a quello del “me” avvolta in malinconie elettroacustiche che scaldano le ossa e l’anima. Raccolta in presa diretta con l’amico chitarrista Jesse Ed Davis più una misurata line-up, la magia incontaminata promana dalle ballate intense e cristalline Because Of You, With Tomorrow e Where My Love Lies Asleep e da episodi poco più mossi come la title-track, The Virgin, One In A Hundred. For A Spanish Guitar strappa il consenso di Dylan e la cover di Tears Of Rage vale l’originale. La stampa si spella le mani, il pubblico apprezza solo in Olanda e alla A&M se ne fregano.

white light

Gene allora regala brani a Dennis Hopper per il film “American Dreamer” e registra i pezzi che, rifiutati, nel ’73 finiscono su Roadmaster, a lungo disponibile solo nei Paesi Bassi e da avere per i gioielli con i vecchi sodali She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred, per la Here Tonight con i Flying Burrito Brothers, per il country col cuore in mano In A Misty Morning. Come minimo. Dopo le Full Circle e Changing Heart che sono il poco salvabile della rimpatriata che cagiona Byrds, si riparte dalla Asylum. Un triennio dopo la luce bianca, No Other, trasporta Phil Spector in dilatati e oppiacei sogni di essenzialità e fondendo Gram Parsons con Marc Bolan. Silver Raven e Some Misunderstanding, From A Silver Phial e Lady Of The North raccontano un disco tanto misconosciuto quanto sensazionale. Apice la madreperlacea Strength Of Strings ripresa dai This Mortal Coil, è adorato da Beach House, Grizzly Bear e Fleet Foxes e nel 2019 sarà proprio la 4AD a immettere sul mercato una riedizione “deluxe”. All’epoca, però, non lo compra nessuno e gli elevati costi di produzione mandano in bestia David Geffen. Il matrimonio di Gene in crisi, ecco che la bottiglia ha campo libero nella sua vita.

no other

Discreto Two Sides To Every Story del ’77 e piatti McGuinn, Clark & Hillman e City, l’uomo è soccorso da Davis che lo disintossica (di mezzo adesso c’è pure l’eroina) e lo rimette in pista. Quando a metà ’80 esce l’anonimo Firebyrd, le nuove generazioni hanno già rispolverato chitarre Rickenbacker e armonie vocali. La neopsichedelia omaggia un padre ospite in Native Sons dei Long Ryders per la bellissima Ivory Tower e in So Rebellious A Lover, a quattro mani con Carla Olson dei Textones. Vorrei riferire di un riscatto, da qui.

Mi distraggo consigliando il postumo Silverado ’75: Live & Unreleased e soprattutto gli splendidi inediti ripescati dalla Omnivore nel 2018 per Sings For You, ma proprio non posso evitare la tragica realtà: nel 1988 a Gene asportano mezzo stomaco e il successo della I’ll Feel A Whole Lot Better rifatta da Tom Petty offre altro carburante per l’incendio. A gennaio ‘91 festeggia con i Byrds storici l’ingresso nella “Rock & Roll Hall Of Fame” ma il viso un tempo così fascinoso è un trapasso svuotato. Muore a maggio, il giorno del compleanno di Bob Dylan. Al cimitero di Tipton la lapide recita “Harold Eugene Clark – No Other” e di rado epitaffio è stato più calzante.

Il cuore scuro di Townes Van Zandt

Un dilemma e un’impresa trovare forme verbali che restituiscano le sensazioni provate ascoltando Waitin’ Around To Die o For The Sake Of The Song. Malinconia non è, altrimenti dove scivola, fugace e imprendibile, quel sapore dolceagro? Proviamo con mestizia: beh, ma i raggi di sole che all’orizzonte fendono le nubi… Cos’è davvero il respiro romantico che plana lieve dal cielo di un’America un po’ reale e un po’ figlia del nostro immaginario? Mi piace pensarlo una lama affusolata che scatena la voglia di piangere e ridere, di rintanarsi nel buio e correre sotto un acquazzone come fossero i medesimi gesti. Di ricordare i dolori per alleviarli in un saliscendi emotivo – “alto, basso e quel che c’è in mezzo”: oh, sì – che rende più vivi e sottolinea come, nel bene e nel male, siamo ognuno un frammento del mondo.

Townes Van Zandt cavava dal tormento Canzoni di sangue. Il suo. Chiudo gli occhi e me ne appare il sorriso, velato di ombre e incorniciato da sguardi che cercano di braccare un passato. A breve spiegherò il motivo. Prima voglio inserirlo anch’io tra i Grandi Songwriter di sempre, e se non vi fidate, consultate le eminenti firme che ne tessono le lodi. Oppure chiedete a Steve Earle, il quale ha ringraziato il suo mentore battezzando Townes un figlio (cantante anch’egli) e rileggendone svariati brani. Poi fate un paio di domande a Willie Nelson e a Emmylou Harris, a Jolie Holland e a Simon Joyner, a Laura Marling e ai Cowboy Junkies. E a tutti gli altri che hanno reso omaggio – e si sono ispirati: Will Oldham esempio dei più fulgidi – a incanti dolorosi scritti per arginare la fragilità e le offese della vita.

 townes

Nel Texas orientale esiste una contea chiamata Van Zandt, che dicono fondata da un immigrato olandese. Nei pressi, a Forth Worth, il 7 marzo 1944 John Townes nasce da una famiglia benestante. A natale del 1956 il babbo gli regala una chitarra, siccome il ragazzino ha visto Elvis in televisione e altro non vuol sapere. Salto avanti al ’62, allorché lo ritirano dall’università perché vogliono un avvocato o un politico e non un maniaco depressivo che annega i giorni nell’alcol. Lo “curano” con shock di insulina e la madre si pentirà in eterno. Derubato della memoria, Townes incappa nelle debolezze di chi scruta nell’anima fino alla vertigine. Sceglie la carriera di musicista a Houston, con Guy Clark e Jerry Jeff Walker, eseguendo i modelli Bob Dylan, Lightnin’ Hopkins, Hank Williams, Rolling Stones. Prima di morire, papà lo esorta a scrivere e lui intinge la penna dentro tinte country-folk venate di blues.

A Nashville fa amicizia con Mickey Newbury e il produttore “Cowboy” Jack Clement, firma con la Poppy e nel 1968 finalmente esordisce. Di For The Sake Of The Song non lo soddisfa la produzione “caricata” secondo i dettami dell’epoca, ma che comunque arricchisce l’omonimo latineggiare, lo scheletro percussivo Tecumseh Valley, i brividi di Waitin’ Around To Die, lo Zimmie sudista di Quicksilver Dreams Of Maria. Un calendario e Our Mother The Mountain porge country limpido disposto al folk orchestrale, vertici lo Scott Walker campagnolo di Kathleen, il dolce dramma omonimo, una rinnovata Tecumseh Valley che lima i pochi orpelli rimasti. A fine ’60, Townes Van Zandt ripesca quattro titoli dal debutto asciugandoli al clima intimo suggerito in copertina e illuminando d’immenso For The Sake Of The Song, Waiting Around To Die, I’ll Be Here In The Morning e (Quicksilver Daydreams Of) Maria; laddove tra gli inediti spiccano le trasparenze di Columbine e Colorado Girl, una sinistra Lungs, la fiabesca None But The Rain.

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Dopo un (primo) Capolavoro, nel ’71 il nuovo tradizionalista poggia Delta Momma Blues su dodici battute folkeggianti e agresti, così che l’umore è più rilassato che dolente malgrado la confessione di Nothin’, l’immensa Tower Song, le amare Rake e Only Him Or Me. Abortito un LP per litigi tra produttori e manager – uscirà solo nel ‘93 come The Nashville Sessions – l’anno seguente High, Low And In Between offre schietto gospel delle praterie, echi stoniani e l’indicibile bellezza di Highway Kind, To Live Is To Fly e della title-track. Come se non bastasse (!), arriva anche il Testo Sacro. Profetico e in retrospettiva brutale, The Late Great Townes Van Zandt custodisce gemme mai più così scintillanti.

Classico assoluto nel passaggio di testimone da Williams Honky Tonkin’ e nell’omaggio a Clark Don’t Let The Sunshine Fool You, manda l’anima in frantumi tramite No Lonesome Tune, If I Needed You, Snow Don’t Fall e la rediviva Sad Cinderella, sceneggiando tra un sorriso e una lacrima il cortometraggio western in anticipo sui Calexico di Pancho And Lefty. Per l’Artista che tocca il cielo, un uomo crolla: i dischi non si vendono e l’etichetta è in bancarotta, gli amori sono sbagliati e la bottiglia trionfa. Fino a metà dei ’70 Townes sopravvive in una baracca, senza acqua corrente né elettricità. Alla fine del tunnel c’è però una (sorta di) salvezza.

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La Tomato ristampa il catalogo e nel 1977 estrae dall’archivio Live At The Old Quarter, Houston, Texas, favolosa missiva da uno spirito squarciato inviata nel luglio di quattro anni prima. Van Zandt torna nel mondo con Flyin’ Shoes, ultimo scatto d’autore più tondo nell’arredo strumentale curato da Chips Moman e imperdibile per il brano omonimo e Loretta, per No Place To Fall e Rex’s Blues. Scorre quasi un decennio: At My Window è privo di guizzi e idem No Deeper Blue entro un settennato; fedele alla pinta di vodka quotidiana, il texano frattanto si sposa una terza volta e collabora con i Cowboy Junkies.

Cuore e corpo però non resistono e cedono definitivamente nel 1997. Come per Hank, era capodanno. Non fui sorpreso: affranto sì. Lo resterò finche campo. Da qualche parte, dentro di sé John Townes conservava un destino ben preciso. Non importa quanto se lo fosse scritto da solo o glielo avessero tatuato sull’anima. Gli dava del tu. Vivendole, scontava tre pesantissime parole come the late great: il grande defunto. Credo di aver capito, alla fine. Tutti piangiamo il blues, ma le lacrime di qualcuno sono più amare di altre.

Thyme Perfumed Gardens-10: Shiva’s Headband

In quest’ultimo viaggio – tranquilli: di psichedelia scriverò ancora, spesso e volentieri – tra giardini odorosi d’incenso e menta piperita mi trovo in squisita compagnia: “Suonammo in jam con gli Shiva’s Headband, che ascoltavo tantissimo. Erano fantastici.” Così Roky Erikson, illustrissimo concittadino dello Spencer Perskin che, mezzo secolo meno un anno fa, fondava uno tra i segreti meglio “auto custoditi” dei ’60. Un asso bizzarro e obliquo che costituisce una sensazionale mano da “Texas Hold’em” con 13th Floor Elevators, Conqueroo e Golden Dawn, la cui la posizione è nondimeno defilata sia rispetto ai nomi succitati che a un country che si rigenerava mescolandosi con il rock.

Come in una vecchia pellicola hollywoodiana, scorrono rapidissimi un bel po’ di calendari ed eccomi agli anni Ottanta, in cui accanto al Paisley Underground alcuni riscoprivano le radici americane e spesso tra loro i volti si confondevano. Dallo scaffale rispolvero formazioni coeve che rappresentavano fantastici “a sé” e tratteggiavano già ipotesi di post-rock. Da Black Sun Ensemble, Always August e Camper Van Beethoven un filo iridescente risale tra cielo e terra, tra tradizione e futuro. Amali, pazzi texani.

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Chissà che c’era nell’acqua in quei giorni ed è una domanda assolutamente retorica, perché sappiamo tutti quale fosse l’andazzo. A prescindere dal contesto, sotto la Stella Solitaria si è sempre prodotta grandissima musica: non costituiva eccezione la seconda metà del ’67 in cui Perskin, violinista ventiquattrenne di estrazione classica, allestiva una band con la moglie e cantante Susan più alcuni amici: Bob Reed alla chitarra, il bassista Kenny Parker, Jerry Barnett dietro la batteria, il tastierista Shawn Siegel. Perfetto il nome, suggerito dalla consorte in omaggio alla divinità hindu che, responsabile del cambiamento, distrugge il vecchio portando vita nuova. Basta poco a questa congrega di fissati con gli armadilli per svettare nel panorama locale e crearsi un seguito di fan che si estende all’intero stato.

Fungono da spalla a diversi nomi importanti, attraendo l’attenzione della Capitol che li scrittura e domicilia a San Francisco. Agli sgoccioli del decennio, sulla Baia gli Shiva’s Headband non si ambientano e soggiornano giusto il tempo di confezionare un trentatré giri nel vecchio studio dei Grateful Dead. Take Me To The Mountains non è solo l’esordio di un ensemble destinato al culto ma anche il primo LP pubblicato da un gruppo di Austin. I non molti dollari ricavati sono colà investiti in un locale autogestito, l’Armadillo World Headquarters (spulciate nella busta interna di London Calling per una sorpresa…) utile a promuovere la scena cittadina.

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Siamo anni prima del SXSW e ciò indica quanto Spencer avesse – ha tuttora – le idee chiare. Affiora alla mente il senso di comunità che da allora è transitato, attraverso certe frange del primo hardcore-punk, ai Godspeed You! Black Emperor. Medesima la volontà di non essere incasellati e/o dominati dall’industria ed ecco cosa dichiarava costui nel ’92: “Quel che faccio è indirizzare nell’arte le mie tendenze rivoluzionarie. Sparo note invece di proiettili, provando a espandere le coscienze.” Se vi pare un vecchio barbogio, passate oltre. Io vedo un individuo orgoglioso che si è guadagnato da vivere senza svendere i propri ideali.

Ma la musica, vi domanderete? Vale la pena conoscerla, benché – caso analogo ed eclatante: i Mystery Trend – dal punto di vista formale la psichedelia c’entri pochissimo. Esclusi un paio di brani, la intuisci nei dettagli (una chitarra acidula, un violino che profuma di Europa dell’est…) e specialmente nell’umore. Il disco infatti sembra commentare un risveglio graduale però mai completo da un trip eccellente, così che la realtà resta sempre un filo distorta e i cowboy sono cosmici e mooolto rilassati.

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Take Me To The Mountains appartiene al 1970 per come vagabonda lungo un confine cronologico – ed estetico: quello di un country-rock sui generis – fino a fondersi nel tramonto di un’era. Per questo mi piace e mi piace concludere questa cavalcata tra scampoli lisergici e roots dopo aver iniziato nella prima lu tata con una sovrapposizione tra garage e acid-sound. Sono insieme estatiche e terrigne canzoni come My Baby (scorrazzare per le praterie in vaghi vapori garagisti) e il brano omonimo, piuttosto classico se il violino svisasse con meno fantasia; come il gustoso, autoesplicativo Homesick Armadillo Blues e la Ripple offerta da Siegel, tagliata da una solista concisamente liquida e da un ilare kazoo. Laddove in North Austin Strut Janis Joplin si pacifica in un alveo di echi fifties ed Ebeneezer immagina una versione tzigana dei Jefferson Airplane.

Ancora: l’inquieta, esotica ballata Song For Peace incarna l’apice e l’episodio più autenticamente psych del programma e Come With Me la dici nervosa però pure armonica nei suoi incastri tra batteria e archetto; e se Good Time (Parker l’autore) delizia di incongruo e favolistico pop barocco, Kaleidoscoptic tira le fila con decisione spruzzata di mestizia. Non se ne accorge quasi nessuno di tanta bontà: succede che Jim Franklin, grafico di fiducia del gruppo, sistema in un angolo della confezione la minuscola scritta “passera”, qualcuno la nota e il disco viene censurato e reimmesso sul mercato con immaginabili conseguenze. Una risata ci seppellirà, fratelli. Ascoltatela riverberarsi nell’aria insieme a Song For Peace e, come direbbe David Crosby, lasciate sventolare la bandiera freak…