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La sofferta maturità dei Tinariwen

Proprio quando temevamo l’approssimarsi dei cliché, i nostri ribelli preferiti ci hanno preso in contropiede. Ammesso e non concesso che dei Tinariwen ci si possa stancare, gli ultimi Tassili ed Emmaar indicavano la volontà di allontanarsi da formule artisticamente vincenti ma in nessuno caso limitative. Ulteriore segno di grandezza da parte di un collettivo che unisce la fiera protesta a canzoni sferzanti e visionarie; da parte di gente che mai ciancerà di rivolta in un hotel a cinque stelle perché i proiettili li ha sentiti fischiare vicinissimi. Da questo punto di vista, la band africana incarna la massima riportata nella busta di Warehouse: Songs And Stories secondo cui la rivoluzione inizia da una consapevolezza interiore.

Per questo motivo i loro dischi, così inscindibili da vicende drammatiche reali, si appiccicano all’anima e vibrano e scuotono come di rado accade. Dicono che sia una delle qualità del Genio; tra le altre, ci metterei il muoversi costante attorno alla propria cifra autoriale. Penso a Bob Dylan, a James Brown, ad Ali Farka Touré: la conferma non si fa attendere. Per una questione di prospettive, infatti, i Tinariwen sperimentano “contaminandosi” con l’occidente mentre (come ognuno, ovunque, in qualsiasi epoca) cercano il dialogo con le radici e il presente. Una ricerca che per loro chiude un cerchio riportando il rock dove tutto è iniziato, perché le persone dimenticano la storia ed è prima di tutto nelle menti che certi confini si formano.

Tinariwen

Ragion per cui, anche se da decenni combattono per rivendicare spazio in una terra nella quale non abitano dal 2014 perché occupata da fondamentalisti islamici che attentano alla loro vita, i Tinariwen seguitano a proporre un messaggio di integrazione splendido per come – in maniera simile agli Specials – le questioni artistiche assumono profondi valori umani. Una cosa cui non siamo più abituati che rappresenta l’elemento per così dire “intimo” di Elwan, settimo album il cui titolo significa “elefanti” e nondimeno nulla vi è di monolitico in brani che, realizzati lontano da casa per le suesposte ragioni, affrontano le difficoltà alternando riflessioni e speranze.

La cronaca mi impone di riferire che in tre le occasioni e altrettanti luoghi si è lavorato alla scaletta, benché la compattezza sia tale da cancellare cesure tra quanto registrato negli studi Rancho De La Luna (non per caso situati nel ténéré americano Joshua Tree…) con Matt Sweeney, Kurt Vile e Mark Lanegan, in un’oasi marocchina insieme a giovani musicisti locali e un ensemble gnawa, infine sul suolo francese. Annotazioni di un certo peso, queste, poiché una scelta frutto della stretta necessità acquisisce un senso altro, indicando come il mondo possa rivelarsi un’unica spianata di (apparente) desolazione e quanto le differenze scompaiano là dove ci si smarrisce allo scopo di ritrovarsi.

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Elwan segna al tempo stesso l’immersione nella carica ritmica delle percussioni e in una meditabonda malinconia di chitarre e voci, lungo un sentiero che avvolge nelle corali Hayati e Talyat, che trascina con l’impeto spagnoleggiante di Assàwt, che dipana l’onirica psichedelia della Nànnuflày con ospite un Lanegan debitamente misurato. Nel resto di un programma che altrove consolida e sintetizza un linguaggio sonoro unico, esaltano esempi di orgogliosa mestizia – quindi di blues nell’accezione più piena – come Fog Edaghàn, Arhegh Ad Annàgh e Nizzagh Ijbal, la crepuscolare Ittus, una Sastanàqqàm che detona funk delle sabbie possente, ancestrale, elegantissimo. Musica da sentire con il cuore prima che con la mente. Musica più del solito meravigliosa. Accomodati, maturità. Sei la benvenuta.