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L’inferno è un paradiso: Robert Forster

In un mondo davvero giusto, Robert Forster sarebbe portato in palma di mano da qualsiasi serio appassionato di rock. Diamine, stiamo parlando del cofondatore dei Go-Betweens, Maestri del guitar-pop emotivo che, erigendo un ponte tra i Sessanta e la new-wave, definirono in larga parte il canone sonoro e l’estetica “indie” a venire. In tal modo, mostrarono la via agli Smiths senza ottenere un briciolo della medesima notorietà. Avessero avuto un frontman linguacciuto e bravo a spararle grosse… Pazienza: gli splendori che ci hanno lasciato non invecchiano mai e curano l’anima anche se – o probabilmente perché – sono intrisi di malinconia.

Ecco. Come le spiagge in autunno e le piogge primaverili, le canzoni scritte da Robert Forster e Grant McLennan (perdita enorme, la sua) confortano i cuori sintonizzati su quel tipo di Bellezza: profonda, romantica, vulnerabile. Al di là delle dissertazioni critiche sulla loro attualità – comunque fuori discussione: vedi alla voce Steve Gunn – i Go-Betweens vanno “sentiti” più che ascoltati. E lo stesso vale per quanto offerto dai due amici australiani da che si separarono una prima volta.

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L’allampanato dandy inaugurava la sua carriera solista quasi tre decenni fa col favoloso Danger In The Past, realizzato poco dopo lo scioglimento del gruppo madre nella Berlino dove, con la supervisione dello stesso Victor Van Vugt, ha preso forma anche il nuovo LP. In uscita oggi per Tapete, anche Inferno restituisce appieno la grandezza di un songwriter che da sempre armonizza luci e ombre in un linguaggio unico. Un’espressività tramite la quale costui parla di sé anche quando non parrebbe ed è per questo che le motivazioni a monte di un disco contribuiscono a spiegarne la natura.

Ho immaginato Robert che ragiona sullo scorrere della sabbia nella clessidra; sul pozzo di memorie da cui ha attinto per “Grant & Io”, toccante raccolta di memorie che la romana Jimenez Edizioni pubblicherà da noi a inizio aprile; su un figlio adolescente musicista che esordisce con gli apprezzabili Goon Sax. Fantasie o realtà, mi tengo stretta l’idea dell’autore di razza che pensa ai legami che uniscono, ricavando nove brani freschi però pure familiari tra gli estremi di una spigliata title-track che rispedisce in garage Ian Hunter e delle fragranze latin jazz della delicata Life Has Turned A Page.

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L’ottimo resto possiede il sapore del raffinato folk-rock elettroacustico nel quale il nostro uomo è infallibile e inimitabile. Crazy Jane On The Day Of Judgement e I’ll Look After You giocano con intarsi di piano e ritornelli dolceagri come le scintillanti radici dei Mojave 3 che sono, I’m Gonna Tell It caracolla dai solchi di Loaded, No Fame è jingle-jangle prossimo al Robyn Hitchcock più luminoso ma nel mezzo sistema l’immancabile nube passeggera, The Morning vanta il respiro e le movenze del marchio di fabbrica e Remain tratteggia un vibrante quadretto urbano.

Tutto bello e che si impone con il susseguirsi degli ascolti. Anche se, in fondo, basterebbe partire dal commiato One Bird In The Sky per consigliare l’album ed esprimere quello che le parole non possono. A ciò provvede un’accorata meditazione in punta di corde, tasti e archi nella quale avvolgersi all’infinito, convinti dell’inutilità di lambiccare se Inferno sia migliore o peggiore di altri lavori del gentiluomo di Brisbane. Il tempo sfugge tra le dita e va speso bene. Per esempio, custodendo gelosamente una nuova manciata di gioielli. Grazie infinite, Mr. Forster. Oggi più che mai.

Lacrime di coccodrillo e manganelli vellutati

Mai fidarsi dei bassisti… O meglio: fidarsi eccome, ché possono rivelarsi il vero fulcro del gruppo ben oltre lo strumento che spesso si pensa scelto per pigrizia mentale o in ragione della presenza in squadra di più abili chitarristi. Penso a Holger Czukay, a Paul McCartney, a Brian Wilson. Mi sovvengono John Paul Jones e Mike Mills, Kim Deal e Jah Wobble e, arrivando al dunque di quanto sto per raccontare, David “J.” Haskins. Nei Bauhaus era il suo rimbombo metallico però sensuale a legare il martellare percussivo del fratello Kevin, la voce da “Ziggy Zombie” di Peter Murphy e la chitarra acuminata di Daniel Ash.

Un magico amalgama che travalicò il sottogenere da costoro in larga parte forgiato e codificato attraverso tangenti tardo crimsoniane, post-psichedelia, dub e funk macerati in candeggina. Si divisero all’apice, i Bauhaus, allorché il goth – o come ancora qualcuno lo chiama da noi, “dark” – stava scadendo in sceneggiata. Pazienza se hanno ceduto alla reunion e attualmente festeggiano il quarantennale in duo. Nientemeno! Qualcuno gli spieghi che, dopo il primo sabba che non si scorda mai, perseverare può essere diabolico ma anche patetico.

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Comunque sia: tutt’altro che un comprimario, David. Della band fu fondatore, autore e responsabile della caratteristica aura arty elegante e spontanea. Parlò subito chiaro la carriera solista, impreziosita da un disco (al momento in cui scrivo, secondo di nove) che i decenni hanno reso splendido al punto da adombrare le altre imprese dell’autore, dai Love And Rockets alle produzioni passando per svariate collaborazioni (intrigante quella con il fumettista Alan Moore: dice niente “V for Vendetta”?) e musiche per il cinema.

Partì bene il Signor J. nell’83: Etiquette Of Violence si raccontava viziosamente cabarettistico a, ehm… ceneri dei Bauhaus ancora tiepide, così che vi regnano atmosfere urbane crepuscolari e malinconiche. Un titolo assai prossimo a John Cale – palese e riconosciuto modello di Haskins – ne spiega il cantautorato wave sperimentale odoroso di traballanti luci al neon. Baciato in chiusura dall’incanto acustico Saint Jackie, pochi lo notarono e il Dottore rispose frequentando la premiata bottega dell’amico Pat Fish, al secolo Jazz Butcher.

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Poi arrivò il 1985. Annata eccezionale e giusto per attenermi ai classici: Rain Dogs, Psychocandy, The Wishing Chair, Fables Of The Reconstruction, Exploring The Axis, Rum, Sodomy & The Lash. Nel mezzo della vendemmiata spuntò con discrezione un trentatré dall’artwork cinicamente romantico: in copertina, una sigaretta appena orlata di rossetto giaceva abbandonata su un cuore/posacenere, a lasciar immaginare la morte di un amore in punta di plettro e ugola mentre la luce fa capolino dalle finestre e la primavera scalpita dietro l’angolo. Anche senza ascoltarlo, sapevo che lo avrei adorato vita natural durante. Infatti.

Di già quiet but loud per forma e attitudine, Crocodile Tears And The Velvet Cosh prende le mosse dove il predecessore terminava per incrociare i DNA di Lou Reed e Nick Drake (la title-track, The First Incision, Light And Shade) e piegare il folk in volute di jazz minimale (Stop This City, René). Quando non porge morbidezze dal retrogusto teso (The Ballad Of Cain, The Vandal And The Saint), schiude la magia al contempo severa e dolce della fiaba Justine e degli omaggi alla giovane Scozia di Too Clever By Half e Imitation Pearls. Gioiello di culto che non stanca mai, lo scopro incastonato nell’anima in compagnia di memorie accartocciate, nostalgie assassine, rimpianti traditori. A ricordare che in fondo siamo tutti luce e ombra. E che il bello, in fondo, sta anche lì.

Breathless: ma la luna è sempre più blu

Che la produzione musicale sia un marasma incontrollabile è un fatto che siamo stufi di rimarcare. Per fortuna, nell’oceano di mode effimere e “grandi band” che si bruciano in un giorno, qualcosa di più solido della media viene comunque a galla. Prendete il dream-pop, in cui – chissà se per ragioni di prospettiva storica errata o semplice approssimazione – certuni infilano di tutto saltando dai Crocodiles a “Lagna” Del Rey. Vallo a spiegare come stanno le cose, ai trenta-e-qualcosa che sbavano se gli piazzi sotto al naso il 7” di Upside Down e che quando la faccenda ebbe inizio frequentavano l’asilo. Allora: di cosa parliamo quando parliamo di shoegaze? Per quanto mi riguarda, di tessiture sonore e melodie eteree che si avviluppano le une alle altre finché la mente, avvolta in una psichedelia che profuma di caramello e assenzio, non vaga cullata e sballottata tra panorami ambient e interni d’alabastro.

Come se i Pink Floyd del dopo-Barrett fossero stati prodotti da Brian Eno e per loro avessero cantato Nico e Tim Buckley? All’incirca. Se alle fantasie iperboliche preferite solidi fatti, (ri)ascoltare l’opera omnia dei Breathless vi chiarirà le idee e renderà felici. Quando pensi ai capostipiti del pop onirico è soprattutto a loro che devi guardare, non fosse altro che per ragioni cronologiche. Ma anche perché altri capisaldi come A.R. Kane e My Bloody Valentine fanno storia a sé, e perché nella seconda metà degli anni Ottanta in cui salirono alla (purtroppo modesta) ribalta, costoro furono un prezioso anello mancante tra dopo-punk e psichedelia.

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Caso raro di “culto influente”, i Breathless hanno saputo tessere un acid (post) rock moderno, intriso di atmosfere fascinose, romanticismo allucinato e magie mai esangui. Del resto non è colpa loro se siamo circondati da frotte di emaciati epigoni: conta il fatto che il gruppo guidato dal cantante/tastierista Dominic Appleton sia più attuale che mai e tuttora in forma smagliante. Lo comprovava nell’autunno del 2012 lo stupendo Green To Blue, doppio LP che interrompeva una lunga pausa (l’apprezzabile Behind The Light faccenda del 2003) con un Dorian Gray che nulla aveva da invidiare all’iniziale doppietta di classici The Glass Bead Game e Three Times And Waving, uscita tra ‘86 e ‘87 per la propria etichetta Tenor Vossa (come l’intera discografia: della serie quando sei punk non solo a parole).

Ritrovavi colà tutta la profondità espressiva e lo stile unico di un progetto allestito da Dominic con amici fidati e la compagna di vita Ari Neufeld ispirandosi a Jean-Luc Godard e Herman Hesse, al krautrock e a The Piper At The Gates Of Dawn, a Van Morrison e Leonard Cohen. Quello stesso felice connubio tra visione e passione in cui la razionalità tira le fila che rappresentava la spina dorsale di Chasing Promises e Between Happiness And Heartache, altre opere di pregio pubblicate allorché gli ’80 sfumavano nel decennio successivo.

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Poi altre otto stagioni di intervallo fino al 1999 e a Blue Moon, dallo scorso febbraio  fresco di ristampa (anche in vinile…) e che caldamente vi consiglio. Con la riservatezza che li caratterizza, i Breathless vi suggeriranno un momento i Mogwai – altri che devono ringraziarli assai: ascoltare per credere Magic Lamp e Come Reassure Me – e quello dopo un incrocio tra Cocteau Twins e Joy Division (All The Reasons Slide), restando meravigliosamente se stessi e più che altrove nella maestosa bellezza di Walk Down To The Water e nell’intimismo umbratile di Good Night e Viva. Appleton – maestro della voce intesa e usata come uno strumento – ne parla come della loro opera più lo-fi e sperimentale: vale specialmente per il secondo dischetto, ma ovunque emerge un complesso che si è messo in discussione e che ha lavorato sull’armonia del suonare insieme calibrando ogni dettaglio.

Metodologia che non appartiene a quest’epoca frettolosa e che Dominic accosta giustamente al modus operandi dei Can, qui evocati tramite i Savage Republic nel tumulto No Answered Prayers: strutturare canzoni dalle jam istillandovi emozioni, anche quando si dipingono astrattismi come la Green Finger Swinger aromatizzata di jazz privo di gravità e il cinematico magma della già citata No Answered Prayers. Avercene di gente così… Di sognatori con i piedi saldi nella realtà e, proprio per questo, capaci di una musica che conosce il segreto per essere melanconica e al contempo fisica. Musica alla quale ti abbandoni ogni volta come fosse la prima, meravigliato nella mente e rasserenato nell’anima, un altro passo oltre l’ineffabile.

Le mini sinfonie estatiche degli A.R. Kane

La gente si aspettava che suonassimo reggae, e in cambio si beccava il feedback.”

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L’ascolto a posteriori di 69 è un’esperienza in tutti i sensi stupefacente. Semplici, in fondo, le ragioni: la storia dell’arte è attraversata da Geni in eccessivo anticipo sui tempi, di visionari che non si limitano (si fa per dire, eh!) a cogliere lo spirito dei tempi e a tradurlo in canzoni. Alcuni vedono già il futuro e, spesso nell’indifferenza, scrivono regole che poi diverranno un patrimonio comune. Nel caso degli A.R. Kane riconosci un misto delle due cose, con un successo planetario sotto mentite spoglie a confondere ulteriormente le carte.

Per capire bisogna fare un passo indietro al crepuscolo degli anni ’80: l’ortodossia rock stava cadendo sotto i colpi del crossover spinto; “contaminazione” era la parola d’ordine pronta a riverberarsi fino ai giorni nostri. In quelli, di giorni, cadevano invece muri veri e metaforici, mentre il mondo come lo conoscevamo perdeva le certezze su cui si era basato dal dopoguerra in poi. Il pop, felicemente, gli andava dietro: presto il 1991 avrebbe fatto piazza pulita dei manichei e la musica sarebbe cambiata. Per sempre. Per fortuna.

A Londra, in un 1986 dominato da bellimbusti da classifica e da un indie-rock chitarristico dedito alla riscoperta – e, in certi casi, alla rielaborazione – dei favolosi sixties, si incontrano Alex Ayuli e Rudi Tambala. Il loro primo 45 giri guadagna per lo più spallucce e la definizione di “Jesus & Mary Chain di colore”. Cosa che in parte sono, benché più attenti alla componente ritmica (felice retaggio della negritudine…) e più “psichedelicamente” espansi rispetto ai fratelli Reid. Chiarisce in parte lo spirito e l’attitudine della coppia il passaggio dalla One Little Indian alla 4AD per l’EP Lollita, giocato su atmosfere oniriche asperse di feedback e prodotto guarda caso da Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Ancora non lo chiamano shoegaze, però in anticipo ci siamo.

A quel punto, il capo dell’etichetta Ivo Watts-Russell li persuade a far comunella con Martyn e Steven Young dei Colourbox, l’asso della consolle Chris “C.J.” Mackintosh e il DJ Dave Dorrell. In testa hanno l’idea meravigliosa di un brano prodotto basandosi solo su campionamenti e breakbeat. Dell’epocale Pump Up The Volume si smerciano milioni di copie, portando l’avanguardia in classifica e incidendo sulle sorti della musica popolare.

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Siccome il progetto M/A/R/R/S non va oltre, dei piccati A.R. Kane approdano alla Rough Trade per un esordio che nel 1988 non tradisce le attese createsi nel frattempo. Gran parte dell’atemporalità fascinosa di 69, oltre che nel preconizzare con disinvoltura alcuni momenti chiave degli anni Novanta non rubricabili soltanto alla voce “post-rock”, sta in sonorità sospese e oceaniche.

Come dei My Bloody Valentine che trattengono le distorsioni sullo sfondo e lavorano con il ritmo, A.R. Kane porgono melodie eteree e un canto che, lambendo il Tim Buckley più trasparente, si inerpica tra volute di uno psych-funk siderale. Musica di sfere celesti, sì, ma inequivocabilmente fisica. Una tessitura di groove liquidi e di slarghi dub sciolti in patine rumoriste ma pur sempre pop.

Miracolo a sé stante, 69 rimarrà ineguagliato anche da parte dei suoi stessi artefici: l’anno dopo, i sarà ancora stimolante benché dispersivo, laddove tra ’92 e ’94 Americana e New Clear Child avranno poco da dire; al contrario imperdibile la doppia raccolta Complete Singles Collection ‎uscita su One Little Indian nel 2012. Benissimo così, siccome qui respiriamo eternità raccolta in un’estasi sensuale e insieme spirituale, in collage sonori che si arrestano un attimo prima di smarrire forma e trasporto emotivo. Anche in questo, una fulgida lezione di stile.