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Amichevolmente vostri, Charlatans

Nel rock aiuta moltissimo ragionare in retrospettiva, perché il distacco cronologico permette di rileggere serenamente i fenomeni e (ri)contestualizzare mode e tendenze. Prendiamo il “Madchester sound”: cosa resta, trent’anni dopo? L’esempio di crossover assoluto e l’attitudine sono impresse forti e chiare, certo, ma se parliamo di album, il cesto non è esattamente colmo. Vero che fu un momento ‘pop’ e quindi fulmineo, basato più su singoli e 12”, comunque… Ecco a voi Screamadelica, Capolavoro assoluto nell’ultimo anno dei Capolavori assoluti. Poi Pills ‘n’ Thrills And Bellyaches degli Happy Mondays, altro passaggio obbligato che portò in classifica l’accidia e il cinismo dei poeti di borgata.

L’esordio degli Stone Roses? Splendido oltre ogni dire, ma con la pista da ballo e l’ecstasy c’entrava giusto di striscio, essendo in realtà uno degli ultimi Capolavori del pop chitarristico indie anni Ottanta e perciò una cerniera tra epoche. L’elettronica policroma degli 808 State, beh, anch’essa una grandiosa faccenda parallela. Vengo al punto aggiungendo un 33 giri che all’epoca la stampa britannica esaltò e che oggi mi colpisce per come osserva da una nicchia dorata ciò che lo ha seguito.

charlatans

Tranne i primi EP, se chiedete a me nessun altro lavoro dei Charlatans vale l’esordio del 1990, quel Some Friendly che cattura l’attimo di cui sopra sottolineando come spesso il più fulgido pop d’oltremanica derivi dalla commistione con la black music. Le radici dello stile sensuale e comunque dotato di un piglio sostenuto della formazione del West Midlands (il cantante Tim Burgess, carismatico e dall’adeguato physique du role; le tastiere di Rob Collins e la chitarra di Jon Baker; la ritmica con Martin Blunt al basso e Jon Brookes, batterista morto di tumore al cervello nel 2013) stavano in antesignani come Brian Auger, Graham Bond Organization, Spencer Davis Group. E nei Prisoners, cult-band dalla quale proveniva un altro coevo sdoganatore dell’organo Hammond, James Taylor.

Parlano chiaro lo strumento padroneggiato da Rob Collins – scomparso pure lui: nel ’96, in un incidente automobilistico – e lo scintillante singolone The Only One I Know, recuperato all’epoca sulla versione CD. Tuttavia i ragazzi non erano dei meri revivalisti: il loro errebì ad alta seduzione era sintonizzato sulla contemporaneità e più che altrove negli echi di jingle-jangle da R.E.M. maturi dell’inno Sproston Green, nella moderna pelle nera di Believe You Me e Polar Bear (ai Charlatans la house di Chicago piaceva assai: anni dopo, Burgess canterà con i Chemical Brothers e costoro sforneranno un eccellente remix di Patrol) e nei ‘60 ricordati con garbo e acume in White Shirt.

some friendly

I Ciarlatani insomma furono baggy poco e bene, nondimeno freschezza e personalità ci guadagnarono comunque. Alla deboscia il quintetto preferiva rattristarsi (Then), lanciarsi tra le pieghe di una morbida neo-psichedelia squisitamente albionica (You’re Not Very Well, Sonic) e trovare un groove cautamente danzabile mentre erano in “viaggio” e viceversa. In Some Friendly l’alchimia funziona dall’inizio alla fine e sarà l’unica volta, poiché subito ci saranno defezioni, sfighe e casini vari che vi risparmio.

La vicenda arriva sino all’attualità attraverso vicissitudini, ma soprattutto tramite una sequela di album piuttosto carini, quale più e quale meno impreziositi da occasionali zampate e buoni spunti. Detto ciò, non mi sento di definirli imperdibili. Consiglio invece di investire tempo e denaro su Same Language, Different Worlds del 2016, dove Tim Burgess e Peter Gordon collaborano omaggiando intelligentemente il Bowie berlinese e quel gran Genio di Arthur Russell. Volete un tris? Procuratevi Melting Pot, eccellente raccolta datata ‘98 dall’ottima scelta di brani e siate felici. Il crogiolo dei Charlatans sarà stato talvolta un pochino confuso, ma al suo meglio era brillante assai. E lo resta tuttora.