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Il canto notturno di Nusrat

Non è un semplice disco né un disco semplice, Night Song. Lungo i ventuno anni trascorsi dalla pubblicazione per la Real World di Peter Gabriel, ha costantemente sottolineato un’alterità che di materico possiede giusto la bellezza suprema e indicibile con la quale mette in ginocchio, come un sogno a occhi aperti che ha deciso di concretizzarsi affinché potessimo ripeterlo infinite volte. Ed è, anche, un incontro tra istinto e razionalità che dialogano felici senza farne mistero.

Perché la strumentazione è moderna però parca e in connubio con la tradizione; perché la chitarra di Michael Brook (ex Martha & The Muffins; collaboratore di Eno, Lanois, Fripp; raro esempio di virtuoso che non eccede e di produttore abile e misurato) insegue le volute vocali – ipnotico rapimento, mistico e sensuale – di Nusrat Fateh Ali Khan; perché questa è musica viva proprio in quanto pura e contaminata allo stesso tempo. Sarà lei a prenderti per mano, condurti alle imponderabili sommità emotive di Sweet Pain e Crest e abbandonarti in luoghi ignoti ma familiari, raggiante e turbato dall’immane presenza di Longing.

 

fateh

Forte di un retaggio antico sapientemente reinterpretato, l’ugola di Nusrat mescolava le delizie del qawwali (musica religiosa fondamentale nel sufismo) a una leggerezza e una presenza fisica che non si escludevano a vicenda. Questo uno dei segreti – gli altri un perenne stato di grazia e una rara apertura mentale – di chi portò l’improvvisazione khayal a livelli mai raggiunti, né prima né dopo. Una parte del repertorio classico indiano conobbe in tal modo uno sconvolgimento stilistico e metodologico, poiché quest’uomo si spingeva oltre le convenzioni legate a strutture e scale, rafforzando il genere con scambi tra culture distanti solo in teoria. Sì: in teoria non sei remixato dai Massive Attack e non duetti con Eddie Vedder senza un mirabile senso dell’equilibrio tra avanguardia e memoria. E meno male che c’è la pratica.

L’equilibrio di cui sopra era peraltro già evidente in Mustt Mustt, lavoro bellissimo che – sempre Gabriel e Brook dietro le quinte – nel 1990 imponeva definitivamente Nusrat al pubblico occidentale più attento. Presagio lussuoso di uno scrigno sublime che, tempo sei anni, conquistava l’immortalità attraverso struggimenti sottili e inquieti (Night Song, Lament), frenesie tanto liete quanto incontrollabili (Intoxicated), melanconiche progressioni che sfidano la gravità (My Comfort Remains). Splendori abbaglianti che collocano in secondo piano le difficoltà incontrate in corso d’opera da Brook, sobbarcatosi un faticoso e lunghissimo lavoro (con i mezzi di allora, da perderci sonno e senno) di taglia e cuci e sovraincisioni su/con le improvvisazioni del pakistano. Eppure tutto è naturale e fluido, come se fosse stato concepito, realizzato e colto al momento stesso della creazione.

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Anche la vaga nostalgia, eterea benché mai astratta, che avvolge queste “canzoni”, dove talvolta – frequentazione assidua insegna – il cantato scivola più rapido delle trame sonore con cui sta conversando. Uno scarto in realtà lievissimo, nondimeno l’anima ne riceve in cambio sottili tagli dai quali zampilla armonia invece che sangue. In quel momento si torna alla kora e all’elettronica umanista (da Salif Keita in gita sul Gange, grossomodo) dell’iniziale My Heart, My Life con diverso spirito. Ci si rende conto di essere al cospetto di qualcosa che trascende l’arte. Che davanti a noi è spalancata la porta di accesso su un mondo più sereno. Un mondo così pacifico che, a due decenni dalla prematura dipartita di Ali Khan, la spina raffigurata sulla copertina di Night Song è penetrata negli angoli più nascosti del cuore.