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For the sake of the pop song: Cardinal

La storia abbonda di coppie la cui unione è stata siglata in paradiso.  Lennon & McCartney, Jagger & Richards, Strummer & Jones… Certi cognomi stampati sul vinile sono garanzia di Bellezza e idem alcuni team di compositori dell’ambito classic pop, dove curiosamente il rapporto tra parole e musica risulta invertito presso gli anglosassoni. Da noi Mogol e poi Battisti, mentre colà Hal David segue Burt Bacharach. Quasi a sottolineare che, nella messa in scena delle emozioni, versi e suoni lavorano insieme ma la bilancia pende da un lato. Le parole restano comunque importanti, come insegna Michele Apicella. Soprattutto per band fantastiche con due leader come Go-Betweens, Steely Dan, Cardinal. Ehm… chi?

Ecco, potete anche non crederci, ma il loro primo LP omonimo è uno dei grandi dischi meno ascoltati di sempre, mezz’ora perfetta che rappresenta un anello della catena d’oro forgiata da Beach Boys e Left Banke. Perché oltre a dirsi stupendo, non si ferma al chamber pop del quale possiede le orchestrazioni policrome, una scrittura mai banale e attenta alle tessiture, l’ispirazione che fuori dal perimetro rock venera Brian Wilson, Phil Spector, Lee Hazlewood e il già citato Burt. Anche se fu soprattutto questo che colpì di un album su Flydaddy rimasto dal ’94 fuori catalogo per un decennio abbondante: il modo in cui rispose al grunge con una sterzata stilistica totale.

Cardinalbum

Sterzata notata da pochissimi se è di pubblico che parliamo, quando sono certo che tra i loro colleghi sia stata recepita profondamente. Concordo con Maria Schurr del sito PopMatters quando scrive che, sebbene non sia citato estesamente come Pet Sounds, esso “ha influenzato più stramboidi indie-pop di quanto si creda.” Suo malgrado, anche il Capolavoro wilsoniano ha richiesto tempo per essere riconosciuto, no? Traete le vostre conclusioni sapendo che le canzoni di Cardinal non suonano affatto revivaliste. Semmai abitano paesaggi immaginari dove Alex Chilton è il quinto Beatle, gli Zombies hanno preso il pullman del Mystery Tour e Curt Boettcher supervisiona Forever Changes.

Oltre ogni fantasioso paragone, sono caramelle multicolori dal gusto unico e senza tempo che, a eccellenti sapori del passato, mescolano l’oppiacea melanconia da “Generazione X” di Elliot Smith (col quale è condivisa l’impronta chiltoniana della scrittura) e del più tenue slowcore. Te ne accorgi solo dopo averci familiarizzato, ma siamo pur sempre alle prese con chi nel DNA custodisce la propensione a spiazzare. Benedetto sia allora Bob Fay, batterista dei Sebadoh che a Boston faceva incontrare Richard Davies – studente di legge australiano già nei Moles trasferitosi negli Stati Uniti verso metà dei ‘90 – ed Eric Matthews. Dall’intesa scaturiva un lavoro dove il secondo (multistrumentista, arrangiatore e autore squisito, come dimostrerà nel ‘95 il debutto It’s Heavy in Here) veste di scintillante sensibilità brani in netta prevalenza del primo.

cardinal band

Affidata la regia al batterista dei punkettoni Poison Idea, il volume si abbassa e con esso le luci. Sul palco sale il Genio che subito porge la complessità spontanea di If You Believe In Christmas Trees, incantevole sfoglia melodica con nel cuore un passaggio strumentale che tutto illumina d’immenso. E che, come il brioso e ironico acquerello senza parole Public Melody #1, mostra le radici di Matthews che si spigono fino alla musica da camera. Tuttavia il tocco è lieve, a pieno vantaggio di una penna resa viepiù stellare da concisione e fluidità. Stupiscono e ammaliano i gioielli in anticipo su Either/Or come Last Poems e Dream Figure, una Big Mink da Love che incidono Sisters Lovers, la pianistica You’ve Lost Me There che con il ritornello circolare a puntare le nuvole porta a Brian Wilson passando per Michael Head.

Laddove Tough Guy Tactics è (post) power-pop inquieto, Angel Darling salta fuori dai solchi di Paris 1919 e il ripescaggio dagli oscuri sixties di Singing To The Sunshine dei Mortimer si incastra perfetto nel mosaico, concluso sulla stranita meraviglia Silver Machines, visione mesta e sospesa come un’idea in technicolor dei Bedhead. Dopo di che i due si separano per divergenze artistiche intraprendendo carriere in solitaria dagli esiti tanto apprezzabili quanto poco celebrati. Torneranno a sorpresa nel 2012 con Hymns, seguito che nulla aggiunge però nemmeno toglie a una Leggenda. Anzi: a un sogno divenuto realtà.