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Retronow: my Paisley back pages

Prima o poi le radici ti trovano. Un giorno, quando la vita ha rifilato una certa dose di schiaffi e carezze, nello specchio all’improvviso scorgi le fattezze di tuo padre o di tua madre. Quasi. Il retaggio ti ha fregato e sai che è giusto. Come è altrettanto giusto che esistano dischi e dischi, da quelli che esaltano cuore e cervello a quelli che ancora non sai bene che ci facciano sullo scaffale. Nel mezzo ogni possibile sfumatura e in primis certi toccasana dell’anima che non lasciano mai soli, siccome prima o poi le radici eccetera.

Ecco: il teenager “avveduto” degli ‘80 ha sognato una California diversa da quella appartenuta a zii e fratelli maggiori. L’Eldorado contemporaneamente vicino ai fab sixties, al post-punk e al domani stava dall’altra parte del globo, tuttavia sa iddio quanto e come e in che meravigliosa maniera lo sentivamo vicino noi che consumavamo Emergency Third Rail Power Trip, The Days Of Wine And Roses e All Over The Place. Perché qualcuno si ispirava a vinili custoditi e venerati come reliquie e mentre conservava la tradizione – gesto necessario in era pre-Internet – ne cavava dell’altro. Metteva del suo in favolosi arazzi da smarrircisi dentro tuttora, storditi e felici.

paisley family

Chiedi cos’era il Paisley Underground e dirò lisergia senza sbrodolate, policromie chitarristiche che diverranno un pilastro del college rock, luce abbagliante nell’attualità. Da un bel po’ infatti c’è psichedelia nell’aria: devono essersene resi conto anche Bangles, Dream Syndicate, Three O’Clock e Rain Parade ascoltando la propria lezione estetica e attitudinale in decine di contemporanei. Lì forse la scintilla che nel dicembre 2013 spingeva a una rimpatriata live tanto riuscita da instillare l’idea di un LP di reciproche riletture. Dai tempo al tempo e lui, galantuomo, farà giustizia.

Ciò premesso, il fresco di stampa 3×4 è cosa diversa dal mitico Rainy Day nel modo in cui i figli maturi si discostano dai genitori, nel senso che ha una vita propria però sa benissimo da dove proviene. Fuor di metafora, l’irripetibile Rainy Day celebrava la comunanza e l’amicizia della “scena” congelando nel presente un passato indiscutibilmente glorioso; le cover di 3×4 sottolineano la classicità di canzoni che i medesimi amici forgiarono trasfigurando proprio quel passato. Alla fine, incastrato in uno di quei magnifici cortocircuiti che a volte crea la musica popolare, capisci che sulla Grandezza non vi erano dubbi sin dall’inizio.

3X4_FRONT

Di conseguenza tutto ha qui un senso. Le Bangles accentuano la cupezza vellutata di That’s What You Always Say conducendola dalla parti di Dancing Barefoot, cavalcano il nerbo melodico di Jet Fighter e rendono Talking In My Sleep un byrdsiano sogno più giovane di ieri. I Rain Parade avvolgono Real World in coltri di malinconia oppiacea, trasformano When You Smile nella splendida continuazione di No Easy Way Down e scintillano estatici con As Real As Real. Il Sindacato del Sogno sferraglia lungo la Hero Takes A Fall dedicata giustappunto a Steve Wynn, si appropria con classe di You Are My Friend e risale energico alla She Turns To Flowers incisa nel 1982 dai Salvation Army.

I quali furono l’anticamera dei Three O’Clock, bravissimi a correggere il loro cocktail pop con power (Tell Me When It’s Over), sunshine (What She’s Done To Your Mind) e garage (Getting Out Of Hand). E neanche un minuto di nostalgia canaglia, di vacuo karaoke o di mero mestiere. Nell’epoca in cui la retromania è un comodo paravento per le mezze seghe e le chitarre sono date per spacciate – sveglia: ogni forma d’arte lo è in mano a dei pagliacci! – fatevi un favore. Fiondatevi su 3×4: qualsiasi età abbiate, ascolterete musica pura per gente di oggi. Amen.

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Retronow: Steve Gunn – poesia in movimento

Chissà dove trova Steve Gunn il tempo per dormire. La domanda sorge spontanea scorrendo il curriculum del songwriter e chitarrista nato in Pennsylvania e trapiantato a Brooklyn. Sintetizzati tre lustri di carriera, annoto frequentazioni con Michael Chapman, Mike Cooper, Sun City Girls e Kurt Vile, il trio super underground GHQ, una nutrita produzione solista spalmata anche su edizioni limitate, CD-R e nastri. Roba da gareggiare con Ty Segall perdendo al fotofinish con i medesimi pro e contro: genio e sperpero, poliedricità e iperproduzione.

Eppure la maturità prima o poi giunge a chi mette in riga il proprio creativo (dis)ordine. Tale il caso di un workaholic spostatosi da contesti sperimentali/improvvisativi verso una indiedelia però confondendo le linee di confine. Mossa azzeccata che poggia su un suono privo di stilemi, su canzoni che sanno mantenere desta l’attenzione, su un artista moderno che sa il fatto suo e di conseguenza assorbe ogni cosa per rilasciarla in forme ibride.

gunn

Benedetta sia la sorella maggiore che lo riforniva di cassette durante un’adolescenza spesa tra rap e hardcore punk. Accostando così a psichedelia, folk, country e funk la mente aperta e fertile che in seguito si appassionava alle tradizioni indiana e Gnawa, a La Monte Young e alla scena “trasversale” di Filadelfia. Nella Grande Mela iniziava l’iperattiva corsa di cui sopra, finché Way Out Weather e Eyes On The Lines rendevano più fruibile un approccio “neo neo-psichedelico” alle radici. Senza smarrire espressività e fascino, cavava dal cilindro una musica in grado di spalancare il proprio alveo oppiaceo su ampi spazi.

Approccio replicato dal nuovo lavoro – il secondo griffato Matador – The Unseen Inbetween con un distinguo fondamentale. Il ragazzo ha purtroppo perso il padre e affronta il lutto tramite un disco “importante”: per una vocalità migliorata a vantaggio dell’introspezione, per la presenza di Tony Garnier, bassista e arrangiatore di Bob Dylan, per il respiro delle tessiture strumentali. Davanti all’ineluttabilità della morte nondimeno si celebra la vita e il bello che nasconde, quel “non visto tra le righe” esplicitato dal titolo.

unseen

Scrive “Allmusic” che la copertina ricorda gli LP folk dei medi ’60 e chiama in causa Bert Jansch. Condivido, aggiungo Bleecker & McDougal a uno dei pallini di Steve e lascio la custodia raffigurata su The Unseen Inbetween libera di spargere il suo folk-rock dalle tinte psichedeliche sin da New Moon, sensazionale incipit dove David Crosby e Fred Neil – l’influenza del quale permea anche il dolce jazz-folk Luciano – riscrivono Triad tra scintillanti riverberi elettrici. La scortano una Vagabond da Go-Betweens persi nei solchi di Meat Is Murder e Stonehurst Cowboy, scarna elegia sulla via di Blues Run The Game.

Basterebbe eccome, ma poiché trattasi di un talento che assorbe e rilascia ecco Lightning Field spolverare di LSD un’Americana altrove svagata (Chance) oppure avvolta in acustiche malinconie d’oltremanica (Morning Is Mended); ecco gli Smiths ripresentarsi in una tecnica chitarristica memore della lezione di Johnny Marr, pure lui discepolo di Jansch e allora tutto quadra; ecco l’abilità a mescolare il proprio retaggio in una New Familiar tra Rain Parade e Meat Puppets e nell’articolazione visionaria di Paranoid. La somma, diceva Totò, fa il totale. Il totale è uno dei dischi del 2019. Sloggia, Jonathan Wilson: in città c’è posto per un solo sceriffo. Il suo nome è Steve Gunn.

Retronow: Bradford Cox e le crittografie sonore

Parafrasando Ferretti & Zamboni, la parabola di Bradford Cox (da Athens, Georgia: un segno) è un progressivo conseguimento della maggiore età. Nei tre lustri sinora spesi alla guida dei suoi Deerhunter – un po’ di voce in capitolo la detiene giusto il chitarrista Lockett Pundt, bravo qui a offrire una Tarnung da Tortoise traslocati sul secondo lato di Low – questo eccentrico che simboleggia l’attualità per eclettismo e sfuggevolezza ha infatti scolpito un mondo personale. Disco dopo disco, aggiusta il tiro e spariglia le carte perché, oltre al talento e alla sensibilità, nel DNA ha impressa anche la determinazione a sorprendere.

Buon per noi che non sappiamo mai cosa aspettarci e buon per lui che da Microcastle si è guadagnato un posto negli annali. Dieci e rotti anni fa, il difficile terzo album (pubblicato per non smentirsi in coppia con l’introverso Weird Era Cont.) rendeva più attento alla canzone un indie-rock venato di noise e pop e macerato in lo-fi, psichedelia, shoegaze, krautismi, folk lisergico… Disegnando così un classico contemporaneo di trasversalità lontana dall’autismo, di linguaggi riconoscibili pur nella sintesi dei modelli, di calligrafia sempre brillante.

deerhunter in marfa

L’alieno caduto sulla terra – alto, magro e afflitto (come Joey Ramone: un altro segno) dalla sindrome di Marfan che ne rende bizzarro il fisico – raggiungeva un’ulteriore linearità tramite il dream-pop addizionato “C86” di Halcyon Digest. Considerando l’evoluzione nel complesso, lo stacco appare oggi meno brusco e idem quello che, AD 2013, conduceva a Monomania. Definito dal diretto interessato “nocturnal garage”, aggiungeva alla ricetta glam, country sudista, ballate ombrose e sciccoso indie-funk rischiando di essere il lascito definitivo (peggio è andata all’ex bassista Josh Fauver, deceduto lo scorso autunno).

Nel dicembre 2014 Bradford veniva investito da un’auto: ripresosi, voltava definitivamente le spalle agli arruffati esordi e con Fading Frontier gettava nel calderone persino un’elettronica umanista. Ve l’ho detto che è strambo, no? Ecco. Il nuovo album Why Hasn’t Everything Already Disappeared prosegue l’elogio della diversità già da una genesi per nulla pianificata. Su invito di Cate Le Bon, il ragazzo giungeva nella cittadina texana di Marfa per partecipare a un festival; accompagnato dalla band, si trovava così bene là dove sono stati girati “Il gigante” e “Non è un paese per vecchi” da metter mano a un lavoro incentrato sulla morte di cultura, natura ed emozioni.

why everything

Conseguenza ne è che la malinconia traspaia dall’iniziale delizia Death In Midsummer – l’harpischord della coproduttrice Le Bon a pilotare un pop barocco lungo crescenti volute post-psichedeliche memori del primo Brian Eno – e si imponga nella conclusiva Nocturne, meditazione insieme sbilenca e trasognata. Sistemati gli apici a mo’ di parentesi, il resto sottolinea il peso acquisito da un cesello strumentale privo di fronzoli.

Soprattutto mostra un autore ancor più sicuro dei propri mezzi espressivi, che si tratti di vestire i tardi Pavement con scampoli di For Your Pleasure (No One’s Sleeping) od omaggiare con deferenza i Tubeway Army (Greenpoint Gothic), di filtrare un recitativo dentro fondali new-wave (Détournement: un nomen omen da Residents sereni) o di variare con arguzia i temi delle recenti metamorfosi (gli Wire torpidamente orecchiabili di Element, una Pulse esotica e mutant, l’appiccicosa Futurism, una leggiadra title-track). Convincente, conciso e sfaccettato, Why Hasn’t Everything Already Disappeared punta direzioni conosciute solo al suo artefice. Il quale, i fatidici “anta” dietro l’angolo, seguita a incarnare un affascinante enigma e a sfornare opere di altissimo livello. Buon per lui e buon per noi, ribadisco.

Kult Korner: molto vicino, a colori – Peter Sellers And The Hollywood Party

I famigerati Ottanta. Quelli che in diretta gli Hüsker Dü definirono “importanti” e che per certi versi tali furono anche dalle nostre parti. Perché oltre a Berlusconi, Craxi e la Milano da bere c’era altro e tanto per dire: Not Moving, l’hardcore punk, Franti, la neopsichedelia… Come in America e oltremanica, quest’ultima fu una corrente sommersa, lucente e vigorosa che sovente rilesse con creatività i sixities. Il ‘77 e la new-wave avevano lasciato il segno su uno “stile acido” che guadagnò sintesi e originalità: col senno del poi, fu possibile invitare Barrett e le Maestà Sataniche alla Factory facendo festa fino all’alba. L’esempio non è casuale: Peter Sellers & The Hollywood Party erano tra i nostri nomi più interessanti in ragione di un folk-rock visionario che, venato di surrealismo e pop-art, ipotizzava i Velvet Underground del terzo LP dentro bislacchi sogni al technicolor. Sapessi com’è strano (e bello) essere psichedelici a Milano…

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Avrebbero fatto un figurone i ragazzi nel catalogo Creation e in effetti il bersaglio lo mancarono di poco, comparendo in un album della britannica Glass con Pastels, Jazz Butcher, Mayo Thompson, Spacemen 3. Difficile spiegare a chi non c’era il significato di siffatto traguardo e che razza di impresa fosse, tre decenni abbondanti fa, suonare quella musica in Italia. Meno male che il fresco di stampa The Early Years 1985-1988 (ri)catapulta in un mondo di fanzine carbonare e foto sgranate, di umide cantine e idee brillanti. Applausi a Stefano Ghittoni, Tiberio Longoni e Antonio Loria – nucleo storico della formazione – e alla Spittle Dust Colours (distribuzione Goodfellas) per aver radunato i primi… sketch di Peter, ovvero l’integrale uscito su formati ormai di ardua reperibilità (7”, cassette, compilation) più le versioni “live” o alternative del materiale pubblicato sull’omonimo mini-LP della Toast. Delizioso, il vinile con accluso CD è imbevuto di un’estetica e uno spirito – naif l’intento, a fuoco il risultato – che sarebbe bello poter riportare in auge.

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Nondimeno le macchine del tempo esistono giusto nella fantascienza, ragion per cui possiamo consolarci con gioielli come la dolce e stralunata The Devil And The Moon, una Stolen Letter da suscitare l’invidia dei Television Personalities e l’onirico capolavoro di rifrazione acid-folk Spun Out Of A Mind. Per tacer di trasfigurazioni che sono in realtà omaggi (I Remember Nothing dei Joy Division, intestata allo “spin-off” Magick Y & Uncle Tybia; una stonesiana Play With Fire con Nikki Sudden che è di già lo-fi), di episodi dallo sferragliare compatto però stiloso (Chaotic Shampoo & Strange Rock’n’Roll, Acid Football, Peggy’s Farm), di un paio di pepite dei Subterranean Dining Rooms, altro progetto del Ghittoni.

Infaticabile, Stefano: sua l’idea della Crazy Mannequin, etichetta che per (troppo) poco funse da bussola estetica e sue le cose migliori – Dining Rooms, Tiresia, GDG Modern Trio – successive allo scioglimento della band. Nell’89 l’album To Make A Romance Out Of Swiftness fu il preludio al rompete le righe: nei primi Novanta le cose stavano cambiavano alla svelta, salvo infine riavvolgersi su se stesse nel loop chiamato “attualità”. Anche per questo motivo – ma soprattutto per il suo fascino ruvido e spontaneo – The Early Years 1985-1988 vanta una freschezza sconosciuta a molti contemporanei. Altra stoffa, gli abiti indossati da Mr. Sellers alla festa. Pronti per saltare in piscina?

Classics Revisited: l’acida tristezza dei Thin White Rope

Alcune di queste canzoni hanno dei magneti seppelliti dentro”. Le note interne del quarto LP dei Thin White Rope offrono un’autodefinizione – bizzarra, una delle tante possibili – del loro stile così unico. Stralunato ed epico, fisico però etereo come può esserlo un deserto reale e/o metaforico. Pur conoscendoli a memoria, riascolto spesso i loro dischi e ogni volta rimango ipnotizzato da policromie acid-rock e brume new wave, presidiate da un Johnny Cash in uggia perenne però non privo di umorismo. So di essere in buonissima compagnia nella convinzione che le canzoni dei Thin White Rope sono materiche come poche altre nella storia del rock.

Vivono dentro un turbine di brividi, esaltazione, visionarietà. Il tempo, galantuomo, non le ha minimamente intaccate e in questo senso sono faccenda assolutamente “di oggi” le recenti ristampe Frontier di quei cinque magici album. Con un pizzico di benevola invidia per chi vi si accosta da vergine, festeggio dedicando qualche riga a uno dei miei gruppi “della vita”. Un’ennesima volta, siccome al cuore non si comanda. Gli si dà ascolto e basta.

TWR

I luoghi in cui cresciamo… C’è chi li descrive a distanza, chi li tramuta in microcosmi narrativi, chi se ne fa ossessionare. Guy Kyser ha saputo riversarli in un’estetica che fonde la concretezza di Madre Terra con un istinto che la trascende. Una dinamica di opposti complementari che rappresenta il nocciolo stesso sia dei Thin White Rope che di quell’apparente desolazione capace di svelare ciò che siamo. Kyser, guarda caso, è venuto su a Ridgecrest, un’oasi tra Mojave e Death Valley lasciata nei primi ‘80 per studiare geologia a Davis.

Nella fervida scena della cittadina californiana, la “sottile corda bianca” – riferimento all’eiaculazione che dobbiamo a William Burroughs – si sbroglia quando i Lazy Boys in cui il ragazzo canta e suona la chitarra incassano il ritiro di Scott Miller, più propenso a scolpire diamanti pop nei Game Theory. La rifondazione vede aggiungersi a Guy e al batterista Joe Becker la sei corde di Roger Kunkel e il bassista Kevin Staydohar, che nell’83 porta via Joe nei fantastici True West.

Axis

Decisivo il demo della primavera 1984 che persuade la Frontier a pubblicare Exploring The Axis nel mezzo del decennio. Grazie alla lunga gavetta, l’incantesimo – intrecci di ritmica minimale però arguta, spirali chitarristiche in serrato dialogo, voce rauca e virile che detta cambi d’umore – si racconta perfetto. Una psichedelia aromatizzata roots consegna i Quicksilver Messenger Service nelle braccia dei Television attraverso gli strappi di Soundtrack e l’incalzante Down In The Desert, l’onirica Disney Girl e le psicosi della title-track, le The Real West e Dead Grammas On A Train che riscrivono il country con le nevrosi del dopo punk.

In visibilio, la stampa parla di post-psichedelia: a inizio ‘87 Moonhead ribadisce il concetto comprimendo rabbia, cupezza, echi kraut e anticipi di stoner. I classici istantanei a questo giro sono il sublime folk lunare Thing, una contorta Take It Home, la slanciata Wire Animals, l’accecante Not Your Fault. Almeno. Sostituito Tesluk con John Von Feldt, la routine tour/disco/tour conduce al 1988 del difficile terzo album. In The Spanish Cave supera l’ostacolo con il terso struggimento July, una frenetica Elsie Crashed The Party, la Timing che spedisce Beefheart in un illividito Marquee Moon. Al narcotico blues Astronomy replicano il devastante frontale tra Hawkwind e Mad River (con citazione finale di Link Wray…) di It’s O.K. e una Red Sun che seppellisce i Love e Morricone sotto colate di lava.

Thin White Rope

Gli Ottanta agli sgoccioli, si chiude una fase del “nuovo rock” americano: cresciuto l’interesse delle major verso questo non genere, i grandi nomi compiono il salto. Nel 1990 l’adulto splendore di Sack Full Of Silver esce su licenza per la BMG porgendo moderno folk-rock (On The Floe), chiaroscuri mesmerici (Whirling Dervish: cenni di medio oriente e prateria strapazzata; Triangle Song: un crescendo che leva il fiato; gli MC5 rabbuiati di Diesel Man) e le seduzioni figlie di She Brings The Rain del brano omonimo. A proposito di Can: il nuovo arrivato Matthew Abourezk stratifica magistralmente le trame percussive e più che altrove in un’immane rilettura di Yoo Doo Right.

silver

Alla fine di una sfibrante tournee, The Ruby Sea riporta i quattro nell’alveo indipendente. Nell’aria la rassegnazione è palpabile e più delle allucinazioni hardeliche – comunque magnifiche quella che dona il titolo all’album e Midwest Flower – spetta a episodi riflessivi del calibro di Puppet Dog, Bartender’s RagChristmas Skies e della dolcissima Up To Midnight (saldata ai sibili di Hunter’s Moon: ancora opposti che si bilanciano come nella natura umana) incarnare lo spirito di un’opera pregevole rimasta però schiacciata dai pesi massimi dell’autunno 1991.

La separazione sarà in seguito sancita dal doppio live The One That Got Away, ovviamente imperdibile e lo stesso valga per gli EP (impreziositi da illuminanti cover) sistemati a inframezzare i 33 giri e per la raccolta di ritagli Spoor. Da allora le mosse di Roger e Guy in ambito musicale sono state defilate e poco significative, ma non importa. I Thin White Rope sono una voce più presente che mai. Una voce di Bellezza inquieta, romantica e malinconica indenne alle offese di Crono. Una Bellezza che ci rapì per sempre, laggiù nel deserto.

 

 

Kult Korner: Moffs – cose lisergiche dall’Australia

Australia, anni ’80. Una generazione esce dal punk immaginando il day after e, come chiunque in giro per il globo, inventa un ibrido di tradizione e contemporaneità. In un panorama colmo di band talentuose, nutro affetto particolare per i Moffs, che non si accontentarono di applicare la filologia a Chocolate Watchband, Standells e compagnia. Con intelligenza concepirono invece una psichedelia davvero “neo”, che dei fab sixties recuperava estetica e sonorità, ma soprattutto l’atteggiamento moderno e libero con cui acid-rock, esotismi, progressive e new-wave erano fusi in un linguaggio atemporale proprio perché figlio di epoche diverse.

Conoscenza della storia e apertura mentale appartengono a Tom Kazas (cantante/chitarrista di origine greca che attualmente si cimenta con la folktronica cosmico danzabile nei Loonaloop) sin dagli inizi del decennio, allorché bazzicava la scena “mod” di Sydney con l’amico bassista David “Smiley” Byrnes (dopo i Moffs è stato nei Lazarus, ha pubblicato un LP solista e ora fa il produttore). Nel 1983 incontrano il tastierista Nick Potts e i Moffs – storpiatura umoristica di moths, “falene” – nascono quando arriva l’esperto batterista Alan Hislop.

moffs green

Dopo alcuni mesi trascorsi a scrivere, i quattro iniziano a tenere concerti su concerti. In studio entrano una prima volta per le sei ore notturne bastanti a registrare il nastro – non sfugga l’ironia del titolo – 11 To 5. Dall’insieme già assai maturo emergono l’organo rutilante e la chitarra surf di Horto, l’azzeccatissima cover di Tomorrow Never Knows, l’estasi acid-pop Get The Picture. Una delle cinquecento copie stampate atterra sulla scrivania del prestigioso marchio Citadel, che nella primavera ’85 accoglie il gruppo e non sarà più abbandonato.

Fiducia ripagata come meglio non si potrebbe: l’ipnosi marziale Another Day In The Sun sistema tasti liquidi e chitarre a incorniciare un’indimenticabile melodia, laddove (otto miglia più su, l’aria rarefatta echeggiante Another Girl, Another Planet e Here Come The Warm Jets) Clarodomineaux fotografa Barrett che flette i muscoli e folkeggia. L’eccelso 45 giri giunge in cima alla classifica indie nazionale incassando il plauso di John Peel e “Bucketfull Of Brains”. L’insoddisfatto Potts sbatte però la porta e oggi lo trovate in progetti anticonvenzionali chiamati The Gruntled e Wayward.

look down

L’arrivo di Mick Duncan sigilla l’annata e un “mini” omonimo dove la meravigliosa Look To Find sistema El Syd nei Byrds, A Million Year Past lo trasporta sul Bosforo, I Once Knew e The Meadownsong porgono stiloso psico-prog e I’ll Lure You In avvolge in aromi di California e brughiere. Altra prima piazza più capolino nei Top 20 generalisti, nondimeno il tour seguente lascia sul campo Alan e Mick, rimpiazzati dal Byrnes minore, Andrew, e da Damon Giles. Nel maggio ‘87 Flowers/By The Breeze recapita un discreto vecchio brano e pregiato viluppo elettroacustico volto a oriente.

Dimissionario Damon, si rischia lo scioglimento, tuttavia il fan Scott Barnes porta l’entusiasmo che in autunno sfocia nel 7” della leggiadra The Traveller e del Re Cremisi lisergico di Quaker’s Drum. Lungo il primo trimestre 1988 i ragazzi si concentrano sulle registrazioni del sospirato LP e gli dice benissimo. Labyrinth racchiude puro Genio, dilatando con gusto e senso della dinamica rari strutture e atmosfere in transito dal tenue al concitato. Svettano l’articolata visionarietà di Tapestry, i flessuosi incastri di I Am Surprised, la malinconica The Grazing Eyes, il miraggio che si accende in cavalcata Desert Sun, una progressista e filmica Stealing Cake To Eat The Moon e non vale di certo meno il resto.

the collection

Pagina fulgida del grande romanzo psichedelico, Labyrinth sarà anche il canto del cigno. Alla Citadel non hanno fondi per un giro europeo che possa espandere il bacino di utenza e aumentare le vendite, così i Moffs, stanchi di tribolazioni e magri riconoscimenti, traccheggiano tra dissapori vari consegnando l’ultima gemma in una rilettura di Eight Miles High. Significativamente, si separano nell’89 mentre il “nuovo hard” sta divorando incensi e collanine. La loro dimensione di culto è custodita alla perfezione in The Collection, doppio CD Feel Presents che nel 2008 recuperava l’integrale discografico ed era motivo di una breve reunion “live”. Anche questo è stile, care lettrici e cari lettori. Adesso, tutti insieme, turn on, tune in, drop out!

Kult Korner: Arson Garden – canzoni come fantasmi plastici

Ci sono momenti in cui pensi ai dischi che rappresentano un “capitale” per pochi intimi. Quelli che ti domandi “come è possibile che nessuno se li sia filati?” e vuoi scriverne perché, con l’ingenuità di uomo maturo ma pur sempre sognatore, pensi che il messaggio in bottiglia possa tramutarsi in un mattoncino di equità. Di fatto, ogni generazione custodisce i propri santini mentre la memoria del pop si cancella alla velocità della luce, tuttavia una band favolosa come gli Arson Garden meriterebbe di essere celebrata ogni giorno. Invece resta cult per antonomasia, questo miraggio metà technicolor psichedelico e metà bianco e nero metropolitano esploso a colmare la distanza tra l’elevazione dei Jefferson Airplane e i bassifondi velvetiani. Tratti somatici ancor più sorprendenti considerandone la provenienza da Bloomington, Indiana.

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Nella patria del basket e di John Mellencamp sarà stata roba da alieni la vigorosa inclinazione arty degli Arson Garden, fondati al tramonto degli Ottanta dai fratelli Combs – April, ammaliante sirena; James, chitarrista – con la ritmica di Joby Barnett (batteria) e Clark Starr (basso). A loro si aggiunge poco più tardi Michael Mann, fondamentale sei corde solista abile sia con il feedback che con trame ipnotiche. Sarà comunque autentica forza del collettivo, la loro, distillata in un sortilegio che amalgama i singoli elementi. Suppongo che di magia ne promanasse parecchia dal demo giunto nell’88 sulla scrivania di Albert Garzon. Estasiato, colui al quale dobbiamo 10,000 Maniacs e Brenda Khan accoglie il quintetto alla Community 3 e offre supporto produttivo lungo la febbrile settimana – agli studi Paisley Park di Prince, nientemeno! – che partorì l’esordio Under Towers giusto per sciogliere gli ultimi freddi del 1990.

Nessuna ruga su un raffinato folk misto (indie) rock, zuppo di new wave e talora venato di funk bianco. Lo stesso per canzoni che danzano con impeto, rapimento ed emozione restando ineffabilmente lievi, mai troppo nitide. Sono sogni divenuti realtà sommamente affascinanti l’incalzante Two Sisters, le Lash e Heat From A Radiated House in bilico tra turbinoso ed etereo, la sensazionale title-track che fonde Fairport Convention e Throwing Muses. Laddove al liquido battere di Solitariat replicano l’acida grinta di The Sways e Once Then Twice Removed e una Armistice giocata alla pari con Feelies e Walkabouts.

Arson Band

Fantasmi plastici illuminati da bellezza suprema che riscuotono il plauso della stampa più ricettiva e addirittura di MTV: gli Arson Garden si ritrovano ospiti del programma “120 Minutes” allorché un tour culmina con la capatina in Europa e l’entusiasmo di John Peel. In dicembre accettano l’invito a una session delle sue e poi salutano Garzon con l’EP a 45 giri Virtue Made Out Of Sticks. Registrato nottetempo con un budget risicato, nel ’92 Wisteria reca il marchio della piccola Vertebrae, mostrando il nerbo esecutivo ereditato dai concerti e insistendo su strutture intricate però seducenti con la sibilante Of 2 Minds e una minacciosa Goes Out Kicking, con i lisergici saliscendi Bird In The House e This Chemical Draws e l’eco di Grace Slick in Cold e Kathy’s In Deep.

Schiacciate dal grunge, non vanno lontano commercialmente ma garantiscono agli artefici il Lollapalooza e altre tournee. Una data newyorchese muove l’interesse dell’American Empire, che di lì a un biennio pubblica The Belle Stomp, scrittura un filo più lineare a incorniciare acusticherie delicatamente nervose e il capolavoro psych-folk-wave di Please Let’s Sleep. Nondimeno l’etichetta chiude e gli Arson Garden si sciolgono, stanchi e disillusi. Annotata una reunion del 2006 per beneficenza nella città natale, apprendo che – dopo una carriera solista e altri progetti poco rilevanti – oggi James traffica col country-rock contaminato nei Great Willow e la sorella (frattanto convolata a nozze con Michael) scrive canzoni folk per bambini. Il viaggio si è infine compiuto, dalle ali alle radici. Perfetto.