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Brainiac, i nerd superstars

La storia del rock è piena di sfortune assortite e decessi in giovane età. A voler sottolineare la genesi dal blues siglata tramite il patto con Robert Johnson, sovente il diavolo (o chi per lui) arriva a reclamare il dovuto. Nel caso dei Brainiac le disgrazie tocca addirittura sommarle: ventidue anni e rotti fa, il leader Timmy Taylor perì in un incidente al volante della sua Mercedes Benz del 1977. Quasi del tutto arrugginita, era il solo mezzo che potesse permettersi nel mentre il gruppo, adorato dalla stampa, stava per concretizzare un contratto major.

Beffa nella beffa, la band è stata praticamente rimossa ma chissà dove l’avrebbe portata il talento visionario di Timmy dalla natia Dayton, cittadina industriale dell’Ohio culla anche di Breeders e Guided By Voices. È là che questi quattro nerd stilosi – Tim (voce, tastiere), il bassista Juan Monasterio, il batterista Tyler Trent e la chitarrista Michelle Bodine – iniziano a suonare nel 1992 scegliendo una ragione sociale autoironica. Ispirato dal nemico di Superman, nello slang d’oltreoceano il termine brainiac indica i “cervelloni” accademici: non a caso, in linea con altri “deviati” rampolli dell’Ohio anche la musica saprà essere cerebrale pur senza autocompiacimento.

brainiac

La gavetta è tipica dell’epoca: concerti a profusione e qualche singolo che catturi l’attenzione. Quello stesso anno, sia Superduperseven che lo split con le Bratmobile convincono la Grass Records, marchio di ridotte dimensioni comunque capace di collocare nel ’93 Eli Janney dei Girls Vs Boys alla regia dell’album di esordio. Abbastanza promettente, Smack Bunny Baby, anche se latita il suono eccentrico, angoloso e irrobustito da iniezioni di modernariato elettronico che farà grande la formazione, qui intenta a trafficare con furia giovanile e storture melodiche. Poco dopo Michelle viene rilevata da John Schmersal e si lavora a una replica sempre con Janney, che eccetto due episodi sulla media distanza non abbandonerà più la band.

Da ascriversi anche al nuovo arrivato il progresso Bonsai Superstar, nel quale Radio Apeshot, Sexual Frustration e Juicy On A Cadillac incastrano la lezione dei Pere Ubu sulla frenesia stradaiola di Jonathan Spencer e Hot Metal Dobermans e Fucking With The Altimeter aggiornano i primi Devo; altrove, la predisposizione a giocare coi nervi dell’ascoltatore sfocia in una cantabilità tanto contagiosa quanto stralunata che necessita di un pizzico di messa a punto. Durante il tour che li vede sul secondo palco del Lollapalooza, i ragazzi sono reclutati dalla Touch & Go: curato proprio da Kim Deal, l’EP Internationale conferma la verve preparando il terreno alla maturità.

Hissing...

Nella primavera 1996 Hissing Prigs In Static Couture va a segno. La calma apparente di Strung, le pop-devianze da Pixies strapazzati di Pussyfootin’ e Hot Seat Can’t Sit Down, la sarcastica Kiss Me U Jacked Up Jerk e una manicomiale I Am A Cracked Machine stabiliscono le coordinate di un’opera che affronta il post-punk con creatività e attitudine sperimentale (ascoltare per credere Vincent Come On Down e 70 Kg Man) consegnando i Brainiac agli annali. Dopo le tournee di spalla a Beck, Breeders e Jesus Lizard e l’astratto EP elettro-kraut Electro-Shock For President supervisionato da Jim O’Rourke, fervono i lavori a un album per la Interscope. La notte del 23 maggio 1997, poco lontano da casa il ventottenne Taylor sviene al volante per le esalazioni del gas di scarico. L’auto si schianta, prende fuoco e lui muore sul colpo.

Il nome seguiterà ad essere riverito dai colleghi – nomi tra loro disparati come Jeff Buckley, Wayne Coyne, Chris Walla, Trent Reznor, Mars Volta, Muse – e conservato da pochi carbonari. Della più grande band perduta dei Novanta non si sentirà più parlare fino al 2019, quando il concittadino Eric Mahoney termina “Brainiac: Transmissions After Zero”, documentario che ripercorre la vicenda della formazione attraverso spezzoni live e interviste con la madre di Taylor, i membri superstiti e svariati fan di rango elevato. Speriamo che almeno post-mortem qualcosa si smuova: di nuovo, la mia piccola parte l’ho fatta. Adesso tocca a voi.

Unwound: foglie d’acciaio

Lunghi e piovosi, gli inverni del Nord Ovest americano e dunque cosa c’è di meglio che mettere su un gruppo? Li immagino così, gli adolescenti Justin Trosper (voce, chitarra), Vern Rumsey (basso; non più tra noi dall’estate del maledetto 2020) e Brandt Sandeno (batteria): che a Olympia, centro universitario dello stato di Washington dalla fiorente scena musicale, pubblicano fanzine e suonano hardcore punk nei Giant Henry. Che al grunge preferiscono una Dischord che gli dà più calorie. Che ascoltano Wire, Chrome e Gang Of Four recuperando la new wave in tempi non sospetti. Di essa non c’è traccia nel nastro che si autoproducono, ma sarà il pilastro del progetto seguente, gli Unwound, i quali sapranno rinfrescarne le forme con il talento e l’attitudine della provincia dove, un po’ per orgoglio e un po’ per distacco critico, si rielaborano le mode.

Intanto i tre assemblano Sonic Youth e sentori di fragoroso blues in un’altra cassetta che garantisce il sostegno della locale Kill Rock Stars e, dopo alcuni 45 giri pubblicati tra ’91 e ’92, registrano un LP omonimo rimasto inedito fino a metà Novanta. Insieme falsa partenza e fine dell’apprendistato, essendo lo spartiacque un avvicendamento dietro tamburi e piatti: a Sandeno, che tornerà nel momento di lasciare il segno, dai bizzarri Witchypoo entra Sara Lund portando solidità esecutiva e sensibilità arty.

Polawound

L’esordio Fake Train mostra nel ’93 un moderno power trio che trasporta ipotesi di Nirvana influenzati da Fugazi e Dinosaur Jr. tra i panorami di Sister, impressionando con il riassunto Dragnalus, il furore in liquido divenire di Valentine Card e la chitarristica risacca Feelings Real. A posteriori cogliamo l’inizio del ricambio generazionale successivo alla metabolizzazione del grunge, quando la leva nata nei primi ’70 introduce nel panorama indie degli USA un’indole progressiva che confluirà non solo in ambito post-rock. Un anno e New Plastic Ideas incrementa robustezza e intesa offrendo l’inquieta Hexenszene e il minaccioso slowcore Usual Dosage, una felice attualizzazione dei Cure di Faith intitolata Abstraktions e gli Slint estatici di Fiction Friction.

Dimostrazioni che la band sta affinando la visione e in tal senso aiuta che nel 1995 supporti dal vivo Sonic Youth (li ricordo a Milano, inspiegabilmente fischiati…), Fugazi, Polvo e Blonde Redhead, che dai Nostri trarranno alcune intuizioni pur senza sciogliersi prima di annoiare; vede inoltre la luce The Future Of What, in cui le canzoni guadagnano i riflettori e la rabbia trascolora in clangori e fluttuazioni. Idee chiare e voglia di mettersi in gioco rendono prezioso anche Repetition, che rispetta la cadenza annuale introducendo un arsenale di tastiere vintage: nella multiforme compattezza dell’insieme spiccano l’aggressione ragionata Message Received, la torbida possanza di Lowest Common Denominator, il dub in candeggina di Sensible.

leaves

Da qui si prepara l’acuto finale. Prima tappa Challenge For A Civilized Society e le sue spontanee tortuosità armonico-ritmiche benedette dal gioiello Side Effect Of Being Tired, ovvero i Mission Of Burma alle prese con una Interstellar Overdrive ispirata agli Hawkwind. Le successive: il 12” The Light At The End Of The Tunnel, che approfondisce l’interesse per il krautrock; la raccolta A Single History: 1991–1997, con la quale ci si guarda per l’ultima volta indietro prima di spiccare il volo. In una casa nei boschi, gli Unwound suonano e incidono per mesi in piena libertà. Nel 2001 il Capolavoro doppio Leaves Turn Inside You chiude un’era, ponendosi da aurea cerniera tra le ultime fiammate post e la (old) new wave del terzo millennio.

Scintillano d’immenso la levitante e stratificata neo-psichedelia di We Invent You e una Terminus dagli archi acuminati e il piglio cinematico, la luccicanza shoegaze One Lick Less e una Below The Salt maestosa ma rarefatta, i sixties devia(n)ti di Demons Sing Love Songs e l’ipnosi Summer Freeze. Come minimo. Al vertice, si chiude: la separazione è annunciata un sardonico primo aprile 2002. Appartenere fieramente a ciò che chiamavamo “underground” aveva insegnato molto in termini di correttezza e integrità a Justin, Sara e Vern. Oltre alla splendida musica, voglio loro bene per essere stati fino in fondo dei veri intellettuali punk. Del resto, i campioni sanno quando è il momento di ritirarsi.

Oltre il post-rock: Modern Nature

Nell’arte poche cose sono certe come l’esistenza di un “retaggio”, un patrimonio di memorie storicizza stratificatosi nei decenni che costituisce un punto di riferimento e di partenza. Appendice l’evidenza che i frutti più saporiti crescono dove gli elementi si confondono e il Genio mette (dis)ordine, anche da che Internet ha “spianato” il tempo in una tavola orizzontale dalla quale si pesca di tutto. Finendo spesso per proporre testi senza contesto, affastellati con perizia e acume ma con il sentore dell’esercizio stilistico. Per maneggiare un crossover ardito, più delle acrobazie occorre insomma il talento. Per esempio quello di Ultramarine e Rustin’ Man, che di recente mi hanno spinto a tornare sul canone avant.

Etichetta comoda però utile a delimitare la “cosa” sviluppatasi in coda alla psichedelia, che venne definita underground e prima di incancrenirsi nel progressive riplasmò il rock tramite suggestioni sino ad allora a esso perimetrali prelevate da contemporanea, jazz, etnica. Il non-genere che ne scaturì proseguiva la vena sixties in contesti mutati, smentendo il falso mito che la prima metà dei ‘70 fosse una palude stagnante. Chiamo al banco dei testimoni il krautrock, Canterbury, certe raffinatezze glam e mutazioni folk, i cani sciolti progressisti Brian Eno e Robert Fripp. Può bastare e persino avanzare.

Modern nature

Nel medesimo club colloco chi, ispirandosi al medesimo spirito di apertura mentale, tuttora estende di qualche millimetro le frontiere incrociando tra loro i più vari linguaggi. Metodo in uso sin dall’alba della musica popolare, ma ora propulso da uno stimolo più consapevole che istintivo: differenza sostanziale, siccome per evitare la freddezza bisogna temprare il risultato con le emozioni e con canzoni durature. Solo così il rock resta credibile nell’era post, ci piaccia o meno. Terminata la chilometrica premessa, passo a lodare i britannici Modern Nature, un duo “aperto” che con il debutto How To Live ha contribuito alle suesposte riflessioni. Perché Jack Cooper (ex Ultimate Painting) e Will Young dei Beak sanno eccome il fatto loro.

Sulle prime, il disco sembra sbucare da un 1974 plausibilmente parallelo in cui Eno produce i Faust e i Can condividono la sala prove con Hood e Yo La Tengo, giunti lì dopo aver chiesto un passaggio per Glastonbury alla Incredible String Band. Facezie a parte, il seguito dell’EP Nature sfugge a categorie troppo strette e mostra un’abilità non comune nell’armonizzare gli opposti. Attitudine evidenziata da una ragione sociale che accosta bucolico e urbano e da sonorità multiformi e sfuggenti. Di How To Live potreste infatti sbizzarrirvi a trovare decine di riferimenti e redigere la relativa lista. Fatica comunque superflua, ché ci hanno pensato gli stessi Modern Nature nel booklet, lasciandoci però soltanto l’illusione di mettere le tessere a posto mentre le scompigliano da capo.

how to live

Qui, infatti, una suggestione fugace ne insegue un’altra, un riflesso si sovrappone a un bagliore finché non capisci che l’insieme è personale e inafferrabile. Lo dimostra una scaletta che, legata dalla malinconica voce di Cooper, dipana senza soluzione di continuità un flusso narrativo tra titoli laconici che sono chiavi di accesso al disco e al bagaglio di rimandi dell’ascoltatore. Il mio, di bagaglio, suggerisce che, dopo la delicata intro cameristica Bloom, Footsteps galoppa da Ege Bamyasi a So Far passando per Hoboken; che in Turbulence, Michael Rother mescola Mother Nature‘s Son e Julia; che Nature è uno scontro frontale tra degli Hood ruvidi con classe e un’ipotesi di Notwist trattenuti; che nel capolavoro Criminals, il Re Cremisi più dolce è avvolto dall’allure decadente dei Roxy Music e da un velo post-indie.

E che ai dEUS sotto sedativi di Seance risponde una Oracle intima e aeriforme, e lo stesso per una crepuscolare Nightmares memore di Before And After Science e per l’ipnosi jazz-folktronica Peradam. Cerchio e album si chiudono all’unisono con Devotee, elegia che scatena una giostrina alla Harmonia su ritmi febbrilmente jazz e infine si spegne, tenue, dentro rumori d’ambiente. Siamo pronti a ripetere il viaggio tra metropoli e campagna, certi che ogni volta sarà diverso. Un altro mondo è sempre possibile. Siate i benvenuti.

Post-rock 2.0: il vuoto del millennio

Ci voleva Geoff Barrow per farmi vedere la luce. Tranquilli, nessuna crisi mistica di mezz’età: si tratta del sospetto e delle perplessità con cui accolgo certe band contemporanee che, pur dotate di talento, falliscono in qualcosa. Ora quel qualcosa ha dei tratti definiti ed è in parte riconducibile al vuoto dentro l’anima e il cuore delle nuove generazioni. La scintilla è stata il tweet provocatorio ma ampiamente condivisibile pubblicato alcuni giorni fa dal fondatore dei Portishead.

Parlando dei Black Midi, giovanissimi suoi connazionali che in tanti portano in palma di mano, Barrow ha sibilato un “Riassumono tutto ciò che vi è di sbagliato nelle scuole di musica” e d’improvviso quelle parole hanno spazzato via un po’ di nubi che mi offuscavano la vista. Ringrazio perciò l’amico Ettore Craca – vi confido un segreto: a lui devo anche il nome di questo blog – per la notizia, per il dibattito che ha sollevato e le riflessioni che vado qui a sintetizzare.

black midi

Non ho niente contro i Black Midi, così come non ho niente contro un’altra formazione emblematica della nostra epoca come gli Housewives. E sono certo che neppure Barrow li detesti. Semmai, non li sente. Non è questione di gap generazionale: Schlagenheim offre un suono interessante, idee, una tecnica esecutiva notevole. E poi? E poi basta. Spero di non risultare paternalistico quando affermo che questo famolo strano non sa di vita vissuta e, benché apprezzabile, tenta di stupire senza anima. Da un post-rock iper riccardone, insomma, emerge l’estetica di una generazione spasmodica e spesso superficiale. E fa riflettere anche che siano dei giovanissimi a incappare nel virtuosismo, quando quello è stato per lo più prerogativa di musicisti più attempati. Come se il punk fosse stato ribaltato per qualche bizzarro scherzo prospettico.

Ecco. Se lo stile non conquista, almeno spinge a ragionare. Ad esempio, sulla percezione del reale di chi ha affrontato e affronta un’esposizione a tecnologia e media che non conosce precedenti; di chi, in ragione di ciò, ha tutto a portata di mano e non sa cosa siano la magia e il mistero della scoperta. Le emozioni latitano perché i ragazzi non ne avvertono la necessità, trattandole in fondo con l’annoiata bulimia con la quale affrontano tutto il resto. Quanto alla famigerata vita vera, Instagram e Snapchat li proteggono finché il grande nulla sbatterà giù le pareti delle loro camerette virtuali, lasciandoli a fare i conti con la brutale materialità dell’esistenza. Da soli.

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Chi ha una certa età ricorderà benissimo nottate insonni a inseguire la radio e tradurre testi, battute di caccia in negozi dove conoscevi gente e scambiavi opinioni, lettere scritte a mano alle etichette… Di quella fatica a ottenere e di quelle imprese romanticamente naif serbiamo giusta nostalgia, perché quando ascoltare e incidere musica costava caro, noi eravamo lì. A crescere assieme ai dischi, a costruirci un’identità e diventare adulti. Da che la Rete ha preso il controllo, però, la necessità non funge più da madre all’invenzione e il suo posto è occupato da un asettico accumulo compulsivo. I risultati li ascoltiamo ogni giorno, controprove incluse (penso a Suuns e These New Puritans, che sono di un generazioni immediatamente precedenti: si sente).

Da quasi cinquantenne che cerca di capire i “giovani d’oggi” e intanto ricorda quando era giovane lui,  vi dico che mi piacerebbe molto vedere i Black Midi maturare. Gli auguro insomma di aprire l’anima e farci entrare aria fresca. Non parlo di quell’autenticità che, spesso malintesa o usata come paravento, non ha più significato nella popular music. No. Parlo del cinismo ottimistico e del distacco apparente che sono forme nascoste di passione e per questo hanno mutato il corso della Storia. Parlo dello spirito che accomuna Velvet Underground, Can, Aphex Twin e diversi altri Geni. Parlo di ciò che può salvarci, perché un altro mondo è possibile ma non ancora per molto.

Una rosa senza spine: These New Puritans

Sorprendono sempre con cognizione di causa, George e Jack Barnett. Originari della provincia inglese, hanno da non molto tagliato il traguardo del decennio di attività concedendosi con oculata parsimonia e mostrando idee chiare e voglia di mettersi in gioco. Attributi rari nell’era triste dell’ascolto mordi-e-fuggi e dunque applausi “a prescindere” per chi esordiva giovanissimo nel 2008 con Beat Pyramid, lavoro promettente in cui la riscoperta della new wave vantava non solo una scrittura sopra la media, ma anche la forza comunicativa tuttora inalterata che coinvolge persino nei momenti più cerebrali.

Un biennio e Hidden transitava coerente dal post-punk al post-rock fregiandosi della coproduzione di Graham Sutton, leader di quei Bark Psychosis frattanto divenuti un bel punto di riferimento. Nel 2013 il capolavoro Field Of Reeds consegnava i gemelli Barnett agli annali attraverso cinquanta minuti di tensione creativa capaci di mescolare indistinguibilmente Talk Talk, Tuxedomoon e Bark Psychosis, di rendere più terrigni David Sylvian e i Sigur Rós e di immaginare dei Tortoise umanisti.

inside the rose

Soprattutto, com’era ed è loro costume, i These New Puritans rendevano omaggio ai propri numi tutelari mentre li trasfiguravano in altro: nel loro caso, infatti, ogni riferimento estetico finisce per essere solo la mappatura generale di un talento cristallino. Un talento per nulla intaccato dai sei anni trascorsi dall’ultima fatica in studio, intervallata nel 2016 con la colonna sonora di una trasposizione teatrale de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che ha senza dubbio influito sulla successiva metamorfosi.

Dalla scorsa primavera Inside The Rose incarna pertanto l’ennesimo, inatteso scartare di lato dei ragazzi, che ora ricordano la versione contemporanea di un altro favoloso duo d’oltremanica, i mai abbastanza celebrati Associates: per talune affinità metodologiche, certo, e poi per l’aura di malinconica decadenza che ne caratterizza l’avanguardistico post-pop. Queste ultime parole incarnano la chiave di accesso a sonorità che, concesso un briciolo di fruibilità in più, si muovono tra avvolgenti spire di archi e fiati, percussioni ed elettronica per trasfigurare il romanticismo raffinato e meditabondo codificato dalla 4AD.

TNP

Splendida dimostrazione del (misurato) orientamento arty della coppia, il packaging restituisce dignità al supporto fisico con il quale fruire la musica e rappresenta l’introduzione perfetta a Infinity Vibraphones, sei minuti e mezzo dove pulsazioni ritmiche e suggestioni minimali/cameristiche rivestono una scheggia piovuta da Brilliant Trees. Sedotto l’ascoltatore con il primo brano, il programma lo conquista in via definitiva con altre meraviglie: in Beyond Black Suns gli intrecci vocali transitano da gorgheggi white soul a suggestioni operistiche senza scadere nel kitsch; Anti-Gravity, Where The Trees Are On Fire e la title-track sono i Depeche Mode – altri figli dell’Essex – in combutta con Scott Walker e un onnipresente Sylvian; la convulsa Into The Fire si avvale dell’ospite d’onore David Tibet per elargire autentici brividi; sul finale, A-R-P accende con un’obliqua impennata danzabile la sua anima distesa e Six è commiato sospeso e onirico che nondimeno esorta a ricominciare da capo. Più e più volte. Figlio di un mirabile equilibrio fra razionalità e istinto, Inside The Rose vi offre il suono di ieri, oggi e domani. Sarebbe una follia ignorarlo.

Tempesta (e assalto) ai tropici

Quando una band raggiunge la maturità può ripartire da zero o riprendere il filo dei propri discorsi con altro spirito. Vale la seconda opzione per Gareth Liddiard e Fiona Kitschin, fino a tre anni or sono da Melbourne a capo dei Drones. Portato a insuperabile pienezza espressiva un favoloso art (post) rock venato di folk e psichedelia, di blues gotico e radici strapazzate, causa dissapori con gli altri membri nel 2016 i due fondavano i Tropical Fuck Storm. Senza peraltro recidere il cordone ombelicale con il passato, siccome la “nuova” ragione sociale in realtà ricicla il marchio autarchico che pubblicò l’ultima fatica del (fu?) gruppo madre.

Un tour americano e alcuni 45 giri cementavano ulteriormente l’intesa con le nuove compagne Lauren Hammel alla batteria e Erica Dunn, che suona di tutto un po’: diciotto mesi fa A Laughing Death In Meatspace liberava il furore (de)costruttivo e la creatività brada – ma al contempo ben focalizzata – cui eravamo abituati. Sofferte trasfigurazioni di ciò che chiamavamo rock, umorismo nero e lucido senso della realtà si mescolavano ancora passando però da un assalto frontale alla cinica sottigliezza frattanto smarrita dai Royal Trux.

TFS

Ecco: che ci importa se Jennifer Herrema e Neil Hagerty sono imbolsiti e soffocati dal kitsch quando abbiamo tra le mani un album dei Tropical Fuck Storm freschissimo di stampa? Nulla, poiché Braindrops coglie costantemente in contropiede e stupisce con soluzioni estetiche che colpiscono al primo passaggio, crescono nei successivi e infine travolgono l’ascoltatore confermando la visceralità e il talento anticonvenzionale della formazione, ulteriormente irrobustiti da attenzione al dettaglio ed eccentricità mai fine a se stessa.

Emblematica per approccio e contenuti, l’allucinata copertina racchiude nove saggi di splendida follia con metodo, sgranata nell’iniziale Paradise da chitarre fuori giri tra Red Red Meat e US Maple su uno sfondo dolente che sale in rabbioso crescendo, in una The Happiest Guy Around che sono appunto i Royal Trux in chiave afro-elettro danzabile (e cubista, e punteggiata da paludi noise…), nella Aspirin dove un tardo Beefheart si cimenta con il soul pop, nell’etno-ambient Desert Sands Of Venus che fonde echi western alle atmosfere di There’s A Star Above The Manger Tonight.

braindrops

E se The Planet Of Straw Men ipotizza dei Talking Heads in versione No Wave, Who’s My Eugene? replica il trucco con le Raincoats mentre la title-track mette tutti d’accordo e assieme inzuppando la blackness nella candeggina. Ancora: Tim Rutili entra nei Flaming Lips e li rinsavisce tramite un capolavoro folkedelico sbilenco e visionario come Maria 62, mentre la “sorella” Maria 63 chiude i giochi con una ballata urbana mesta, oscura ed epica che per strada si/ci riduce il cuore a brandelli.

Come per illustri esempi del passato, siamo di fronte a una musica che rasenta il caos ma non vi scade; a una musica priva di autocompiacimento e a tal punto colma di energia e idee da spiegarsi da sola, relegando le parole al ruolo di semplici punti di riferimento. Oggi più che mai, Braindrops è qualcosa di cui avverti chiara e forte la necessità e quello dei Tropical Fuck Storm uno “sporco lavoro” che bisogna pur fare. Sono matti come cavalli, loro, ma di razza. Che la loro selvatica bellezza possa a lungo sbalzarci di sella.

Rustin Man: lavorare con lentezza

Poco meno di un anno fa annotavo che dei bassisti bisogna fidarsi eccome. Alla lista di talenti esposta qui potete aggiungere Paul Webb e rimediare a una grave distrazione della quale faccio pubblica ammenda. Pensare che dal 2002 lo splendido Out Of Season – pubblicato con lo pseudonimo Rustin Man assieme alla divina Beth Gibbons – non ha mai preso polvere sugli scaffali… Lo stesso dicasi per gli ‘O’rang, ensemble “aperto” allestito nei medi Novanta con un altro fu Talk Talk, il batterista Lee Harris, dove Webb – tirando da novello Teo Macero le fila di ore spese a improvvisare – sfogava nei brillanti Herd Of Instinct e Fields And Waves la passione per dub, reggae, krautrock ed etnicismo.

Non sto divagando, tranquilli. Preparo solo il terreno per una lode al suo secondo album solista fresco di pubblicazione. Un’occhiata al calendario evidenzia che, tra una missiva e l’altra, costui si prende un bel po’ di tempo. Nell’era del presenzialismo a vanvera e dell’esasperazione produttiva, pesa i vocaboli. E, diversamente dall’ex caposquadra Mark Hollis, ha deciso di continuare a parlare.

paul webb

Bene, bravissimo, ché Drift Code – realizzato mentre l’eclettico in punta di piedi cresceva le figlie nel quieto Essex – è splendido e sfaccettato al pari del predecessore. Dice molto una genesi dilatata, condotta registrando un composito bric-à-brac strumentale tramite diversi microfoni sistemati nel suo studio casalingo per donare all’insieme identità e respiro. In tasca i santini di Robert Wyatt e Peter Hammill e coadiuvato da Harris e pochi altri ospiti, l’uomo è infine uscito dall’antico granaio in cui abita e lavora (una sorta di moderna Wunderkammer) con un bucolico enigma intessuto di rock, folk, jazz, psichedelia, progressività.

Però col senno del post e atmosfere che oltremanica definiscono eerie. Elementi che si fondono al “non detto sonoro”, alla sapiente stratificazione e al gusto per l’intarsio rivelatore di chi ha contribuito a The Colour Of Spring e Spirit Of Eden (loro benedicono il tutto, alla giusta distanza) in un meraviglioso a sé. Un mosaico che con personalità incastona schegge del passato e, sotto i toni seppiati e malinconici evocati dalla copertina, svela un’essenza policroma. Pensatelo insieme antico e moderno, familiare e alieno come il Tardis di “Dr. Who”. Poi salite a bordo e lasciatevi trasportare senza esitare un minuto di più.

drift code

In caso contrario vi perdereste una favola inquietante che, con una grana vocale al crocevia art tra il primo Bowie e i succitati Robert e Peter, dipana canzoni di ricercata sobrietà. Canzoni traboccanti fascino come l’iniziale Vanishing Heart, ipotesi di un David pre-Ziggy intento a trasfigurare il soul a Canterbury; come una Judgement Train da Can che si rilassano in un club jazz; come la spoglia lamina acustica All Summer che a fondo corsa obbliga ripartire da capo.

Con lo scopo di tornare infinte volte su trentotto densi e intensi minuti, soffermarsi sulle sfumature e imprimere nella memoria ogni episodio: dalla morriconiana ugola femminile che in Brings Me Joy risale il greto di Rock Bottom ai Pink Floyd pigri di Meddle magistralmente rivisitati per The World’s In Town, dai Love smarriti nella brughiera di Our Tomorrows allo stridente, malevolo funk Light The Light, dall’intermezzo ambientale Euphonium Dream alla sinfonietta Martian Garden cosa sola di Van Der Graaf Generator e Soft Machine. A rendere l’ineffabile un po’ ho provato, nondimeno la Bellezza di Drift Code va oltre ogni tentativo di spiegazione. Come se fosse sempre stata nascosta in noi, pronta a svelarsi, è qualcosa di raro e vivo, di (im)puro e necessario. Qualcosa da amare incondizionatamente. Regolatevi.

Le crittografie sonore di Bradford Cox

Parafrasando Ferretti & Zamboni, la parabola di Bradford Cox (da Athens, Georgia: un segno) è un progressivo conseguimento della maggiore età. Nei tre lustri sinora spesi alla guida dei suoi Deerhunter – un po’ di voce in capitolo la detiene giusto il chitarrista Lockett Pundt, bravo qui a offrire una Tarnung da Tortoise traslocati sul secondo lato di Low – questo eccentrico che simboleggia l’attualità per eclettismo e sfuggevolezza ha infatti scolpito un mondo personale. Disco dopo disco, aggiusta il tiro e spariglia le carte perché, oltre al talento e alla sensibilità, nel DNA ha impressa anche la determinazione a sorprendere.

Buon per noi che non sappiamo mai cosa aspettarci e buon per lui che da Microcastle si è guadagnato un posto negli annali. Dieci e rotti anni fa, il difficile terzo album (pubblicato per non smentirsi in coppia con l’introverso Weird Era Cont.) rendeva più attento alla canzone un indie-rock venato di noise e pop e macerato in lo-fi, psichedelia, shoegaze, krautismi, folk lisergico… Disegnando così un classico contemporaneo di trasversalità lontana dall’autismo, di linguaggi riconoscibili pur nella sintesi dei modelli, di calligrafia sempre brillante.

deerhunter in marfa

L’alieno caduto sulla terra – alto, magro e afflitto (come Joey Ramone: un altro segno) dalla sindrome di Marfan che ne rende bizzarro il fisico – raggiungeva un’ulteriore linearità tramite il dream-pop addizionato “C86” di Halcyon Digest. Considerando l’evoluzione nel complesso, lo stacco appare oggi meno brusco e idem quello che, AD 2013, conduceva a Monomania. Definito dal diretto interessato “nocturnal garage”, aggiungeva alla ricetta glam, country sudista, ballate ombrose e sciccoso indie-funk rischiando di essere il lascito definitivo (peggio è andata all’ex bassista Josh Fauver, deceduto lo scorso autunno).

Nel dicembre 2014 Bradford veniva investito da un’auto: ripresosi, voltava definitivamente le spalle agli arruffati esordi e con Fading Frontier gettava nel calderone persino un’elettronica umanista. Ve l’ho detto che è strambo, no? Ecco. Il nuovo album Why Hasn’t Everything Already Disappeared prosegue l’elogio della diversità già da una genesi per nulla pianificata. Su invito di Cate Le Bon, il ragazzo giungeva nella cittadina texana di Marfa per partecipare a un festival; accompagnato dalla band, si trovava così bene là dove sono stati girati “Il gigante” e “Non è un paese per vecchi” da metter mano a un lavoro incentrato sulla morte di cultura, natura ed emozioni.

why everything

Conseguenza ne è che la malinconia traspaia dall’iniziale delizia Death In Midsummer – l’harpischord della coproduttrice Le Bon a pilotare un pop barocco lungo crescenti volute post-psichedeliche memori del primo Brian Eno – e si imponga nella conclusiva Nocturne, meditazione insieme sbilenca e trasognata. Sistemati gli apici a mo’ di parentesi, il resto sottolinea il peso acquisito da un cesello strumentale privo di fronzoli.

Soprattutto mostra un autore ancor più sicuro dei propri mezzi espressivi, che si tratti di vestire i tardi Pavement con scampoli di For Your Pleasure (No One’s Sleeping) od omaggiare con deferenza i Tubeway Army (Greenpoint Gothic), di filtrare un recitativo dentro fondali new-wave (Détournement: un nomen omen da Residents sereni) o di variare con arguzia i temi delle recenti metamorfosi (gli Wire torpidamente orecchiabili di Element, una Pulse esotica e mutant, l’appiccicosa Futurism, una leggiadra title-track). Convincente, conciso e sfaccettato, Why Hasn’t Everything Already Disappeared punta direzioni conosciute solo al suo artefice. Il quale, i fatidici “anta” dietro l’angolo, seguita a incarnare un affascinante enigma e a sfornare opere di altissimo livello. Buon per lui e buon per noi, ribadisco.

La voce della tartaruga

Lo conoscete il verso della tartaruga? John Aloysius Fahey ha provato per tutta la vita a dargli forma. Non contento, vi ha eretto intorno una muraglia che seleziona gli ascoltatori più tenaci. Insieme colonna portante e sabbia negli ingranaggi dell’American primitive guitar, si abbeverò alle fonti di folk, gospel e blues e altre se le inventò d’insana pianta. Avvolte da metafisica di gusto europeo, le dita tessevano favolosi arazzi chitarristici nella terra di nessuno – di lui solo, cioè – tra Charlie Patton, Harry Partch e Igor Stravinsky e la mente riversava sulle note di copertina flussi di (in)coscienza che mescolavano post-moderno e simbolismo, Pynchon e Joyce. Mentre l’artista si beffava di accademismi e convenzioni, una musica miracolosamente ancorata alla nuda terra da cuore e cervello consegnava le chiavi per Meraviglie somme. Nondimeno serve tuttora pazienza perché il meccanismo scatti. Lì molti si perdono. Gli altri amano John alla follia (in tutti i sensi…) sforzandosi di capirlo fino in fondo.

faheyturtleguitar

Tuttavia confesso che odio vedere gli uccelli rinchiusi nelle voliere. Lo stesso per Fahey: va lasciato pulsare sotto pelle e respirato con l’anima. Solo allora la sua obliqua purezza viene a galla come il Celacanto, un pesce del Cretaceo ritenuto estinto che riapparve all’improvviso. Oltre che dalle tartarughe, John era affascinato da quella creatura che poteva vivere cent’anni. Sfuggente per natura come il Capolavoro The Voice Of The Turtle, che dal ’68 rappresenta un tuffo ellittico nelle profondità dell’io e del tempo. L’io risale dai cori tibetani e dal trapestio di corde di A Raga Called Pat, Part III e accompagna 78 giri altrui, inanellando tante “F” che stanno per “falso” e per “Fahey”. Il tempo fonde presente e passato nel booklet (dodici pagine di (auto)mitologico collage visivo/testuale) e in registrazioni di varia provenienza.

Poi c’è lo spirito che unifica e consolida e infine avvolgerà l’artefice a mo’ di sudario. Il giorno del funerale, la frase sul retro dell’album “e la voce della tartaruga si ode nella nostra terra” (tratta dal biblico “Cantico dei Cantici” storpiando l’inglese di Re Giacomo: turle significa turtle dove, cioè tortora e non tartaruga; sublime errore, se tale fu) fungerà da epitaffio per il discolo che mezzo secolo fa pubblicò due versioni dell’LP col medesimo artwork ma scalette differenti (l’edizione digitale sistema le cose o quasi) e aveva nel frattempo ricevuto gli onori dai figliocci del post-rock.

Turtle

Mi piace crederla gradita, quell’epigrafe, all’enigma burbero che dal 2001 non è più tra noi. I romantici lo immaginano trasmigrato altrove attraverso le onde radio di “Zabriskie Point”, lui che per sempre sarà un bandolo del quale la musica riflette i nodi dorati. Tali sono qui la falsa serenità di A Raga Called Pat, Part IV e i Gastr Del Sol onirici di The Story Of Dorothy Gooch, Part I, una lieve Lewisdale Blues e la seppiata “old time” Train, le danze antiche di Bill Cheatum e la Je Ne Me Suis Reveillais Matin Pas En May restituita a Harry Smith. Quando Lonesome Valley chiude e riconduce all’inizio su un sinistro rintoccare, scorgi una luce.

Eccola brillare anche se non hai letto James Agee, non hai visto le foto di Walker Evans, non ti sei smarrito nelle pagine di William Faulkner (di sicuro A Raga Called Pat, Part III rimbalzava già nella testa del Vardaman Bundren di “Mentre Morivo”). A inizio carriera, con dovizia di documenti fasulli Fahey creò tal Blind Joe Death, un bluesman che “suonava” con lui nei dischi, questo incluso. Finì per celarsi dentro invece che dietro quell’amico immaginario esorcizzando ciò che amava per raccontarlo a modo suo. Da Lazzaro fiero, tormentato e indipendente quale era, c’è riuscito. Fare forward, voyager.

Pram: musiche credibilmente strane

Lo scorso maggio è caduto il 160° anniversario della nascita di Albert Robida. Ehm, scusa, di chi? Dell’autore dei “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne”, romanzo fantastico-avventuroso del 1879 (qualcuno ricorderà lo sceneggiato RAI dei Settanta) che ispirò i registi Georges Méliès e Marcel Fabre. Robida era un tipo poliedrico: illustratore, umorista e architetto, animò il cabaret parigino “Le Chat Noir” con spettacoli di teatro delle ombre, tra cui l’apocalittico “La Nuit Des Temps” che vedeva la capitale distrutta in una battaglia aerea.

Vi pare bizzarro? Sappiate che per l’Esposizione Universale del 1900 ricostruì sul lungo Senna i quartieri medioevali demoliti da Haussman… Facile dunque che nei Pram riconoscerebbe degli eredi per la propensione naturale a (ri)costruire passati verosimili con giochi di specchi e messe in scena dove il confine tra reale e fantastico è piuttosto labile. E se esiste un sottogenere che evoca una nazione e il suo spirito come l’Americana, possiamo legittimamente ipotizzarne la versione d’oltremanica e chiamarla – se vi piace – “Vittoriana”.

Meridian

Tuffarsi nell’oceano di suono dei Pram significa anche nuotare in un immaginario adatto a emuli britannici di Robida, Verne e Salgari. Si viaggia con la mente, certo, ma pure con la memoria e la nostalgia di ricordi non vissuti. In modo simile ai più krauti compagni Stereolab e Broadcast – prima ancora a Young Marble Giants e Antena, cui un po’ somiglia nei momenti quieti – dal 1990 la band di Birmingham (no: non vengono da Scarfolk…) si è ritagliata un ruolo di antesignana della ghostalgia, avvolgendola in surrealismi d’avanguardia e rimasugli new-wave, in esotismi e jazz, in stravagante library music e in trip-hop da bar sotto il mare.

A un certo punto, come fanciullini temprati da serenità e stridori, i Pram hanno diluito l’attitudine post con dosi di dolceagra umanità. Poi sono spariti per un decennio abbondante. Quando stavo archiviarli definitivamente, Across The Meridian me li ha restituiti in ottima forma. Tra un lavoro dalle nove alle cinque e l’altro, hanno salutato la cantante Rosie Cuckston e si sono reinventati affidandosi all’etica creativa “democratica” che li contraddistingue sin dagli inizi. Parliamo pur sempre di chi confronta le idee e non ostenta il talento in vacui proclami. Di chi si fa fotografare mascherato per non distogliere da una musica alla quale dedica cura e attenzione.

Pram b & w

Lo comprova una fresca dozzina di brani ricavata da improvvisazioni registrate in Galles e poi rielaborate con sovraincisioni, editing, auto-campionamenti. Ciò che i diretti interessati chiamano “collagismo” restituisce l’arguta fusione di cui sopra, insistendo su jazz esotico e/o urbano (seppiato in Ladder To The Moon, inquieto per Shimmer And Disappear, dinamicamente lunare all’altezza di Footprints Towards Zero) e acute mutazioni errebì (The Midnight Room), su dolcezze che spiegano benissimo l’aggettivo “eerie” (Mayfly, Where The Sea Stops Moving) e colonne sonore immaginarie ispirate ai maestri italiani (Doll’s Eyes, Thistledown).

Il tutto reso viepiù prezioso da un piglio ritmico deciso eppure raffinato e dal personalissimo, ineffabile fascino che avvolge la retrotronica da manuale di Wave Of Translation e permette a una sciantosa fantasma di misurarsi disinvolta con Erik Satie (Electra) e ondeggiare tra Berlino e Bristol (Shadow In Twilight). Bene, bravi. Adesso però non fatemi aspettare altri undici anni, per favore.