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Grant, Robert e tutti quelli che conosciamo

Ci sono mille maniere di vivere e spesso sono loro a scegliere (per) noi, illudendoci del contrario. Nella storia dei Go-Betweens non vi è mai stato nulla che possa essere ricondotto alla convenzionalità, per la semplice ragione che non si trattava “solo” di un gruppo. Se chiedete al critico preparato e serio, costui spiegherà con dovizia di particolari che sono stati una delle formazioni che ha raccolto meno in rapporto a quanto seminò, fondendo new wave e sixties-pop in una sfoglia emotiva da intellettuali in netto anticipo sugli Smiths.

L’appassionato puro e semplice, confermando tutto ciò, vi dirà che la band guidata da Robert Forster e Grant McLennan era qualcosa di unico. Il fantastico frutto di un’amicizia nata all’università e interrottasi tragicamente. Ed è soprattutto di questo che Robert parla in “Grant & Io”, memoriale fresco di pubblicazione in Italia per Jimenez Edizioni: dell’intreccio di due vite, osservato da quella rimasta qui mentre il peso dell’altra cresce ogni giorno.

Grant e io

Si tratta di letteratura, insomma. Robert – oltre a essere un eccelso songwriter – scrive di musica sulla rivista “The Monthly” con lo stile partecipato e attento che ritrovo qui. Lo stile che scandaglia i meccanismi dell’industria e le nervature di canzoni e album, che spiega l’ineffabile chimica tra due menti, che trasporta altrove nel tempo e nello spazio tenendoti al suo fianco. Di conseguenza, il primo consiglio è: comprate “Grant & Io” e leggetelo d’un fiato. Se non siete fan dei Go-Betweens, lo diventerete subito; se invece li seguite da sempre, già l’avrete divorato e allora vi abbraccio fraternamente.

L’altro consiglio: tenete a portata di mano i fazzoletti, perché ci si commuove. Per lo slancio di speranzosa gioventù e un divertito cinismo che trascolora in disillusione davanti allo showbiz; per il tempo che passa, con le occasioni perdute e la felicità di tornare a suonare insieme; per la forza che serve ad affrontare “il” distacco. Per addii, arrivederci, bohème, famiglia, litigi, sfascio. Per quel quiet heart che manca come l’aria.

R & G

Il tono rimane tuttavia sempre puntuale ma lieve, anche quando i protagonisti si incamminano su brutte strade. Scelta perfetta dettata dalla profondità dei sentimenti, che scatena empatia e commozione. Così l’epilogo, inevitabilmente amaro, tratteggiato in capitoli di bellezza malinconica che per l’autore immagino siano stati qualcosa di simile a una terapia o a una catarsi.

Nelle prime pagine, costui immagina che del libro si tragga un film e ne propone l’inizio. Non vi rovino la sorpresa, limitandomi ad annotare che ognuno può terminare quella pellicola come crede: il materiale non manca. Il mio finale è ambientato a Brisbane. C’è un uomo di mezz’età che all’alba cammina su un ponte, scelto non per caso. Guardandosi attorno tra le lame del sole nascente, in quel momento capisce che anni prima un gruppo proveniente da quei luoghi gli ha cambiato l’esistenza. Dissolvenza sulle note di Cattle And Cane. Grazie infinite, Grant & Robert.

Arson Garden: canzoni come fantasmi plastici

Ci sono momenti in cui pensi ai dischi che rappresentano un “capitale” per pochi intimi. Quelli che ti domandi “come è possibile che nessuno se li sia filati?” e vuoi scriverne perché, con l’ingenuità di uomo maturo ma pur sempre sognatore, pensi che il messaggio in bottiglia possa tramutarsi in un mattoncino di equità. Di fatto, ogni generazione custodisce i propri santini mentre la memoria del pop si cancella alla velocità della luce, tuttavia una band favolosa come gli Arson Garden meriterebbe di essere celebrata ogni giorno. Invece resta cult per antonomasia, questo miraggio metà technicolor psichedelico e metà bianco e nero metropolitano esploso a colmare la distanza tra l’elevazione dei Jefferson Airplane e i bassifondi velvetiani. Tratti somatici ancor più sorprendenti considerandone la provenienza da Bloomington, Indiana.

under towers

Nella patria del basket e di John Mellencamp sarà stata roba da alieni la vigorosa inclinazione arty degli Arson Garden, fondati al tramonto degli Ottanta dai fratelli Combs – April, ammaliante sirena; James, chitarrista – con la ritmica di Joby Barnett (batteria) e Clark Starr (basso). A loro si aggiunge poco più tardi Michael Mann, fondamentale sei corde solista abile sia con il feedback che con trame ipnotiche. Sarà comunque autentica forza del collettivo, la loro, distillata in un sortilegio che amalgama i singoli elementi. Suppongo che di magia ne promanasse parecchia dal demo giunto nell’88 sulla scrivania di Albert Garzon. Estasiato, colui al quale dobbiamo 10,000 Maniacs e Brenda Khan accoglie il quintetto alla Community 3 e offre supporto produttivo lungo la febbrile settimana – agli studi Paisley Park di Prince, nientemeno! – che partorì l’esordio Under Towers giusto per sciogliere gli ultimi freddi del 1990.

Nessuna ruga su un raffinato folk misto (indie) rock, zuppo di new wave e talora venato di funk bianco. Lo stesso per canzoni che danzano con impeto, rapimento ed emozione restando ineffabilmente lievi, mai troppo nitide. Sono sogni divenuti realtà sommamente affascinanti l’incalzante Two Sisters, le Lash e Heat From A Radiated House in bilico tra turbinoso ed etereo, la sensazionale title-track che fonde Fairport Convention e Throwing Muses. Laddove al liquido battere di Solitariat replicano l’acida grinta di The Sways e Once Then Twice Removed e una Armistice giocata alla pari con Feelies e Walkabouts.

Arson Band

Fantasmi plastici illuminati da bellezza suprema che riscuotono il plauso della stampa più ricettiva e addirittura di MTV: gli Arson Garden si ritrovano ospiti del programma “120 Minutes” allorché un tour culmina con la capatina in Europa e l’entusiasmo di John Peel. In dicembre accettano l’invito a una session delle sue e poi salutano Garzon con l’EP a 45 giri Virtue Made Out Of Sticks. Registrato nottetempo con un budget risicato, nel ’92 Wisteria reca il marchio della piccola Vertebrae, mostrando il nerbo esecutivo ereditato dai concerti e insistendo su strutture intricate però seducenti con la sibilante Of 2 Minds e una minacciosa Goes Out Kicking, con i lisergici saliscendi Bird In The House e This Chemical Draws e l’eco di Grace Slick in Cold e Kathy’s In Deep.

Schiacciate dal grunge, non vanno lontano commercialmente ma garantiscono agli artefici il Lollapalooza e altre tournee. Una data newyorchese muove l’interesse dell’American Empire, che di lì a un biennio pubblica The Belle Stomp, scrittura un filo più lineare a incorniciare acusticherie delicatamente nervose e il capolavoro psych-folk-wave di Please Let’s Sleep. Nondimeno l’etichetta chiude e gli Arson Garden si sciolgono, stanchi e disillusi. Annotata una reunion del 2006 per beneficenza nella città natale, apprendo che – dopo una carriera solista e altri progetti poco rilevanti – oggi James traffica col country-rock contaminato nei Great Willow e la sorella (frattanto convolata a nozze con Michael) scrive canzoni folk per bambini. Il viaggio si è infine compiuto, dalle ali alle radici. Perfetto.

Ancora (ritmi) pazzi dopo tutti questi anni: Feelies

Mai fidarsi dei nerd. Specie di quelli che in bacheca vantano un Capolavoro intitolato Crazy Rhythms e hanno esercitato un’influenza enorme. Influenza che ha richiesto più del normale per finire in classifica, così che quando i cicisbei Strokes fecero il botto con la versione annacquata di quel suono velvetiano, obliquo e percorso da frenesie ed eccitazioni, tempo un mese mi tappai le orecchie per evitare l’ennesimo tormentone sul “ritorno delle chitarre”.  Ma quando mai se n’erano andate?

Bisognava cercarle sotto spoglie più defilate, certo, ma erano vive eccome. Lo stesso ragionamento possiamo estenderlo oggi alla band del New Jersey, ignorata dal successo però venerata da storiografi e intenditori, dalla critica più attenta e da figli – quelli sì, veramente eccelsi – della statura di R.E.M., Galaxie 500, Yo La Tengo. Insomma: senza i Feelies il cosiddetto alternative rock sarebbe (stato) faccenda assai diversa. Di sicuro più noiosa.

feelies

Ciò premesso, pare che ai diretti interessati del clamore importi zero. Con serafico e pervicace understatement, gli basta pubblicare un album quando più gli aggrada per ricordarci di aver scritto la Storia e di predicare e razzolare all’altezza del loro glorioso passato. Li amo, per questo. E per essere intellettuali che badano al sodo, per il look qualunque con buona pace del finto indiecasual, per una musica che trattiene significati profondi. Strabuzzo gli occhi per un breve attimo al pensiero che In Between è soltanto il sesto LP della formazione guidata da Glenn Mercer e Bill Million. Cosa buona e giusta, in verità: chi possiede carisma parla poco e bene. Anche sforzandovi, non troverete nostalgia in una fra le poche rimpatriate ad avere perché, fosse anche quello di mostrare ai giovani cosa significa fare sul serio.

Dal giorno uno i Feelies rifiutano infatti il superfluo e ancor più da quando girano attorno a una formula che gli appartiene sulle ali di canzoni superbe. Canzoni che rendono bello e consigliato un lavoro dove ritmi pazzi e nervosismo perpetuo non sono svaniti. Sono una specie di trompe-l’oeil sonoro che in realtà rappresenta la spina dorsale di ballate minimali e rock essenziali, di chitarre che dialogano su pennellate di batteria, percussioni e basso stese dai puntuali Stan Demeski, Dave Weckerman e Brenda Sauter. Talvolta le sei corde disturbano il panorama con un metodo riconoscibile al primo ascolto, come del resto la calligrafia e il cantato, la magistrale gestione delle dinamiche e le sonorità che riportano agli orizzonti di The Good Earth. Però! Però con il piglio dei Maestri che non si sono rammolliti né rimbambiti.

feelies lp

Maestri che spargono nell’aria aromi di vitale classicismo e composizioni che cancellano i discepoli dell’ultimo quindicennio, i quali sono bravi(ni) e tuttavia si possono pure scordare l’innodia di ombre e sorrisi accennati Gone, Gone, Gone, una serpentina Pass The Time, l’eleganza melanconica della traccia omonima e di When To Go. Per tacer della peculiare fragranza di Time Will Tell, di una Been Replaced che smaccatamente caracolla à la Modern Lovers, delle Stay The Course e Flag Days costruite attorno a pause e ripartenze falsamente intontite, dell’umore riflessivo un po’ da Tom Petty maturo di Make It Clear.

Bellezza che si spiega da sola, ecco. Specialmente una ripresa della title-track che, in chiusura, strapazza lungo nove minuti di cadenze serrate, pianoforte stoogesiano e sberle di fischiante chitarrismo. A quarant’anni dagli esordi, suona come un (benvenuto) vaffanculo da Signori. Garbato e traboccante classe, certo, ma comunque un vaffanculo. Mai fidarsi dei nerd. Poi non dite che non vi ho avvisati.

Pop Field (Music) forever

Prima della globalizzazione potevo dirmi all’incirca sicuro di un retaggio sonoro al quale, inconsapevolmente o meno, le band erano solite rifarsi. Ancora oggi sono certo dell’esistenza di quella trama, che è più sottile della contrapposizione tra “sostanza rock” e “apparenza pop” in cui tanti indulgono. Aspetti che mi pare sbrigativo considerare come opposti, così che preferisco studiarli nelle zone grigie dove bisticciano e fanno pace, finché i reciproci confini trascolorano in un terreno comune che spesso è meraviglia. Sì, perché si dice che in Inghilterra prevalga la canzone come comunicatore sociale e in America vinca la concretezza di chi ha distillato il rock’n’roll. Verissimo. Però le cose stanno anche così, quindi c’è di che riflettere.

Giusto per fare qualche esempio: i Beatles si nutrivano a Stax e Motown, a Buddy Holly e Chuck Berry, a Little Richard e folk e cabaret, che amalgamarono in qualcosa di unico ed esemplare; David Byrne, Tom Verlaine e Ric Ocasek devono tantissimo al robodandy Bryan Ferry; i giovani R.E.M. intrecciavano Gang Of Four e Byrds… Esiste insomma una memoria di stili che altri linguaggi utilizzano a mo’ di piattaforma per nascere e svilupparsi in una catena di mutamenti e scambi transoceanici. Oggi, allorché il passato è a portata di un click e lo puoi sovrapporre come ti garba, la faccenda è ancor più complessa. Nel caos e nella dispersione, tuttavia, trovi ancora della grazia che smantella i cliché. Basta sapere dove andare a cercarla.

field music

Provate magari a fare un salto in quel di Sunderland, dove dietro la sigla Field Music i fratelli David e Peter Brewis trafficano con strutture di matrice progressive e melodie mai scontate. Per la scena albionica sono autentiche mosche bianche: ironici ma schivi, sono venuti su a rock classico e indie, a jazz e classica e blues trasversali, digeriti e riformulati con spirito critico e autenticamente creativo nella provincia che a Swindon mantenne in incubazione gli XTC, loro riferimento principale per le evidenti affinità. Alla maniera di Partridge & Moulding, infatti, anche i loro orizzonti sono vasti e policromi.

Privi di pacchianerie o esibizionismi, tracciano un “complesso minimalismo” che – tra mille altre sfaccettature – inanella omaggi a Skylarking, libera Kinks e Zombies nei meandri della new-wave, sparge inchiostri di Steely Dan sul diario di Paddy McAloon. Una giostra vorticosa che conosce la prima perfezione in Tones Of Town, LP che nel 2007 seguiva un promettente esordio omonimo. Troppo “avanti” per il mondo indie volubile e modaiolo, i Brewis rischiavano subito di saltare in aria. Ripensandosi come “azienda” alla P.I.L. e grazie a una salutare pausa, ripartivano nel 2010 con Measure, corposa e brillante mescolanza di acustico ed elettrico; nel volgere di un biennio, Plumb rimarcava quanto il duo fosse un preciso riassunto estetico e attitudinale dell’epoca in cui viviamo.

 Commontime

Un compendio che fortunatamente possiede solo pregi e la voglia di stupire con naturalezza uno tra i più rilevanti. Chiusa la parentesi Music For Drifters (colonna sonora di un documentario uscita in poche copie per il “Record Store Day” dello scorso anno), Commontime abbraccia dunque il cocktail tra anima bianca e nera che – Simon Reynolds docet – presiede al migliore pop britannico. Aperto da una The Noisy Days Are Over appiccicosa e fantastica fusione a caldo tra Hot Chip, Talking Heads e fiati elegantemente nervosi, regala nel prosieguo congetture su degli Scritti Politti mai decaduti in macchietta (Disappointed); spalanca universi paralleli dove Prince condensa Purple Rain, Around The World In A Day e Parade in un unico album (How Should I Know If You’ve Changed?) e collabora con i Roxy Music (It’s A Good Thing); spedisce spavalde ed effervescenti cartoline agli Sparks (Indeed It Is).

Se in Same Name scorgi dei Gang Of Four pacificati, That’s Close Enough For Now libera una citazione situazionista di Neil Young e But Not For You trattiene l’eco dei Cars. Spetta infine a saggi di classe sopraffina completare il mosaico: l’elegia capolavoro The Morning Is Waiting è Brian Wilson che rinsavisce aiutato dai Left Banke e magistrali sono sia i ceselli di They Want You To Remember che il gioco di tensione e quiete in Trouble At The Lights. “La cosa più difficile è trovare il modo di realizzare ciò che ci gira in testa.”, mi rivelò anni or sono in un’intervista David Brewis. Tranquilli, cari pop brothers: missione compiuta anche stavolta. Con il vostro disco più bello. Scrosciano gli applausi.