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Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost in a Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel già citato tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

Popwork orange: Campag Velocet

It’s not meant to be comfortable, because life isn’t comfortable.” (Pete Voss)

Quando si critica l’Inghilterra per certe stramberie, spesso se ne dimentica la schietta natura di isola. Di un’entità a sé, staccata dal continente ma non abbastanza da potersene dire aliena. La “giusta distanza” è anche quella che gli isolani tengono verso ospiti ai quali gradualmente si aprono per non rimanere del tutto isolati. Nonostante il grigio presente, Albione continua a essere un posto dove piangi quando arrivi e quando te ne vai. La ami, però devi abituarti a certi aspetti nel bene e anche nel male. Prendete il piatto locale che più ci piace, quella pop(ular) music figlia dell’impollinazione incrociata fra sonorità bianche e nere che oggi vive il suo “post 2.0”. Che lungo e strano viaggio è stato, vero? E che bello muoversi come Dr. Who soffiando via la polvere da certi dischi per rendergli giustizia.

Assurdo per esempio che i Campag Velocet siano culto di pochi. Proprio loro, che riassunsero un decennio al tramonto con un crossover “al quadrato” tuttora freschissimo approfittando di una particolare twilight zone (il Duemila era alle porte) dove le certezze scoloravano in nuove inquietudini. Lo trovate ancora lì, il quartetto (Pete Voss, voce; Ian Cater, chitarra e tastiere; Barnaby Slater al basso; dietro la batteria, Lascelle Gordon) che fuse Madchester, krautrock, hip-hop e shoegaze mettendo d’accordo frequentatori della pista da ballo e fan del guitar-pop. Cinici ma adorabili, immagino questi figuri intenti a schiaffeggiare quei buzzurri dei Gallagher con un tascabile Penguin di “A Clockwork Orange” e poi passare con la stessa eleganza a cose molto più serie. Tipo intrecciare intuizioni del passato in qualcosa di splendidamente personale.

fencing CV

Qualcosa di contaminato, anche, fin dalle origini in quel di Portsmouth, dove a fine ‘80 Pete e Arge fanno comunella tramite la passione per Schooly D e Public Enemy. Si spostano poi nei club londinesi e Voss tiene spiritati, eterogenei DJ set all’insegna di un’apertura mentale che torna quando nasce la band. Tratto il nome dal libro “Arancia Meccanica” e da una marca di biciclette italiane, i ragazzi ci mettono un po’ a carburare ma va benissimo così: nel novembre ’97 il 12” Drencrom Velocet Synthemesc è singolo della settimana del “New Musical Express”. Meritatamente, poiché il gioco tra esplicite citazioni da Anthony Burgess e uno stiloso assalto chitarristico apre squarci luminosi nei panorami di Metal Box. La Play It Again Sam li accoglie e To Lose La Trek graffia da bastardo di hip-hop e rock stradaiolo in anticipo sui Primal Scream di XTRMNTR. La sua minimale potenza spiega alla perfezione l’abilità con la quale i Campag Velocet armonizzano gli estremi e strapazzano cocci altrui; saldata a una scrittura di alto livello, sarà anche il basamento dell’album Bon Chic Bon Genre.

Dal 1999 questo fenomeno stringe la giugulare con un guanto di velluto. Tempo di premere “play” ed ecco un giovane Lydon che borbotta esagitato su lividi passi hip-techno nei novanta secondi della title-track e poi si concede del relativo relax capeggiando i Ride in Only Answers Delay Our Time. Se Cacophonous Bubblegum dona senso al “secondo avvento” degli Stone Roses – evocati in fogge new wave dallo strepitoso indie (acid) rock Vito Satan – in Sauntry Sly Chic gli Happy Mondays rinsaviscono con un’endovena kraut-funk. Mica finita: recuperati i singoli ed espulsa l’adrenalina, si prosegue tra sapienti dinamiche, riverberi di corde e ritmi robusti però fluidi. Tra gli Slowdive in febbri “baggy” di Skin So Soft e l’epica Pike In My Life/Schiaparelli Cat (grossomodo: Alan Vega ostaggio dei Can), tra la dubadelia di Caught Unawares e una Harsh Shark che riempie di codeina i Two Lone Swordsmen.

BCBG

Inafferrabile, visionario e coraggioso, Bon Chic Bon Genre cresce con gli ascolti ma rimette ogni volta in gioco la familiarità con sfumature inedite. A dispetto della stampa entusiasta, se lo filano in pochi e vai a sapere perché: eccessivo acume, scarsi mezzi promozionali dell’etichetta, qualche ruvidità caratteriale. Difficile dirlo. Più semplice è annotare come ridicolizzi le schiere di brufolosi ribelli(ni) dell’ultimo ventennio, primi fra tutti quei Kasabian passati alla cassa con la versione da supermarket delle medesime intuizioni.

Tornando a bomba, attenderemo cinque anni e un nuovo contratto per It’s Beyond Our Control, convincente seguito che cosparge un post-funk bianco di detriti new wave, elettronica ruvida e lisergie danzerecce. Non smuoveva granché e, sciolta la banda nel 2005, Voss ripartiva con i The Count ma di nuovo nulla da fare. Oggi il vulcanico pazzoide è titolare di un marchio di cinture fashion e sono certo che conservi lo spirito di un tempo. Lo spirito del moderno rocker mutante che scardina cliché e formule creando bellezza duratura. Perché è quella che conta davvero, e a culo tutto il resto.

Vaselines: perché low-fi?

A volte serve tempo per vedersi riconoscere dei meriti. Magari deve tessere le lodi un nome “importante” ed ecco cani e porci saltare sul carro. Così va il mondo, amen. Dando per scontato che chiunque conosca Unplugged dei Nirvana, sottolineo che solo un vero punk come Kurt Cobain poteva inserire in scaletta una serie di brani altrui che erano atti di riconoscenza e amore: accanto al Leadbelly straziato e straziante, a dei Meat Puppets conclamati classici e a un Bowie elevato a nuova e altra Immortalità, ecco una ballata vibrante e innodica sino ad allora patrimonio di pochi cultori. Tra luce di quelle candele, Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam è cosa Maiuscola. Di tale “pubblicità”, Eugene Kelly – autore del brano e, con Frances McKee, anima dei Vaselines – ha tuttavia beneficiato solo in termini di royalties, senza oltrepassare il culto.

Eppure il leader dei Nirvana (ipse dixit: “i miei compositori preferiti al mondo”) non fu l’unico a trarre ispirazione: nell’elenco vanno inclusi la K Records, Beat Happening, Sebadoh e un’ampia fetta del low-fi statunitense dei ‘90. Di conseguenza, anche chi in epoche più vicine ha memorizzato il manuale “C86”, per esempio Veronica Falls (che dei Vaseslines hanno inciso una cover) e le Girls prefissate Dum Dum e Vivian. Influente  Eugene Kelly lo è. In un modo sommerso che si confà a lui e all’amico Stephen Pastel, l’altro scozzese portabandiera del guitar-pop amabilmente ruvido e citazionista dei secondi anni Ottanta.

Vaselines

Corre l’anno 1986 quando in un pub edinburghese Eugene e Frances fondano i Vaselines, raccogliendo più tardi alla batteria l’altro Kelly, Charles, e il bassista James Seenan. L’amico Stephen ha messo su l’etichetta 53rd And 3rd (ah, Ramones!) e gli offrono la prima session in studio, Son Of A Gun. Brano spettacolare che farà scuola per verve melodica, minimalismo tagliente e ruvido, possiede un’espressività brada e schietta che mostra un embrione dei Nirvana – il feedback iniziale, quel canto annoiato, l’aprirsi del ritornello – mentre le ancelle dell’ottimo EP porgono folk elettrificato e una canzone di Divine (!) in salsa techno-pop garagista.

Il successivo 7” Dying For It approfondisce invece il legame con i Velvet Underground (sia per il tramite generazionale di Psychocandy che per il versante torbidamente quieto) in Molly’s Lips e nell’originale Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam, in punta di viola e cuore aperto. Da avere anche l’album Dum Dum – che dicevo su ragazze e ispirazione? – che nell’89 varia gli schemi con le tastiere (Slushy) e anticipando lo yé-yé da motociclisti dei Raveonettes (Monsterpussy), dandosi al countrybilly (Oliver Twisted) e a filastrocche disturbate (The Day I Was A Horse), incrociando i fratelli Reid e i Television Personalities (Bitch, Dum-Dum), strapazzando polaroid della California (Lovecraft) e del Greenwich Village (Let’s Get Ugly).

the way of

La storia (inclusa quella d’amore tra Eugene e Frances) finisce nella settimana in cui l’LP è nei negozi. I Vaselines si ritrovano solo nel 1990 per aprire la data cittadina dei Nirvana. Due anni e Incesticide recupera le Molly’s Lips e Son Of A Gun nirvaniane, la Sub Pop paga pegno con la raccolta The Way Of The Vaselines e Kelly torna con gli Eugenius, dopo che il 12” Flame On a nome Captain America ha causato beghe legali con la Marvel. Oomalama si adatta all’epoca con suoni induriti e una produzione più cristallina, recupera l’EP incriminato e chiude il cerchio rifacendo Indian Summer di Calvin Johnson. Non male, però vende poco e si chiude bottega dopo un mini dal vivo e il mediocre Mary Queen Of Scots.

Avanti veloce sul trascurabile seguito fino all’estate 2006, quando la coppia torna per un concerto di beneficenza. Altri due calendari via dal muro e, con un’altra sezione ritmica, gli spettacoli proseguono sempre meno in sordina, apici la prima data americana (a Hoboken: mi piace credere che gli Yo La Tengo fossero in prima fila) e la festa del ventennale della Sub Pop. Seguono l’antologia Enter The Vaselines, il Primavera Sound, l’All Tomorrow’s Parties e un paio di album – Sex With An X (Sub Pop, 2010); V For Vaselines (Rosary Music, 2014) – nei quali ritrovo le psicotiche nenie e i ruvidi babà pop che risuonano lungo l’ultimo trentennio indie. Mica male per degli artigiani, no?

L’inferno è un paradiso: Robert Forster

In un mondo davvero giusto, Robert Forster sarebbe portato in palma di mano da qualsiasi serio appassionato di rock. Diamine, stiamo parlando del cofondatore dei Go-Betweens, Maestri del guitar-pop emotivo che, erigendo un ponte tra i Sessanta e la new-wave, definirono in larga parte il canone sonoro e l’estetica “indie” a venire. In tal modo, mostrarono la via agli Smiths senza ottenere un briciolo della medesima notorietà. Avessero avuto un frontman linguacciuto e bravo a spararle grosse… Pazienza: gli splendori che ci hanno lasciato non invecchiano mai e curano l’anima anche se – o probabilmente perché – sono intrisi di malinconia.

Ecco. Come le spiagge in autunno e le piogge primaverili, le canzoni scritte da Robert Forster e Grant McLennan (perdita enorme, la sua) confortano i cuori sintonizzati su quel tipo di Bellezza: profonda, romantica, vulnerabile. Al di là delle dissertazioni critiche sulla loro attualità – comunque fuori discussione: vedi alla voce Steve Gunn – i Go-Betweens vanno “sentiti” più che ascoltati. E lo stesso vale per quanto offerto dai due amici australiani da che si separarono una prima volta.

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L’allampanato dandy inaugurava la sua carriera solista quasi tre decenni fa col favoloso Danger In The Past, realizzato poco dopo lo scioglimento del gruppo madre nella Berlino dove, con la supervisione dello stesso Victor Van Vugt, ha preso forma anche il nuovo LP. In uscita oggi per Tapete, anche Inferno restituisce appieno la grandezza di un songwriter che da sempre armonizza luci e ombre in un linguaggio unico. Un’espressività tramite la quale costui parla di sé anche quando non parrebbe ed è per questo che le motivazioni a monte di un disco contribuiscono a spiegarne la natura.

Ho immaginato Robert che ragiona sullo scorrere della sabbia nella clessidra; sul pozzo di memorie da cui ha attinto per “Grant & Io”, toccante raccolta di memorie che la romana Jimenez Edizioni pubblicherà da noi a inizio aprile; su un figlio adolescente musicista che esordisce con gli apprezzabili Goon Sax. Fantasie o realtà, mi tengo stretta l’idea dell’autore di razza che pensa ai legami che uniscono, ricavando nove brani freschi però pure familiari tra gli estremi di una spigliata title-track che rispedisce in garage Ian Hunter e delle fragranze latin jazz della delicata Life Has Turned A Page.

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L’ottimo resto possiede il sapore del raffinato folk-rock elettroacustico nel quale il nostro uomo è infallibile e inimitabile. Crazy Jane On The Day Of Judgement e I’ll Look After You giocano con intarsi di piano e ritornelli dolceagri come le scintillanti radici dei Mojave 3 che sono, I’m Gonna Tell It caracolla dai solchi di Loaded, No Fame è jingle-jangle prossimo al Robyn Hitchcock più luminoso ma nel mezzo sistema l’immancabile nube passeggera, The Morning vanta il respiro e le movenze del marchio di fabbrica e Remain tratteggia un vibrante quadretto urbano.

Tutto bello e che si impone con il susseguirsi degli ascolti. Anche se, in fondo, basterebbe partire dal commiato One Bird In The Sky per consigliare l’album ed esprimere quello che le parole non possono. A ciò provvede un’accorata meditazione in punta di corde, tasti e archi nella quale avvolgersi all’infinito, convinti dell’inutilità di lambiccare se Inferno sia migliore o peggiore di altri lavori del gentiluomo di Brisbane. Il tempo sfugge tra le dita e va speso bene. Per esempio, custodendo gelosamente una nuova manciata di gioielli. Grazie infinite, Mr. Forster. Oggi più che mai.

Aztec Camera: l’impossibile leggerezza dell’essere adulti

Chissà come si sente Roddy Frame a vestire i panni dell’ex enfant prodige. Mi domando se ai ruggenti Ottanta ancora pensa quando guarda dalla finestra sul calar della sera, mentre io – per zittire un po’ il ronzio del tempo che passa – ragiono sui gruppetti odierni che franano al secondo album dopo averne confezionato uno colmo di stereotipi. Non posso spiegare quanto mi piacerebbe vedere il tenero Roddy, magari ispirato dall’amico Edwyn Collins, spazzare via le coeve nullità con un colpo di spugna. Di fatto, nella “generazione duemila” nessuno ha sinora consegnato musica che avvolga palpiti adolescenziali e ricercatezza in un sentire universale.

Musica che profumi di gioia e melanconia, di mezze stagioni e di futuri immaginari con ali da farfalla. Musica come quella contenuta in High Land, Hard Rain, capace di far sobbalzare il cuore ai teenager come agli uomini maturi. Mi sorge il dubbio che quelle gemme, sospese tra le istantanee di folk metropolitano scattate dai Velvet Underground e gli arazzi latineggianti dei Love, accechino chiunque. Ho anche una certezza, però: non sempre è colpa del Maestro se gli alunni sono mediocri.

roddy mélo

Per chi all’epoca era piccino o addirittura ancora non era, i primi due album degli Aztec Camera potrebbero essere una rivelazione. Con una modalità in largo anticipo, il nome fungeva da paravento per un (pop)songwriter nato nel 1964 a East Kilbride, sobborghi di Glasgow. Cresciuto con i gusti delle sorelle maggiori, il punk e Bowie (tuttavia adorando Fall, Al Green, Wilko Johnson, Echo & The Bunnymen, Magazine, Teardrop Explodes…) Roddy resta folgorato da Neil Young e da Forever Changes.

Il sedicenne – autodidatta: la prima chitarra imbracciata in età da asilo! – possedeva perizia strumentale e doti compositive sufficienti per mollare gli studi e girare i pub con il bassista Campbell Owens e il batterista Dave Mulholland. Estasiato, Alan Horne spalanca loro l’uscio della Postcard, etichetta fondata nella primavera 1980 che, antesignana di Creation e Sarah, fa scuola anche nell’immediato alla voce “Smiths” con un proto indie-pop a base di sixties, soul, new wave. Essendo i chiaroscuri appannaggio di Orange Juice e Jozef K., gli Aztechi ne dispiegano il lato solare nei rigogliosi 7” Just Like Gold e Mattress Of Wire.

high land hard rain

In barba all’entusiasmo della stampa e di John Peel, la formazione soffre il dilettantismo volenteroso di Horne e gli avvicendamenti alla batteria. A uno stallo annuale e all’accumularsi di brani risponde il trasferimento a Londra assieme a Ross. Nell’estate 1982 si passa alla Rough Trade, provando e riprovando con l’ex Ruts Dave Ruffy ai tamburi e il tastierista Bernie Clark il materiale che nel maggio seguente sfila su High Land, Hard Rain.

Riverniciate le ancelle dei 45 giri succitati (We Could Send Letters: arguzia di strofe cupe e squillar di ritornello e bridge; Lost Outside The Tunnel: leggiadra, tesa e memore di Da Capo), aggiunge l’irresistibile Oblivious (singolo al primo posto nella chart indipendenti; il 33 giri ventiduesimo nella generale), la tenera Down The Dip, il romantico folk-rock “con anima” Back On Board e l’innodica Walk Out To Winter. Altrove sfuma tinte pastello in toni crepuscolari (The Bugle Sounds Again) e grazia trascinante (Pillar To Post), immagina i Go-Betweens alle prese con la bossanova (Release), ritrova dietro la luna il senno di Arthur Lee (The Boy Wonders).

roddy in black

A luglio la Sire, sottomarca del colosso WEA, stampa il Capolavoro oltreoceano, Elvis Costello si unisce agli elogi e come lussuosa spalla del tour statunitense di Punch The Clock invita il trio, che poi attraversa da solo Canada e nord-est perdendo pezzi. La Rough Trade, inoltre, non ha i mezzi per capitalizzare ulteriormente il successo e Frame cede alla corte della Warner. In serbo un tesoretto composto negli Stati Uniti, ottiene l’autonomia artistica che assieme all’ascolto ossessivo del dylaniano Infidels spiega la presenza di Mark Knopfler alla regia di Knife.

knife

Nel settembre ’84 arrangiamenti ricchi ma equilibrati sottolineano l’immediatezza di Head Is Happy (Heart’s Insane) e la riflessiva complessità della title track. Allo stesso modo, il brio di Just Like The USA, Still On Fire e All I Need Is Everything bilanciano la confessione The Birth Of The True e le dolceagre The Back Door To Heaven e Backwards And Forwards. Poi qualcosa si rompe. Forse tutto è arrivato troppo presto e il giovanotto si sposa, poi sparisce fino al vacuo soul-rock di Love, AD 1987. Recuperato un po’ di terreno nel 1990 con Stray, gli servono tre anni per la noia di Dreamland e altri due per accantonare la sigla con il piatto Frestonia. Da allora appone nome e cognome su dischi carucci ma senza smalto. Superati i cinquanta, sconta un’adolescenza in stato di assoluta grazia e Canzoni che tuttora esortano ad abbracciare il mondo e desiderare che piova sotto il sole. Prove sublimi di come possa essere impossibile diventare grandi quando Grandi lo si è già.

L’unico avvento degli Stone Roses

Chiamatemi pure snob. Datemi del vecchio barbogio quanto vi pare. Siamo in democrazia ed è un vostro diritto. Però provate a convincermi – e, magari, a convincervi – che gli Stone Roses non siano stati faccenda da un solo disco. Il primo, ovviamente, perché Second Coming dimostra che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Serve un’altra controprova, Herr Leibniz? Eccola: le reunion, con pochissime eccezioni patetiche pantomime gonfie di nostalgia canaglia. Dunque, caro Ian Brown, sapere che oggi il mondo può ascoltare nuova musica degli Stone Roses non mi fa né caldo né freddo. Per la semplice ragione che quella musica non la voglio sentire: benché tu e i tuoi compari dobbiate pur campare, faccio finta di niente da che vi siete rimessi assieme. Siamo in democrazia e ne ho pieno diritto.

Mi infastidisce giusto quel “it will be glorious“ con cui lo scorso marzo guarnivi la notizia per la gioia della stampa britannica. Perché sempre tu nel dicembre 1989 affermavi di cantare nel gruppo più importante del mondo, quello che non aveva neppure iniziato a mostrare di cosa fosse capace. Non serve che ti ricordi com’è finita, vero? Tanto lo sappiamo entrambi che esistono magie così favolose da cancellare tutto ciò che seguirà, che sono sempre loro a garantirtio gli annali e a rivelarsi ogni volta fresche come la prima. Perché se un disco è un autentico Capolavoro, lo rimane.

StoneRoses 2

Vengo al punto: con l’omonimo dei La’s, The Stone Roses è l’ultima pietra miliare dell’universo indie britannico anni ‘80. E, allo stesso modo di certe opere che vedono la luce alla fine di un decennio, rappresenta insieme un riassunto di classicità e una finestra sul domani. Così il quartetto di Manchester ha giocato un ruolo importante anche nella rivoluzione screamadelica: ai margini della pista da ballo, osservava con rispetto e traeva indicazioni utili per mescolare fulgido guitar-pop e sperimentazione attorno a una sezione ritmica da urlo (Gary “Mani” Mounfield al basso, in seguito non a caso nei Primal Scream; Alan “Reni” Wren dietro tamburi e piatti) e alla sei corde di John Squire, minimale e immaginifico discepolo di Johnny Marr. Quanto l’LP sia in sé perfetto, lo ribadì una sontuosa riedizione del ventennale che tra singoli, demo e lati B non offriva ulteriori rivelazioni.

Evidenza definitiva che quel forziere di echi sixties rivisitati con gusto e intelligenza (in regia il navigato John Leckie gestisce da maestro una filigrana di spazialità, effetti e scricchiolii a volte subliminali: ascoltare in cuffia per credere) è eternamente tondo come una “O” di Giotto. Grazie a una penna caleidoscopica che scaglia in cielo l’inno Made Of Stone, dispensa la dolcezza melanconica di (Song For My) Sugar Spun Sister e vortica colori sfolgoranti in She Bangs The Drums; che altrove dipana invece la lieve però pigra Shoot You Down e i giochi di pieni e vuoti di This Is The One. Per tacer del jingle-jangle funk Waterfall, dell’ironica Don’t Stop e della rincorsa a perdifiato tra chitarra e basso nell’euforica Bye Bye Badman.

 Stone Roses lp

Anche se, in realtà, tutto è già chiaro all’inizio, dalla I Wanna Be Adored che prende forma dal nulla per esplodere sublime nel cuore e infine dissolversi di nuovo nel nulla. Genio puro, a farla breve, riassunto in chiusura con l’epopea I Am The Resurrection: ritmo secco e battente, ritornello stellare, coda su un groove acidulo tra Can e Funkadelic. Il funk mutante tornerà in Fool’s Gold e One Love, coppia di assi su 12” uscita prima di un lunghissimo stallo causato da grane contrattuali con l’etichetta Silvertone che sbriciolerà l’armonia.

Più di Second Coming, uscito nel 1994 dopo un anno di lavoro e anticamera dello scioglimento, più delle insignificanti carriere soliste di Squire e Brown, meritano interesse Turns Into Stone, che nei primi Novanta raccoglieva i pregevoli quarantacinque giri pre e post album e The Remixes, in grado nel duemila di mostrare la danzabilità “nascosta” e obliqua di materiale su cui, tra gli altri, mettevano mano 808 State e Grooverider. Detto ciò, da una lontana eppur vicinissima estate non ho mai smesso di frequentare assiduamente questa Bellezza. Del tipo che possiede il suono di un mattino radioso trascorso nelle braccia della persona che più ami al mondo. That is the (only) one.