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Brainiac, i nerd superstars

La storia del rock è piena di sfortune assortite e decessi in giovane età. A voler sottolineare la genesi dal blues siglata tramite il patto con Robert Johnson, sovente il diavolo (o chi per lui) arriva a reclamare il dovuto. Nel caso dei Brainiac le disgrazie tocca addirittura sommarle: ventidue anni e rotti fa, il leader Timmy Taylor perì in un incidente al volante della sua Mercedes Benz del 1977. Quasi del tutto arrugginita, era il solo mezzo che potesse permettersi nel mentre il gruppo, adorato dalla stampa, stava per concretizzare un contratto major.

Beffa nella beffa, la band è stata praticamente rimossa ma chissà dove l’avrebbe portata il talento visionario di Timmy dalla natia Dayton, cittadina industriale dell’Ohio culla anche di Breeders e Guided By Voices. È là che questi quattro nerd stilosi – Tim (voce, tastiere), il bassista Juan Monasterio, il batterista Tyler Trent e la chitarrista Michelle Bodine – iniziano a suonare nel 1992 scegliendo una ragione sociale autoironica. Ispirato dal nemico di Superman, nello slang d’oltreoceano il termine brainiac indica i “cervelloni” accademici: non a caso, in linea con altri “deviati” rampolli dell’Ohio anche la musica saprà essere cerebrale pur senza autocompiacimento.

brainiac

La gavetta è tipica dell’epoca: concerti a profusione e qualche singolo che catturi l’attenzione. Quello stesso anno, sia Superduperseven che lo split con le Bratmobile convincono la Grass Records, marchio di ridotte dimensioni comunque capace di collocare nel ’93 Eli Janney dei Girls Vs Boys alla regia dell’album di esordio. Abbastanza promettente, Smack Bunny Baby, anche se latita il suono eccentrico, angoloso e irrobustito da iniezioni di modernariato elettronico che farà grande la formazione, qui intenta a trafficare con furia giovanile e storture melodiche. Poco dopo Michelle viene rilevata da John Schmersal e si lavora a una replica sempre con Janney, che eccetto due episodi sulla media distanza non abbandonerà più la band.

Da ascriversi anche al nuovo arrivato il progresso Bonsai Superstar, nel quale Radio Apeshot, Sexual Frustration e Juicy On A Cadillac incastrano la lezione dei Pere Ubu sulla frenesia stradaiola di Jonathan Spencer e Hot Metal Dobermans e Fucking With The Altimeter aggiornano i primi Devo; altrove, la predisposizione a giocare coi nervi dell’ascoltatore sfocia in una cantabilità tanto contagiosa quanto stralunata che necessita di un pizzico di messa a punto. Durante il tour che li vede sul secondo palco del Lollapalooza, i ragazzi sono reclutati dalla Touch & Go: curato proprio da Kim Deal, l’EP Internationale conferma la verve preparando il terreno alla maturità.

Hissing...

Nella primavera 1996 Hissing Prigs In Static Couture va a segno. La calma apparente di Strung, le pop-devianze da Pixies strapazzati di Pussyfootin’ e Hot Seat Can’t Sit Down, la sarcastica Kiss Me U Jacked Up Jerk e una manicomiale I Am A Cracked Machine stabiliscono le coordinate di un’opera che affronta il post-punk con creatività e attitudine sperimentale (ascoltare per credere Vincent Come On Down e 70 Kg Man) consegnando i Brainiac agli annali. Dopo le tournee di spalla a Beck, Breeders e Jesus Lizard e l’astratto EP elettro-kraut Electro-Shock For President supervisionato da Jim O’Rourke, fervono i lavori a un album per la Interscope. La notte del 23 maggio 1997, poco lontano da casa il ventottenne Taylor sviene al volante per le esalazioni del gas di scarico. L’auto si schianta, prende fuoco e lui muore sul colpo.

Il nome seguiterà ad essere riverito dai colleghi – nomi tra loro disparati come Jeff Buckley, Wayne Coyne, Chris Walla, Trent Reznor, Mars Volta, Muse – e conservato da pochi carbonari. Della più grande band perduta dei Novanta non si sentirà più parlare fino al 2019, quando il concittadino Eric Mahoney termina “Brainiac: Transmissions After Zero”, documentario che ripercorre la vicenda della formazione attraverso spezzoni live e interviste con la madre di Taylor, i membri superstiti e svariati fan di rango elevato. Speriamo che almeno post-mortem qualcosa si smuova: di nuovo, la mia piccola parte l’ho fatta. Adesso tocca a voi.

Cars: dandies in the U.S.A.

Penso che per tutta la carriera un musicista scriva la stessa canzone e il suo scopo sia migliorarla.

Così parlò Mr. Ocasek, quando da un decennio andava dimostrando l’assioma suesposto e smantellando l’idea secondo la quale ciò che si smercia in milioni di copie sia spazzatura. Mica vero: insegna Simon Reynolds che esiste cultura media e cultura media. Per ogni Muse ci sono dei Radiohead e per ogni Foreigner dei Cars, ovvero gente capace di Canzoni che durano nel tempo e che scardinano i cliché. I Cars erano insomma come Andy Warhol: serialisti eleganti nello spazio palindromo dove art-pop confina con pop-art. Se non avete l’età per ricordare un nome che fu celeberrimo (e che ha influenzato Prince e Tom Petty; in tempi recenti, anche i primi e migliori Weezer, prodotti da Ric) o se li snobbate, concedete un ascolto a cinque LP freschi come solo il Pop più nobile sa essere. Casomai vogliate poi unirvi alla festa per il quarantennale dell’esordio e l’ingresso nella “Hall of Fame”, sarete benvenuti. Noi intanto iniziamo…

the cars

Senza far torto agli altri, il vero motore delle Automobili era Ric Ocasek. Genio ironico e poliedrico che amava anche libri e pennelli, nasceva Richard Otcasek nel 1949 a Baltimora. Mollata l’università per fare il songwriter, combina poco fino ai primi ’70, allorché a Cleveland incontra Benjamin Orzechowski. Per comodità chiamato Orr, bassista/cantante/star di un programma televisivo per teenager che si sposta con lui nei pressi di Boston; nel 1973 pubblicano un LP come Milkwood, robetta in scia agli America che cade nel vuoto. Con il tastierista Greg Hawkes e il chitarrista Elliot Easton girano come Cap’n Swing senza smuovere alcunché ma Ric non molla. Siamo ormai al ’76 quando l’esperto batterista Dave Robinson (Modern Lovers, DMZ, The Pop) arriva a trasfondere entusiasmo e svecchia l’immagine dei ribattezzati Cars. L’Elektra si interessa a questo culto bostoniano aggiudicandosi il suo primo complesso new wave. Come Elvis Costello, i ragazzi verranno colà inclusi in mancanza di caselle adatte; allo stesso modo, faranno Storia a sé.

Lunga la gestazione, The Cars può vantare tratti maturi e seducenti: ricami tecnologici, chitarre di un rock qui “roll” e là “hard”, ritmi asciutti, melodie che sgranano Buddy Holly sull’ironico singultare del damerino androide Brian Ferry. Equilibrio perfetto nell’innodia stilosa dei singoli Good Times Roll, My Best Friend’s Girl e Just What I Needed mentre I’m In Touch With Your World ipotizza dei Devo rasserenati, in Don’t Cha Stop respiri frenesia richmaniana e al David Byrne beat futurista di Bye Bye Love fa eco una Moving In Stereo memore di For Your Pleasure. Il successo rimanda di mesi un seguito che non deluderà. Ennesimo omaggio a Eno e Ferry, la copertina di Candy-O è del grafico di “Playboy” Alberto Vargas, laddove il contenuto centra nel ’79 platino e stadi tramite Let’s Go, rinfresca i Sessanta con You Can’t Hold On For Too Long e It’s All I Can Do, accasa Bolan nei Mysterians per Dangerous Type. Altrove porge una convulsa scheggia degna del primo lato di Low (la title-track) e Shoo Be Doo, in scia a quei Suicide che il leader si apprestava a supervisionare.

Panorama

Panorama chiude i Settanta reagendo al successo proprio con un’elettronica “rockista” introspettiva e cupa che reinterpreta le lezioni di Vega & Rev (Up And Down, i fifties mutanti di Getting Through) e dei fratelli Mael (il brano che intitola l’opera). Ciò mi spinge a considerarlo il capolavoro del quintetto e idem gioielli come una Running To You di nuovo strappata al Duca berlinese e la sospesa You Wear Those Eyes, come le sfrontate Don’t Tell Me No e Up And Down e il bubblegum intelligente Touch And Go. Splendore che vende meno dei predecessori e di Shake It Up, nell’autunno 1981 prosecuzione della vena modernista con apici in This Could Be Love, Since You’re Gone, nei T.Rex aggiornati della title-track, nella trasparente I’m Not The One. Frattanto Ocasek mette le mani sul secondo LP dei Suicide, su Rock For Light dei Bad Brains, sui Romeo Void e – toh! – sul Vega versione elettrobilly.

Dopo una pausa, alla fine del 1983 il gruppo riparte da Londra con John “Mutt” Lange. Heartbeat City farà il botto grazie alle hit planetarie You Might Think, Magic, Drive ed Hello Again, il video della quale è girato da Warhol chiudendo un cerchio. In tutta quell’esuberanza anni Ottanta a svettare sono nondimeno la raffinatezza d’insieme e, soprattutto, la sublime leggiadria di una malinconica traccia omonima. Ultima fiammata o forse presagio, ché nell’87 Door To Door è mediocre preludio alla fine della corsa. Ric l’unico a mantenere uno standard qualitativo degno, Orr cede nel 2000 alla pancreatite e un decennio più tardi si racconterà piuttosto gustoso Move Like This, frutto di una estemporanea rimpatriata. Dei New Cars, allestiti nel 2005 da Easton e Hawkes con Todd Rundgren e il caritatevole benestare di Ric – scomparso all’improvviso nel settembre 2019 – confesso di non essermi proprio accorto. Ero impegnato ad ascoltare un’ennesima volta dischi che, citando Nick Lowe, sono puro pop per la gente di oggi. Anzi, no: di sempre.

 

Ancora (ritmi) pazzi dopo tutti questi anni: Feelies

Mai fidarsi dei nerd. Specie di quelli che in bacheca vantano un Capolavoro intitolato Crazy Rhythms e hanno esercitato un’influenza enorme. Influenza che ha richiesto più del normale per finire in classifica, così che quando i cicisbei Strokes fecero il botto con la versione annacquata di quel suono velvetiano, obliquo e percorso da frenesie ed eccitazioni, tempo un mese mi tappai le orecchie per evitare l’ennesimo tormentone sul “ritorno delle chitarre”.  Ma quando mai se n’erano andate?

Bisognava cercarle sotto spoglie più defilate, certo, ma erano vive eccome. Lo stesso ragionamento possiamo estenderlo oggi alla band del New Jersey, ignorata dal successo però venerata da storiografi e intenditori, dalla critica più attenta e da figli – quelli sì, veramente eccelsi – della statura di R.E.M., Galaxie 500, Yo La Tengo. Insomma: senza i Feelies il cosiddetto alternative rock sarebbe (stato) faccenda assai diversa. Di sicuro più noiosa.

feelies

Ciò premesso, pare che ai diretti interessati del clamore importi zero. Con serafico e pervicace understatement, gli basta pubblicare un album quando più gli aggrada per ricordarci di aver scritto la Storia e di predicare e razzolare all’altezza del loro glorioso passato. Li amo, per questo. E per essere intellettuali che badano al sodo, per il look qualunque con buona pace del finto indiecasual, per una musica che trattiene significati profondi. Strabuzzo gli occhi per un breve attimo al pensiero che In Between è soltanto il sesto LP della formazione guidata da Glenn Mercer e Bill Million. Cosa buona e giusta, in verità: chi possiede carisma parla poco e bene. Anche sforzandovi, non troverete nostalgia in una fra le poche rimpatriate ad avere perché, fosse anche quello di mostrare ai giovani cosa significa fare sul serio.

Dal giorno uno i Feelies rifiutano infatti il superfluo e ancor più da quando girano attorno a una formula che gli appartiene sulle ali di canzoni superbe. Canzoni che rendono bello e consigliato un lavoro dove ritmi pazzi e nervosismo perpetuo non sono svaniti. Sono una specie di trompe-l’oeil sonoro che in realtà rappresenta la spina dorsale di ballate minimali e rock essenziali, di chitarre che dialogano su pennellate di batteria, percussioni e basso stese dai puntuali Stan Demeski, Dave Weckerman e Brenda Sauter. Talvolta le sei corde disturbano il panorama con un metodo riconoscibile al primo ascolto, come del resto la calligrafia e il cantato, la magistrale gestione delle dinamiche e le sonorità che riportano agli orizzonti di The Good Earth. Però! Però con il piglio dei Maestri che non si sono rammolliti né rimbambiti.

feelies lp

Maestri che spargono nell’aria aromi di vitale classicismo e composizioni che cancellano i discepoli dell’ultimo quindicennio, i quali sono bravi(ni) e tuttavia si possono pure scordare l’innodia di ombre e sorrisi accennati Gone, Gone, Gone, una serpentina Pass The Time, l’eleganza melanconica della traccia omonima e di When To Go. Per tacer della peculiare fragranza di Time Will Tell, di una Been Replaced che smaccatamente caracolla à la Modern Lovers, delle Stay The Course e Flag Days costruite attorno a pause e ripartenze falsamente intontite, dell’umore riflessivo un po’ da Tom Petty maturo di Make It Clear.

Bellezza che si spiega da sola, ecco. Specialmente una ripresa della title-track che, in chiusura, strapazza lungo nove minuti di cadenze serrate, pianoforte stoogesiano e sberle di fischiante chitarrismo. A quarant’anni dagli esordi, suona come un (benvenuto) vaffanculo da Signori. Garbato e traboccante classe, certo, ma comunque un vaffanculo. Mai fidarsi dei nerd. Poi non dite che non vi ho avvisati.