Archivi tag: folk revival

Lovin’ Spoonful: cucchiaiate di talento

Nella popular music c’è chi riesce a essere piacevole e a lasciare il segno conservando freschezza. Considerati Beach Boys e Byrds soprannaturali “a sé”, lanciati in alto nel sole e ancora più su, i newyorchesi Lovin’ Spoonful furono tra i primi che nei Sessanta risposero alla British Invasion, assieme a quei Beau Brummels dislocati sulla costa opposta con i quali condivisero inoltre la sufficienza di certa critica. Come se sfornare hit di peso e pregio fosse un male e al proposito basterebbe ricordare l’orientamento del mercato di allora. Sottolineando subito dopo l’ammirazione di McCartney (Good Day Sunshine risultò dal tentativo di scrivere qualcosa che somigliasse a Daydream, 45 giri degli Spoonful presente anche nel jukebox di casa Lennon…) e dei fratelli Davies.

Quando poi basterebbe accostarsi sereni a canzoni colme dell’innocenza fiduciosa di un’epoca in cui anche la musica di enorme successo edificava sogni e speranze. Il segreto va cercato nella levità di tocco e nel solido, policromo background delle personalità complementari di John Sebastian e Zal Yanovsky. Classe 1944 entrambi, uno figlio d’arte (papà armonicista classico, mamma autrice per la radio) che cresce nel Greenwich Village e giovanissimo partecipa al folk revival; l’altro un chitarrista canadese, pure lui folkettaro però simpaticamente svagato.

Lovin'

Mito vuole che si conoscano la sera in cui i Beatles conquistano l’America ospiti di Ed Sullivan, il 9 febbraio 1964. Sebastian – già apprezzato turnista, in carniere un 33 giri con la Even Dozen Jug Band – si reca dall’amica Cass “presto sarò Mama” Elliot per assistere allo spettacolo televisivo e incontra Zal. Scattata l’intesa, presa la ragione sociale da Mississippi John Hurt e reclutati Steve Boone al basso e Joe Butler alla batteria, nel ’65 i Lovin’ Spoonful sono realtà. Risolto un litigio di prelazione tra Elektra e Kama Sutra in favore della seconda, a luglio Do You Believe In Magic vola alto con pieno merito. Erik Jacobsen in regia, l’album dal medesimo titolo bilancia hit e traditional, il Fred Neil di Other Side Of This Life e il robusto Night Owl Blues. Frenetico il 1966: manita di singoli in classifica e tre LP nei negozi!

Daydream aumenta la notorietà europea (la title-track svetta sulle composizioni autografe ora prevalenti) tonificando l’impasto di folk, pop, country, blues e rock che la stampa battezza “good time music” ispirandosi a un loro brano. Prescindibile il commento al film di Woody Allen “What’s Up, Tiger Lily”, Hums Of The Lovin’ Spoonful rappresenta viceversa “il” disco dei Lovin’ Spoonful. Qui la celeberrima Summer In The City, la scintillante giostra pop Full Measure, un’esplicativa Nashville Cats, l’acquerello Rain On The Roof. Qui la dolcezza di Darlin’ Companion, l’altro tributo a Neil della sospesa Coconut Grove, una 4 Eyes memore di Bo Diddley, il blues asciutto Voodoo In My Basement. Qui la maturazione di un stile che sta per fare i conti con la realtà.

spoonful

Sulla band iniziano a piovere pietre: l’arresto di Boone e Yanovsky per possesso di marijuana e la sostituzione di costui con Jerry Yester, Jacobsen che se ne va, gli hippie che li schifano. A fine ‘67 John saluta dopo la colonna sonora del coppoliano “You’re A Big Boy Now” e il più che dignitoso Everything Playing. Butler traghetta la sigla a fine decennio tramite l’inferiore Revelation: Revolution ’69, Sebastian inaugura a Woodstock la carriera solista, Yanovsky produce con Jerry Happy Sad di Tim Buckley, registra il folle Alive And Well In Argentina e poi va in Ontario a gestire un ristorante.

I membri originali si ritrovano nel ‘79 per la pellicola “One-Trick Pony” di Paul Simon e nel 2000, accolti alla “Rock And Roll Hall Of Fame”. Dai primi Novanta gira una formazione con Boone e Butler (John si è sempre rifiutato; idem Zal, morto d’infarto nel 2002; fino a un paio d’anni fa e a una storiaccia di porno-pedofilia, Yester era invece della partita) che mi sforzo di ignorare. Preferisco pensare alla magia in cui tantissimi tuttora credono. Una magia che coglie appieno lo spirito di un preciso momento storico e sociale mentre si rivela eterna. Non erano – non sono – solo canzonette. Ascoltare per credere.

L’uomo che parlava ai delfini

Questa è la storia di una meteora che lasciò nel cielo la scia luccicante di un Capolavoro. La storia di un precursore che mescolò folk, rock e jazz in una “other side of this life” come una sfinge che parlava solo tramite le canzoni. La storia di Fred Neil, mistero mite e riservato fuggito accanto ad animali amati più del successo che costantemente gli si negò. Arduo peraltro immaginarsi rockstar questo gentiluomo sudista rossiccio, pallido e coperto di efelidi, sguardo triste e voce come il ventre vellutato di una miniera. Tant’è. Tanto fu.

Frederick Neil nasce nel marzo 1936 in Ohio ma viene su Florida e spostandosi lungo il sud con il padre, che di mestiere ripara i jukebox della Wurlitzer. A sei anni imbraccia una chitarra grande quanto lui e nemmeno quindicenne pare mercanteggi rockabilly a Memphis dopo esser passato dal Grand Ole Opry. Influenze che verranno a galla più tardi, siccome al tramonto dei Cinquanta lo assumono al newyorchese Brill Building, dove tra i clienti vanta Buddy Holly e Roy Orbison. Una manciata di 45 giri a suo nome caduti nel vuoto (nulla di che, attesterà nel 2008 il CD Fallout Trav’lin Man), la notte appartiene alla segatura e alle luci fumose del Café Wha?, del Bitter End e del Gaslight.

fred in the city

I tempi corrono verso il cambiamento: Neil capisce e incrocia la via con Karen Dalton, Dino Valente, David Crosby, Bob Dylan. Tutti osannano l’audace che propone materiale autografo con una mossa in anticipo sui tempi. Del ‘64 l’accordo con la Elektra per l’acustico Tear Down The Walls spartito con Vince Martin e la profondità vocale “cashiana” di I Know You Rider, della mesta Red Flowers e di un’innodica title track, laddove il teso sferragliare di Baby e l’asciutta Wild Child In The World Of Trouble preconizzano il futuro prossimo. Scarso il ritorno ma l’etichetta propone il bis solitario.

Di Bleecker & MacDougal trovo fantastico tutto, in primis la copertina che immortala il songwriter nel cuore della New York del ‘65 che ho sempre sognato. Le note originali di Skip Weshner tratteggiano l’autore all’incrocio delle strade che delimitano la rivoluzione folk urbana. Eppure, guardando attentamente, lo vedo sul punto di uscire dall’inquadratura per spingersi nell’ignoto. Privo di batteria ma dal piglio esecutivo innegabilmente rock, ospita i confermati John Sebastian e Felix Pappalardi più il chitarrista Pete Childs in blues dell’anima (il brano omonimo, Blues On The Ceiling, Travelin’ Shoes) e melodie inestimabili come il classico più volte ripreso Other Side Of This Life e una Little Bit Of Rain dove conversano borbottii e aeree lamine. Fred andrà comunque oltre.

fred neil

Atteso il terzo passo per accasarsi alla Capitol, si riassume nell’omonimia e in una diversa cadenza del vivere. Va a stare con la dolce metà Linda a Coconut Grove – Florida: casa è casa – e nel ’66 congiunge l’embrione di Buckley Sr. con un Johnny Cash già ruga colata nella Storia. In Fred Neil lo spazio tra dodici battute acustiche e folk acidulo è percorso su tamburi d’ovatta, elettricità in scorze jazz, plettri scompigliati dall’unicità. Un brano lo avete ascoltato tutti ed è Everybody’s Talkin’, successone di Harry Nilsson entro un biennio grazie al film “Un Uomo Da Marciapiede”.

Affidatevi alla scarna meditazione originale e a The Dolphins, sublime e liquida ode in sconsolati filamenti; a I’ve Got A Secret, dove Elizabeth Cotten attraversa campagne appena inurbate; a una That’s The Bag I’m In che è vangelo travasato in Mark Lanegan. Faretheewell (Fred’s Tune) sbuca tra quinte di contrabbasso e chitarra mentre Everything Happens swinga virile e – dietro il brio per nulla narcotico di Sweet CocaineBa-De-Da dipinge un Sudamerica della mente. Infine, la stralunata Green Rocky Road introduce all’etnodelico vortice Cynicrustpetefredjohn Raga. Meraviglia che consegna l’artista agli annali mentre l’essere umano svanisce in punta di piedi su un’isola che non c’è.

fred

Nel 1968 Sessions espande durata e atmosfere in laconiche sospensioni jam a briglia salda, profumi di raga e spettrali, immani anticipi di Lorca come Merry Go Round e Look Over Yonder.  Quando Everybody’s Talkin’ ha fruttato denaro bastante, Neil si ritira da imbattuto Campione e con l’amico Ric O’Barry fonda il Dolphin Research Project, associazione ambientalista dedita alla salvaguardia dei mammiferi acquatici. Mi piace pensare che così volesse salvare i delfini dalla crudeltà di “Sea World” e se medesimo dalla follia di uno showbiz non granché diverso.

Declinati inviti allo show di Johnny Cash e a un tour con Harry Belafonte, nel ’71 Other Side Of This Life raccoglie versioni live o alternative di pagine conosciute e qualche inedito. Poi basta. Il buen retiro sarà spezzato a Montreux nel ’75 insieme a Childs, Sebastian e Harvey Brooks; ventiquattro mesi più tardi per un benefit in Giappone accanto a Jackson Browne e Richie Havens; nel 1981 con Buzz Linhart, in un pub cittadino. Immagino Frederick quieto e felice tra le mura di casa finché un brutto male lo porta via nel luglio 2001, talento sublime con di fronte a sé spalancata l’eternità per cantare ai delfini.