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Gli anni transatlantici di Ralph McTell

Per quanto possano aver detto e fatto, l’appassionato medio legherà sempre certi artisti a un unico brano. Casi esemplari: Don McLean è il tizio di American Pie e Ralph McTell quello che ha scritto Streets Of London. Punto. Poco importa se quest’ultima parli dei senzatetto, sia stata composta a Parigi e abbia scalato le classifiche in una versione meno fascinosa dell’originale. A chi interessa, c’è della sostanza: McTell è nome d’arte omaggiante il Willie che – Bob Dylan docet – canta il blues come nessun altro; invece di un buon disco in un mare di mediocrità, Ralph vanta una carriera costellata da LP di vaglia, specie i primi per la mitica casa del folk revival britannico Transatlantic.

Da qualche parte tra un Donovan più terrigno, un Nick Drake senza male di vivere e un Cat Stevens non così ecumenico, è un “minore” con in bacheca un capolavoro di genere e parecchie canzoni di nobile afflato, acquarelli che scaldano il cuore nei pomeriggi piovosi e nelle tiepide mattine primaverili, quando la città intontita e pigra si mette in moto. Con gioia ho dunque appreso che da qualche mese Cherry Red ha pubblicato All Things Change: The Transatlantic Anthology 1967-1970, doppio CD con l’integrale del trovatore alla corte di Nat Joseph. Fossi in voi, una chance gliela darei.

Ralph McTell

 

Conscio di avervi annoiato abbastanza, passo al sodo di una storia iniziata nel dicembre 1944 a Farnborough, Kent. Da un cognome, May, e un battesimo che – il destino, a volte… – onora il compositore classico Vaughan Williams, per il quale babbo Frank aveva lavorato come giardiniere. Tre anni e il capofamiglia abbandona tutti a Croydon, dove mamma Winifred tira su da sola Ralph e il fratellino Bruce senza fargli mancare nulla. La musica riempie prestissimo il vuoto in un ragazzo brillante e sveglio che alla Grammar School fatica ad ambientarsi con coetanei di ceto più elevato. A quindici anni stravede per rock’n’roll e skiffle, molla i banchi e si arruola.

Sei mesi e torna a dare il meglio nelle discipline artistiche, poi scopre la beat generation e il jazz, il blues, l’errebì. Ispirato da Jesse Fuller, Robert Johnson e Woody Guthrie e già abile con l’armonica, si spacca le dita sulla chitarra e la schiena in lavori precari, viaggia incrociando i futuri sodali Jacqui McShee, Martin Carthy, Wizz Jones, alterna il bluegrass negli Hickory Nuts con l’attività di busker. Belgio, Grecia, Germania, Italia, Jugoslavia e soprattutto Parigi, per il fascino della rive gauche e per un amico statunitense che ha studiato con la Leggenda Gary Davis e molto gli insegna sulle dodici battute.

Nella città più romantica del globo trova anche l’amore in Nanna Stein, studentessa norvegese ancora al suo fianco dalla primavera 1966. Tornati in Inghilterra, vivono in una roulotte mentre Ralph suona nel circuito folk della Cornovaglia con Wizz, che suggerisce il passaggio da May a quel che sapete. Le giuste nozze chiudono l’annata, Nanna in dolce attesa e lui insegnante che da grande farà il folksinger. I tempi sono maturi, il talento pure: nel ‘67 la Transatlantic lo accoglie in studio con Tony Visconti ad arrangiare gli archi e la regia di Gus Dudgeon.

transatlantic years

 

Tra qualche difficoltà – tutti sono alla prima volta – Eight Frames A Second si rivela gustoso assai, ché a cancellare la maldestra cover di Granny Takes A Trip imposta dai piani alti basta una sentita e vivida rilettura di Morning Dew. Lo spirito dell’opera e dell’autore risiede tuttavia nel sentire agreste tinto di blues (Hesitation Blues, Blind Blake’s Rag, lo stomp Louise, la briosa Too Tight Drag) e di folk declinato nel dolce sentire di Nanna’s Song, con la slanciata tristezza della title-track e di I’m Sorry I Must Leave, su cadenze più mosse per The Mermaid And The Seagull.

A inizio Sessantotto la BBC apprezza e il botteghino pure, ma è l’anno seguente a consegnare l’uomo al grande libro del folk d’oltremanica. Spiral Staircase mantiene i pregi del debutto – penna robusta e policroma, arrangiamenti leggiadri ma non svenevoli, incursioni blues – limando i lievi difetti. Il confermato Dudgeon e l’ex Manfred Mann Mike Vickers benedicono la Streets Of London (incisa in una sola take controvoglia!) arazzo d’innodica melanconia, la traslucida meraviglia drakiana Daddy’s Here, il pacato amarcord Mrs. Adlam’s Angels. All’ombrosa Last Train And Ride e a una Kind Hearted Woman Blues (Robert Johnson) dolente come può un viso pallido di Albione rispondono le England 1914 e Terminus che uniscono orchestrazione sapiente e compiutezza di scrittura, laddove la meditabonda The Fairground trova un contraltare nella delicata Bright And Beautiful Things e nell’omonima marcetta.

ralph in red

 

Giudizioso, Ralph rifiuta la fotocopia e se ne frega quando a luglio il frizzante 7” Summer Come Along cade nel vuoto. In inverno approfondisce il lato pop con My Side Of Your Window: da ricordare qui una Girl On A Bicycle in anticipo sui Belle & Sebastian, l’abbraccio tra piano e violoncello di All Things Change, una bucolica però tesa Michael In The Garden. Per tacer del Brian Wilson tra le brughiere di Kew Gardens e dell’intimismo lucente di Silver Birch And Weeping Willow. Il tramonto del decennio porta il tutto esaurito alla Royal Festival Hall, la presenza a Wight e Revisited, ultimo 33 giri Transatlantic che a ottobre rivernicia estratti dai due più recenti predecessori puntando l’America. Artisticamente solo discreto, è buco nell’acqua commerciale che esce anche in madrepatria mentre McTell, supportato dalla Paramount, intraprende il primo tour oltreoceano.

Seguono la firma per la Reprise e lavori di buon peso e ottimo riscontro nazionale. Poi, un giorno del 1974, Ralph registra di nuovo quella canzone per un singolo natalizio che tutto il mondo acquista. Ha tuttavia gli attributi per imporsi sull’etichetta, intitolando il relativo LP Streets… e mettendoci dentro amici da Fairport Convention, Steeleye Span, Lindisfarne. I meritati best seller gli permettono da lì in poi di vivere tranquillo e oggi, dopo mezzo più di secolo suonato e cantato, come un autentico bluesman non vuol saperne di smettere. Applausi per lui.

Lilac Time, l’artigenio del pop

Siamo tutti d’accordo, uno: le vie della musica sono infinite e infinitamente bizzarre. Come un gomitolo sbattuto per il soggiorno da un gatto particolarmente giocherellone, i loro fili si dipartono, tornano, talvolta si smarriscono. Siamo tutti d’accordo, due: paragonare Stephen Duffy a Pete Best è una bestemmia che non vorremmo mai sentire. Un conto è aver suonato nell’embrione del Gruppo più Famoso di Gesù, un altro abbandonare i Duran Duran prima che diventino idoli per frotte di adolescenti fessi. E’ una questione di qualità, direbbe qualcuno…

Ciò che comunque conta veramente – siamo tutti d’accordo, tre: basta anche un solo disco per scavare una nicchia nel cuore – è che Duffy vanta un gioiellino che consiglio a chiunque si diletti con il pop britannico di nobile rango. Facendola breve, Stephen mollava Simon LeBon e soci mentre stavano per firmare con la EMI; dopo un paio di false partenze, con l’alias Tin Tin e il singolo Kiss Me ricava soddisfazioni in madrepatria e nelle college radio americane, comunque poca roba se paragonate agli incassi di Rio e Seven And The Ragged Tiger e idem il relativo e trascurabile LP The Ups And Downs.

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Accantonati i sintetizzatori, attorno al 1987 allestiva i Lilac Time e coglieva istantanee di provincia inglese appena spruzzata dai raggi del sole d’inizio primavera. Provava così a chiudere il cerchio tra Nick Drake (toh, la ragione sociale la prendeva da un verso di River Man…) e Brian Wilson un decennio prima dei Mojave 3, rinunciando al country e sistemando nelle retrovie una svagata vena ironica (la matrice degli High Llamas Trumpets From Montparnasse, un’estatica eppure inquieta The Road To Happiness) accostabile allo spirito dell’etichetta Él e agli XTC di Skylarking.

The Lilac Time fendeva la luce di novembre tramite la piccola Swordfish e la conseguente gioia di pochi: un peccato, perché la decina di canzoni messa su nastro col fratello maggiore Nick e l’amico Michael Weston mescola con mano sapiente poesia pop e respiro folk, ammalia con atmosfere di passionalità allegra ma – trattandosi di un figlio d’Albione – quel filo trattenuta. Controsenso efficace che è l’ingrediente segreto di un album disinvolto e dolce, prezioso di corde acustiche, intarsi strumentali, voci e melodie che ponderano e/o scintillano.

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Antichità rimessa a nuovo con estro e arguzia e ancora, per cercare di spiegarla, devo ricorrere ad apparenti contraddizioni: non sono forse esempi di “vivacità riflessiva” il brio Simon & Garfunkel di Return To Yesterday, la You’ve Got To Love che cancella in un colpo l’easy folk degli anni zero e l’elegante Too Sooner Late Than Better? Saliscendi emotivi tradotti in suoni potrebbe essere un’altra maniera di vedere la questione, sottolineando che l’incalzare sereno di Rockland avrebbe detto la sua nei solchi di Mummer e And The Ship Sails On sprizza rugiade Aztec Camera; che Black Velvet indica discreta le nubi che vanno formandosi all’orizzonte e Love Becomes A Savage osserva l’oscurità calare tenue.

Incantesimi che non persuadono la Fontana, nuova scuderia che di lì a dodici mesi remixa e ripubblica sperando in chissà cosa però sciupando la magia. Lunga la picchiata da allora per Duffy: tra riproposizioni annacquate di quanto sopra magnificato, robette al massimo carine e temporanee sospensioni dell’attività ne ha combinate più di Bertoldo. Infierisco signorilmente, limitandomi a ricordare dischi con Nigel Kennedy e quel Nick Rhodes e alla composizione per conto di Robbie Williams. Detto tutto. Ci rido sopra tenendomi stretto un vinile di puro, ineffabile artigianato. Di una bellezza gentile come quella del primo, improvviso sorriso scoccato dalla sconosciuta che diverrà l’amore della tua vita.