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XTC: insediamenti pop britannici

Un bel segnale quando fatichi sette camicie per decidere “il” disco più rappresentativo di un artista. Lo stesso se lo scambio di opinioni con gli amici sull’argomento sfocia in (bonarie) liti tra membri della Crusca Rock. Per esempio, anni di discussioni hanno comprovato che, come per i R.E.M., non ha senso consigliare a eventuali neofiti un solo titolo degli XTC. La loro profonda intelligenza può essere riassunta mettendo in fila il Revolver della new wave (Drums & Wires), un Album Bianco tinto di verde (English Settlement) e il magnifico psych-pop agreste di Skylarking. Almeno.

La discografia dell’Estasi insomma conta – ehi, ecco un altro parallelo con i Fab Four georgiani! – giusto un paio di episodi un po’ fiacchi e comunque anche lì qualcosa di pregiato o degno lo trovi. Sai la rabbia, al pensiero di quel che meriterebbe la premiata ditta Partridge & Moulding… Mi consolano la bellezza senza tempo di gesta che parvero subito classiche a chi capì la sapienza nel cogliere il momento e insieme trascenderlo, la capacità di aprire finestre nella mente e nel cuore dell’ascoltatore, l’arguzia nel sondare nuovi territori. La sostanza del Genio pop, ecco.

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Chiedi ai Lennon, ai McCartney, ai Brian Wilson, ai Ray Davies se non sai come si fa. E chiedi a Andy e Colin, che dalla sonnacchiosa Swindon, Wiltshire, graffiarono il tronco sixties albionico con schegge post-punk e devianza beefheartiana. Ricetta ignorata da un grande pubblico irrimediabilmente separato dal senso di avventura del decennio favoloso, ciò nonostante un’epoca d’oro in confronto a oggi: un’epoca in cui esporsi su quattro facciate costituiva un gesto importante. Il più importante. Dal febbraio 1982 English Settlement troneggia negli scaffali avvalorando la tesi appena esposta; strano ma vero, è tra i pochi “successi” della band, siccome giunse quinto tra i 33 giri nazionali trainato dal jingle-jangle mutante del singolo Senses Working Overtime, a sua volta piazzatosi sul fondo della relativa Top 10.

Metto su l’album per l’ennesima volta. Poi un’altra e un’altra e insomma sono di nuovo al gancio. Lo conosco a memoria, tuttavia mi stupisce l’attualità (citofonare Field Music, per favore) di un suono con solide fondamenta: penna raffinata ed eterogenea e arrangiamenti fantasiosi però calibrati. Strabiliante equilibrio tra atmosfere trasformate dall’introduzione di chitarre acustiche e a 12 corde e di un’elettronica “umanista” e le spontanee bizzarrie di sempre. Applausi dunque anche all’ingegnere del suono Hugh Padgham per aver fotografato ogni sfumatura di un’estrosa popclopedia di un’importanza che il tempo seguita a ingigantire.

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Lungo le sue pagine, alla forma smagliante di Moulding – autore della squillante Runaways, dell’irresistibile Ball And Chain, di una fragrante English Roundabout dalla ritmica dispari, della frenetica Fly On The Wall – Andy risponde con metodica follia (Yacht Dance: reggae spagnoleggiante per alienati sorridenti; Down In The Cockpit: medesimi destinatari ma isterico funk), indagini sociali tutt’uno di Kinks e Blur a venire (Leisure), arguti “falsi etnici” che raccolgono il testimone attitudinale dai Can e parte dell’estetica dai Talking Heads (Melt The Guns, It’s Nearly Africa). Splendida e significativa, la copertina raffigura il cavallo bianco di Uffington tra metafore ataviche vestite a nuovo (Jason And The Argonauts), sfoglie d’ansia (Snowman), timori (No Thugs In Our House).

E il futuro dietro l’angolo, sia nel tondo melodiare di All Of A Sudden (It’s Too Late) preludio di Mummer che in brani forse già pensati esclusivamente per lo studio di registrazione. Dopo una manciata di date del successivo tour mondiale Andy Partridge dirà basta. Emulerà i Beatles spalancando la porta a una paura da palcoscenico usata come maschera protettiva. Consegnati gli XTC alla Storia, oggi sommerge i seguaci di tweet e ritagli e frattaglie del proprio Talento. Così lontano e così vicino, lui che con pienissima ragione cantava this is pop!

Martin Newell, pop gentleman

In un lontano futuro Martin Newell lo avrebbero clonato in laboratorio mescolando i DNA di Ray Davies, John Lennon e Syd Barrett. Invece si è fatto da sé molto ma molto prima per conferire ulteriore dignità a quella meraviglia chiamata “pop inglese”. Immagino che la maggior parte dei lettori si stia chiedendo “Martin chi?” Martin l’ultimo popcentrico d’Albione, ecco chi. Dotato di sapienza melodica, eclettismo e humour affatto comuni, costui appartiene con pieno diritto al club fondato dai nomi di cui sopra e frequentato da Andy Partridge, Robyn Hitchcock, Bid, Dan Treacy: “Ovviamente mi sento vicino a Beatles, Barrett e Kinks, ma gli altri sono più mei contemporanei che influenze. Ai tempi dei Cleaners From Venus ci chiamavano i ‘Beatles DIY’, il che dice molto di come lavoro su scrittura e arrangiamento: da dilettante ispirato, lascio che le cose accadano, e se non funziona, inizio qualcos’altro.” Sperando che adesso vi si sia accesa una certa curiosità, prima di scendere nel dettaglio desidero ringraziare Mr. Newell per l’estrema disponibilità con la quale ha rilasciato le dichiarazioni che state per leggere.

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Nato nel 1953 sotto il segno dei Pesci in una famiglia di militari, gironzolava per l’Oriente tornando in terra natia a tredici anni: “Il risultato del viaggiare forzato è stato che per tutta la vita ho sentito il bisogno di fermarmi in un solo luogo. E non essere in Inghilterra per gran parte del periodo 1964-1967 mi ha fatto sentire defraudato della mia estate culturale”. Nonostante ciò, buttava giù canzoni ascoltando i classici del periodo e hai detto niente. Dura però la gavetta: ventenne entra nei glamster Plod come cantante ma resta fregato dall’etichetta (“Eravamo molto giovani. Fu una faccenda piuttosto tipica: avevamo registrato dei pezzi e firmato un contratto in attesa che accadesse qualcosa. Non accadde nulla.”) e soltanto Neo City riaffiorerà nel 2003 sulla compilation Velvet Tinmine. Non si perde comunque d’animo e nel ’78 risponde con i Gypp e un EP prog-pop randellato dalla critica; ustioni su tutta l’anima, pubblica un altro 45 giri nel 1980.

Poi si chiude in casa e con l’amico batterista Lawrence Elliot inventa i Cleaners From Venus – nome scelto perché entrambi sbarcano il lunario come camerieri e lavapiatti – e un pop chitarristico sopraffino. Sono gli unici nel sottobosco di chi si affida alle pubblicazioni su cassetta ed ecco un primo pregio. L’altro, assai più importante, è l’alto livello di brani eccentrici però lesti ad agganciare con armonie dolceamare e arpeggi sospesi tra colori fab sixties, minimalismo new wave e modelli trasfigurati con carattere: “Se per trasfigurazione intendi il modo in cui la musica ha preso forma, probabilmente si tratta di limiti tecnici. Volevo tentare di scrivere grandi canzoni, ho imboccato una strada e per caso ho trovato qualcosa di personale.”

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A metà degli Ottanta la cosa inizia a farsi un tot più professionale con ll tastierista Giles Smith, mentre il successo di nicchia dei carbonari nastri ha come conseguenza uscite in vinile e alcuni tour. Ora di congelare il progetto ed (nel mezzo gli apprezzabili Brotherhood Of Lizards) esporsi in prima persona. Se siete ancora qui, la vostra pazienza sarà premiata da gemme a mezza via tra XTC e Television Personalities come Julie Profumo e Living With Victoria Grey, dalla Only A Shadow nervosamente appiccicosa che gli MGMT rileggeranno, dai pastelli di Clara Bow, dall’anticipo di Field Music Summer In A Small Town, dalla trasognata Sunday Afternoons. In ogni caso è solo la punta di un iceberg d’oro che vi invito a visitare ed esplorare con comodo, siccome nel 2012 la Captured Tracks ha lanciato un legalissimo programma di ristampe dei Pulitori Venusiani e di scusanti non ne avete.

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Tornando a bomba, nel 1993 Martin è contattato da Andy Partridge: “Qualche discografico pensò che avremmo dovuto collaborare. Lui ha un umorismo simile al mio, ma è un perfezionista e per una volta ho acconsentito a non fare di testa mia. Pensavo che sarebbe stato un esperimento interessante e ci siamo divertiti, anche se continuo a preferire il caos e la mia solita anarchia”. Frutto dell’unione il delizioso The Greatest Living Englishman, scintillio mid-fi surrealista (We’ll Build A House, When My Ship Comes In, Goodbye Dreaming Fields) e agreste (Home Counties Boy, Elizabeth Of Mayhem) che si porge stralunato (una notturna, pianistica Straight To You Boy; la marcetta corretta a jazz e LSD A Street Called Prospect) e all’occorrenza leggiadro (Before The Hurricane, Christmas In Suburbia: attenti però a parole tra il satirico e l’amaro) senza che l’unità d’insieme venga meno. Anzi: se la title-track squilla acid-pop e She Rings The Changes aggiunge “power” alla ricetta, The Green-Gold Girl Of The Summer centra il capolavoro ospitando Captain Sensible alla (fumigante) chitarra e sistemando i Kinks nei solchi di For Your Pleasure. Alla sua reperibilità non agevole rimedierà alla fine del mese prossimo sempre la Captured Tracks con una nuova ristampa e dunque regolatevi.

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Disco che l’assidua frequentazione arricchisce rivelandone tonalità e sfumature, The Greatest Living Englishman fotografa appieno l’estro e il talento dell’artefice, il quale tuttavia dissente: “Forse quell’album rappresenta un mio Sgt. Pepper’s ma non è necessariamente il migliore. Di certo è il più coeso, quello più gradito agli ascoltatori di gusto… come dire… classico.” Lo sguardo tagliente misto di tra disincanto e sogno tipico della provincia, da Wivenhoe – novemila abitanti nel mezzo dell’Essex – questo iperattivo signore non si è più fermato e perché mai avrebbe dovuto.

Nel volgere di un biennio replicava con The Off White Album, barocco con gusto e arrangiamenti offerti da Louis Philippe. Poi, con piglio da moderno uomo rinascimentale, seguivano altri dischi solisti, l’attività di giornalista e poeta, il ritorno dei Cleaners From Venus e un’altra formazione chiamata Stray Trolleys. Dio salvi questo sommo artigenio, ché di gente come lui abbiamo un bisogno assoluto. Nei secoli dei secoli.

Wonderboy: l’amara poesia di Ray Davies

A partire da ‘Waterloo Sunset’ ho sempre pensato alle canzoni in senso visuale, prendendo annotazioni sulle scene.“ (Ray Davies, 1983)

Al numero sei di Denmark Terrace, a Muswell Hill, Londra nord, c’era una porta con scritto sopra “Davies”. Lì è cresciuto Raymond Douglas, penultimo di un plotone dalle origini operaie composto da sei sorelle (una lo alleverà a suon di dischi: sia benedetta in eterno) più il fratello Dave. Dal chiasso quotidiano viene su da tipico introverso che guarda le cose da fuori e quanto è perfetto ciò per incubare il prototipo di scrittore di mini-drammi e commedie pop. Perché questo è Ray Davies: un osservatore che, come ogni grande narratore, della gente cattura pensieri e respiri. Prende nota dalla finestra come l’io narrante di Waterloo Sunset, che vive una malinconica gioia nelle crepe del suo isolamento un po’ misantropico – che dici al riguardo, Morrissey? – scrutando gli amanti Terry e Julie fuori dalla metropolitana.

A scuola cantavo nel coro. Poi arrivò la pop music a liberarci e la classe operaia ottenne una voce. Non c’ero solo io: c’erano John Osborne, Alan Sillitoe, gli Angry Young Men, il teatro e il cinema.“ (Ray Davies, 2010).

Di fatto, senza costui è impossibile concepire Elvis Costello e Paul Weller, Andy Partridge e Mark E. Smith, Damon Albarn e Eddie Argos. E’ qui infatti che il pop britannico inizia a sposare testo e contesto; a “vivere” se stesso nell’ambiente sociale che lo genera e che, a sua volta, da esso viene forgiato. Merito di un amabile anarco-passatista che, a suo modo rivoluzionario, si è consegnato progressivamente a un’Arcadia di tradizioni idealizzate: la provincia e i suoi lenti riti, la struttura sociale inamidata come i colletti degli impiegati ministeriali, le colonie e l’Impero decaduto.

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Un Genio così fuori sincrono con la propria epoca da saperla tratteggiare perfettamente e, no, non è un controsenso. Perché la sua scelta era di fatto l’unica via per la felicità e, allo stesso tempo, la fuga da un Dead End Street che significava essere Mick Jagger o John Lennon. C’era invece una terza opzione: mostrare che quell’epoca non era fab per chiunque. Assume così un altro significato il parallelo con Mark E. Smith, Re dei Cani Sciolti & Fustigatori d’Albione, misuratosi con Victoria e continuatore della tradizione col suo caustico humor che cancella i Gallagher e Doherty senza qualità che appestano quell’isola dove piangi quando arrivi e quando te ne vai.

Prova ne sia che, nella vicenda che sto per sintetizzare, il rock è confinato all’inizio e alla fine, come la scorza che custodisce l’aurea anima pop con la quale Ray, tra il ritratto impietoso della realtà e la sua trasfigurazione mitologica, ha offerto magia indimenticabile. Al punto che vorrei fondare una “Società per la Conservazione di Ray Davies”, perché l’uomo è diventato vecchio in fretta siccome vecchio già era da ragazzo, al punto che nel 1970 – appena ventisei le primavere! – affermava di voler ritornare scimmia. Un giovane dal cuore maturo, insomma, che proprio per questo ha scritto cose senza tempo. Cristallino, dunque, il suo ruolo di Noel Coward e/o William Hogarth della Canzone e  se pensate dunque di poterlo valutare con parametri normali, siete fuori strada. Oppure siete Piero Scaruffi e io non voglio avere a che fare con voi. All day e, ovviamente, all of the night!

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Negli anni tra 1940 e 1950, in Inghilterra crescono un paio di generazioni che traggono forza dal secondo conflitto mondiale e dal suo dopo. Incanalando la tragedia in una serie di cambiamenti, mettono in atto un rovesciamento dal quale i giovani emergono come categoria socio-culturale e di mercato. Ray è del giugno ’44 e lo scapestrato Dave del febbraio ‘47, perciò la trafila è la solita: da Elvis Presley, Chuck Berry e il blues si ricava una palestra ingenua e utile chiamata skiffle, tenendosi stretti (per lo stile vocale e compositivo, rispettivamente) i crooner e il music-hall da impastare a rock’n’roll e soul. Al pari di tantissimi altri, i due frequentano la scuola d’arte, fanno comunella con il bassista Peter Quaife e, dopo una sequela di ragioni sociali e andirivieni, nell’estate 1964 formano i Ravens con Mickey Willet alla batteria.

Un demo plana sulla scrivania di Shel Talmy, produttore per la Pye, ma la competizione è durissima. Si sbarazzano di Willet per il solido Mick Avory e cambiano definitivamente nome, tuttavia il primo paio di singoli cade nel vuoto: Stones, Animals e Beatles sono su un altro pianeta e manca la scintilla che faccia la differenza. Scintilla che giunge sotto forma di uno tra i riff più imitati di sempre – dal punk all’hard passando per garage e power-pop – che scatena centotrentaquattro secondi di angst adolescenziale. You Really Got Me imprime una svolta alla loro carriera e alla musica leggera saltando nel futuro dal trampolino di Louie Louie sulle ali di una selvatica distorsione. Con una Stop Your Sobbing che Costello deve aver memorizzato e i Pretenders rileggeranno, è l’unico asso di The Kinks, album d’esordio che in ottobre per il resto offre Merseybeat, blues, errebì e rock’n’roll primigenio a rimorchio di voghe rapide.

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Come peraltro è la presa di un altro singolo, che ricalcato sul precedente rende la band famosa anche negli U.S.A.: a fine annata, All Day And All Of The Night è alla seconda piazza nazionale e alla settima yankee. In tutto questo bailamme, i quattro pubblicano pregevoli EP, accumulano esibizioni e si incazzano tra loro. A inizio ’65 Kinda Kinks indica un autore in cerca di sé che attinge dalla Motown e insegue un’impossibile eterna gioventù, regalando la maiuscola Tired Of Waiting For You e piazzando sul piccolo formato l’arguzia esotica di I See Friends. Non siamo di fronte a una “two hit wonder”, insomma, come ribadiscono Kontroversy (forte della sciccosa ‘Til The End Of The Day e delle avvisaglie nostalgiche Where Have All The Good Times Gone e Ring The Bells) e l’ennesimo brillantissimo 45 giri, che su un lato irride la moda (Dedicated Follower Of Fashion) e dall’altro commenta la noia della modernità (Sittin’ On My Sofa). Serve una tegola sulla testa per tirare il fiato e approdare al Capo d’Opera: l’ennesima rissa sul palco bandisce i Kinks dagli States per un quadriennio. Stop alla mattanza “on the road” e via alla creazione del piccolo mondo antico di Raymond, che da quello attuale (rutilante e colorato, nondimeno vacuo al nocciolo) è stato cacciato. Non che se ne dolga granché, com’è del resto logico.

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Introspezione, acredine classista e malinconia sono gli ingredienti extra-musicali di Face To Face, scrigno con quattordici diamanti pop-art trainati dal successone Sunny Afternoon, che spodesta Paperback Writer dal primo posto in madrepatria e incarna l’epitome sonora di un paese che a luglio ‘66 è campione del mondo di calcio e detta le  regole dello stile. Manifesto dei suoi giorni tanto quanto è sempreverde (laddove il coevo Revolver è anche finestra spalancata sul domani), ospita Nicky Hopkins alle tastiere e – tra l’ironia a rotta di collo di Party Line e gli struggimenti di I’ll Remember – infila folk-beat elisabettiani (Rosy Won’t You Please Come Home, Too Much On My Mind), raga (Fancy) e accenni psichedelici (Rainy Day In June). Senza tralasciare stilettate (Dandy), omaggi (Session Man) e berline (House In The Country: ciao, Blur; Holiday In Waikiki, Most Exclusive Residence For Sale: ehilà, The Fall).

Saggio di un Talento che si permette di confinare su 7” l’inno garagista I’m Not Like Everybody Else e accidenti se è vero, sigla l’inizio dell’epoca d’oro del Raimondo, lesto ad autoesiliarsi nel “Kinkdom” celebrato (come pasticceria golosa per l’Afternoon Tea…) da Something Else. Scordatevi le tangenti acide: anche se siamo nel 1967, si narrano i drammi in sedicesimo di Death Of A Clown (con Dave, sugli scudi anche in Love Me ‘Til The Sun Shines) e del delizioso acquerello ibseniano Two Sisters. Il rock si nasconde nella dylaniana Situation Vacant e si mescola a marcette (Harry Rag, Tin Soldier Man), bossanova (No Return) e incantati stordimenti folk (Lazy Old Sun, End Of The Season). Scatola di dolciumi mai a rischio di carie, inventa i Jam tramite David Watts e termina con il racconto più fulgido del Davies, una Waterloo Sunset tra i vertici assoluti del Pop.

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I ragazzi intanto sono usciti dalle classifiche e dal circuito concertistico, essendo l’interesse rivolto al 33 giri quale unica forma espressiva che soddisfi appieno le aspirazioni del leader. Sono comunque bellissime le Autumn Almanac, Wonderboy e Days che chiosano il distacco agreste di The Village Green Preservation Society. Tra i concept album uno dei pochi azzeccati e opera sul serio controcorrente per come loda valori antichi allorché tutti “vogliono il mondo e lo vogliono adesso”. Spartano ma curato come l’artefice desidera, profuma di stupore (Starstruck, Monica) e minuteria gozzaniana (la title-track e la gemella più meditativa Village Green, Picture Book), di penna fragrante (la tesa Big Sky, le inquiete Wicked Annabella e Sitting By The Riverside) e arrangiamenti calibratissimi (una Phenomenal Cat con accartocciate in tasca le pagine di Lewis Carroll, il racconto in prima persona e onomatopea blues da manuale Last Of The Stream Powered Trains).

Ci sono la celebrazione, l’amarezza e l’amicizia e, più d’ogni altra cosa, il secondo masterpiece che vede la luce assieme all’Album Bianco. Intanto Peter Quaife abbandona (morirà nel giugno 2010) per John Dalton, il bando decade e si può tornare nel Grande Paese. Non prima di aver pubblicato Arthur, rock opera dall’eloquente sottotitolo “o il declino e la caduta dell’Impero Britannico”. La preferisco alla brodaglia di Tommy e tuttavia viaggia lontana dall’inarrivabile S.F. Sorrow dei Pretty Things, ma mica è colpa sua. Trattasi del concept esplicito dopo quello implicito, intessuto di riflessioni sull’Inghilterra con gli occhi (autobiografici) degli anti-eroi comuni, del quale a volte persuade poco il tono strumentale più pesante, dagli esiti a ogni buon conto preziosi in Brain Washed e Australia. Che la leggerezza non sia ancora sparita lo comprovano l’irresistibile Victoria, una mesta Some Mother’s Son, l’amara Shangri La, la delicata Young And Innocent Days e il disinvolto brano omonimo.

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L’ingresso del tastierista John Gosling non può certo iniettare nuova linfa, sebbene la sua prima apparizione sia in Lola, tenera polaroid di confusione sessuale nelle chart di ambedue i continenti e vertice di Lola Versus Powerman And The Money-Go-Round, Part One, inatteso successo al botteghino gonfio di fiele contro lo showbiz e di rock rancoroso. Altri apici la satira Apeman, il quadrato blues The Contenders, la stoniana Got To Be Free e una This Time Tomorrow liricissima, però, al di là del risultato buono ma non a caso altrove troppo rigido, preoccupa un autore che soffoca il mezzo con i messaggi. Che, esaurito il sarcasmo, fa il pieno di cinismo. Ne avrà bisogno: i Settanta sono arrivati. Lo spartiacque lascia inizialmente perplessi: Percy imita per approssimazione e fiacchezza la pellicola cui fornisce il commento.

Mr. Ray lascia di stucco un’ultima volta con un disco che nel ’71 varca la porta della RCA dietro cospicuo anticipo. Muswell Hillbillies racconta l’Inghilterra con i suoni dell’Ovest americano, superba chiusura di cerchio che tratteggia storie di suburbia a passo di country, jazz old time e blues-pop bolaniani. Nel compatto insieme, da citare almeno la solida 20th Century Man, il crepuscolo Oklahoma, U.S.A. e una Alcohol che è chanson folk secondo Leonard Cohen. Ultimo avamposto prima della ritirata in un carapace di ambizioni mal riposte: due anni e Everybody’s In Showbiz mescola materiale di studio e live, piazzando sulla graticola il rapporto con l’industria dello spettacolo in un calderone un po’ confuso da cui estraggo la lucidità tematica e la psicanalitica Sitting In My Hotel, una rassegnata Celluloid Heroes e una briosa Supersonic Rocket Ship.

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Il rapporto con Dave è allo stremo e regnano disincanto e magniloquenza, così che il triennio ’73-’76 porta tediose rock oper(in)e come Preservation Act (ben due tomi…), Soap Opera e Schoolboys In Disgrace, problemi di droga, depressione, una crisi matrimoniale. Brusco il risveglio nel 1976, con il passaggio all’Arista e – annusando i punk loro figli – il “lifting” che dà alla gente ciò che vuole. Ovvero hard-rock tagliato su misura per le arene americane infiammate dai Van Halen che hanno raccolto You Really Got Me facendo fortuna. Oltreatlantico, Sleepwalker sarà nel ’77 un successo replicato l’anno seguente da Misfits, e mentre Jam e Knack, Pretenders e Clash omaggiano i Nostri, Low Budget (1979) e Give The People What They Want (1981) completano la riconquista.

Nondimeno, se volete un solo LP che fotografi quel periodo, il live One For The Road che sigla il decennio è l’ideale, meglio se accoppiato a State Of Confusion dell’83, carino e trainato dall’amarcord Come Dancing, singolo con relativo video (praticamente un cortometraggio) in rotazione sulla giovane MTV. Raymond ha però ormai imboccato un tunnel di reducismo e spossatezza, alla musica preferisce il cinema e incastra un poker di LP trascurabilissimi tra la fine dell’amore con Chrissie Hynde, l’addio di Avory e il passaggio alla Columbia.

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Ultimo guizzo, nel 1994 To The Bone rivede i successi gloriosi in chiave unplugged. Merito dei corsi e ricorsi, se la lezione dei Kinks torna sotto i riflettori nell’anno del Britpop, allorché Davies funge da padrino a Blur, Supergrass e Oasis e promuove l’autobiografia “X-Ray”, strutturata e concepita come un romanzo. Pleonastica la sua carriera solistica, lamentatevi voi se questo Grande non ha un Time Out Of Mind all’orizzonte. Io non me la sento. Mi duole già più che abbastanza saperlo paranoico e amareggiato, anziano che non regge il peso di Cronos che, impietoso, porta via tutto. Compresi – e davvero c’è mancato pochissimo – lui stesso e Dave.

Mentre termino queste righe, i fratelli hanno riposto i coltelli in via (forse) definitiva e si mormora di una possibile reunion. Spero non si concretizzi. Mai. Preferisco tornare con la mente al festival di Glastonbury 2010, quando – dedicata gran parte della scaletta a Quaife – durante Days Raymond quasi scoppia in lacrime. Annodo quella sera al momento di Live At Kevin Hall (AD 1968) in cui la folla di adolescenti intona Sunny Afternoon al suo posto. Una morsa mi serra il cuore. Ogni cosa è illuminata. Se vi recate a Denmark Terrace, al numero sei non troverete nessuna targa. La vorremmo in tanti, però. Se possibile, d’oro zecchino.