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Gene Clark nella luce bianca

Possedeva tutto il necessario al riconoscimento universale, Gene Clark. Doti canore e compositive e un carisma di spirituale mistero lo consegnano all’élite rock, benché a ricordarselo siano soprattutto fan di Americana, critici, musicisti. Devoti che consumano ogni giorno quanto di buono – ed è tantissimo – ci ha concesso, con il fare riservato di chi scansò la fama perché non digeriva le pressioni legate allo showbiz. Provo a immaginare cosa potesse significare essere il frontman in uno dei complessi più famosi del mondo allorché John Lennon – i Beatles Cesari contemporanei – gridava “Aiuto!” senza che lo ascoltassero. Non ci riesco. Allora penso a Harold Eugene Clark il pioniere e lo scrittore di classici assoluti.

Tanto basta per perdonare le sregolatezze future di chi nel novembre 1944 nasce a Tipton, Missouri, terzo di tredici figli con sangue irlandese, tedesco e pellerossa nelle vene. Di chi assimila giovanissimo i rudimenti della chitarra dal padre ispirandosi a Hank Williams, Elvis Presley, Everly Brothers e, adolescente alla guida di un gruppetto rock‘n’roll, resta folgorato dal folk revival. Queste le coordinate in cui si muove e si muoverà il ragazzo che all’università preferisce i locali di Kansas City, dove nell’estate ‘63 i New Christy Minstrels lo notano portandoselo in tour e in studio. All’inizio dell’anno seguente i Fab Four lo fanno cadere sulla via per Damasco, cioè la Los Angeles dove incontra l’anima affine Jim “Roger” McGuinn. Il resto è Mito: nei Byrds Clark (co)scrive ampia parte di un repertorio che poi affida a un’ugola virile colma di emozione.

gene younger

Appropriatamente, il compito di innervare la tradizione con l’elettricità spetta agli epocali Mr. Tambourine Man e Turn Turn Turn che sono tuttavia anche fonte di screzi. Il management impone più spazio vocale per Roger, il corresponsabile del Capolavoro intitolato “otto miglia più in alto” ha la fobia dell’aereo, gli altri mugugnano per le royalties che costui incamera. Le crepe diventano fratture. Ai primi del 1966 sul fronte di Fifth Dimension Gene non c’è. Debutta poco dopo con il gustoso folk-rock venato pop e country di With The Gosdin Brothers, dove alla lavorazione travagliata rispondono un cast di prim’ordine (i fratelli Gosdin, Chris Hillman, Michael Clarke, Van Dyke Parks) e splendori come Echoes (i R.E.M. di Up senza elettronica in estasi onirica), una squillante So You Say You Lost Your Baby, le celestiali Is Yours Is Mine e The Same One prodotte da Gary Usher, le terrigne Tried So Hard e I Found You che annunciano la svolta.

Photo of Gene Clark

Prima della quale c’è il fiasco causato dalla Columbia, che perversamente pubblica l’LP nella stessa settimana di Younger Than Yesterday dirottando altrove la promozione e l’interesse dei media. A nulla vale lo splendente 45 giri The French Girl, cover di Ian & Sylvia supervisionata dal mago Curt Boettcher come l’acidula ancella Only Colombe. Con i Byrds, Gene ci riprova a ottobre ‘67 ma niente da fare. Il Sessantotto lo trascorre alla A&M allestendo la premiata ditta Dillard & Clark (con il banjoista Doug e, socio di minoranza, quel Bernie Leadon che negli Eagles raccatterà milioni con la medesima formula…) per sposare rock e country in modo coraggioso e felicissimo, più nell’esordio The Fantastic Expedition Of che nel Through The Morning Through The Night di un anno posteriore. L’eccesso di anticipo non paga e l’uomo imbocca definitivamente la via solistica. Prima, approfittando dei cospicui diritti, si sposa e mette su famiglia nei pressi di Mendocino.

Attende lo scoccare del nuovo decennio per la pagina più abbagliante, un lavoro omonimo – il titolo White Light sparì non si sa come dalla confezione – che nel 1971 presenta un eloquente scatto di copertina: inglobando il profilo dell’autore, il sole pare allo stesso momento tramontare a chiusura di un’epoca e sorgere per salutarne un’altra. Perfetta metafora del passaggio dai ’60 ai ’70 e dall’era del “noi” a quello del “me” avvolta in malinconie elettroacustiche che scaldano le ossa e l’anima. Raccolta in presa diretta con l’amico chitarrista Jesse Ed Davis più una misurata line-up, la magia incontaminata promana dalle ballate intense e cristalline Because Of You, With Tomorrow e Where My Love Lies Asleep e da episodi poco più mossi come la title-track, The Virgin, One In A Hundred. For A Spanish Guitar strappa il consenso di Dylan e la cover di Tears Of Rage vale l’originale. La stampa si spella le mani, il pubblico apprezza solo in Olanda e alla A&M se ne fregano.

white light

Gene allora regala brani a Dennis Hopper per il film “American Dreamer” e registra i pezzi che, rifiutati, nel ’73 finiscono su Roadmaster, a lungo disponibile solo nei Paesi Bassi e da avere per i gioielli con i vecchi sodali She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred, per la Here Tonight con i Flying Burrito Brothers, per il country col cuore in mano In A Misty Morning. Come minimo. Dopo le Full Circle e Changing Heart che sono il poco salvabile della rimpatriata che cagiona Byrds, si riparte dalla Asylum. Un triennio dopo la luce bianca, No Other, trasporta Phil Spector in dilatati e oppiacei sogni di essenzialità e fondendo Gram Parsons con Marc Bolan. Silver Raven e Some Misunderstanding, From A Silver Phial e Lady Of The North raccontano un disco tanto misconosciuto quanto sensazionale. Apice la madreperlacea Strength Of Strings ripresa dai This Mortal Coil, è adorato da Beach House, Grizzly Bear e Fleet Foxes e nel 2019 sarà proprio la 4AD a immettere sul mercato una riedizione “deluxe”. All’epoca, però, non lo compra nessuno e gli elevati costi di produzione mandano in bestia David Geffen. Il matrimonio di Gene in crisi, ecco che la bottiglia ha campo libero nella sua vita.

no other

Discreto Two Sides To Every Story del ’77 e piatti McGuinn, Clark & Hillman e City, l’uomo è soccorso da Davis che lo disintossica (di mezzo adesso c’è pure l’eroina) e lo rimette in pista. Quando a metà ’80 esce l’anonimo Firebyrd, le nuove generazioni hanno già rispolverato chitarre Rickenbacker e armonie vocali. La neopsichedelia omaggia un padre ospite in Native Sons dei Long Ryders per la bellissima Ivory Tower e in So Rebellious A Lover, a quattro mani con Carla Olson dei Textones. Vorrei riferire di un riscatto, da qui.

Mi distraggo consigliando il postumo Silverado ’75: Live & Unreleased e soprattutto gli splendidi inediti ripescati dalla Omnivore nel 2018 per Sings For You, ma proprio non posso evitare la tragica realtà: nel 1988 a Gene asportano mezzo stomaco e il successo della I’ll Feel A Whole Lot Better rifatta da Tom Petty offre altro carburante per l’incendio. A gennaio ‘91 festeggia con i Byrds storici l’ingresso nella “Rock & Roll Hall Of Fame” ma il viso un tempo così fascinoso è un trapasso svuotato. Muore a maggio, il giorno del compleanno di Bob Dylan. Al cimitero di Tipton la lapide recita “Harold Eugene Clark – No Other” e di rado epitaffio è stato più calzante.