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L’inclassificabile giardino di Franti

Tra una menata e l’altra quasi scordavo che sono trascorsi trentuno anni dall’uscita de Il giardino delle quindici pietre. Mille-novecento-ottanta-sei. Eh… Un lasso di tempo enorme, se penso a quanto il mondo nel frattempo si è ribaltato e certe cose – le peggiori, le più squallide – sono rimaste sostanzialmente immutate. Lo sapevano benissimo, i Franti, che un cambiamento era in atto. Lo dimostrarono sciogliendosi dopo un capolavoro, consci delle motivazioni forti che ne stavano mutando il ruolo e le forme (Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Ishi, le carriere solistiche di Stefano e Lalli…). Lo scopo fu presto chiaro: adattarsi a una nuova temperie per conservare intatto uno spirito antagonista realmente punk. Per lasciarlo continuare.

Potevano permetterselo, i torinesi Stefano Giaccone (sax, chitarra, voce), Vanni Picciuolo (chitarra) e Marinella “Lalli” Ollino (voce), decollati con la ritmica di Massimo D’Ambrosio e Marco Ciari dal cuore degli anni di piombo da una metropoli specchio dell’intera nazione. Solo così era possibile riconnettere il ’77 al ’68 mescolando da collettivo aperto rock d’autore e jazz, schegge di Canterbury e nuova onda, poesia e militanza. Nell’82 il progetto trovava forma e nome in una scelta significativa: affidarsi al personaggio del deamicisiano “Cuore”, cattivo – a posteriori ipotetico – che tira sassi ai vetri e ride ai funerali del re, significava mettersi con le anime anarchiche e con i romantici a vita, che cercano un senso alle cose come (non) sanno e come (non) possono.

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Le prove tecniche di grandezza le svolgono due nastri (Luna nera e Schizzi di sangue) e un 33 giri a metà con i Contrazione. Roba che sfancula la SIAE con la fondazione – assieme agli aostani Kina, fantastici “Hüsker Dü delle montagne” – della Blu Bus, marchio totalmente autogestito e autofinanziato che all’epoca rappresentava un azzardo assoluto, pionieristico. Traendo linfa da Area, Ornette Coleman ed Ex, resistono al riflusso e agli edonismi degli anni Ottanta in un sottobosco di centri sociali e riviste underground, di radio libere e cause giuste. Rispondendo in tal modo a una scena che si preparava alle polemiche del passaggio dei CCCP alla Virgin – loro la trista fine del Giovanni Lindo non la faranno – e al venir meno dell’aderenza tra vita vera e musica.

Quadrando il cerchio tra queste ultime e una fiera inafferrabilità, l’esperienza si scioglie nella maturità di un album sublime, il cui titolo rimanda a una leggenda del Giappone medievale, secondo la quale a Kyoto esiste un giardino con quindici pietre, ma da qualsiasi punto lo si osservi se ne scorgono sempre e solo quattordici. Quella mancante essendo l’enigma dell’Arte che allo stesso tempo basta a sé e comunica a chi ha la pazienza per ascoltare, lontana dalla svendita a buon mercato, dai proclami intellettualoidi, dalla vanagloria. L’Arte che dura nel tempo, insomma. Questo l’humus di un lavoro tra i più fulgidi pubblicati nel Belpaese e di canzoni che entrano dentro a scuoterti e a farti pensare.

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Il dub venato free-jazz Il battito del cuore (parole di Linton Kwesi Johnson), l’ipnosi sferzante Acqua di luna, la poesia metropolitana de L’uomo sul balcone di Beckett, l’hardcore evoluto Hollywood Army/Big Black Mothers affermano lirismo e necessità come i chiaroscuri di Micrò Micrò e la commovente Elena 5 e 9, come la marziale Nel giorno secolo e un’armoniosa À suivre che pare opera di Nino Rota. Integrità, determinazione, genio. Non classificabili, Franti, e Non classificato è infatti la raccolta che mette fine alla vicenda sfoggiandone la discografia completa, autentico patrimonio culturale di importanza che cresce nei decenni contribuendo a collocare l’oggi in prospettiva. Perché è solo sapendo da dove veniamo che possiamo ipotizzare un futuro punto di approdo.