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Thyme Perfumed Gardens-10: Shiva’s Headband

In quest’ultimo viaggio – tranquilli: di psichedelia scriverò ancora, spesso e volentieri – tra giardini odorosi d’incenso e menta piperita mi trovo in squisita compagnia: “Suonammo in jam con gli Shiva’s Headband, che ascoltavo tantissimo. Erano fantastici.” Così Roky Erikson, illustrissimo concittadino dello Spencer Perskin che, mezzo secolo meno un anno fa, fondava uno tra i segreti meglio “auto custoditi” dei ’60. Un asso bizzarro e obliquo che costituisce una sensazionale mano da “Texas Hold’em” con 13th Floor Elevators, Conqueroo e Golden Dawn, la cui la posizione è nondimeno defilata sia rispetto ai nomi succitati che a un country che si rigenerava mescolandosi con il rock.

Come in una vecchia pellicola hollywoodiana, scorrono rapidissimi un bel po’ di calendari ed eccomi agli anni Ottanta, in cui accanto al Paisley Underground alcuni riscoprivano le radici americane e spesso tra loro i volti si confondevano. Dallo scaffale rispolvero formazioni coeve che rappresentavano fantastici “a sé” e tratteggiavano già ipotesi di post-rock. Da Black Sun Ensemble, Always August e Camper Van Beethoven un filo iridescente risale tra cielo e terra, tra tradizione e futuro. Amali, pazzi texani.

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Chissà che c’era nell’acqua in quei giorni ed è una domanda assolutamente retorica, perché sappiamo tutti quale fosse l’andazzo. A prescindere dal contesto, sotto la Stella Solitaria si è sempre prodotta grandissima musica: non costituiva eccezione la seconda metà del ’67 in cui Perskin, violinista ventiquattrenne di estrazione classica, allestiva una band con la moglie e cantante Susan più alcuni amici: Bob Reed alla chitarra, il bassista Kenny Parker, Jerry Barnett dietro la batteria, il tastierista Shawn Siegel. Perfetto il nome, suggerito dalla consorte in omaggio alla divinità hindu che, responsabile del cambiamento, distrugge il vecchio portando vita nuova. Basta poco a questa congrega di fissati con gli armadilli per svettare nel panorama locale e crearsi un seguito di fan che si estende all’intero stato.

Fungono da spalla a diversi nomi importanti, attraendo l’attenzione della Capitol che li scrittura e domicilia a San Francisco. Agli sgoccioli del decennio, sulla Baia gli Shiva’s Headband non si ambientano e soggiornano giusto il tempo di confezionare un trentatré giri nel vecchio studio dei Grateful Dead. Take Me To The Mountains non è solo l’esordio di un ensemble destinato al culto ma anche il primo LP pubblicato da un gruppo di Austin. I non molti dollari ricavati sono colà investiti in un locale autogestito, l’Armadillo World Headquarters (spulciate nella busta interna di London Calling per una sorpresa…) utile a promuovere la scena cittadina.

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Siamo anni prima del SXSW e ciò indica quanto Spencer avesse – ha tuttora – le idee chiare. Affiora alla mente il senso di comunità che da allora è transitato, attraverso certe frange del primo hardcore-punk, ai Godspeed You! Black Emperor. Medesima la volontà di non essere incasellati e/o dominati dall’industria ed ecco cosa dichiarava costui nel ’92: “Quel che faccio è indirizzare nell’arte le mie tendenze rivoluzionarie. Sparo note invece di proiettili, provando a espandere le coscienze.” Se vi pare un vecchio barbogio, passate oltre. Io vedo un individuo orgoglioso che si è guadagnato da vivere senza svendere i propri ideali.

Ma la musica, vi domanderete? Vale la pena conoscerla, benché – caso analogo ed eclatante: i Mystery Trend – dal punto di vista formale la psichedelia c’entri pochissimo. Esclusi un paio di brani, la intuisci nei dettagli (una chitarra acidula, un violino che profuma di Europa dell’est…) e specialmente nell’umore. Il disco infatti sembra commentare un risveglio graduale però mai completo da un trip eccellente, così che la realtà resta sempre un filo distorta e i cowboy sono cosmici e mooolto rilassati.

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Take Me To The Mountains appartiene al 1970 per come vagabonda lungo un confine cronologico – ed estetico: quello di un country-rock sui generis – fino a fondersi nel tramonto di un’era. Per questo mi piace e mi piace concludere questa cavalcata tra scampoli lisergici e roots dopo aver iniziato nella prima lu tata con una sovrapposizione tra garage e acid-sound. Sono insieme estatiche e terrigne canzoni come My Baby (scorrazzare per le praterie in vaghi vapori garagisti) e il brano omonimo, piuttosto classico se il violino svisasse con meno fantasia; come il gustoso, autoesplicativo Homesick Armadillo Blues e la Ripple offerta da Siegel, tagliata da una solista concisamente liquida e da un ilare kazoo. Laddove in North Austin Strut Janis Joplin si pacifica in un alveo di echi fifties ed Ebeneezer immagina una versione tzigana dei Jefferson Airplane.

Ancora: l’inquieta, esotica ballata Song For Peace incarna l’apice e l’episodio più autenticamente psych del programma e Come With Me la dici nervosa però pure armonica nei suoi incastri tra batteria e archetto; e se Good Time (Parker l’autore) delizia di incongruo e favolistico pop barocco, Kaleidoscoptic tira le fila con decisione spruzzata di mestizia. Non se ne accorge quasi nessuno di tanta bontà: succede che Jim Franklin, grafico di fiducia del gruppo, sistema in un angolo della confezione la minuscola scritta “passera”, qualcuno la nota e il disco viene censurato e reimmesso sul mercato con immaginabili conseguenze. Una risata ci seppellirà, fratelli. Ascoltatela riverberarsi nell’aria insieme a Song For Peace e, come direbbe David Crosby, lasciate sventolare la bandiera freak…

Relatively Clean Rivers (o: io sono un autarchico)

Se lo sarebbe aspettato Phil Pearlman di finire un giorno sulle pagine di cronaca, benché di riflesso? Propenderei per il no, ma di certo la storia che sto per raccontarvi è curiosa. Nel maggio 2004 l’FBI aggiunge un certo Adam Gadahn alla lista di cittadini statunitensi sospettati di terrorismo. Il trentenne era apparso in video con mitra e deliri d’ordinanza, nondimeno stupiva che prima della conversione all’islamismo e all’ingresso nelle fila di Al-Qaida avesse scribacchiato per una webzine di death metal, che fosse nipote di un medico di origine ebraica e figlio di Phil Gadahn. Scusa, Phil chi?

Ai cultori del super-sommerso in musica, il nome dirà qualcosa se accostato a Pearlman, cognome con cui Phil venne al mondo prima di diventare cristiano – vizio di casa, l’instabilità confessionale… – e di trasferirsi in un ranch senza elettricità vicino a Riverside, California. Da lì Adam fuggirà adolescente e il resto sono affari suoi: a me importa il passato di Phil, hippie oltranzista che ha sempre vissuto entusiasticamente la realtà, al netto di droghe che – stando al poco che so – mai assunse.

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Il poco che so, ecco: i Pearlman erano un’agiata famiglia borghese di Orange County alla quale nel settembre 1965 Phil voltò le spalle per iscriversi alla University of California di Irvine. Già in carniere un bizzarro singolo surf come Phil & The Flakes, il ragazzo tende le orecchie a quanto giunge da San Francisco e, in testa una chioma lunghissima e le idee chiare, si appropria in anticipo della controcultura. Da perfetto studente d’arte, allestisce una band che sia affermazione artistica libera tanto quanto l’epoca consente. Tra la fine del ’66 e l’inizio dell’anno successivo recluta un pugno di strumentisti e battezza il progetto Beat Of The Earth, inseguendo sonorità improvvisate che per l’appunto incarnino “il battito della terra”.

Non va oltre alcune esibizioni live e cinquecento copie di un LP omonimo, recante un’improvvisazione che un po’ preconizza gli Amon Düül e un po’ si risolve in jam psych-noise stile “palla lunga e pedalare”. Poco dopo molla gli studi e se ne perdono le tracce. Nel 1970 sbuca fuori (si fa per dire) The Electronic Hole, 33 giri tirato in poco più di cento esemplari: pare sia una raccolta di demo e, in effetti, il suono è più scarno, stavolta improntato a passabili canzoni alla Velvet Underground.

Sei calendari e un’altra missiva giunge dall’universo parallelo abitato da Pearlman: quella che più interessa. Racchiusa in una copertina di Jim Evans che cita la Chocolate Watchband, Relatively Clean Rivers profuma di psichedelia sognante che, avvolta in solida stoffa roots, plana da un’arcadia dei fiori in una nuvola di sorrisi pigri e oppiacee nebbioline. Qualcosa di prossimo a Jonathan Wilson che gli Wilco hanno lodato nel 2009 in un’intervista a “Record Collector”; qualcosa che possiede il tono intimo del riflusso cantautorale dei ’70 e tuttavia ne ignora l’amarezza, preferendo un rilassato torpore parente di Gary Higgins. Lo hanno etichettato “countrydelic” e in tal senso è assai eloquente l’iniziale Easy Ride. Mi dico d’accordo e ne lodo l’economia sonora, con il nostro uomo a occuparsi di tutto tranne della batteria e di alcune parti vocali e chitarristiche.

Così come incenso una The Persian Caravan in viaggio sulle rotte mediorientali annunciate dal titolo, una Hello Sunshine ipotesi di Crosby, Stills e Nash lisergici, una Journey Through The Valley Of O poggiata sul sapiente impasto tra tessuto strumentale e melodia sinuosa. Tempo di assecondare gli scarti d’umore e passo dell’onirico folk-rock Babylon che A Thousand Years chiude i giochi in un equilibrio di effetti e plettri. Immagino i Grateful Dead che incidono American Beauty con la testa a capofitto in Live/Dead, sfoggiando un tardo stile acid-sixities mai accademico né sbrodolone e con le febbri trattenute in sottofondo. Felice e beato, riparto da capo.

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Di quanto sopra Phil stampa mezzo migliaio di pezzi, che distribuisce girando la California in furgone o abbandonandoli nei campus universitari e nei negozi di dischi inventando il bookcrossing in chiave vinilica. E poi addio mondo consumistico, benvenuta vita agreste. A fine ’80 qualcuno scova Beat Of The Earth, fa un bootleg e dà inizio al sommesso passaparola. Alcuni collezionisti rintracciano Pearlman/Gadahn chiedendogli di frugare negli archivi. Capelli e barba ingrigiti però sempre chilometrici, lui fa spallucce ed estrae dal cassetto i trascurabili scarti datati 1967 di Our Standard 3-Minute Tune. Credete che gliene importi se nel frattempo gli hanno taroccato in digitale la discografia? Amalo, pazzo freak…