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Red River Dialect: Arcadia melanconica

Una regola più ascoltata che scritta chiarisce che la popular music è una forma d’arte figlia del coraggio e di un “fare come qualcun altro” che il talento trasforma in “fare a modo tuo”. Un percorso che magari può condurti tra i classici, dove non è permesso bluffare e non c’è posto per i paraventi. In loro vece, qualcuno ci sistema arnesi antichi da lustrare per comunicare certezze e/o dubbi attuali. Questo dovrebbe sempre fare un folk degno di tal nome: raccontare l’adesso con l’eternità e viceversa.

E questa caratteristica è uno dei pregi che rendono degni di interesse i Red River Dialect, sestetto guidato dal cantante e compositore David Morris raccoltosi a Londra dalla Cornovaglia per una collana di album, culminati quattro anni or sono nel Tender Gold And Gentle Blue che affrontava la dipartita del padre di Morris. Gesto all’antica che indica quanto per costui i dischi siano vissuti. Quanto li consideri cronistoria di circostanze e momenti dell’esistenza. Come album, sì, ma fotografici.

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Voglio credere che per questa ragione la Paradise Of Bachelors abbia voluto la band con sé. Perché certe mature riflessioni si comportano al pari di istantanee altrui delle quali non vuoi più fare a meno. Non sono mere pantomime: incuriosiscono, scuotono, confortano e lo sa iddio, se esiste, quanto bisogno abbiamo di dischi siffatti. Ora, affrontati il distacco e la caducità, è il momento per Morris di affidare a virili struggimenti il significato e il peso di giorni privi di coloro che abbiamo amato.

Una malinconia di guarigione da ferite interiori costituisce infatti l’intima essenza di Broken Stay Open Sky, quaranta e rotti minuti (incisi in diretta e custoditi in una splendida copertina cui il vinile rende giustizia) che meritano affetto anche per la destrezza delicata e sottile con la quale evitano i cliché. Senza spingersi nelle argute sperimentazioni di Books e Tunng, il trasognato e approccio dei Red River Dialect alla tradizione d’oltremanica è un mare falsamente quieto in cui mi è dolce naufragare.

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Ispirandosi a Tindersticks e Red House Painters, i moti dell’animo sono avvolti in scorze elettroacustiche, in dilatazioni e moviole aeriformi che non disdegnano l’impennata. Ascoltare per credere Kukkuripa, sinuoso gioiello che in scaletta segue una Juniper/The View da Lambchop che si immaginano Waterboys. L’aprirsi lento ma invitante – come fosse il cancello di un giardino incantato – costituisce un incipit perfetto quanto il commiato Campana. Il suo violino incastonato su un crescendo di mesta, lirica innodia affidata a voce e piano saluta dopo una sfilata di delizie: Open Sky (bell) aggiunge alla ricetta il battito del cuore celtico di Van Morrison, Aery Thin è giusto mezzo tra Stuart Staples e Mark Kozelek con schizzi di Spain, a una nervosa Gull Rock che piacerebbe a Richard Thompson e tuttavia sorprende con la fulminea coda kraut-floydiana, risponde il Mark Hollis che esce dall’isolamento e regala la meditativa sfoglia Cinders.

Arrivato in fondo, desideri subito ricominciare e ci vuole poco per capire il motivo. Broken Stay Open Sky incarna un concetto puro di musica della gente per la gente, al di là di etichette e definizioni. Musica curiosa e appassionata, fatta di mezze tinte e chiaroscuri più splendenti di qualsiasi roboante proclama o intellettualismo vacuo. Qualcosa di molto prezioso in questi tempi tristi e incerti.

L’inquietudine del cantautore solitario: John Murry

Quanto è bello il rock quando con un sorriso ti culla nell’illusione di averle sentite tutte e poi ti svela un talento fino a poco prima sconosciuto. Espletata la formalità del “mea culpa”, peraltro comprensibile nel folle marasma odierno, hai un nuovo tesoro da custodire e che felicità! I lettori di questo blog saranno a conoscenza del fatto che c’è stato un tempo in cui il sottoscritto (coronando un sogno cullato fin dall’adolescenza) collaborava con una nota, gloriosa rivista musicale che nel frattempo è divenuta la succursale hipster di “Vanity Fair”.

Ciò mi permise di intervistare artisti ammirati da sempre, rivelatisi inoltre squisiti dal punto di vista umano. Ad esempio: veri Signori i Breathless, con cui parlai nel novembre di diversi anni fa. Da quella telefonata, Ari Neufeld e Dominic Appleton mi inviano regolarmente graditissimi cadeaux editi sul loro marchio discografico Tenor Vossa ed è stato così che ho scoperto John Murry. In ritardo, che volete farci. Del resto appartiene ad altre epoche anche la maniera con la quale il suo nuovo LP si apre all’ascoltatore.

John Murry

A Short History Of Decay è infatti un autentico slow burner dove abitano Mark Eitzel, Kurt Wagner, Mark Linkous. E’ una faccenda romantica e bella e non potrebbe darsi altrimenti, siccome John – subito glielo leggi, nello sguardo – ha alle spalle una vita che lo ha preso un bel po’ a calci. Con il pizzico di gotico sudista che non guasta, nasceva nel 1979 in quella Tupelo e dite se non è un segno come l’attuale domicilio in Irlanda. Nel mezzo di tutto e di più: una parentela tramite adozione con la famiglia Faulkner, l’autismo non diagnosticato, la folgorazione per Tom Petty.

E poi: un adolescente che si fa le ossa a Memphis, le decine di band, il trasloco a San Francisco per la carriera solista assistito da Chuck Prophet e Tim Mooney, batterista degli American Music Club, infine la tossicodipendenza. Su tutto, un album bello da far male ma bene, The Graceless Age, che nel 2012 incassava gli elogi di “Mojo” e “Uncut” e conteneva una Little Colored Balloons bastante da sola a giustificare una carriera. Il relativo tour era un ulteriore mettersi a nudo, la pelle strappata sera dopo sera sul palco, ma all’improvviso Mooney moriva e di nuovo era il caos a regnare. Quanto costruito con pazienza svaniva: moglie, figlia, l’esistenza intera.

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Per fortuna, lungo la sua traiettoria impazzita Murry si è imbattuto in Michael Timmins, letteralmente folgorato a Glasgow da un’esibizione di spalla ai Cowboy Junkies. Fatta la conoscenza, i due si scrivevano regolarmente e a un certo punto saltava fuori l’idea di un disco. Il resto è cronaca della settimana scorsa: un titolo che omaggia Emil Cioran e dieci canzoni – nove autografe, più una rilettura stellare posta in chiusura di What Jail Is Like degli Afghan Whigs – avvolte con Timmins in arrangiamenti misurati e spontanei.

Canzoni che camminano sicure nel perimetro stilistico di cui sopra senza (s)cadere nella fotocopia, più che altrove nella Silver Or Lead che aggiunge aromi di primi Tindersticks, nell’acusticheggiare alla Springsteen di Wrong Man, nelle trasparenze raccolte dagli Sparklehorse per When God Walks In. Se Come Five & Twenty si porge insieme virile e delicata, Defacing Sunday Bulletins toglie catrame dalla gola di Mark Lanegan e Under A Darker Moon e Countess Lola’s Blues (All In This Together) le vorresti programmate ogni giorno sulle onde FM del globo. Mi piace credere che tu sia una fenice, John. E che non ci deluderai mai.