Archivi tag: Patti Smith

Jim Carroll: Rimbaud nel campo da basket

Faccenda spinosa e annosa, la “poesia rock”. Se è decenni di ciarlatanerie ci hanno reso diffidenti, a saper cercare ci si imbatte in qualche illuminazione non dappoco. Leggete qui, parte prima: “Voglio l’angelo dagli occhi folli che prende ciò che do e non ciò che dico/ Voglio l’angelo che non sceglie mai e non torna indietro ogni volta che perde/ soprattutto, voglio l’angelo che non perde mai.“ Ora immaginatevi queste parole cantate da un maudit che sfida il mondo. Ovverosia da Jim Carroll, che ha attraversato in fretta la nostra musica da ragazzo di vita e di strada, da innocente a modo suo che, tra eccessi e brutture, carica la decadenza metropolitana di valori universali con un lirismo oggettivo degno di Lou Reed.

Proprio per questo ho sempre trovato irritante “Ritorno dal nulla”, la pellicola che quasi un quarto di secolo fa non restituì del suo libro “The Basketball Diaries” (da noi “Jim entra nel campo di basket”: Minimum Fax lo ristampa il prossimo ottobre)  la profondità drammatica né, soprattutto, l’intensità lirica. Per raccontare un’età adulta ottenuta in modo precoce e sofferto servirebbero Martin Scorsese o Gus Van Sant, il quale ci andò molto vicino all’epoca di “Belli e dannati”. Pazienza: il film possiamo girarlo noi partendo dalle pagine e dai dischi che l’uomo ha lasciato in dote. Perché è roba che fa male ma bene, quella. Perché è davvero poesia, cazzo.

jim carroll

James Dennis Carroll nasce il primo agosto 1949 in una famiglia di origine irlandese del Lower East Side e a scuola si fa notare per i voti alti e l’abilità a centrare il canestro. Folgorato da “Sulla strada”, inizia a redigere dodicenne un diario incamminato lungo inferni di dipendenza da eroina e relative abiezioni, crimini, dolore sovente autoinflitto. La doppia vita non impedisce però a Jim di apprezzare Phil Ochs e Bob Dylan come Rilke e quell’Allen Ginsberg con cui diviene amico mentre, tra ’67 e ’72, pubblica versi apprezzati da Kerouac e Burroughs, divide un appartamento con Patti Smith e Robert Mapplethorpe e regge il microfono che cattura il velvetiano Live At Max’s Kansas City.

Dopo i volumi “Living At The Movies” e “The Basketball Diaries”, la metà del decennio lo vede in California a cercare di levarsi di dosso la scimmia. Quando nel ’78 Patti è sulla costa ovest a promuovere Easter, lui le fa da cicerone. A San Diego il gruppo spalla si rifiuta di suonare, l’amica spinge Jim in scena presentandolo come chi le ha insegnato a scrivere poesie: seguono un torrente verbale accompagnato da Lenny Kaye e soci e una platea in visibilio. Assoldato un solido quartetto locale, la Jim Carroll Band mette mano a un demo.

bd bantam

Di nuovo in quel di New York, alla Atco basta un ascolto del nastro per ingaggiare la formazione e spedirla in studio. Dal 1980 Catholic Boy offre polaroid di vita vissuta a ritmo di un rock urbano favolosamente ruvido che si porge serrato nel classico People Who Died, cinematico in una City Drops Into The Night preziosa del sax di Bobby Keys e delle tastiere di Allen Lanier, epicamente triste in Day And Night; un rock che conosce il punk e spara proiettili addosso all’Iggy Pop solista (Wicked Gravity, It’s Too Late) e a un’ipotesi di Modern Lovers irrobustiti (Crow, I Want The Angel) centrando ogni volta il bersaglio.

Il problema è che, nonostante l’entusiasmo dalla critica, il successo commerciale si nega e seguiterà a negarsi. Anche a Dry Dreams, che nell’82 ribadisce la formula wave-rock tramite le epidermiche Jody, Still Life e Work Not Play, una fremente Barricades, la confessione Rooms e la dolorosa Lorraine. Desterà invece qualche preoccupazione un biennio più tardi I Write Your Name per il capobanda sinistramente smunto in copertina e l’esito inferiore ai predecessori. La svolta è dietro l’angolo.

catholic boy

Onorato il contratto, Carroll ricade preda del vizio o almeno così pare, poiché nel resto del decennio comunicherà solo attraverso i tomi “The Book Of Nods” e “Forced Entries: The Downtown Diaries 1971-1973” (in Italia “Jim ha cambiato strada”), liriche per Blue Öyster Cult e Boz Scaggs, apparizioni negli LP parlati di John Giorno. Parlato sarà nel 1991 anche l’intero Praying Mantis, parziale compendio della fitta attività di chi, qualche anno dopo, incanta con la struggente 8 Fragments For Kurt Cobain. Scommetto che sul fondo del cuore il poeta stesse parlando anche di/a se stesso e se non mi credete, beh, leggete qui, parte seconda: “Non importa che ti sia sentito tradito/ questo è il prezzo/ della spietata passione di un giovane artista/ che comincia con un bacio/ e finisce in una maledizione.

Forse si era rivisto nelle pozze di malanima che erano gli occhi di Kurt e gli era tornata voglia di musica. Prova ne sia che nel ’95 collabora con Rancid e Truly e nel ’97 ringrazia Jack Kerouac sul tributo Kicks Joy Darkness, (ri)uscendo allo scoperto a fine millennio con il più che discreto Pools Of Mercury. Impressi sul viso i solchi scavati da una cruenta lotta contro l’esistenza, il ragazzo cattolico seguita a scrivere finché un infarto non lo coglie alla scrivania in un “nine eleven” del 2009. Voglio credere che in quell’istante si sia finalmente pacificato con i suoi demoni.

Polly sulla spiaggia. Venticinque anni da Rid Of Me

Ero appena uscita dall’adolescenza e a quell’età desideri solo lasciare un segno nel mondo. Volevo dire qualcosa in modo inaudito, creare casino.” (da una intervista a “Spin”, 2013)

La stavamo aspettando, una come PJ. Avevamo fame di una cantautrice moderna che fosse istintuale e acuta, umoristica e sfacciata, sicura e convincente. Una che di fronte allo scettico mondo trasformasse in verbo e carne nuovi il vangelo secondo Patti Smith. E costei arrivò, prese per la collottola la ruvidità cubista di Beefheart, la classicità rock e il cinismo di McLaren mescolandoli in uno stile unico che – a differenza della sua controparte d’oltreatlantico Liz Phair – tuttora suscita ammirazione. Persino nei momenti in cui l’ispirazione era in lieve calo, la Harvey ha fuso estro e vissuto risultando tanto più fedele a sé quanto più mutava. Sotto ai vestiti, insomma, di sostanza ce n’è sempre stata. E, signore e signori, mai come in questo caso: diffidate delle imitazioni.

pj rose

Cresciuta nella campagna britannica, Polly Jean Harvey frequenta la scuola d’arte e nel ‘91 vara un omonimo trio con il bassista Steve Vaughan e il batterista Robert Ellis. Un annetto e il prezioso debutto su Too Pure Dry già sbriciola cliché artistici e sociali con obliqua naturalezza. Nondimeno, la ventitreenne quasi soccombe a un esaurimento psicofisico causato dal clamore improvviso e dalla fine di una relazione sentimentale. La scampa rifugiandosi nel natio Dorset e poi in una stanza tutta per sé con vista sulla Manica.

Passata alla Island, scelta tra decine di pretendenti perché accolse il Tom Waits più “fuori”, in quel buen retiro legge Flannery O’Connor, Salinger, Nietzsche. Soprattutto, scrive brani che alla fine di uno sfiancante tour americano incide (eccetto Man-Size Sextet, cameristico lascito del precedente tentativo con il produttore Head) nei boschi silenziosi e innevati del Minnesota. Steve Albini è alla consolle e la sua magistrale scienza della registrazione permetterà a Rid Of Me di esplodere in modo “fisico”. Di essere cioè qualcosa di tangibile e vivo.

Rid_of_Me

La musica qui si racconta tagliente, nuda, dolcemente cruda. Scontrosa e disturbante come la copertina di Maria Mochnacz. Tuttavia la frequentazione mostra che è proprio l’assenza di orpelli a mettere in risalto l’emotività estrema e una scrittura stellare. Epocale anche per questo motivo, oltre a sfasciare il gruppo Rid Of Me ottiene un inatteso successo commerciale possibile giusto in quegli anni fantastici e folli. Ampiamente meritato e idem l’ingresso negli annali.

Legate tra loro pagine prese da Radio Ethiopia, da Diamanda Galas e da Howlin’ Wolf con il collante di un In Utero che scalpitava nella testa del fan Kurt Cobain, la ragazza consegna l’urgenza espressiva agli art-blues Hook ed Ecstasy, alla sensualità frenetica di Legs, Man-Size e 50Ft Queenie, alle incendiarie confessioni della title-track e di Dry, alla stridente sospensione Rub Til It Bleeds.

pj smart

Canzoni favolose all’epoca, oggi, tra altri venticinque anni. Con il cuore faccio quindi gli auguri a un album reso ancor più immenso e scintillante dallo scorrere del tempo. Un album la cui importanza è spiegata benissimo dalla fenomenale cover di Highway 61 Revisited, che senza timore reverenziale scaraventa Bob Dylan su una giostra di graffi e volute plumbee. Da qui basta confronti: sarà Polly Jean a essere pietra di paragone. Ruolo gestito con genio e argomentazioni da Grande, più che altrove nelle eleganti dodici battute gotiche di To Bring You My Love, nell’intimismo del pianistico White Chalk e nel post-folk militante di Let England Shake. Altri Capolavori imperdibili, pur se privi della forza travolgente di Rid Of Me. Giusto così. Nella vita, giovani e uterinamente incazzate si può essere una volta solta.