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la lunga estate indiana degli Shiva Burlesque

Si porta dietro un nome importante, Grant Lee Phillips. Un nome intriso di storia e di drammi, quasi fosse un tentativo di suturare la ferita della guerra civile americana. Mi piace l’idea, come mi piace che a volte un destino di grandezza possa avverarsi: in fondo basta intendersi sul concetto di grandezza, che non sempre – di rado, in verità – si misura in copie smerciate e classifiche scalate. Con un battesimo che accorpa Robert E. Lee e Ulysses Grant, costui potevi da subito dirlo destinato a qualcosa di importante. Così è stato. Non solo in virtù dei Grant Lee Buffalo, ma anche per ciò che li ha preceduti: per il fascino che gli Shiva Burlesque sprigionavano nell’album d’esordio, sin da una copertina grondante misticismo psichedelico che preannunciava chissà quali caleidoscopi sonori.

Prima di poggiare la puntina sui solchi sapevi che Shiva Burlesque non sarebbe stato calligrafico o nostalgico. L’ascolto svelò subito un “a sé” decollato dalla bohème trance di Los Angeles e non da un Paisley Underground ormai dissolto. In retrospettiva è evidente che il gruppo costruì un ponte tra i due mondi, poggiando un terzo pilone in Inghilterra per mescolare flash acidi sixties e brume new wave in qualcosa che si è conficcato nel cuore. Non molti quelli disposti ad ascoltare, ma ognuno serba un posto speciale per un incantesimo inquieto che tuttora fluttua nel tempo e nello spazio.

Lungo la seconda metà degli eighties, il poco più che ventenne Phillips si trasferisce da Stockton a L.A. per incatramare tetti, studiare cinema all’università e riallacciare i contatti con l’amico e cantante Jeffrey Clark. Dividono uno scalcinato appartamento e abbozzano il progetto Tom Boys, scrivendo canzoni ispirate agli eroi adolescenziali David Bowie, Alice Cooper e Johnny Cash in una singolare mescolanza di lustrini e radici. Abbandonati dalla drum machine e dal bassista Rich Evac, diretto verso gli Psi-com del giovane Perry Farrell, rinascono Shiva Burlesque con la sezione ritmica di Joey Peters e James Brenner. Affinata la ricetta in piccoli locali di Hollywood, incidono un demo, nella primavera ‘87 si autofinanziano alcune session ai Radio Tokyo Studios e l’atmosfera rilassata di Venice Beach saluta un moderno acid-rock che persuade la Nate Starkman & Son. Entro un anno Shiva Burlesque è realtà.

Per modo di dire, ché occorre rimarcare come la sua natura evocativa appartenga più a un sogno che espande la mente. Tra gli estremi dell’inno leggiadro ma muscolare Indian Summer e di una Marysupermarket da Doors estatici trovi gemme come una desertica Two Suns, come i cupi Love spagnoleggianti di Work The Rat, come la The Lonesome Death Of Shadow Morton che plana da Heaven Up Here per spalancare un esotico, acustico cuore rivelatore e una citazione seminascosta. Se la visionaria The Black Ship se la gioca con il miglior Julian Cope, Water Lilies appoggia il jingle-jangle su un pulsare di basso alla Cure come fosse la cosa più semplice dell’universo, Morning impasta archi e corde in un cavalcata ribollente e Train Mystery delira come un convulso Stan Ridgway.

Malgrado tanta meraviglia, la band rimane in un limbo dove la critica si spella le mani, le vendite sono modeste e le college radio iniziano a puntare le antenne su Seattle e dintorni. A sottolineare lo stretto rapporto della formazione con la scena di Savage Republic e Red Temple Spirits è, nell’inverno 1990, la partecipazione alla raccolta di autori vari Viva Los Angeles II della romana Viva Records, cui è offerta l’incantevole ed esplicativa Arabesque. Nel frattempo è arrivato il violoncellista Greg Adamson e, dietro lo pseudonimo di Dick Smack, Paul Kimble rimpiazza Brenner al basso. Li ascoltate nel pregevole Mercury Blues, fuori in chiusura di annata per la Fundamental: un filino meno brillante la penna, Grant Lee prende gradualmente controllo in un alveo folk-rock qui vibrante (Sick Friend, Peace, Who Is Monalisa?) e là oppiaceo (Sparrow’s Song, Cherry Orchard, la title track).

Nulla cambia: le riviste seguitano ad apprezzare, il pubblico si nega e la tensione cresce. Il gruppo si separa al principio del decennio in cui Phillips conquista il proscenio spostando le lancette sui Settanta e su una meravigliosa Americana “deviata”: i primi due album dei Grant Lee Buffalo (in squadra anche Kimble e Peters) trasfigurano Mott The Hoople e Johnny Cash riallacciandosi all’educazione sonora di chi oggi vanta una dignitosa carriera solista. A proposito di cerchi che si chiudono, nel 1996 Clark imbarca Adamson e Brenner per il solistico, disteso Sheer Golden Hooks e dopo una pausa pluridecennale torna con If Is. In ogni caso, l’estatico show di Shiva resta qualcosa di irripetibile. Per chiunque.

I Breathless tra felicità e dolori del cuore

Dicono che alla fine ci si abitui anche alla Bellezza. Non ne sono così sicuro, a dirla tutta. Se a un certo punto l’incanto svanisce, le possibilità sono due: non era bellezza autentica, ma soltanto un abbaglio; altrimenti, le ho voltato le spalle e prima o poi me ne pentirò. Sono trascorsi più di trent’anni dal primo incontro con la musica dei Breathless, eppure ogni volta trova lei la via dell’anima e vi sistema il suo bagaglio di incanto ed emozione. E non avete idea della gioia, quando quasi nove anni fa mi trovai a intervistarli: da allora, non passa natale senza un biglietto d’auguri e un omaggio di uscita discografica. Quando si dice la signorilità…

Tutto quadra: più che dischi, questi sono tasselli di un mosaico del cuore che vanno posandosi dalla metà degli Eighties. Dei primi passi del quartetto britannico già vi ho riferito e idem delle loro imprese di fine millennio, ma torno nuovamente sull’argomento per riferire che a metà luglio la Tenor Vossa pubblicherà la ristampa del trentennale di Between Happiness And Heartache. Con l’usuale cura infusa in tali operazioni, il vinile (rosa) è ricavato dai master originali, vanta una grafica rimessa a nuovo, fotografie inedite di Kevin Westenberg e la possibilità di scaricare i brani in digitale con l’aggiunta del bonus Everything I See, ombroso dream pop che flette i muscoli come un David Sylvian più terreno. Ecco: la chiave interpretativa dell’album sta in due parole che diventeranno assai popolari in futuro.

Nel rigoglioso 1991, infatti, si parlava ancora di shoegaze, del quale i Breathless avevano in largo anticipo costruito le fondamenta mescolando post-punk e psichedelia in canzoni evocative che un magico equilibrio impedisce di risultare leziose o ridondanti. Con alla regia Drostan John Madden invece di John Fryer, il quarto LP Between Happiness And Heartache si affida a un approccio relativamente più grezzo senza perdere in ricercatezza. Vicino a un impatto “da live”, il suono racconta un’evoluzione che sterza dal morbido predecessore Chasing Promises superandolo di slancio. Scrittura, esecuzione e atmosfere dispiegano un pop raffinato e acuto pur restando sognanti lungo otto incantesimi dove le chitarre spiccano più del solito.

Tra ipotesi di Smiths che escono indenni dagli anni ’80 omaggiando i Joy Division con un cantante assai più espressivo (I Never Know Where You Are, You Can Call It Yours, Clearer Than Daylight) e i Galaxie 500 trasportati nella brughiera – questione di genitori comuni e affinità elettive – di Over And Over, la visionaria robustezza di Wave After Wave e All That Matters Now consegna sapienti variazioni della post-psichedelia tipica del gruppo. A sigillare un cerchio appena chiuso, la favolosa rilettura di Flowers Die degli Only Ones con ospite John Perry e un crescendo che sul serio lascia senza fiato. Sulla sua eco, le magistrali sferzate malinconiche di Help Me Get Over It scrivono la fine di un primo capitolo. Fino al 1999 i Breathless tacciono, poi tornano sulle scene a insegnare un paio di cose ai portabandiera del post e del drone-rock. Da allora, comunicano di rado e con invidiabile sicurezza. La stessa che li conserva in forma smagliante. Felicità, dolori del cuore e tutto quello che vi è in mezzo.

Freakout nella prateria: Eleventh Dream Day

Nell’era di Internet, se non apri bocca a ogni minuto la gente si dimentica di te mentre chi bercia continuamente spesso possiede la consistenza artistica e umana del cartongesso. Anche per questo gli Eleventh Dream Day sono necessari: parlano solo quando ritengono di avere qualcosa di rilevante da dire e assecondando l’espressività con una perseveranza e una saldezza di intenti che meritano affetto. Lo stesso che proviamo per Yo La Tengo e Walkabouts, con i quali è possibile tracciare più di un parallelo, da linguaggi costruiti mescolando passato e presente all’eterna condizione di culto e alle discografie immacolate. Senza dimenticare che anche questa vicenda ruota attorno a una coppia lui/lei: Rick Rizzo canta e imbraccia la chitarra, Janet Beveridge Bean siede alla batteria pur non disdegnando il microfono.

Si incontrano nei primi ‘80 a Louisville, Kentucky, da punk che hanno consumato Zuma (l’influenza del loner canadese verrà presto a galla) e maneggiano disinvolti folk, country e bluegrass. All’epoca la spinta propulsiva della new wave va esaurendosi e, attraverso il movimento neo-sixties, confluisce nel magma chiamato per comodità “college” e/o “alternative” rock. In quel filone i Nostri reciteranno da protagonisti ma per ora traslocano a Chicago, completano i ranghi con il bassista Douglas McCombs e la sei corde di Baird Figi, tengono concerti esaltanti mescolando Dream Syndicate, X, Television e Velvet Underground. Nel 1987 debuttano con un EP omonimo per la piccola Amoeba, discreto ma superato l’anno seguente dall’LP Prairie School Freakout: penna ed esecuzione impressionano Bettina Richards, A&R della Atlantic che avanza un’offerta subito accettata.

Tre gli assi per la major intervallati dal live Borscht e nessuno smuoverà cifre tali da consolidare il rapporto. A noi bastano e avanzano per un posto nel cuore, cominciando da un Beet che a fine decennio regala impennate stile Marquee Moon, tumulti prelevati da Fire Of Love e inchini ai Crazy Horse via Steve Wynn. Ancor più coeso di lì a ventiquattro mesi Lived To Tell, che aggiunge staffilate in punta di violoncello e folk crepuscolare, laddove nel ’93 El Moodio tira le fila del discorso dopo che Figi ha sbattuto la porta ed è stato sostituito da Matthew O’Bannon. Una prima stesura con la produzione di Brad Wood viene respinta dall’etichetta (riaffiorerà nel 2013 come New Moodio) e il disco è reinciso a New York. Incredibilmente, la genesi travagliata non scalfisce quello che molti – sottoscritto incluso; lo tallona Stalled Parade – reputano il capolavoro della formazione.

Trame espanse e piglio al contempo meditato e viscerale sorreggono una scaletta memorabile in toto: facendo torto al resto, menzione d’obbligo per una Makin’ Like A Rug da Pixies al top, per la traslucida epopea Rubberband, per il sinuoso slowcore di Honeyslide, per l’elastica e potente The Raft. Dopo tre lanci e altrettanti strike, le regole del baseball prevedono che il battitore avversario debba lasciare il campo di gioco. Tale è la sorte immeritata di chi, cacciato dall’Atlantic, si cura dei figli e prepara il rientro nel mondo indie assieme a John McEntire, con il quale intanto McCombs ha allestito i Tortoise.

Un anno ancora e la Atavistic benedice la psichedelia modernista tra asprezza e introspezione di Ursa Major, poi una pausa triennale permette a Rick di laurearsi. Janet si dà al country-folk con i Freakwater e Douglas approda con i Tortoise alla Thrill Jockey. Logica conseguenza che da fine Novanta sia l’etichetta fondata dalla Richards a ospitare il trio – Matthew ha dato forfait ed è purtroppo deceduto nel giugno 2020 – che in Eighth approfondisce la vena “post”. Separatisi nella vita, Rick e Janet hanno impieghi normali e l’etichetta assicura adeguato sostegno, ricambiato nel Duemila sistemando in Stalled Parade l’omonimo shoegaze acidulo, un Lou Reed giovane domiciliato sulla West Coast (Bite The Hand), accorate meditazioni (Valrico74, In The Style Of…) e robusti attestati di classe (Ice Storm, Interstate, Way Too Early On A Sunday Morning).

Scampate le rogne dello showbiz, da qui gli Eleventh Dream Day prediligono l’attività in studio con cadenze dilatate. Nel 2003, all’esordio solistico della Bean (attiva anche con Horses Ha; Rick vanta un paio di sortite con Tara Key degli Antietam) risponde la ristampa del primo album. Mi piace pensare che la riuscita di Zeroes And Ones sia dovuta anche alla maturità con la quale i non più ragazzi hanno osservato i loro inizi, e lo stesso vale per i successivi Riot Now! (2011), Works For Tomorrow (2015; segna l’ingresso di James Elkington, chitarrista con un’interessante carriera in proprio) e il recentissimo, splendido e relativamente più pacato Since Grazed, pubblicato solo in vinile per Comedy Minus One. Dischi che mostrano un gruppo al massimo della forma, lontano da nostalgia e cliché. Un gruppo che continua a osare tra la robustezza indie di sempre e una vocazione post divenuta ormai classica, tra rivisitazioni dei Go-Betweens e ipotesi di Jefferson Airplane nati dopo il punk, ballate sospese prossime ai Low e lezioni impartite agli Arcade Fire. Un gruppo da prendere a esempio.

Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost In A Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

Nick Haeffner in tempo per il tè

La natura di un cult record è sfuggente e curiosa. Dove sta il segreto di dischi che, mancato il successo, esercitano un’influenza sotterranea ma persistente e vantano fan che li considerano un pezzo delle proprie vite? Forse nella sconsiderata genialità che si fonde con una dimensione “moderatamente collettiva”, intrecciando la coperta di Linus sotto la quale ci riconosciamo tra carbonari salvati da un pezzo di vinile. Anche per questo tanti ricordano la neopsichedelia con profonda emozione e vi racconteranno che una parte di quel movimento approdò su lidi sixties mai esistiti. Che colse lo spirito di un’epoca vissuta di riflesso, rendendola una faccenda attuale.

Accadeva dappertutto, da Los Angeles a St. Albans, Hertfordshire. Colà Nick Haeffner (classe 1959) cresce con Beatles e Stones, Leonard Cohen e Incredible String Band, Led Zeppelin e Fairport Convention. A sedici anni imbraccia la chitarra da autodidatta e a venti scrive canzoni per sé e per tali Clive Pig & The Hopeful Chinamen. Il concittadino Phil Smee, che dirige la piccola etichetta Waldo’s, li affianca in scuderia ai punkettari The Bears e quando costoro diventano Tea Set, Nick entra nei ranghi come chitarrista. Una session per John Peel attrae l’attenzione di Hugh Cornwell degli Stranglers e la EMI finanzia un singolo. Nondimeno, l’inesperto quartetto e un Hugh troppo meticoloso dilapidano il budget in un mezzo disastro e il gruppo si scioglie.

 

Fortuna vuole che Nick mantenga i contatti con Smee, frattanto specializzatosi nel recupero di manufatti anni Sessanta con il marchio Bam Caruso: questi soppesa i brani ed espande la visuale del ragazzo passandogli dischi di John Cale, Captain Beefheart, Nick Drake, Van Dyke Parks, Beach Boys. Nei medi ‘80 Phil decide di arricchire il catalogo con qualche novità e un 33 giri di Haeffner è la scelta più naturale. Le registrazioni sono spalmate su nove mesi, approfittando dei ritagli di tempo e facendo di necessità virtù con pochi amici e il produttore Brian Marshall. Chiare le idee e sufficienti i mezzi, nel 1987 The Great Indoors può stupire da gioiello che, ben presente la new wave, distilla i DNA di Ayers, Barrett e Drake pur non fermandosi lì e costruendo un universo a sé, indenne al tempo e alle mode. Un universo difficile da raggiungere fino allo scorso anno, quando la spagnola Hanky Panky ha ripubblicato il disco in un doppio CD colmo di rarità e inediti. 

Il piatto forte restano comunque i dieci brani originali, che dalla copertina in perfetto stile psichedelico conducono lungo un’arcadia eccentrica da osservare a occhi spalancati. Tutti e tre, ovviamente. Ci si perde dentro strumentali bucolici (la bossanova omonima; You Know I Hate Nature, che scivola da Bryter Later con ironia) e l’irresistibile pop acidulo di The Sneaky Mothers e The Master risvegliandosi con l’Africa mutant alla Brian Eno di Breaths – cover degli Sweet Honey On The Rock – e una Don’t Be Late in cui un Barrett rasserenato capeggia i Love; e se in Furious Table i Can trafficano con storture wave-funk, i Devo albionici di The Earth Movers precorrono Jacco Gardner. Un delizioso aroma di britishness aleggia ovunque e più che altrove nei due apici collocati quasi in chiusura, il lisergico bignè beatlesiano Back In Time For Tea e l’acusticheria malinconica Steel Grey.

 

Tutto molto bello e che si perderà nel nulla. Le vendite dell’album bastano giusto a pareggiare i costi, il nostro eroe tiene pochissimi concerti e a inizio 1988 la Bam Caruso fallisce. Subentra la Demon, non interessata a un seguito del quale esistono già il titolo (uno spiritoso Dali Parton), alcuni demo e l’ipotetica supervisione di Andy Partridge; peccato, perché quanto riaffiora dalla ristampa meritava una sorte diversa. Dopo una comparsata con gli Psychic TV, invece, Haeffner accantona la musica e termina gli studi. Fino all’estate 2017 insegna arte e cinema all’università, scrive saggi e cura mostre, poi lascia il lavoro e nel 2019 ecco un disco nuovo, significativamente intitolato A New Life Awaits You. Bene, ora che Nick è tornato, vado a mettere su la teiera e preparare torte e pasticcini. Tra poco arrivano i nostri chuckaboo Alice e il Cappellaio Matto. Da gentleman, ci tengo a fare bella figura.

Giovani, romantici Breathless

Dominic Appleton è il mio cantante vivente preferito. La sua voce è triste e stupenda, come le melodie che intona.

Così parlò decenni fa Ivo Watts-Russell, fondatore e cervello della 4AD. Non esagerava, poiché erano stima e amicizia reciproche a far in modo che i promettenti Breathless lavorassero con John Fryer, il produttore che aveva da poco scolpito la compiutezza estetica dei Cocteau Twins. Ulteriore prova dell’onestà intellettuale di Ivo il fatto che Dominic comparirà nel secondo e terzo volume del progetto This Mortal Coil anche se il gruppo da lui guidato non pubblicherà mai per la sua etichetta. Tu chiamale, se vuoi, affinità elettive. Punk nello spirito e nella pratica, i Breathless infatti ricorrevano subito all’autoproduzione tramite il marchio Tenor Vossa per poter evitare il lato oscuro dello showbiz. Comunque inverosimile pensarli delle star nei medi Ottanta, siccome è solo in epoche relativamente recenti che una traduzione piuttosto annacquata e formulaica del dream pop ha conquistato le classifiche.

Sì, perché ci fu un tempo in cui ciò che chiamavamo shoegaze seppe incarnare un suadente anello di congiunzione tra il post-punk e la psichedelia. Mi piace credere che siano stati gli Smiths a forgiarlo con  How Soon Is Now?, capolavoro dove chitarre sibilanti e voce mesta sballottavano il cuore e il cervello con lo stesso piglio energico e visionario dei Breathless, da par loro dei talenti purissimi capaci di condurre Tim Buckley tra i solchi di un A Saucerful Of Secrets supervisionato da Brian Eno. Se cercate i progenitori dei “guarda scarpe” dovete rivolgervi anche a loro, per questioni cronologiche ma soprattutto per l’anima romantica che li colloca in una bolla atemporale.

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Similmente agli A.R. Kane, gentiluomini e gentildonna sono un culto con basi solidissime che in un attimo ridimensiona i moderni epigoni. Eventuali scettici e neofiti si procurino The Glass Bead Game, il loro LP d’esordio reso ora di nuovo disponibile in un CD Tenor Vossa splendidamente suonante. Annotato che della ristampa in vinile si occupa la 1972 e che alla scaletta originale è stato aggiunto un brano dell’antecedente EP Two Days From Eden, mi limito a ricordare che qui nasce un’alchimia sonora di fascino ed eloquenza non comuni. Del resto navigati, i quattro, poiché Appleton aveva militato con l’amico chitarrista Gary Mundy negli A Cruel Memory e figurava alle tastiere in The Sitting Room di Anne Clark. Conosciuta la bassista Ari Neufeld e accettato l’invito a entrare nella sua band, l’intesa si rivelava tale che entrambi immediatamente fondavano i Breathless convocando Mundy e il batterista Tristram Latimer Sayer. Dopo un paio di singoli e il succitato EP, incidevano questo 33 giri in diretta per conferire “tiro” a brani di livello elevatissimo.

Forte della sapiente post-produzione di Fryer, dal 1986 un wall of sound maestoso senza eccessi intreccia chitarre, tasti e voci su ritmi marziali però sciolti e un basso pulsante (Across The Water, See How The Land Lies), trasforma i Gemelli Cocteau nei Joy Division con un orecchio rivolto ai corrieri cosmici e l’altro di già al post-rock (All My Eyes And Betty Martin, Every Road Leads Home, Touchstone), spedisce gli A Certain Ratio in gita su Marte (Sense Of Purpose) e porge wavedelia evocativa e seducente (Count On Angels, Monkey Talk) . Smentendo il titolo del disco e dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse che lo ispirò, queste perle non sono affatto di vetro. Sono i primi abbaglianti gioielli di una carriera immacolata e apprezzata da pochi. A voi il compito di spargere la voce.

Bentornati al medicine show

Benché zoppicante e rattoppata, la democrazia è il sistema di governo nel quale viviamo e conviene averne la massima cura, perché tra tante altre cose garantisce la libertà di pensiero ed espressione. Ognuno può più o meno pensarla come vuole su qualsiasi tema, dalla nazionale di calcio alle famigerate reunion. Tema spinoso e complesso, quest’ultimo, poiché se Wire e Feelies tuttora dispensano lezioni di ingegno, più spesso che no assistiamo a faccende patetiche per le quali risulta difficile spendere elogi o un minimo di benevolenza. Almeno così è per il sottoscritto, considerando che al mondo esiste pure chi si inebria di nostalgia canaglia e problemi non ha.

Fra i due estremi ci sono poi artisti che riannodano i fili che furono con il senno di quanto accaduto nel frattempo. Da questa delicata operazione può nascere un equilibrista che cammina disinvolto sul filo tra ieri e oggi. Tuttavia non sempre la si azzecca al primo tentativo. Nel caso dei Dream Syndicate “anni dieci”, il fresco di stampa The Universe Inside indica che How Did I Find Myself Here? These Times siano stati i passaggi intermedi per giungere a uno stile che non si arrendesse alla rievocazione. Gesto da applaudire anche solo per la serietà e il rispetto verso se stessi e il pubblico, non vi pare?

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Un gesto necessario, anche. Perché se in line-up c’è un chitarrista abile (Jason Victor) ma diverso dai predecessori, devi adattare il linguaggio sonoro. E allora accogli in pianta stabile il vecchio amico tastierista Chris Cacavas e, forte della comprovata solidità ritmica di Mark Walton e Dennis Duck, convochi un fiatista e un percussionista. Entri in studio, attacchi la spina e vedi cosa succede. Succede che infine (ti) trovi. Succede che sposti le chitarre un passo indietro, però conservi la ruvida meraviglia della neopsichedelia impastandone il lato più free con jazz cosmico e krautrock. Steve Wynn è pur sempre il curioso onnivoro che cantava del blues di John Coltrane ed ecco che, mutatis mutandisThe Universe Inside vive della febbrile creatività e della grandezza autoriale appartenute a The Medicine Show. 

Registrato in diretta e successivamente “montato” ispirandosi al lavoro di Teo Macero con Miles Davis, il disco svela subito la rivoluzione in The Regulator, venti minuti di sensazionale cavalcata motorik dentro una giungla urbana di chitarre, voci, sax e il sitar dell’ospite Stephen McCarthy. Grossomodo, un’ipotesi di Can che in California mescolano On The Corner e Velvet Underground, risacche e impennate, codeina e anfetamine. Non vale meno il resto, dall’ombrosa ballata The Longing al groove acido misto country siderale di Apropos Of Nothing passando per quella ipnosi vibrante che in Dusting Off The Rust guida un funk-jazz elettrizzato ed elettrizzante. Approdo conclusivo The Slowest Rendition, tesa astrazione con l’eco di For Your Pleasure nell’aria. C’è stato un tempo per giorni di vino e rose e un tempo per storie di fantasmi. Adesso abbiamo un universo interiore nel quale perderci. Roba da non credersi. Roba da medicine showmen.

Texas Instruments: radici nell’infinito

Non deve essere male vivere ad Austin. Capitale del Texas dal lontano 1839, riposa sulle rive del fiume Colorado tra laghi artificiali e colline rocciose vantando una vivace scena musicale. Caratteristica che mi permette di introdurre al volo un gruppo che prese il nome dall’omonima casa produttrice di calcolatori allorquando la new wave sfumava in una faccenda esaltante per comodità definita rock alternativo. David Woody (chitarra), Ron Marks (basso) e Steve Chapman (batteria) erano ragazzi che – similmente a tanti altri sparsi nella provincia statunitense – navigarono alla riscoperta di un passato e, nell’indifferenza del grande pubblico, seppero reinventarlo senza rendersene conto.

Folk e hard, slanci acidi e ipnosi post-punk, ammiccamenti ai Settanta e un ribollire ritmico parente dei Minutemen (omaggiati sul secondo LP rileggendo Life As A Reharsal) disegnavano i confini di un terreno spesso confinante con quello presidiato dai fratelli Kirkwood. Sarebbe tuttavia ingiusto ridurre i Texas Instruments a epigoni meno talentuosi dei Meat Puppets e/o dei Giant Sand: dai loro dischi migliori affiora un’interpretazione intrigante il giusto dell’ineffabile “estetica desertica” che trasformava miraggi in canzoni. Date loro una chance e garantisco che non vi deluderanno.

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Corre il 1983 quando il trio esce dalla cantina per lanciarsi a testa bassa nei locali di Austin. Ventiquattro mesi di serrata attività ripagano con la coesione e la robustezza sfoggiate dall’autarchico EP More Texas Instruments! La formazione predilige cadenze pacate e attende lo stesso lungo intervallo per esordire a 33 giri, dando nel frattempo una mano a Daniel Johnston per il nastro Continued Story. Ben ponderato, l’album omonimo (edito come il successore dalla Rabid Cat) può fondere muscoli e cervello giocando disinvolto tra impatto e raffinatezza. In un programma privo di cadute spiccano Call And Response, Prussian Blue, No Wonder I’m Confused e Girl Like You, mentre le travolgenti cover di Do Re Mi (Woody Guthrie) e A Hard Rain’s A-Gonna Fall sistemate in chiusura paiono eseguite da un Fogerty punkettaro.

Le promesse di grandezza trovano pieno compimento nell’oppiaceo, policromo Sun Tunnels, forte nel 1988 di una scanzonata You Ain’t Going Nowhere sottratta ancora a Dylan, del pigro folk Little Black Sunrise, del boogie‘n’roll modernista A Seascape Scapegoat, di una The Daily Image che strapazza il sixties pop britannico. Facce complementari della medesima, splendida moneta sono il citato tributo ai Minutemen e le scintillanti ipotesi di Hüsker Dü sotto LSD The Thing In Apartment B e Some Kinda Surprise, l’ondeggiare flessuoso di Floating Off To Greenland e una title-track che alterna estasi a impennate. Capolavoro cult? E sia.

sun tunnels

L’anno seguente il chitarrista Clay Daniel si aggiunge alla line-up mentre fervono i lavori al terzo LP. L’etichetta però fa bancarotta e Crammed Into Infinity esce su Rockville solo nell’autunno 1991, restando giocoforza schiacciato dai “pesi massimi” di una vendemmiata irripetibile. Un vero peccato perché atmosfere un poco più roots sfociano negli incantevoli folk-rock alla R.E.M. prima maniera del brano omonimo e di Hanging By A Thread, in un’articolata World’s Gotten Smaller, negli aromi blues di Big White Horse, in una She’s Not Free indirizzata sulla malinconica traiettoria che conduce da The Band agli Wilco. Altri due calendari e un passaggio alla Doctor Dream nel mezzo, Magnetic Home accusa il colpo in termini di brillantezza e scrittura, laddove il dignitoso Speed Of Sound segna la resa a metà dei Novanta.

Troppo obliqui sia per il grunge che per il movimento “No Depression”, i nostri spossati eroi si separano anche perché la multinazionale di cui sopra ha intentato causa, vinto e piantato l’ultimo chiodo nella bara. Non siamo in molti a ricordarci di loro, tuttavia (ri)scoprire i Texas Instruments è d’obbligo qualora la “tradizione reinterpretata” sia il vostro pane quotidiano. Da una sognante e tranquilla dimensione parallela, il bagliore traslucido di Floating Off To Greenland e Hanging By A Thread ribadiscono quanto la vecchia scuola indie americana costituisca un esempio di intelligenza, stile e creatività indenne allo scorrere del tempo. Avercene di gente così, oggi.

The bright side of the Moon Duo

Come ho scritto fino a sfinirmi e sfinirvi, la psichedelia è un eterno mutante. Un caleidoscopico Dr. Who che attraversa le epoche assumendo sembianze diverse e allo stesso tempo memori del passato. Questo in fondo il “segreto” di uno dei sottogeneri rock in assoluto più fecondi e avanguardistici, essendo gli altri la capacità di rivelare il lato dionisiaco sopito in noi e il saperci condurre in immaginifici altrove. Ad esempio, vi interessa viaggiare su una Autobahn che collega San Francisco a Colonia passando da New York e Londra? Il luogo di partenza non è casuale, siccome proprio dalla culla dell’acid-rock originario – e nel decennio successivo, di una peculiarissima new wave – provengono Erik “Ripley” Johnson (anche nei chitarrosi Wooden Shjips) e Sanae Yamada.

Dietro la sigla Moon Duo, da dieci anni mescolano stratificazioni di chitarre e tastiere, minimalismo, atmosfere ipnotiche e fosche. Al pari di chiunque altro, attingono da fonti ampiamente storicizzate – i Corrieri Cosmici, gli Spacemen 3, altre coppie dedite a un’elettronica oscura come Silver Apples e Suicide – ma ne rimescolano le acque con sapienza e gusto, affidandosi all’istinto e a quanto accade dentro e attorno a loro. Non fa eccezione in ciò Stars Are The Light, settima fatica di imminente pubblicazione per Sacred Bones che i Nostri dicono influenzata da cambiamenti riguardanti se stessi, la natura della loro collaborazione artistica, il mondo.

Stars-Are-The-Light

Ecco: alla luce del sorprendente risultato, mi piace pensare che Ripley e Sanae abbiano tirato fuori i pastelli per rispondere al grigiore e alle brutture dell’attualità. Si spiegano così il titolo, una copertina in stile cartone animato cult dei primi anni Settanta – fate conto “La planète sauvage” di René Laloux riverniciato dai Flaming Lips – e, soprattutto, otto canzoni di pop krautedelico estaticamente beato e incline al groove disteso però danzabile. Metamorfosi azzeccatissima esibita in apertura dall’estatica Flying, che sistema gli Air sulla prima facciata di Recurring (toh: Sonic Boom ha curato il mixaggio dell’album…) inaugurando una scaletta a lento e tuttavia inesorabile rilascio. Se infatti la deliziosa Lost Heads scorre sensualmente motorik, Fall In Your Love ipotizza Perrey & Kingsley in combutta con i Kraftwerk e l’incalzante Eye 2 Eye avrebbe fatto un figurone su Evil Heat.

Laddove le torpidezze trip-hop di The World And The Sun vorrei ascoltarle rielaborate da Andy Weatherall, mentre la title-track ed Eternal Shore tratteggiano con visionaria grazia una versione irrobustita dei Beach House che rimanda a Five Ways Of Disappearing, trascurata gemma di Kendra Smith che nel 1995 prefigurava già parecchio dream-pop odierno. Al blues acustico appropriatamente lento e oppiaceo di Fever Night spetta l’onore di suggellare un disco solido e godibilissimo, un mare colorato nelle cui onde viene spesso voglia di immergersi. Bravi, ragazzi. Per caso, non è che vi avanza anche qualche caramellina all’LSD?

My Paisley back pages

Prima o poi le radici ti trovano. Un giorno, quando la vita ha rifilato una certa dose di schiaffi e carezze, nello specchio all’improvviso scorgi le fattezze di tuo padre o di tua madre. Quasi. Il retaggio ti ha fregato e sai che è giusto. Come è altrettanto giusto che esistano dischi e dischi, da quelli che esaltano cuore e cervello a quelli che ancora non sai bene che ci facciano sullo scaffale. Nel mezzo ogni possibile sfumatura e in primis certi toccasana dell’anima che non lasciano mai soli, siccome prima o poi le radici eccetera.

Ecco: il teenager “avveduto” degli ‘80 ha sognato una California diversa da quella appartenuta a zii e fratelli maggiori. L’Eldorado contemporaneamente vicino ai fab sixties, al post-punk e al domani stava dall’altra parte del globo, tuttavia sa iddio quanto e come e in che meravigliosa maniera lo sentivamo vicino noi che consumavamo Emergency Third Rail Power Trip, The Days Of Wine And Roses e All Over The Place. Perché qualcuno si ispirava a vinili custoditi e venerati come reliquie e mentre conservava la tradizione – gesto necessario in era pre-Internet – ne cavava dell’altro. Metteva del suo in favolosi arazzi da smarrircisi dentro tuttora, storditi e felici.

paisley family

Chiedi cos’era il Paisley Underground e dirò lisergia senza sbrodolate, policromie chitarristiche che diverranno un pilastro del college rock, luce abbagliante nell’attualità. Da un bel po’ infatti c’è psichedelia nell’aria: devono essersene resi conto anche Bangles, Dream Syndicate, Three O’Clock e Rain Parade ascoltando la propria lezione estetica e attitudinale in decine di contemporanei. Lì forse la scintilla che nel dicembre 2013 spingeva a una rimpatriata live tanto riuscita da instillare l’idea di un LP di reciproche riletture. Dai tempo al tempo e lui, galantuomo, farà giustizia.

Ciò premesso, 3×4 è cosa diversa dal mitico Rainy Day nello stesso modo in cui i figli maturi si discostano dai genitori. Fuor di metafora: l’irripetibile Rainy Day celebrava la comunanza e l’amicizia della “scena” congelando nel presente un passato indiscutibilmente glorioso; le cover di 3×4 sottolineano la classicità di canzoni che i medesimi amici forgiarono trasfigurando proprio quel passato.  Oggi, questa musica ha una propria storia e sa benissimo da dove proviene e che percorso ha compiuto. Alla fine, incastrato in uno di quei magnifici cortocircuiti che a volte crea la musica popolare, capisci che sulla sua Grandezza non vi erano dubbi sin dall’inizio.

3X4_FRONT

Di conseguenza tutto ha qui un senso. Le Bangles accentuano la cupezza vellutata di That’s What You Always Say conducendola dalla parti di Dancing Barefoot, cavalcano il nerbo melodico di Jet Fighter e rendono Talking In My Sleep un byrdsiano sogno più giovane di ieri. I Rain Parade avvolgono Real World in coltri di malinconia oppiacea, trasformano When You Smile nella splendida continuazione di No Easy Way Down e scintillano estatici con As Real As Real. Il Sindacato del Sogno sferraglia lungo la Hero Takes A Fall dedicata giustappunto a Steve Wynn, si appropria con classe di You Are My Friend e risale energico alla She Turns To Flowers incisa nel 1982 dai Salvation Army.

I quali furono l’anticamera dei Three O’Clock, bravissimi qui a correggere il loro cocktail pop con power (Tell Me When It’s Over), sunshine (What She’s Done To Your Mind) e garage (Getting Out Of Hand). Il tutto senza un singolo minuto di nostalgia canaglia, vacuo karaoke o mero mestiere. Nell’epoca in cui la retromania è un comodo paravento per le mezze seghe e le chitarre sono date per spacciate – sveglia: ogni forma d’arte lo è in mano a dei pagliacci! – fatevi un favore: fiondatevi su 3×4. Qualsiasi età abbiate, ascolterete musica pura per gente di oggi. Amen.