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Lo spazio alla fine del mondo

La ricorrenza inevitabile è il Sessantotto che compie mezzo secolo. Circondato da sfacelo e orrori, evito la retorica chiedendomi cosa resti di quell’anno sul serio mirabile. Non passa molto che, forte e chiara, avverto tutta la Bellezza che non ha mai smesso di offire. Il ’68 è il monolito nero del Novecento e se c’è un “altrove” in cui immagino Jason Pierce, è proprio la stanza alla fine di “2001: Odissea nello spazio”. Anzi: sono convinto che nel profondo della sua anima tormentata ne esista una sorta di equivalente.

La musica che giunge da là è infatti un miracolo di estremi teorici – fisicità e spirito, gioia e dolore, istinto e ragione – che dialogano sublimi. Siccome armonizzare gli opposti rientra senza dubbio tra i doveri del Genio, ancor più degli Spacemen 3 gli Spiritualized rappresentano un felice “umanesimo post-modernista” con il quale Pierce crea dai frammenti dei (tanti) dischi che ama, però mettendoci sé stesso. Hai detto niente.

b&w Jason

Nel calderone dove mescola acid-pop, soul, psichedelia, krautrock, jazz liberato, minimalismo colto e impatto orchestrale ogni elemento è legato da un cuore pulsante sangue e spine. Il suo. Per questo un ventaglio ampissimo di influenze vanta il sapore dell’unicità e per questo il vissuto dell’artefice risulta da esso inscindibile. E poiché il vero coraggio è dichiararsi vulnerabili, voglio bene al Signor J anche per una sincerità pressoché totale. Una parte dello splendore di Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space risiede nel trasformare pene d’amore private in riflessioni universali, perciò assume un significato speciale apprendere che i concerti per il ventennale di quel Capolavoro hanno spinto Pierce in studio. E che le avversità – i demo iniziali poco persuasivi, il budget esaurito – sono state cagione di un metodo inedito: incidere (quasi) tutto in perfetta solitudine a casa, su un computer.

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Di conseguenza And Nothing Hurt recapita polaroid di umanità viepiù intima ed emozionante. Presto fiducia a chi afferma che “un disco deve riflettere ciò che sono, non ciò che ero” e orgoglioso sputa (un esempio da imitare, oh sì) sulla reunion dei Tre Astronauti. Parole e fatti contano. Un fatto è che gli Spiritualized sono divenuti gradualmente più terreni trattenendo l’afflato cosmico. Un fatto è che la vita ha spesso schiaffeggiato il nostro navigatore. Un fatto è che costui ha risposto cavando le cose migliori dalla sofferenza. Basta e avanza. Poi arrivano le canzoni a spazzare via la banalità di tanto rock contemporaneo: il valzer in popedelico sboccio A Perfect Miracle e la Let’s Dance sdraiata sotto l’arcobaleno di un lisergico Pet Sounds, l’innodia raffinata del crescendo Here It Comes (The Road) Let’s Go e il vigoroso soul con melanconici occhi azzurri I’m Your Man, il languido country Damaged e una The Morning After da Velvet Underground in gita a Detroit con Ornette Coleman.

ANH

Pierce ha lasciato intendere che And Nothing Hurt potrebbe sancire un addio, ma chissà come e quando e se. In ogni caso tutto quadra, compreso girare attorno e compendiare in scioltezza un canone oramai classico attraverso forme e durate relativamente più concise. Da oggi, comunque, il futuro è un’ipotesi sigillata dallo scintillante neo-gospel Sail On Through e da quel “non fossi così gravato, proseguirei a navigare per te”. Metti caso che qui “you” valga per voi… In fondo non conta se davvero il sipario calerà sul codice morse che a fondo corsa scaglia il titolo dell’album tra le stelle. Conta che scroscino applausi copiosi fino alle lacrime. Grazie del viaggio, Major Jason.

D’amore e altri delitti

Cantava Ian Curtis che l’amore può farci a pezzi. Del resto il Sentimento Sommo si è disegnato così: rugginoso come un coltello o lieve come il respiro in inverno, entra nella vita senza chiedere permesso e scombina tutto. Quando sparisce non lascia biglietti, perché presto o tardi ritornerà. Così non smettiamo di credere in lui, sebbene tra una visita e l’altra ci pieghiamo sotto ricordi tristallegri, sensazioni assenti, aspettative frantumate. Finché un bel giorno – fateci caso: quel dì non piove mai – i cocci si sono arrotondati, brillano e non fanno più sanguinare. Chissà che la prossima volta quel birbante non decida di fermarsi per sempre…

Da par loro, gli scrittori di canzoni ne sanno ben più di qualcosa. Hanno la (s)fortuna di raggiungere milioni di persone ragionando sulle sciagure sentimentali. Autentiche o romanzate, non importa. Conta che un vinile divenga il luogo dove l’esperienza personale trascolora in universale; conta che l’ascoltatore si riconosca e si senta meno solo. La tradizione delle pene d’amor perdute è tagliata su misura per il songwriting e, lungo una strada non a caso lastricata di capolavori, conduce là dove l’amore fa male però bene.

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Giusto allora iniziare un rapido excursus dall’uomo che più di ogni altro ha segnato il secolo scorso: in Blood On The Tracks Bob Dylan distillava rancore e lo convertiva in poesia tramite vertici come Tangled Up In Blue, Shelter From The Storm e Buckets Of Rain. In un Classico che sancisce il definitivo addio ai Sessanta, spostava l’accento da “noi” a “io” riflettendo su una tormentata separazione e affidando a versi che qui esplodono e là ripiegano su se stessi la gamma di sentimenti racchiusa tra l’amara If You See Her, Say Hello e una rabbiosa Idiot Wind. Condotto da una voce inimitabile e un tessuto strumentale spartano però efficacissimo, di rado il tuffo in un pozzo d’ira e nostalgica recriminazione è stato tanto meraviglioso.

In un 1975 che gronda scontento e riflusso anche Paul Simon transita sotto analoghe forche caudine. Del vendutissimo Still Crazy After All These Years bisogna nondimeno leggere i testi per capirlo, giacché gli strascichi del divorzio sono avvolti in un jazz-rock solo a tratti ombroso e amarognolo. Coppie che scoppiano e altre che si ricongiungono: nella dolce My Little Town si riaffaccia Art Garfunkel e non sarà tutta colpa di Freud, altrimenti come spieghi l’appiccicosa 50 Ways To Leave Your Lover e il gospel’n’roll Gone At Last, il sax che scartavetra Have A Good Time e un’immensa Silent Eyes che diverge dal tema affrontando l’Olocausto?

paul simon

La spiegazione si chiama “talento supremo”. Esperta navigatrice delle maree emotive, in carniere Joni Mitchell vanta almeno due capi d’opera ed è il secondo in ordine cronologico a raccattare frammenti di vita per conferirgli un senso. Nell’anno del bicentenario americano, la Signora del canyon percorre in auto la terra d’adozione e raccoglie gli appunti seminati in Hejira tra folk trasparente (Coyote, Amelia) e fantasmatico (A Strange Boy), metafore indecise tra sogno e realtà (Song For Sharon, Black Crow) o polaroid in jazz (Refuge Of The Road).

Sulla sponda opposta dell’Atlantico il colosso Richard Thompson ha sempre sfoggiato una rara chiarezza di visione, sia nei Fairport Convention che da solo e con la (ex) consorte Linda. Del mazzo di LP editi con costei è l’ultimo a figurare nel club dei lonely hearts. Composto due anni prima ma temporaneamente accantonato, nell’82 Shoot Out The Lights sanguina folk-rock severo ed elegante, profetizzando l’allontanarsi del duo in un botta e risposta di ugole e corde magiche. Più che altrove, nella vespertina Just The Motion, nella dolente Did She Jump Or Was She Pushed e nell’innodica Wall Of Death.

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A volte ci si (ri)costruisce un domani vestendo ricordi e speranze con colori che paiono antichi e invece trattengono con sé la modernità. A inizio millennio Beck sorprendeva con la quiete apparente di Sea Change, meditare sulla separazione da Winona Ryder che chiudeva temporaneamente in un cassetto lo stupefatto cinismo della Generazione X e le mirabolanti contaminazioni rifugiandosi in alvei elettroacustici (The Golden Age, It’s All In Your Mind) e ossimori sonori (Lost Cause), in orchestrazioni spedite dietro ai moti dell’anima (Paper Tiger, Lonesome Tears) e reinvenzioni drakiane (Round The Bend, Side Of The Road). Sintesi perfetta di antico e moderno che consegnava un apice in seguito mai più raggiunto.

Annotazione che vale anche per Jason Pierce, rientrato ventuno anni fa nella Storia – già vi erano stati gli Spacemen 3 – con Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space. Parte integrante del DNA di Mr. Spaceman è la caparbietà con la quale esorcizza crisi esistenziali e di salute attraverso il potere catartico del suono. Essendo il presupposto di Ladies And Gentlemen… l’addio dell’Astronauta a Kate Radley, fidanzata e tastierista della band che gli aveva preferito il clone Richard Ashcroft, l’alterazione mentale si fonde all’afflizione in un album immane e unico. Psichedelia che si fa gospel che si fa wall of sound spectoriano sul confine (im)possibile dove Philip Glass produce gli MC5 e i Suicide nascono a New Orleans, scaglia nel più alto dei cieli melodie di una bellezza che sbrindella l’anima.

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Il ritorno sulla terra sarà relativamente più agevole accostandosi a Domestica, che nel 2000 esemplificava al mondo l’emocore, evoluzione ultima del punk piegata nella sincerità confessionale dell’hardcore. In un ambito assai affollato, i Cursive – band del Nebraska che ruota intorno al cantante Tim Kasher – si sono ritagliati un ruolo primario soprattutto in ragione di questo terzo LP. Strutture complesse, canto espressionista e oblique allegorie incentrate sul disfarsi della vita coniugale compongono un intenso rosario di canzoni. Come spie nella casa dell’amore che non c’è più, gioielli della caratura di The Martyr e A Red So Deep sigillano il genere un attimo prima che si trasformi in baggianata per adolescenti.

Chiude il cerchio Justin Vernon/Bon Iver, ennesimo cantautore nascosto dietro una sigla “da gruppo” che un decennio fa debuttava con lo scintillio For Emma, Forever Ago. Oggi Justin per lo più suscita sbadigli, ma all’inizio fu un moderno Thoreau disilluso dall’amore che leniva le ferite nei boschi del Wisconsin. Dopo alcuni mesi in parte spesi a spaccare legna e camminare per “svuotarsi” fisicamente, offriva saggi di post-folk minimale e accorato che trascinano dentro l’essere umano. Incurante di epoche e mode, è un’opera destinata a durare nel tempo come le altre che ho radunato qui, per testimoniare quanto soffrire lasci tracce indelebili e come queste cicatrici, in qualche bizzarra e fascinosa maniera, ci possano cullare. Anche se only love can break your heart, buon San Valentino a tutti…