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Thyme Perfumed Gardens-8: Faine Jade

E’ un venerdì tredici del duemilatredici, ma non è una serata che porterà (doppia) sfortuna. Anzi, qualcuno potrà anche dire di aver vissuto un momento di storia dell’underground al concerto decembrino in cui a un certo punto gli MGMT accoglievano sul palco Chuck Laskowski. In tutta risposta, immagino silenzi inframezzati da bisbigli del tipo “Chuck cosa?” e “ma chi diavolo è?”. Dopo di che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden ci riprovavano: “Signore e Signori, siamo orgogliosi di presentarvi Faine Jade!” Mi chiedo quali altre reazioni possa aver avuto la nutrita platea. Forse qualche intenditore si sarà ricordato del “Barrett d’America” e avrà gioito nel vederlo eseguire con la fedele chitarra Hagstrom Introspection, la sua composizione riletta dai newyorchesi sul terzo album.

In precedenza era infatti accaduto che Chuck l’avesse ascoltata e apprezzata: il tour del duo nelle vicinanze, inoltrava un’educata richiesta di biglietti gratuiti. Biglietti che, in caso di rifiuto, avrebbe comunque comprato. Si ritrovava viceversa invitato sul palco e, oh fratelli, che bizzarra la vita a volte! Come molti oscuri manufatti psych, le copie originali di Introspection: A Faine Jade Recital passano di mano a cifre esose: nondimeno il disco è da possedere per una popedelia ruvida e riverberata in distorte bolle multicolori con le quali giurerei si siano baloccati in tanti, dagli Steppes a Jacco Gardner passando per Green Pajamas e Morgan Delt. Sappiate che è disponibile con una spesa contenuta in un CD Big Beat e su vinile Sundazed. A voi la scelta, ché se la psichedelia è il vostro pane, non vi dovreste rinunciare.

faine

Avere vent’anni nei ‘60 e non suonare garage: vi pare plausibile? Questo faceva giustappunto Laskowski, trasferitosi dodicenne da Brooklyn a Long Island e transitato in una sfilza di formazioni, apice quei Rustics in combutta col fratello Jeff il cui singolo Look At Me/Can’t Get You Out Of My Heart (recuperato nel ‘92 su It Ain’t True con altri juvenilia niente male) spingeva l’etichetta Laurie a ingaggiarlo in qualità di autore insieme all’amico Nick Manzi. A fine 1966 costui fonda i sulfurei Bohemian Vendetta e Laskowksi (ribattezzatosi Faine Jade dopo che il nome gli era apparso in sogno…) pubblica su Providence il 45 solistico Love On A Candy Apple Day/It Ain’t True. Un anno ancora e con la band dell’ex socio incide i demo che assicurano l’accordo con la piccola RSVP di Manhattan.

Saranno ancora i Bohemian Vendetta – Manzi addirittura co-firma buona parte della scaletta – più Bruce Brandt all’organo e Randy Skrha alla batteria ad affiancare Chuck negli Ultra Sonic Studios frequentati da Iron Butterfly e Vanilla Fudge. Merito anche delle necessità imposte da un budget non ampissimo se pompa magna e sbrodolate brillano per assenza in Introspection: A Faine Jade Recital, fascinoso e percorso da echi di quei Pink Floyd che l’autore ritiene essere un accostamento assai lusinghiero, sottolineando di averli in ogni caso ascoltati solo dopo la pioggia di paragoni. Gli credo, ché oltreoceano The Piper At The Gates Of Dawn fu una faccenda per carbonari ed è ragionevole pensare che lo spirito dei tempi abbia aggiunto qualcosa al suo talento.

introspection

Dal 1968 Introspection: A Faine Jade Recital brilla di uno stile che – venato di garage e folk-rock, costellato da trucchi sonori e stridori – vanta uno spiccato carattere nel piglio yankee con cui tratta l’inglesità. Al netto di due interludi strumentali, sono deliziosi il misconosciuto classico acid-jangle-pop della traccia semiomonima, una Dr. Paul Overture sospesa tra Piper… e Revolver, il Syd che pasticcia felice con David Crosby lungo On The Inside There’s A Middle. Per tacer della storta e anfetaminica Ballad Of The Bad Guys, di una Cold Winter Sun Symphony In D Major che addirittura preconizza i Galaxie 500 e di A Brand New Groove, decollo tra polaroid di Stones s(tra)fatti e atterraggio nel dopodomani degli Only Ones. Ascoltare per credere. E per applaudire anche una Stand Together In The End pescata dal lisergico asilo Magical Mystery Tour, l’intricato telaio percussivo di People Games Play, l’epidermica I Live Tomorrow Yesterday, il proto-Paisley Don’t Hussle Me.

Chiudono i cinque minuti e mezzo di Grand Finale tra improvvisazioni, rumorismo, effetti. Di successo commerciale non se ne parla. A fine decennio Chuck si trasferisce a sud e collabora con i Second Coming, ormai pronti a divenire Allman Brothers; nei ’70 riunisce Manzi e Brandt sotto i Dust Bowl Clementine per il country-rock di Patchin’ Up, apre uno studio di registrazione e lavora per la Buddah. Infine si sposa, va a stare nei pressi di Woodstock e buon per lui che nel frattempo non ha fatto la fine del Testamatta di Cambridge. Siete pronti a sorprendervi?