Archivi tag: nuovi Dylan

Lo show acquatico di Elliott Murphy

Nei primi anni ‘70 si diffuse tra la stampa musicale una tendenza dagli esiti spesso nefasti: approfittando del momentaneo cincischiare dell’Unico Originale, si andò in cerca di “nuovi Dylan”. In retrospettiva è lampante quanto ciò fosse azzardato e scorretto verso chi cercava e magari già possedeva un’identità. Basti pensare a Springsteen, a sua volta accidentale iniziatore della caccia al prossimo Bruce. Oppure a Elliott Murphy, poeta rock nell’accezione alta di chi del songwriting offre una parafrasi riconoscibile e vitale, mai appiattita sullo stereotipo. Colto e privo di ampollosità, ispirato dallo Zimmie della virata elettrica e dal concittadino Lou Reed, Murphy è una sorta di Ian Hunter d’oltreoceano, un visionario intellettuale in paesaggi urbani di robusto minimalismo.

Da parte sua, preferisce tagliarla corta e definirsi un troubadour, vivendo da decenni in Europa come gli adorati scrittori appartenenti alla “generazione perduta”, da volontario espatriato che conosce la storia e possiede stile e carisma per arrivare al cuore e restarci. Di questo Fitzgerald rock’n’roll che non è diventato famoso, ci culliamo le canzoni che paiono film o romanzi, scritte con una Telecaster in braccio e “Tenera è la notte” sul tavolino.

nightheader[1]

Classe 1949, Mr. Murphy da Garden City, Long Island, si prende quasi un quarto di secolo a esordire su disco. Figlio di un’attrice e di un organizzatore di spettacoli acquatici, da bambino alterna le serate in compagnia di Duke Ellington e Count Basie a Elvis che in televisione lo sconvolge. Per combattere l’introversione, mamma gli fa prendere lezioni di chitarra e da adolescente lui tende l’orecchio alle nuove band inglesi, a blues e soul, al revival del folk. Apprezza Kinks e Jefferson Airplane, consuma Blonde On Blonde e Highway 61 Revisited e a New York non si perde un concerto. Eppure è irrequieto. Vuole allargare gli orizzonti, forse allontanarsi dal ricordo di un padre scomparso troppo presto lasciando un vuoto nell’anima. Attraversato l’Atlantico, sbarca il lunario suonando successi altrui e primi autografi nelle strade di Amsterdam, Parigi e Roma. Trascorre due anni a tonificarsi così la scorza, poi torna a casa, forma gli Aquashow e si fa notare da Danny Fields, già alle turbolente corti di Doors, MC5, Stooges.

Una sera costui lo presenta a Lou Reed e i due si piacciono: Elliott ha nel cuore i Velvet e di lì a dodici mesi verga le note di copertina del Live 1969, grazie anche a un pezzo grosso della Mercury, Paul Nelson. Fin qui il biondo è uno dei tanti che gravitano attorno a sogni e aspirazioni, nondimeno getta solide basi esibendosi al Max’s Kansas City e al Mercer Arts Center con Patti Smith e New York Dolls. Ancora non lo chiama punk, però ne afferra l’energia che attualizza lo spirito dei ‘60. Spetta a un coraggioso equilibrismo tra presente e passato segnare una svolta: nel gennaio 1973 Murphy infiamma per tre sere consecutive il Mercer, mentre Nelson bussa alla Polydor con un demo millantando di aver già chiuso un contratto altrove. Astuta la mossa, convince la qualità dei brani. Tempo una settimana, Murphy è a Los Angeles che si scontra con chi vuole cucirgli addosso panni da controfigura degli Eagles. Non può funzionare.

Elliott Murphy - Aquashow[1]

Si riparte dalla fedele NY con il fratello Matthew al basso, le tastiere di Frank Owens, già con Dylan, e l’ex batterista dei Byrds Gene Parsons. Stavolta è capolavoro. Spartana ed essenziale la produzione, dal ’73 Aquashow brilla del titolo che omaggia il babbo, della copertina memore di Subterranean Homesick Blues, di un vigore e un romanticismo offerti da chi è all’apice dell’urgenza espressiva. E per questo, temprato dalla lunga gavetta, disegna un universo favolosamente maturo: ironico e amaro, riflessivo e tagliente, colmo di canzoni abbaglianti che trasportano il Dylan del ’65 nei solchi di Loaded, fondendo linguaggi non esattamente confinanti dentro un sottile velo di incertezze. Neppure una ruga per il classico Last Of The Rock Stars e l’innodia amara di Don’t Go Away, per le radici nere di Hangin’ Out e i Mott The Hoople a spasso per la Bowery di How’s The Family, per le mescolanze tra frenesia e umoralità di Graveyard Scrapbook e Like A Crystal Microphone, per la sciolta e caracollante White Middle Class Blues e i Modern Lovers in controluce dell’ineffabile Marilyn.

La critica in visibilio, da qui le cose vanno principalmente per il verso sbagliato.  Faccio breve una storia che ho raccontato per esteso anni fa, su pagine che allora ancora esistevano. Le modeste vendite di Aquashow causano il passaggio alla RCA per il seguito Lost Generation, bello assai e tuttavia inferiore a Night Lights, che in capo a un triennio libera Elliott dal ruolo di next big thing tramite ballate fragranti di neon e rose.

elliottmurphy_interview_splash650[1]

Arrivano però altri casini in groppa a un individuo che, spazientito, gioca un’ultima carta con la Columbia. E’ il Settantasette e colà stanno cercando di tramutare Springsteen in stella di prima grandezza: spediscono Murphy a Londra a registrare, ma Just A Story From America è debole e manda all’aria amori e amicizie. Un ego di cristallo crepato e bisognoso di cure ricomincia da sé, gira ancora l’Europa con chitarra e armonica accorgendosi che quaggiù qualcuno lo ama.

Dopo un lustro, Elliott si autoproduce l’eccelso folk-rock aromatizzato new-wave di Murph The Surf, col quale entra negli Ottanta tra alti (Party Girls & Broken Poets, Change Will Come) e qualche perdonabile basso. Intanto medita di trasvolare l’Oceano in via definitiva. Nel 1990 passa da mister a monsieur contraccambiando l’affetto del Vecchio Continente e seguendo Francoise, amore della vita che nello stesso anno gli regala un figlio. Da qui il fervore da “nuovo inizio” che attraversa 12, doppio che inanella perle e vive dello spirito appagato di chi non ha bisogno di rincorrere la vanità. La stessa saggezza tuttora spinge Murphy a fondere arte e vita sudando sui palchi e calando un ennesimo asso: nel 2008 Notes From The Underground entusiasmava con slancio e riflessione, acustiche limpidezze ed espansioni del canone. Chiudo il cerchio e con l’ultimo parallelo dylaniano lo dico un Time Out Of Mind meno oscuro. Augurandomi che le giovani generazioni ne prendano l’autore a modello, ché di rock intriso di sentimento e sagacia c’è bisogno. Da qui all’eternità.