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Oltre il post-rock: Modern Nature

Nell’arte poche cose sono certe come l’esistenza di un “retaggio”, un patrimonio di memorie storicizza stratificatosi nei decenni che costituisce un punto di riferimento e di partenza. Appendice l’evidenza che i frutti più saporiti crescono dove gli elementi si confondono e il Genio mette (dis)ordine, anche da che Internet ha “spianato” il tempo in una tavola orizzontale dalla quale si pesca di tutto. Finendo spesso per proporre testi senza contesto, affastellati con perizia e acume ma con il sentore dell’esercizio stilistico. Per maneggiare un crossover ardito, più delle acrobazie occorre insomma il talento. Per esempio quello di Ultramarine e Rustin’ Man, che di recente mi hanno spinto a tornare sul canone avant.

Etichetta comoda però utile a delimitare la “cosa” sviluppatasi in coda alla psichedelia, che venne definita underground e prima di incancrenirsi nel progressive riplasmò il rock tramite suggestioni sino ad allora a esso perimetrali prelevate da contemporanea, jazz, etnica. Il non-genere che ne scaturì proseguiva la vena sixties in contesti mutati, smentendo il falso mito che la prima metà dei ‘70 fosse una palude stagnante. Chiamo al banco dei testimoni il krautrock, Canterbury, certe raffinatezze glam e mutazioni folk, i cani sciolti progressisti Brian Eno e Robert Fripp. Può bastare e persino avanzare.

Modern nature

Nel medesimo club colloco chi, ispirandosi al medesimo spirito di apertura mentale, tuttora estende di qualche millimetro le frontiere incrociando tra loro i più vari linguaggi. Metodo in uso sin dall’alba della musica popolare, ma ora propulso da uno stimolo più consapevole che istintivo: differenza sostanziale, siccome per evitare la freddezza bisogna temprare il risultato con le emozioni e con canzoni durature. Solo così il rock resta credibile nell’era post, ci piaccia o meno. Terminata la chilometrica premessa, passo a lodare i britannici Modern Nature, un duo “aperto” che con il debutto How To Live ha contribuito alle suesposte riflessioni. Perché Jack Cooper (ex Ultimate Painting) e Will Young dei Beak sanno eccome il fatto loro.

Sulle prime, il disco sembra sbucare da un 1974 plausibilmente parallelo in cui Eno produce i Faust e i Can condividono la sala prove con Hood e Yo La Tengo, giunti lì dopo aver chiesto un passaggio per Glastonbury alla Incredible String Band. Facezie a parte, il seguito dell’EP Nature sfugge a categorie troppo strette e mostra un’abilità non comune nell’armonizzare gli opposti. Attitudine evidenziata da una ragione sociale che accosta bucolico e urbano e da sonorità multiformi e sfuggenti. Di How To Live potreste infatti sbizzarrirvi a trovare decine di riferimenti e redigere la relativa lista. Fatica comunque superflua, ché ci hanno pensato gli stessi Modern Nature nel booklet, lasciandoci però soltanto l’illusione di mettere le tessere a posto mentre le scompigliano da capo.

how to live

Qui, infatti, una suggestione fugace ne insegue un’altra, un riflesso si sovrappone a un bagliore finché non capisci che l’insieme è personale e inafferrabile. Lo dimostra una scaletta che, legata dalla malinconica voce di Cooper, dipana senza soluzione di continuità un flusso narrativo tra titoli laconici che sono chiavi di accesso al disco e al bagaglio di rimandi dell’ascoltatore. Il mio, di bagaglio, suggerisce che, dopo la delicata intro cameristica Bloom, Footsteps galoppa da Ege Bamyasi a So Far passando per Hoboken; che in Turbulence, Michael Rother mescola Mother Nature‘s Son e Julia; che Nature è uno scontro frontale tra degli Hood ruvidi con classe e un’ipotesi di Notwist trattenuti; che nel capolavoro Criminals, il Re Cremisi più dolce è avvolto dall’allure decadente dei Roxy Music e da un velo post-indie.

E che ai dEUS sotto sedativi di Seance risponde una Oracle intima e aeriforme, e lo stesso per una crepuscolare Nightmares memore di Before And After Science e per l’ipnosi jazz-folktronica Peradam. Cerchio e album si chiudono all’unisono con Devotee, elegia che scatena una giostrina alla Harmonia su ritmi febbrilmente jazz e infine si spegne, tenue, dentro rumori d’ambiente. Siamo pronti a ripetere il viaggio tra metropoli e campagna, certi che ogni volta sarà diverso. Un altro mondo è sempre possibile. Siate i benvenuti.

The bright side of the Moon Duo

Come ho scritto fino a sfinirmi e sfinirvi, la psichedelia è un eterno mutante. Un caleidoscopico Dr. Who che attraversa le epoche assumendo sembianze diverse e allo stesso tempo memori del passato. Questo in fondo il “segreto” di uno dei sottogeneri rock in assoluto più fecondi e avanguardistici, essendo gli altri la capacità di rivelare il lato dionisiaco sopito in noi e il saperci condurre in immaginifici altrove. Ad esempio, vi interessa viaggiare su una Autobahn che collega San Francisco a Colonia passando da New York e Londra? Il luogo di partenza non è casuale, siccome proprio dalla culla dell’acid-rock originario – e nel decennio successivo, di una peculiarissima new wave – provengono Erik “Ripley” Johnson (anche nei chitarrosi Wooden Shjips) e Sanae Yamada.

Dietro la sigla Moon Duo, da dieci anni mescolano stratificazioni di chitarre e tastiere, minimalismo, atmosfere ipnotiche e fosche. Al pari di chiunque altro, attingono da fonti ampiamente storicizzate – i Corrieri Cosmici, gli Spacemen 3, altre coppie dedite a un’elettronica oscura come Silver Apples e Suicide – ma ne rimescolano le acque con sapienza e gusto, affidandosi all’istinto e a quanto accade dentro e attorno a loro. Non fa eccezione in ciò Stars Are The Light, settima fatica di imminente pubblicazione per Sacred Bones che i Nostri dicono influenzata da cambiamenti riguardanti se stessi, la natura della loro collaborazione artistica, il mondo.

Stars-Are-The-Light

Ecco: alla luce del sorprendente risultato, mi piace pensare che Ripley e Sanae abbiano tirato fuori i pastelli per rispondere al grigiore e alle brutture dell’attualità. Si spiegano così il titolo, una copertina in stile cartone animato cult dei primi anni Settanta – fate conto “La planète sauvage” di René Laloux riverniciato dai Flaming Lips – e, soprattutto, otto canzoni di pop krautedelico estaticamente beato e incline al groove disteso però danzabile. Metamorfosi azzeccatissima esibita in apertura dall’estatica Flying, che sistema gli Air sulla prima facciata di Recurring (toh: Sonic Boom ha curato il mixaggio dell’album…) inaugurando una scaletta a lento e tuttavia inesorabile rilascio. Se infatti la deliziosa Lost Heads scorre sensualmente motorik, Fall In Your Love ipotizza Perrey & Kingsley in combutta con i Kraftwerk e l’incalzante Eye 2 Eye avrebbe fatto un figurone su Evil Heat.

Laddove le torpidezze trip-hop di The World And The Sun vorrei ascoltarle rielaborate da Andy Weatherall, mentre la title-track ed Eternal Shore tratteggiano con visionaria grazia una versione irrobustita dei Beach House che rimanda a Five Ways Of Disappearing, trascurata gemma di Kendra Smith che nel 1995 prefigurava già parecchio dream-pop odierno. Al blues acustico appropriatamente lento e oppiaceo di Fever Night spetta l’onore di suggellare un disco solido e godibilissimo, un mare colorato nelle cui onde viene spesso voglia di immergersi. Bravi, ragazzi. Per caso, non è che vi avanza anche qualche caramellina all’LSD?

I Suuns e la musica che gira intorno

Anche se ti sembra di avvertire in anticipo effluvi come di rancido o bruciato, mai giudicare un disco dalla cartella stampa. Anche se talvolta la pubblicità è l’anima del commercio e de li mortacci loro. Anche se a tutto c’è un limite. Ciò premesso, immaginatevi la reazione nell’apprendere che, a contorno di alcune tracce del terzo album su Secretly Canadian, i Suuns hanno realizzato dei video legati alla realtà virtuale e una app per android scaricabile gratuitamente. Mancava solo Renzi a sventolare l’Iphone e dire “cool” e “smart” ogni tre altre minchiate e la voglia di ascolto era svanita. Ho tirato comunque il fiato: il quartetto canadese ha sin qui dimostrato intelligenza e serietà superiori alla media, ragion per cui non si nasconde dietro a specchietti per allodole. Almeno fino a prova contraria.

In ogni caso facciamo tabula rasa, ché un disco va giudicato per la musica che contiene e solo dopo ed eventualmente per ogni sovrastruttura, marketing incluso. Siamo rocker ma pur sempre intellettuali e questo – ci piaccia o meno – è il tempo in cui viviamo. Tornando al punto e al sodo, è andata di lusso. Con crescente intensità, Hold/Still ha diradato ogni dubbio, lasciando spazio alle lodi per un cambiamento nella continuità che nell’epoca del mordi-e-fuggi è circostanza assai rara.

suuns

Nulla vietava infatti alla formazione di spingere sul pedale sulla danzabilità, rendendola più lineare fino a occupare il trono lasciato vacante dagli LCD Soundsystem. Invece no: niente asprezze levigate, però nemmeno ostentazioni di pessimo gusto stile ultimi Liars. Al loro posto, il mettersi in gioco e in discussione approfondendo un’anima sperimentale che chiede pazienza e poi ripaga con gli interessi. Del tipo che, passata una breve emicrania, ci si sente meglio. Fatto sta che i ragazzi si sono chiusi in studio a Dallas con il navigato perfezionista John Congleton al posto di Jace Lasek, e la scelta ha comportato un cambiamento “filosofico” nell’approccio alla registrazione: incise essenzialmente in diretta, le canzoni beneficiano di una botta presente anche nei passaggi più sommessi o articolati.

Corposi e dettagliati i brani, con l’eccezione della timbrica vocale il suono si è infine svincolato da talune somiglianze con i britannici Clinic. Hold/Still conferma allora i suoi artefici tra i nomi importanti dell’attualità grazie a un moderno post-punk di personalità e maturità viepiù pronunciate. Evidenti in un’opera che, divisa in metà complementari, dipinge nell’ipotetica seconda parte – siglata da Brainwash, ballata sghemba da Syd Barrett con il (dis)senno del poi – panorami lividi come Nobody Can Save Me Now e la lunga Careful. In mezzo a queste pagine di ambient malata e benedetta da spettri di Cluster e primi Kraftwerk, l’orroroso trip-hop mutante Paralyzer ti impasta le sinapsi spiegando l’aria malsana che tira.

 hold still

Laddove quanto precede non lesina certo in perspicacia e sferzate, tra risonanze dei primi Cabaret Voltaire corrette con il nerbo degli Wire più chirurgici (Fall), intuizioni degne di giovani e tenebrosi Human League (la sorniona Instrument, una Infinity che a fine programma riporta tutto a Sheffield), episodi che iniettano codeina nelle vene di Ultravox! e Radiohead (Un-No). Elettronica di silicio ruvido e tagliente decostruita con umanissimo piglio rock e temprata con bagni di acido solforico che indica quanto la sperimentazione sia viepiù convincente se legata a doppio filo con la scrittura.

A ben sentire, inoltre, il ritmo ha solo accantonato l’epidermicità obliqua del passato, che qui sarebbe stata fuori luogo. Se allora l’eccellente Resistance incastra irresistibili spire su un gioco di vuoti e pieni, Mortise And Tenon inscena alienazione in salsa elettro-rock e Translate dipana con suprema efficacia un circolare minimalismo kraut. Contemporaneamente astratto e fisico, Hold/Still è una cornucopia di idee che non fa sconti a nessuno. Qualcuno lo faccia ascoltare ad Alt-J e Black Mountain, per favore.