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Classics Revisited: l’ars longa dei Neu!

Klaus Dinger moriva nel marzo 2008 per un improvviso attacco cardiaco alla soglia dei sessantadue anni. L’assenza di clamore non era certo una novità, ché le sue imprese artistiche passarono a lungo inosservate ed è altrettanto vero che se l’era un po’ cercata, infangando gloriosi trascorsi con dischi orridi, scriteriate accuse ai discepoli e cause legali contro ex colleghi proprio allorché si iniziava a comprendere la portata del suo talento. Motivi di incazzatura col mondo Herr Dinger li aveva ed è dura essere un santo in città, tuttavia…

Cambiando discorso, ricordate che monolito kubrickiano fu “Krautrocksampler” di Julian Cope? Ecco. Lessi con febbrile dedizione pagine fresche di stampa recate da un amico in dono da Londra e, reperiti i tasselli mancanti, Neu! e La Düsseldorf balzarono fuori dal rock prefissato indie e post, dalla new-wave e dal punk albionico. A casa dei miei il pavimento mostra tuttora i segni della mascella caduta per lo stupore.

neu band

Tantissima l’acqua passata sotto i ponti, restano assoluta modernità il martellare in 4/4 battezzato dagli inglesi motorik, l’acida insistenza di corde e voci, il bucolico mitteleuropeo che combatte con un sarcasmo profumato di Settantasette. Come tante altre intuizioni “kraut”, erano frutto di gente cresciuta tra macerie che, per rivalsa verso i recenti orrori, stavano per tramutarsi in potenza economico-politica. Simile la fierezza con la quale si approprieranno della musica portata dai “vincitori” rendendola futuribile altro.

Ed è proprio dopo aver sfacchinato in complessi British Invasion di Düsseldorf che Michael (voce, chitarra, tastiere) e Klaus (voce, batteria) si uniscono a un altro germanico duo proveniente dal domani, i Kraftwerk. Troppa creatività chiude presto la militanza e, a fine ’71, quelli che ora sono i Neu! registrano in fretta le idee accumulate con Conny Plank, mago della consolle che fa da paciere tra anime opposte però pure complementari.

neu 1

Di lì a qualche mese, l’omonimo album su Brain spoglia il tambureggiare di Moe Tucker della residua fisicità nera e lo getta in una centrifuga. L’iniziale manifesto Hallogallo esemplifica il concetto tramite dieci minuti di secco groove, volteggiare di chitarre, laconici accordi stoppati. Rimossi basso, voci e melodie, ti avvolge un flusso potenzialmente infinito colmo di spiritualità qui aerea e là nevrotica. Favoloso.

Aguzzo noise-funk industriale (Negativland) e tenerezze atonali (Lieber Honig), straniti sogni (Sonderangebot, Weissensee) e saggi minimali (Im Glück) lo scortano in una confezione altrettanto avanguardistica e aliena: su uno sfondo bianco, il nome della formazione campeggia con stile da pubblicità. Mantenuto serialmente nelle successive uscite, spiega la passione dingeriana per Andy Warhol e Joseph Beuys per un esempio di estetica (post) punk. Nel 1-9-7-2!

Prima del seguito, i Neu! provano a rifare la magia dal vivo, falliscono e rinunciano. Consegnato l’ottimo singolo Neuschnee/Super, pare che lungo la lavorazione di 2 i soldi finiscano. Pur ripescando il 7”, le belle formule Für Immer e Spitzenqualität e un’anticamera di Immagine Pubblica intitolata Lila Engel non bastano per un intero LP. Messo alle strette, forse Doktor Dingerstein aveva esaurito le idee o voleva far ammattire una Brain rea di non aver promosso la sua creatura. Chissà.

punk und hippie

La scaletta viene completata con nastri deteriorati a mano e gli stessi pezzi reincisi a 16, 45, 78 giri per un’esperienza di ascolto surreale. Indifferenza nichilista, test di Roschrach sonico, primitivo uso del processo di registrazione come strumento, presa in giro: questo e altro in un parente stretto di Metal Machine Music cui si ispireranno i P.I.L. per suggellare First Issue con la derisoria Fodderstompf.

Ne risultano un flop commerciale – erano state viceversa soddisfacenti le vendite di Neu! – e l’incrinarsi di equilibri precari. Dinger cerca sbocchi in Inghilterra ottenendo solo l’entusiasmo di John Peel; Rother tenta di coinvolgere i Cluster, ma con Roedelius & Moebius si trova così bene che dagli alambicchi colano i meravigliosi Harmonia.

Più complicata la vita del socio: preso l’amore della vita e un sacco di soldi in un’etichetta, incanala la rabbia insegnando al fratello a maltrattare tamburi e piatti, impratichendosi con la chitarra e pianificando già la mossa successiva (i La Düsseldorf). Il contratto prevede un ultimo trentatré e, fuori dagli schemi fino alla fine, invece di un annoiato compitino la stranissima coppia recapita il Capolavoro.

75

Separandolo sul vinile, ’75 scioglie il dualismo insito ai Neu! – fate caso: il loro superfan David Bowie lo invertirà per Low e Heroes – in morbida psichedelia ambientale affacciata sui Novanta e nell’iroso cyberpunk’n’roll che forgia Sex Pistols e Adverts, privi (annota sempre “Mad” Julian) delle influenze surf o twang dei cugini americani. I sentieri qui si biforcano coerenti: l’hippie cosmopolita approfondisce defilato tecnologia e melanconia (consigliato Flammende Herzen: AD 1977, ospite Jaki Liebezeit) e Testamatta conduce nel ’76 il pregevole La Düsseldorf nelle classifiche tedesche incastrando synth e tastiere su “quel” ritmo.

Un biennio ancora e Viva porge obliquo avant-pop, acconciature alla Ziggy e giacche di pelle presto raccolte da John Foxx assieme al punto esclamativo. Mediocri nell’80 Individuellos e la reunion dei Neu! di un lustro posteriore, Klaus cade vittima di solitudine e rancore. Restano vana bile e opere sconclusionate che della realtà non tasteranno più nemmeno il polso in un amaro epilogo per questo autentico precog del rock. Tschuß, Excentrico!

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Kult Korner: Comus – la bestia nera

I puristi sono spesso brutta gente che il tempo sputtana a dovere. Prendete le critiche all’elettrificazione del folk albionico: alcuni diedero dei “giuda” ai Fairport Convention e poi sappiamo com’è finita. Eppure qualcuno ancora non accetta che un patrimonio debba adattarsi a nuove temperie per restare vivo, come un cerchio che si apre e richiude all’infinito. Costoro si perdono belle faccende – ad esempio Bellowhead, Owl Service, Tunng e Unthanks – che, pur nella diversità dei linguaggi, trovo legate da un filo rosso ai “genitori” che mezzo secolo fa si ispiravano al retaggio pagano.

Quel filo è il senso di avventura che trasforma il guardarsi indietro in un passo avanti: la norma, nella coda dei sixties dove i Comus spargevano a piene mani il medesimo approccio misterico verso la natura dei coevi cult movies “Wicker Man” e “Blood On Satan’s Claw”. Un idem sentire che affrontava il tramonto di un’era di ottimismo e che li spinse a rileggere il passato con omonimi numi tutelari il dio greco dell’eccesso e il personaggio di un masque di John Milton.

comus

Sì, perché quel fauno delle foreste era eerie e weird (“strano” e “misteriosamente spaventoso”) come la band di Roger Wootton e Glenn Goring, studenti d’arte del Kent che a fine decennio suonano la chitarra e cantano ispirati da Pentangle e Incredible String Band ma pure da Stravinsky, Bartòk, Velvet Underground. L’apertura mentale incontra scarso favore finché all’Arts Lab di Beckenham l’organizzatore della serata – un certo… David Bowie – li prende in simpatia.

Il compagno di studi Chris Youle diventa manager e suggerisce la ragione sociale mentre si aggregano il violinista Colin Pearson, il bassista Andy Hellaby, la cantante Bobbie Watson e il polistrumentista Rob Young, donando venature progressiste a un gruppo che dal vivo sprigiona fascino ambiguo. Il celebre free festival con Bowie, Strawbs e Bridget St. John e il supporto al mentore alla londinese Royal Festival Hall persuadono la RCA a proporsi tramite la “filiale” underground Neon. Quando un cambio ai vertici blocca il progetto, Youle contatta la Dawn, i sei riscattano di tasca propria l’accordo precedente e nell’autunno 1970 entrano in studio con Barry Murray.

First Utterance

L’uomo dietro Mungo Jerry fatica ma lavora bene – magistrale il finale, dove il grido “insane” viene sballottato nell’immagine stereofonica – su First Utterance, preceduto nei negozi il febbraio successivo da un pregevole EP con Diana più l’ipotesi di Love e Jefferson Airplane traslocati a Glastonbury In The Lost Queen’s Eyes e la tesa favola Winter Is A Coloured Bird. Racchiuso in una splendida copertina disegnata da Roger – suo anche l’artwork di Tone Float degli Organisation, l’anticamera dei Kraftwerk – l’album è uno sconvolgente, eccelso a sé che intreccia elaborati arazzi di corde, flauto e percussioni mentre le voci narrano vicende di follia e omicidio. Musica acustica di rara potenza e madre del folk apocalittico, a farla breve: prova ne siano lo stravolgimento che David Tibet opererà su Diana e una Drip Drip che, in un sabba, mescola gighe e suggestioni da italica colonna sonora, gli aromi balcanici di The Bite e l’epica zingaresca The Prisoner, il convulso abbandono dionisiaco Song To Comus e una The Herald che – sogno o son desto? – anticipa certa post-cameristica in bilico tra pastorale e nevrotico.

Lo sfoggio di eccentricità cade però nel vuoto, Young lascia (lo rimpiazza Lindsay Cooper, poi negli Henry Cow) e il clima si inasprisce quando l’etichetta respinge un LP articolato in due suite. Puntuale lo scioglimento nel ’72, dopo che Youle è passato alla Polydor tedesca. Su richiesta della Virgin, entro un biennio Roger, Andy e Bobbie incidono con altri strumentisti la bigiotteria pop-prog To Keep From Crying che non va da nessuna parte come l’imbarazzante 45 giri di Wootton posteriore alla nuova separazione. Avanti veloce a metà anni Novanta: l’industria della ristampa digitale lavora a pieno regime, First Utterance rispunta dall’oblio e quando arriva internet il culto un po’ si allarga.

Nel 2005 la Castle recupera l’integrale discografico sul doppio CD Song To Comus: The Complete Collection e i membri originali si ritrovano per festeggiare e ricominciare, tutti meno Young. Un decennio fa eccoli a un festival svedese invitati dai fan Opeth (testimonianze in East Of Sweden) e più tardi recapitavano Out Of The Coma, signorile continuità in tre tracce nuove e uno spezzone live d’epoca della The Malgaard Suite respinta dalla Dawn. Cerchi che si aprono e si chiudono all’infinito…