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Mulatu Astatke, Re dell’ethio-jazz

Hai un bel lamentarti che non si fanno più dischi come una volta. C’entra nulla il fattore generazionale che, a una certa età e con la relativa montagna di ascolti sul groppone, impedisce il palesarsi dello stupore. Evidenza è che trovo sempre meno gente capace di prendersi dei rischi con intuito e idee. Troppi intellettualoidi in giro ad autocompiacersi con la giacchetta sulle spalle, ma per fortuna qualcuno ancora trasmette emozioni, spedisce neuroni in collisione, ridisegna la percezione delle cose. Correva il 2009 quando il terzo volume della serie Inspiration Information accostava l’etiope Mulatu Astatke agli Heliocentrics. Da un pilastro del jazz africano e una congrega inglese dedita al trip-hop retrofuturista, l’etichetta Strut cavava un favoloso incrocio culturale e sonoro dalle radici spinte assai indietro nel tempo. Lo comprova il fatto che Astatke sia rimasto a lungo appannaggio degli specialisti in materia “etno” e dei pochi rimasti folgorati dalla collana Ethiopiques. Finché…

Finché quel gran genio di Jim Jarmusch non ne utilizzò alcuni brani a commento della tenera e surreale pellicola “Broken Flowers”. Stati Uniti ed Europa convocavano Mulatu per collaborazioni e tour culminati nel giugno 2008 in memorabili esibizioni a Londra e Glastonbury. Gli astanti furono investito da una corrente che fondeva stimoli cerebrali e fisicità, come immagino sia stato, mutatis mutandis, di fronte a Funkadelic e Can, a Talking Heads e al Miles Davis della svolta elettrica. Logico, se ripercorro anche solo per sommi capi la storia di Astatke: primo musicista etiope a viaggiare all’estero, nei ‘60 prende come modello Duke Ellington – nel ’73 suonerà col proprio Venerato Maestro al cospetto di Haile Selassie – voltando le spalle all’ingegneria aeronautica e gettandosi giovanissimo nella scena jazz londinese. A New York frequenta (di nuovo, primo fra gli africani) il Berklee College Of Music. Il 1969 lo vedeva rimpatriare per sviluppare con pazienza e passione un idioma che unisse jazz, tecnologia, tradizione.

Portrait of the Ethiopian Jazz Musician Mulatu Astatke, 2009

Tra organo elettrico e wah-wah, tra le armonie autoctone e il sax colossale del conterraneo Getatchew Mekuria, infine trova un filo conduttore: “Servivano le persone giuste per rendere noto l’ethio-jazz in modo corretto. Ethiopiques e Jim Jarmusch hanno fatto sì che ciò fosse realtà.” Anni dopo, spetta ancora alla capitale britannica benedire una sinergia disegnata in cielo: per una data gli Heliocentrics fungono da backing band al Nostro sfoggiando la perfetta conoscenza del repertorio.

Sul volo che lo riporta ad Addis Abeba, in valigia il pianista custodisce un CD con tracce nuove incise assieme a loro; a casa scrive le partiture di tastiere e vibrafono e integra l’apporto vocale e strumentale di Dawit Gebreab e Yezina e Mesafnit Nagash: “Ho sempre desiderato inserire strumenti della mia cultura nel jazz. Credo di aver imparato sperimentando negli anni Sessanta: volevo esplorare le strutture modali con un diverso senso di armonia e assoli. Ho cercato costantemente di tenere la mente aperta e aver suonato con tanti grandi musicisti di diversa estrazione ha aiutato.

Inspiration Information

Ai primi di settembre del 2008 i due universi si mescolano, sempre a Londra. Da allora Inspiration Information Vol.3 è un Capolavoro primordiale e futurista di suggestioni orchestrali, fanfare spagnoleggianti, archi disco, ritmi insieme moderni e atavici. Guarda a tal punto indietro da spingersi avanti senza risultare mai ostico o slegato. Anzi. Addis Black Widow brucia il funk di Isaac Hayes sui panorami di Entroducing; Mulatu riporta all’origine la fissità di James Brown; Blue Nile trafigge ottoni sensuali con una chitarra profumosa di Bristol e blues. Esketa Dance è sinuosa ed ebbra come un Mingus redivivo, Chinese New Year aggiorna la grammatica jazz tra corde di contrabbasso e violino.

Ovunque anime e background degli artefici si liquefanno con una magia che abbatte ogni barriera. Nel 2010, Mulatu Steps Ahead aggirerà la ripetizione di un momento unico scivolando lungo trombe davisiane, trame di percussioni e piano, bordate fiatistiche e violini africaneggianti. Quattro anni or sono, Sketches Of Ethiopia osservava il Duca e Gil Evans dall’Acrocoro Etiopico con nuovi sodali. Il momento critico nella carriera di un Artista è il seguito a un Capo d’Opera. Una regola che, evidentemente, non vale per tutti.