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La voce della tartaruga

Lo conoscete il verso della tartaruga? John Aloysius Fahey ha provato per tutta la vita a dargli forma. Non contento, vi ha eretto intorno una muraglia che seleziona gli ascoltatori più tenaci. Insieme colonna portante e sabbia negli ingranaggi dell’American primitive guitar, si abbeverò alle fonti di folk, gospel e blues e altre se le inventò d’insana pianta. Avvolte da metafisica di gusto europeo, le dita tessevano favolosi arazzi chitarristici nella terra di nessuno – di lui solo, cioè – tra Charlie Patton, Harry Partch e Igor Stravinsky e la mente riversava sulle note di copertina flussi di (in)coscienza che mescolavano post-moderno e simbolismo, Pynchon e Joyce. Mentre l’artista si beffava di accademismi e convenzioni, una musica miracolosamente ancorata alla nuda terra da cuore e cervello consegnava le chiavi per Meraviglie somme. Nondimeno serve tuttora pazienza perché il meccanismo scatti. Lì molti si perdono. Gli altri amano John alla follia (in tutti i sensi…) sforzandosi di capirlo fino in fondo.

faheyturtleguitar

Tuttavia confesso che odio vedere gli uccelli rinchiusi nelle voliere. Lo stesso per Fahey: va lasciato pulsare sotto pelle e respirato con l’anima. Solo allora la sua obliqua purezza viene a galla come il Celacanto, un pesce del Cretaceo ritenuto estinto che riapparve all’improvviso. Oltre che dalle tartarughe, John era affascinato da quella creatura che poteva vivere cent’anni. Sfuggente per natura come il Capolavoro The Voice Of The Turtle, che dal ’68 rappresenta un tuffo ellittico nelle profondità dell’io e del tempo. L’io risale dai cori tibetani e dal trapestio di corde di A Raga Called Pat, Part III e accompagna 78 giri altrui, inanellando tante “F” che stanno per “falso” e per “Fahey”. Il tempo fonde presente e passato nel booklet (dodici pagine di (auto)mitologico collage visivo/testuale) e in registrazioni di varia provenienza.

Poi c’è lo spirito che unifica e consolida e infine avvolgerà l’artefice a mo’ di sudario. Il giorno del funerale, la frase sul retro dell’album “e la voce della tartaruga si ode nella nostra terra” (tratta dal biblico “Cantico dei Cantici” storpiando l’inglese di Re Giacomo: turle significa turtle dove, cioè tortora e non tartaruga; sublime errore, se tale fu) fungerà da epitaffio per il discolo che mezzo secolo fa pubblicò due versioni dell’LP col medesimo artwork ma scalette differenti (l’edizione digitale sistema le cose o quasi) e aveva nel frattempo ricevuto gli onori dai figliocci del post-rock.

Turtle

Mi piace crederla gradita, quell’epigrafe, all’enigma burbero che dal 2001 non è più tra noi. I romantici lo immaginano trasmigrato altrove attraverso le onde radio di “Zabriskie Point”, lui che per sempre sarà un bandolo del quale la musica riflette i nodi dorati. Tali sono qui la falsa serenità di A Raga Called Pat, Part IV e i Gastr Del Sol onirici di The Story Of Dorothy Gooch, Part I, una lieve Lewisdale Blues e la seppiata “old time” Train, le danze antiche di Bill Cheatum e la Je Ne Me Suis Reveillais Matin Pas En May restituita a Harry Smith. Quando Lonesome Valley chiude e riconduce all’inizio su un sinistro rintoccare, scorgi una luce.

Eccola brillare anche se non hai letto James Agee, non hai visto le foto di Walker Evans, non ti sei smarrito nelle pagine di William Faulkner (di sicuro A Raga Called Pat, Part III rimbalzava già nella testa del Vardaman Bundren di “Mentre Morivo”). A inizio carriera, con dovizia di documenti fasulli Fahey creò tal Blind Joe Death, un bluesman che “suonava” con lui nei dischi, questo incluso. Finì per celarsi dentro invece che dietro quell’amico immaginario esorcizzando ciò che amava per raccontarlo a modo suo. Da Lazzaro fiero, tormentato e indipendente quale era, c’è riuscito. Fare forward, voyager.