Archivi tag: glam

Se hai stile è solo colpa tua. Un panegirico della Él Records

Sono sicuro che Oscar Wilde avrebbe amato la musica pop e soprattutto la Él. Forse avrebbe scritto un romanzo sull’argomento, dove tra motti sagaci e situazioni camp il protagonista scompare e, dopo qualche anno, torna sotto mentite spoglie per ricordare a tutti quanto era stiloso. Nella seconda metà degli anni Ottanta la Él pareva davvero sbucare da un bislacco universo parallelo con il suo (im)perfetto equilibrio tra senso dell’assurdo e decadentismo sarcastico, tra eccesso elevato ad arte e umoristico understatement. Era una cornucopia di squisita, eccentrica inglesità destinata a divenire culto, e del resto il fondatore Mike Alway vantava visione e gusto eccezionali.

Fattosi le ossa lavorando con i Soft Boys e organizzando concerti, nel 1980 Mike entra alla Cherry Red come talent scout scritturando Monochrome Set, Felt, Everything But The Girl, Marine Girls, Eyeless in Gaza. L’etichetta nasce nel 1985, quando il dandy londinese lavora anche per Blanco Y Negro, marchio parallelo frutto di un controverso accordo con il colosso Warner. Fregandosene delle leggi del mercato e delle frustrazioni che ne derivano, decide di dare ascolto ai suoi sogni in technicolor e voilà.

Mike Alway

La vita sarà breve – battenti chiusi entro un quadriennio con l’addio dei Felt – ma l’arte resta tuttora lunga. Una faccenda pazza ed estrema che folgorò chi se accorse ed ebbe risvolti importanti in Giappone, dove le stramberie trovano un terreno accogliente e dove Él accese la miccia della scena “Shibuya-kei” capeggiata dai Pizzicato Five. Un culto dalle fondamenta robuste che con largo anticipo conferì la dovuta dignità all’easy listening, alla library music e alle colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, generi considerati tappezzeria sonora e sdoganati dalla critica soltanto nei medi Novanta. L’approccio profumava anche già di ghostalgia nel modo in cui ricontestualizzava frammenti estetici prelevati da epoche che guardavano fiduciose al domani.

Sgretolato dalla globalizzazione e dal turbocapitalismo, quell’innocente positivismo – lo stesso che ci osserva della copertina di Autobahn, per intenderci – ormai esiste nella nostra malinconica immaginazione, vicino al sorriso di Marcello Mastroianni e agli occhi di Edie Sedgwick, al Moplen e alla sedia Panton. Per questo la Él Records fu più di una curiosità. Fu un modo acuto di rendere accettabile l’eccesso. Fu il suono di un’eterna adolescenza dolce e sfrontata. Fu aristocrazia autoironica che se la ride del disastro incombente e del post-postmoderno. Fu qualcosa di troppo bello per durare a lungo.

Il logo

Bellissimo! Un breve excursus discografico

Senza del tutto recidere il cordone ombelicale con il passato, a metà anni zero Mike ha riesumato il nome specializzandosi in ristampe che puntano su un’estrosità in transito da Morricone a Gainsbourg passando per Gabor Szabo, Ravi Shankar, Edgard Varese… Giusto e coerente, diciamolo pure. E diciamo che di seguito trovate quanto merita possedere, meglio se in vinile per apprezzare vesti grafiche – curate in massima parte da Nick Wesolowski, batterista dei Monochrome Set scomparso un lustro fa – che sono importanti quanto il contenuto.

Primo avvertimento: il catalogo annovera qualche scivolone, perdonabile e comunque fisiologico se si traffica con l’anticonformismo spinto. Secondo e ultimo: chi all’epoca non c’era faticherà a cogliere in pieno l’impatto estetico/sonoro di una figura come King Of Luxembourg allorché U2 e Simple Minds dominavano la terra. Si era nel campo dell’ineffabile, allora come ora. Ora come allora, i dischi sono una goduria assoluta. (Ri)ascoltare per credere.  

Poker

The King Of Luxembourg

Fate arrangiare Marc Bolan da un Bacharach schizzato ed ecco il Re del Lussemburgo, A/K/A Simon Fisher Turner: pop star adolescente, collaboratore di Derek Jarman e, nello specifico, colui che incarnò alla perfezione l’estetica dell’etichetta. Royal Bastard è un Pin-Ups che “él-izza” brani altrui e in un elegante manifesto svela le radici del progetto, da una Poptones dei P.I.L. per voce e piano (!) alla spigliata Liar Liar dei Castaways, dalla Something For Sophia Loren griffata Henry Mancini alle frizzanti riprese di A Picture Of Dorian Gray, Happy Together e Valleri. Al pari riuscito il successivo Sir, concepito in combutta con Louis Philippe tra melodie e arditezze, echi di Van Dyke Parks e T.Rex, cambi d’umore e costume con apici nell’imprendibile Penny Was A Tomboy, in una Her Eyes Are A Blue Million Miles scippata a Beefheart, nel sarcastico e corale vaudeville The Virgin On The Rocks, nell’autoironia di Battle For Beauty.

Louis Philippe

Dal monarca di Lussemburgo a quello di Normandia. Da là proviene Louis Philippe Auclair, pasticcere nel mondo “reale” e sopraffino autore/arrangiatore per la maison di Mike Alway. In un terzetto di album dediti a un pop raffinato e ricercato che però non viene mai a noia, Philippe coniuga un’inconfondibile francesità con la melanconia teen di Brian Wilson, del quale non a caso rilegge Guess I’m Dumb. Inaugurata nell’86 con Appointment With Venus e chiusa da Yuri Gagarin, la sua carriera è proseguita fuori del reame di Alway, ma il suo capolavoro rimane il pannello centrale del trittico: pubblicato nel 1988, Ivory Tower vanta classe cristallina e gioielli della caratura di Night Talk, Domenica, Chocolate Soldiers.

Would-Be-Goods

Mike Alway procurò alle sorelle Jessica e Miranda Griffin una backing band coi fiocchi – i Monochrome Set – per The Camera Loves Me. Mossa azzeccata che le rendeva delle stelline nel Sol Levante in virtù di deliziose ipotesi di Aztec Camera femminili con in tasca il santino delle Shirelles. Ideale compagno di soleggiati pomeriggi tardo primaverili, l’album ha probabilmente ispirato anche etichette come Marina e Apricot: ragione in più per mandarlo a memoria e pontificare su titoli come “Il taccuino di Cecil Beaton” e “Io e Velazquez”.

Momus

Il poliedrico genio scozzese Nicholas Currie (alias Momus) debutta da solista su Él un’efficace rinnovamento del cantautorato colto à la Leonard Cohen. Passato alla Creation, ne escogita la versione folktronica con altri ottimi lavori e nei ’90 fa intermittente ritorno da Mike Alway. Benché lontani dal kitsch, i suoi primi passi sono imperdibili: splendidi i 12” The Beast With Three Backs e il tributo a Jacques Brel di Nicky, memorabile l’LP Circus Maximus che in copertina lo ritrae nei panni di San Sebastiano, offrendo canzoni acustiche dal sentire languido e torbido rese ulteriormente preziose da testi di rara profondità.

Would-Be-Goods

Tris d’assi

Always

Pseudonimo dell’inglese Kevin Wright, intestatario dell’album Thames Valley Leather Club e di un paio di EP che trovano ispirazione nelle atmosfere più lineari dei Felt e in una certa emotività tipica della Postcard. Aggiungete al cocktail la grana vocale del giovane Tom Verlaine, shakerate e mandate giù d’un fiato un guitar-pop estatico e cristallino come si conviene.

Anthony Adverse

L’attrice e cantante Julia Gilbert (il nome d’arte deriva dall’omonima pellicola del 1936 di Mervyn LeRoy) si cimenta con colonne sonore immaginarie in tempi in cui giusto Barry Adamson e Bill Nelson si avventurano in analoghe imprese. Più dello slavato Spin edito nell’89, merita il debutto di un anno precedente Red Shoes, un “film per le orecchie” scritto e arrangiato da Monsieur Auclair. 

Marden Hill

In Cadaquéz i Marden Hill riportano alla luce le sonorità dei nostri Umiliani, Cipriani e Morricone. Tra fughe di tastiere e flauti, cori e coretti, acid jazz e lounge, la ricetta oggi può parere scontata ma non lo era nel 1988. Ascoltarli vi farà tornare ancor più indietro nel tempo, bambini ipnotizzati dal monoscopio che giocano fischiettando quel jingle che fa “bidibodibu, bidibodiye.”

Louis Philippe

Il mazzo

Se state ancora leggendo siete senza dubbio seguaci del “trash intellettuale”. Potrete quindi apprezzare i 12” di Shock Headed Peters I, Bloodbrother Be e Imp Of The Perverse e trovare interessanten Choirboys Gas delle Bad Dream Fancy Dress, coatte appena uscite dal pub che intonano sguaiatezze sotto la supervisione di King Of Luxemboug. Fuori da ogni logica comunemente intesa è anche A Perfect Action dei Perspico Acumine (Holdings)/Cavaliers, articolato su sonorità fra gotico, cameristico e funk da colonna sonora nostrana dei Settanta. Da avere inoltre i due tomi delle raccolte di singoli London Pavilion – in alternativa, un’analoga coppia postuma intitolata Bellissimo! – che, accanto ai nomi succitati, vedono sfilare Florentines, Gol Gappas, Mayfair Charm School, Cagliostra, Rosemary’s Children, James Dean Driving Experience…

A sangue freddo: Johnny Thunders

Nella “nostra” musica pochi si sono votati all’autodistruzione come Johnny Thunders. Fa male scriverlo, perché detesto il falso mito del “bello e perdente” e non trovo davvero nulla di romantico in chi soccombe alle proprie debolezze. Prima che mi diate del moralista, sappiate che l’essenza del rock per me sta altrove, in primis nell’espandere gli orizzonti espressivi e nell’eternare un’epoca in una canzone. Che in tale impegno si possa morire, rientra nella (cazzo di) vita della quale ognuno dispone come crede e come può. Così che per i Keith Richards e Iggy Pop dalla scorza durissima esiste un John Anthony Genzale Jr. sopraffatto da intime fragilità e dall’eccesso di identificazione con il lato oscuro. Anche lui va ricordato per le illuminazioni sparse lungo il sentiero degli eccessi: i vizi, per favore, si accomodino fuori.

Con quel cognome, John non poteva che nascere (sessantotto anni fa oggi) nella Grande Mela. La dieta del ragazzino del Queens consiste in British Invasion e girl groups, errebì e blues, Bob Dylan e Rolling Stones. Conseguito il diploma, gli Actress sono il primo complesso serio in cui suona la chitarra: nel ‘71 adotta lo pseudonimo che sappiamo, mentre le “attrici” divengono New York Dolls con l’arrivo del cantante David Johansen e della sei corde di Sylvain Sylvain a fianco del bassista Arthur Kane e del batterista Billy Murcia. La pittoresca combriccola si rivelerà fondamentale nel servire da cerniera tra un oltraggioso glam da bassifondi e presagi di punk fusi in un impasto fragoroso e beffardo. Solido il seguito nel Lower East Side, incidono demo in seguito editi dalla ROIR in Lipstick Killers e sostituiscono Murcia (annegato nella vasca da bagno causa mix di droghe e alcolici) con Jerry Nolan.

JT playing

L’accordo con la Mercury arriva nel 1973. Prodotto da Todd Rundgren, a fine luglio il capolavoro New York Dolls sancisce il vero inizio dei Settanta in America. Il Nostro cofirma quattro brani e sforna un riff dietro l’altro, la critica recepisce il messaggio ma il pubblico è tiepido. Conseguenza ne è che il navigato George “Shadow” Morton supervisiona Too Much Too Soon: ancora scarse le vendite, il risultato è artisticamente inferiore e l’etichetta molla una formazione ormai preda di eccessi. Prendendo appunti per l’immediato futuro, Malcolm McLaren cerca di tramutarli in fenomeni situazionisti ricorrendo ad abiti in pelle rossa e bandiere comuniste sul palco. Non può funzionare. A metà decennio Thunders e Nolan (non più tra noi, idem Kane) sbattono la porta e la casa delle Bambole chiude fino alla patetica rimpatriata degli anni zero.

Johnny e Jerry riemergono poco dopo negli Heartbreakers con il chitarrista Walter Lure (scomparso nell’agosto di questo 2020 maledetto) e Richard Hell, lesto a lasciare il basso nelle mani di Billy Rath per la classica storia dei galli e del pollaio. A mezza via tra i Ramones e un deragliante aggiornamento delle Dolls, il quartetto spicca nella scena gravitante attorno al CBGB’s: già con l’agenzia MainMan che curava il Bowie versione Ziggy, nell’autunno ’76 Leee Childers li aggrega al famigerato “Anarchy Tour” con Sex Pistols, Clash, Damned. Ed è in Inghilterra che gli Spezzacuori registrano L.A.M.F., acronimo di un like a mother fucker che, profano vangelo secondo il Settantasette, inquadra alla perfezione un lavoro crudo e ruvido. Da ascrivere agli annali come minimo il “manifesto” Born To Lose, il torrido e tossico inno Chinese Rocks cortesia di Dee Dee Ramone, la beffarda I Wanna Be Loved e la martellante One Track Mind. A voi scegliere il fangoso originale oppure Revisited, che nell’84 migliorava il mix rivoluzionando la scaletta.

johnny

Sono proprio i contrasti sulla produzione e il mastering dell’LP a causare lo scioglimento della band, così che Thunders si ferma a Londra per giocare nel ’78 la carta solista So Alone. Il primo album a suo nome resterà anche il migliore grazie alla felice unione fra il punk e un rock urbano dalle robuste venature blues, gli ospiti prestigiosi (tra gli altri Steve Marriott, Phil Lynott, Chrissie Hynde) e una scaletta solida con apici nell’indimenticabile struggimento You Can’t Put Your Arms Around A Memory, in una Pipeline girata hard, nella trascinante London Boys e nel glam moderno alla Only Ones – ci suonano infatti sia Peter Perrett che Mike Kellie – Ask Me No Questions. Invece di capitalizzare, l’uomo trasloca con moglie e figli a Detroit sperperando l’occasione Gang War con l’ex MC5 Wayne Kramer, riformando più volte gli Heartbreakers e vendendo le chitarre per la roba.

Quando durante un tour viene arrestato, gli danno infine una ripulita. Gli anni Ottanta raccontano un reduce che in coda al decennio ha un’impennata d’orgoglio ed entra in riabilitazione. Vuole allontanarsi dalla matrigna New York e provare a rifarsi una vita, ma il destino dispone diversamente. Il ventitré aprile 1991 Thunders muore a New Orleans in circostanze mai chiarite. Trentasei ore prima aveva reinciso con i Die Toten Hosen il manifesto Born To Lose: poi dice che uno è segnato, che se le cerca. La verità è che siamo tutti barche contro la corrente, Johnny boy, e i ricordi sono importanti. Grazie di avermi insegnato senza volerlo ad abbracciarli.

Ian Hunter, golden aged rock ‘n’ roller

Da ragazzo seguivo i Mott The Hoople lungo il paese saltando sul treno senza pagare. Era un periodo meraviglioso: tutto ciò che volevo era suonare la chitarra. Nient’altro.” Il giovanotto cui devo la citazione la suonerà eccome, quella chitarra. Così bene da superare Maestri coi quali, galantuomo, saprà sdebitarsi. Di lui avrete certo sentito parlare: si chiama Mick Jones. I Mott The Hoople facevano questo effetto a chi poté viverli, poiché erano – Kris Needs dixit – “the people’s band”, il gruppo della gente e per la gente che rispettava il pubblico perché da là veniva e ne andava fiero. E ottenne un agognato riscatto percorrendo una via tortuosa portando con sé appassionati e colleghi.

Tra questi, altri hanno raccolto la fiaccola come Morrissey, Grant Lee Philips e Michael Stipe, fan terminale che all’epoca di Lifes Rich Pageant modellò il look su Ian Hunter e che ha citato i Mott in Man On The Moon traendone ispirazione per Monster e New Adventures In Hi-Fi. Devozione e interesse perdurano, come dimostrato dai recenti box Mental Train: The Island Years 1969-71 e From The Knees Of My Heart: The Chrysalis Years, incentrato sul biennio ‘79-‘81 del solo Hunter. In fondo, ditemi come si fa a non voler bene ai Mott The Hoople: canzoni romantiche e argute, dignità conferita al glam e trucchi insegnati al punk sullo sfondo di una brillante “terza via” tra la dimensione art dei Roxy Music e la sognante sensualità bolaniana. Cuore, muscoli e poesia che si fondevano parlano tuttora a chi sa ascoltare.

Motts

Pensare che gli inizi non furono granché… A metà ’60, tali Doc Thomas Group “vantano” un LP di cover registrato in Italia e concerti sulla riviera romagnola. Chiusa la parentesi, Peter “Overend” Watts (basso), Dale “Buffin” Griffin (batteria), Mick Ralphs (chitarra) e il cantante Stan Tippins accolgono l’organista Verden Allen, diventano Silence. Vanno a Londra e nessuno se li fila finché Ralphs irrompe nell’ufficio del produttore Guy Stevens – vedi alla voce London Calling – sbattendogli un demo sul tavolo. Detto, fatto: band assunta alla Island senza Tippins (da qui fedele tour manager), ribattezzata come sappiamo e raggiunta da un nuovo cantante, Ian Hunter Patterson. Tra cinque e dieci primavere più degli altri, ha famiglia e un passato in fabbrica ma adora Jerry Lee Lewis, Little Richard, Bob Dylan e scrive, canta e pesta sul pianoforte.

In una settimana del ’69 è pronto l’esordio omonimo che mostra il felice bipolarismo tra il rock stradaiolo di Ralphs e le ballate stile Blonde On Blonde scritte da Ian. Il sessantaseiesimo posto in madrepatria cagiona la tournee che sfocia in USA, influenzando a fine decennio un Mad Shadows dove foga e introspezione si bilanciano poco anche per l’incapacità a catturare in studio la potenza di spettacoli in cui la band chiede solo una sterlina per l’ingresso, introduce di nascosto i kids più accaniti e li accoglie sul palco. Punk? Sì, grazie. Intanto in Wildlife Guy latita e si sente, l’attitudine incompromissoria procura rogne e idem il divorzio del frontman. La rabbia è trasmessa a giovani che mettono a soqquadro la Royal Albert Hall e canalizzata in Brain Capers, che recupera terreno con il rientrante Stevens.

hunter

I Nostri sono comunque messi alla porta e toccano il fondo a Zurigo, esibendosi in una stazione di benzina dismessa. A scioglimento deciso, il tifosi di lunga data David Bowie propone un contratto Columbia più l’inedita Suffragette City: Hunter e soci chiedono Drive-In Saturday e ci si accorda su All The Young Dudes. Buffo che uno degli inni glam passi alla storia grazie a una gang di proletari etero, ma del resto tali erano anche i Ragni Marziani, a conferma che quell’epopea fu un teatro di sottintesi e con-fusione, del rivelare il gioco per smontarlo e rimontarlo. Per questo immagino Malcom McLaren che prende appunti in un’estate albionica del 1972 in cui il brano sale al terzo posto. Pochi mesi dopo, nell’LP omonimo Bowie produce e perfeziona l’altrui talento in un’atmosfera di colta decadenza urbana.

Aperto con la dichiarazione di intenti della velvetiana Sweet Jane, è imperdibile e fascinoso nei Roxy lividi di One Of The Boys e nel commiato orchestrale Sea Diver, nell’hard stiloso e asciutto Ready For Love/After Lights e nel Lou Reed storto e blues di Momma’s Little Jewel, in una Jerkin’ Crocus profumata d’asfalto bagnato e nella viziosa Sucker. L’inatteso clamore sgretola i rapporti: nel ‘73 Morgan Fisher subentra alle tastiere. Uscito di scena Ziggy, Mott reagisce con la trascinante raffinatezza di All The Way From Memphis e Honaloochie Boogie, il sensazionale “proto post-punk” Violence, le sculettate à la Jagger di Drivin’ Sister e la meditativa Ballad Of Mott The Hoople. La diaspora però non si arresta: Ralphs forma i Bad Company, rimpiazzato da Luther Grosvenor/Ariel Bender quando in lizza c’erano Joe Walsh, Ronnie Montrose e Tommy Bolin.

dudes

Nonostante qualche eccesso, l’anno seguente The Hoople piace per le epidermiche The Golden Age Of Rock & Roll, Roll Away The Stone e Born Late ‘58, una Crash Street Kidds che omaggia gli Sparks anticipando gli Only Ones, la dylaniana Trudi’s Song. Ci si imbarca nell’ennesimo giro concertistico – primi rockettari a invadere Broadway: ancora i Clash prenderanno nota – riassunto da Live, incendiario preludio al 45 giri spectoriano Foxy Foxy e alla celebrativa Saturday Gigs. Ultimi guizzi, ché mi resta ancora da riferire di Mick Ronson che scalza Bender, del capobanda che si chiude in ospedale con l’esaurimento nervoso, poi esce e inizia la carriera solista. Degli altri che tirano a campare come Mott fino al ’76, poi diventano British Lions e infine spariscono.

Di Hunter sono da avere almeno You’re Never Alone With A Schizophrenic del ’79, con Mick più mezza E-Street Band,  Short Back n’ Sides, dove due anni dopo sempre Jonesy supervisiona un magico mix tra London Calling e Sandinista! Welcome To The Club, superba fotografia dal vivo. Le strade dei Mott The Hoople si incroceranno sporadicamente con le voci sulla rimpatriata fino all’autunno 2009, quando la formazione quasi completa tiene alcuni concerti a Londra. Il tutto esaurito fa sì che un evento in teoria unico sia replicato, malgrado il decesso di Griffin nel gennaio 2016 e di Watts un anno e rotti dopo. Pur disapprovando, capisco il tentativo di esorcizzare Crono. I veri rocker sono umani che l’Arte trasforma almeno per un giorno in Eroi. Felice compleanno, Mr. Hunter.

Magazine: lo sguardo definitivo

Un vero lungimirante, Howard Devoto. Comprese prestissimo che il punk doveva evolversi per non finire come i buffoni sui quali stava scatarrando. Parlava con cognizione di causa, lui che invitò a Manchester l’epifania Sex Pistols e così accese la scintilla; lui che con Pete Shelley formò la favola emotiva e ironica chiamata Buzzcocks; lui che si ripensò letterato rock senza pretenziosità. Ponendosi piuttosto da bizzarro, elegante cantore che descrive il mondo attorno e dentro sé incollandone frammenti con accorato cinismo. Un ossimoro? Macché. Guidati dal padre putativo di Thom Yorke, similmente agli Ultravox! i Magazine furono dei clamorosi incompresi giunti troppo in anticipo per il successo. Vai a sapere se davvero gli importava, però…

Howard (nato Trafford) Devoto molla i Buzzcocks dopo l’epocale Spiral Scratch e trascorre l’anno in cui il punk esplode perfezionando il nuovo progetto con il chitarrista John McGeoch, il tastierista Bob Dickinson e la ritmica di Barry Adamson (basso) e Martin Jackson (batteria). Avrete colto il peso di quella tastiera in piena caccia alle streghe prog: scelta sul serio anticonformista e idem l’art-rock che un’urgenza assolutamente contemporanea mantiene asciutto, pungente, focalizzato. Alla ricetta aggiungete glam raffinato e teatrale, vellutate scansioni motorik, brani dilatati e articolati, una presa d’algido funk ed ecco la magia.

Devoto

Dati talento e – altro anatema del quale ci si beffa – abilità esecutiva, a natale un demo basta a convincere la Virgin. Nel gennaio ‘78 il singolo Shot By Both Sides scaglia nei classici una bruciante ipercinesi melodica dei modelli di riferimento Ferry & Eno. Mentre Bob fa spazio al fondamentale Dave Formula, Howard rifiuta il playback a “Top Of The Pops” arrestando l’ascesa. In primavera, l’album Real Life prodotto da John Leckie è anticipato da Touch And Go/Goldfinger, eccelso 45 giri che salda il conto con creste e spille e sul retro mostra l’Adamson dal gusto cinefilo e cinematico a venire.

Tale è lo stato di grazia che resta fuori dal Capolavoro in cui sfilano una Shot By Both Sides ora più tondeggiante e la circense The Great Beautician, la decadenza minacciosa di Burst e un’innodica The Light Pours Out Of Me. Per tacer di facce complementari dell’inestimabile medaglia rappresentate dalla complessa linearità di My Tulpa e da una schizzata Recoil; e se Motorcade stupisce con assaggi di OK Computer, Parade inventa i Pulp e l’apice Definitive Gaze incastra tasti liquidi e minimali su cadenze fragranti di Harmonia.

Complici il rimpiazzo di Jackson con John Doyle e la regia di Colin Thurston, poco meno di un anno e Secondhand Daylight sfoggia tessiture ancor più elaborate, atmosfere glaciali e apparente ritrosia. Mossa coraggiosa che avvolge tramite l’amarezza trattenuta di Permafrost, la sinuosa spira Feed The Enemy, lo strumentale The Thin Air scippato a Low ma con qualcosa già degli Air. Altrove gli Stranglers sotto sedativi di Back To Nature rispondono alla trascinante Rhythm Of Cruelty e il resto non vale di meno.

Real Life

Diffidenti pubblico e la parte ottusa della stampa, nel maggio 1980 The Correct Use Of Soap offre seduzioni nervose e policrome. Supervisionato da Martin Hannett, paradossalmente risulta più “aperto” brillando negli stilosi muscoli di Because You’re Frightened e nei Can apocrifi alle prese con Sly Stone di Thank You, nello ska mutante Model Worker e nelle Sweetheart Contract e I’m A Party che insegnano qualche trucco ai Blur, nello slanciato gioiello A Song From Under The Floorboards e nella malinconica You Never Knew Me. La ventottesima piazza non trattiene un McGeoch stregato dalla sirena Siouxsie e anche il caposquadra ha la testa altrove, così che il tour negli Stati Uniti e in Australia documentato da Play peggiora la situazione.

Si chiude a metà ‘81 sul fiacco Magic, Murder And The Weather e scusate se me la cavo alla svelta per gli orridi Visage, il traccheggiare del leader in solitaria e con i Luxuria, John che entra nei P.I.L. e muore all’improvviso nel 2004. Sottovoce, vi dico che per me il meglio lo ha offerto Barry, alternando la militanza nei Bad Seeds con ottimi dischi solisti. Quanto a Howard, dopo una lunga pausa tornerà con i Buzzcocks, il pleonastico sodalizio ShelleyDevoto e la reunion dei Magazine che nel 2011 recapitava No Thyself, fotografia di un individuo intrappolato tra il passato remoto dei propri maestri e quello prossimo di sé. Lontano anni luce dal dandy marziano che mi struggeva un’ultima volta intonando Holocaust con i This Mortal Coil. Felice compleanno, Howard. Devot(o)amente tuo.

Moonlandingz: mad dogs and Englishmen

Sono Pazzi Questi Post-Poppettari. Solo parafrasando Obelix trovo il modo di iniziare a raccontare Interplanetary Class Classics, l’esordio su LP dei Moonlandingz. Esordio faccio per dire, siccome trattasi di un progetto partorito dalle menti malate di Lias Saoudi a/k/a Johnny Rocket e Saul Adamczewski (dei favolosi Fat White Family) più quegli Adrian Flanagan e Dean Honer (poco) noti al mondo come Eccentronic Research Council. Tipi tosti dotati di estro e creatività superiori alla media d’oltremanica, hanno pensato di trasformare in realtà una band immaginaria presentata in un album concept dagli stessi Eccentronic. L’unione fa la forza? Assolutamente sì!

moon ladz

Tanto vale dirlo subito: Interplanetary Class Classics è una sarabanda di sintetizzatori, chitarre e ritmi motorik dove non si cazzeggia dietro velleità artistoidi. Ci sono le canzoni e un suono intrigante il giusto. Pochi ascolti e dall’ingannatrice patina kitsch emergono gli attributi, l’attitudine post-modernista, le disinvolte sintesi stilistiche. E ancora:  registrazioni supervisionate da/con Sean Lennon, ospiti Phil Oakey (!), Yoko Ono (!!) e Randy Jones alias il cowboy dei Village People (!!!). Senza la sostanza tutto rimarrebbe comunque una curiosità per stuzzicare i barbuti malvestiti che lamentano come l’indie-rock non sia più quello di una volta. Certo, di quando loro frequentavano la prima elementare…

Non voglio però sottrarre ulteriore spazio a un lavoro ottimo che, traendo vigore e senso dall’armonizzazione di estremi, cammina sicuro sul filo tra realtà e finzione, tra politica ed escapismo, tra sguazzate nel camp e calci in faccia. Insomma, ciò che avrei voluto sentire dai Primal Scream dopo More Light o dai Kills in un’intera carriera. Badando al sodo, questo bollente infuso glam-techno-pop – spesso danzabile: alla batteria chiude il cerchio Ross Orton, già negli Add N To (X) – possiede un’anima che appartiene ad apocalittici che mai si integreranno, come fosse un BBC Radiophonic Workshop festaiolo fondato nel ’77 a Sheffield da Fall e Sparks.

Moonlandingz

Sulla scrittura la ghenga ha lavorato bene, saldandola all’innata vena di sana follia per assestare gustose spallate alla piattezza. Black Hanz minaccia rutilante e cingolata con arguta trasversalità pop tra Clinic e Black Angels; The Strangle Of Anna è definita dai diretti interessati la “formula vincente Velvet/Mary Chain/ABBA”, e va benissimo se scambiamo una figurina con Suicide e Raveonettes; The Rabies Are Back vede Matt Johnson e Mark E. Smith rifare Shoulder Pads in overdose di vitamine. Se Lufthanza Man è un pacco bomba da (La) Düsseldorf che invece di esplodere si scioglie in una coda di archi, lo zozzissimo (occhio al testo…) elettro-blues bolaniano Glory Hole vede i Soft Cell spargere sordidezze con Cowboy Randy in un infimo locale notturno.

Là, dove i battenti sono aperti dai lustrini e dai fumi di benzina di Vessels e la nottata offre le pochade I.D.S., Sweet Saturn Mine e Neuf De Pape. Il mattino incipiente, ci si saluta sul riassunto The Cities Undone, la Ono e Oakey a intonare mantra noise-funk su una cavalcata memore di Tomorrow Never Knows. Stordito e ammirato, cedo infine la parola ad Adrian: “L’album è una celebrazione di chi è ai margini. Vogliamo raggiungere persone che cercano una voce nell’oscurità e una discoteca malmessa che gli riaccenda il fuoco nell’anima”. Missione compiuta, ragazzi.

David Bowie: Black (Super) Star

La vita è come una favola: non importa quanto è lunga, ma quanto è ben raccontata.“ (Seneca)

Voleva stupire fino alla fine, Mr. Jones, e c’è riuscito. Nell’ora suprema, quando se ti sono concessi tempo e possibilità provi a fare bilanci di fronte all’ignoto, la rappresentazione somma è diventata per lui vita vissuta e due dischi splendidi hanno azzerato anni di mediocrità. Perché che altro poteva fare costui – e noi devoti – dopo che su Marte ci siamo stati, dopo che i dischi li abbiamo suonati al massimo del volume, dopo che abbiamo provato a essere eroi per un giorno?

Poteva giusto guardare indietro senza rabbia, soppesare grandezza ed edonismo, ragionare sul proprio talento e su quello altrui. Anche se di cincischiare con roba modesta aveva ogni diritto, che altro poteva cercare David Bowie? Il vero se stesso, magari, nascosto dentro le funamboliche mutazioni che lo hanno reso celebre e celebrato finché funzionavano e poi – pongo il mio limite a Let’s Dance – disegnavano una falena che sbatacchiava. Poi, mostrare quanto quel suo sé fosse (ingegno a parte) uguale al nostro: un mosaico di ciò che siamo stati, siamo e forse saremo.

2016_DavidBowie3_Press_060116.article_x4[1]

Gli ultimi giorni bowiani mi sembrano una fantastica cartina di tornasole di quel magma pop d’avanguardia, cangiante e indefinibile, dal cui centro David ha regnato. Nella tristezza della dipartita, consola almeno un po’ immergersi in un misto di dura realtà ed emozioni che sono come stelle libere di cadere. E noi ad ascoltarle, quelle comete emozionali trattenute per la coda in forma di canzoni, ricordando che l’arte comincia sempre da qualcosa che già c’era e che viene mascherato, trasfigurato, reinventato affinché rinasca.

Dunque: nel 2013 il vendutissimo The Next Day piegava a nuove temperie lo spirito dandy europeista di una new wave che Bowie stesso contribuì a plasmare. Partendo dall’ineludibile (per chiunque: artefice incluso) trilogia berlinese concepita con Bian Eno, rammentava al mondo che il dopo punk tornato in auge era anche un rock multiforme che attende di esplodere ma non esplode davvero mai. Non contento, l’uomo spostava la resa dei conti al “giorno seguente”, ragionando sul concetto di crisi d’identità e autocitandosi nel tempo senza tempo in cui retromania è troppo spesso una comoda scappatoia. Questa la spina dorsale di quel disco che riassumeva anime artistiche in cui il (fu) Duca istillava un calore per lui inedito.

David-Bowie-★-Blackstar[1]

Le abbiamo capite dopo, le ragioni di quell’umanità: anche gli Dei moderni che immagini sempre giovani e belli invecchiano e infine muoiono. Prima però possono spedire un’ultima missiva, ed ecco che Black Star rimette in gioco un autore coraggioso, perfettamente assecondato da jazzisti “obbligati” a suonare benissimo un rock altro. Lo mette in chiaro subito, inaugurando un LP uscito in occasione del suo (ultimo) compleanno – il caso, qui, più beffato che beffardo… – con nove minuti stordenti che rimbalzano tra echi febbrili di Lodger e soul girato post-rock, tra melodiare struggente ed elettronica ombrosa.

Salvo poi piazzarci di fronte alle melanconiche ed elaborate rifrazioni Dollar Days e I Can’t Give Everything Away; fotografarci mentre inseguiamo l’oscura ballata Lazarus e osserviamo l’ansiogeno pop moderno Girl Loves Me insegnare un paio di cosette ai TV On The Radio; porgerci il vigore ritmico di Sue e la muscolosa eleganza di ‘Tis A Pity She Was A Whore. Nel frattempo ti scopri a riflettere su quanto sia sofferente e increspata d’amaro la voce. Provi a coglierne i sottintesi e, alla fine, ti arrendi a brividi che qui carezzano e là inquietano. Black Star è un memento mori sulla soglia dei saluti finali senza ombra di cinismo alcuno. Testamento migliore non poteva esserci. Bye bye, Starman.