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Ian Hunter, golden aged rock ‘n’ roller

Da ragazzo seguivo i Mott The Hoople lungo il paese saltando sul treno senza pagare. Era un periodo meraviglioso: tutto ciò che volevo era suonare la chitarra. Nient’altro.” Il giovanotto cui devo la citazione la suonerà eccome, quella chitarra. Così bene da superare Maestri coi quali, galantuomo, saprà sdebitarsi. Di lui avrete certo sentito parlare: si chiama Mick Jones. I Mott The Hoople facevano questo effetto a chi poté viverli, poiché erano – Kris Needs dixit – “the people’s band”, il gruppo della gente e per la gente che rispettava il pubblico perché da là veniva e ne andava fiero. E ottenne un agognato riscatto percorrendo una via tortuosa portando con sé appassionati e colleghi.

Tra questi, altri hanno raccolto la fiaccola come Morrissey, Grant Lee Philips e Michael Stipe, fan terminale che all’epoca di Lifes Rich Pageant modellò il look su Ian Hunter e che ha citato i Mott in Man On The Moon traendone ispirazione per Monster e New Adventures In Hi-Fi. Devozione e interesse perdurano, come dimostrato dai recenti box Mental Train: The Island Years 1969-71 e From The Knees Of My Heart: The Chrysalis Years, incentrato sul biennio ‘79-‘81 del solo Hunter. In fondo, ditemi come si fa a non voler bene ai Mott The Hoople: canzoni romantiche e argute, dignità conferita al glam e trucchi insegnati al punk sullo sfondo di una brillante “terza via” tra la dimensione art dei Roxy Music e la sognante sensualità bolaniana. Cuore, muscoli e poesia che si fondevano parlano tuttora a chi sa ascoltare.

Motts

Pensare che gli inizi non furono granché… A metà ’60, tali Doc Thomas Group “vantano” un LP di cover registrato in Italia e concerti sulla riviera romagnola. Chiusa la parentesi, Peter “Overend” Watts (basso), Dale “Buffin” Griffin (batteria), Mick Ralphs (chitarra) e il cantante Stan Tippins accolgono l’organista Verden Allen, diventano Silence. Vanno a Londra e nessuno se li fila finché Ralphs irrompe nell’ufficio del produttore Guy Stevens – vedi alla voce London Calling – sbattendogli un demo sul tavolo. Detto, fatto: band assunta alla Island senza Tippins (da qui fedele tour manager), ribattezzata come sappiamo e raggiunta da un nuovo cantante, Ian Hunter Patterson. Tra cinque e dieci primavere più degli altri, ha famiglia e un passato in fabbrica ma adora Jerry Lee Lewis, Little Richard, Bob Dylan e scrive, canta e pesta sul pianoforte.

In una settimana del ’69 è pronto l’esordio omonimo che mostra il felice bipolarismo tra il rock stradaiolo di Ralphs e le ballate stile Blonde On Blonde scritte da Ian. Il sessantaseiesimo posto in madrepatria cagiona la tournee che sfocia in USA, influenzando a fine decennio un Mad Shadows dove foga e introspezione si bilanciano poco anche per l’incapacità a catturare in studio la potenza di spettacoli in cui la band chiede solo una sterlina per l’ingresso, introduce di nascosto i kids più accaniti e li accoglie sul palco. Punk? Sì, grazie. Intanto in Wildlife Guy latita e si sente, l’attitudine incompromissoria procura rogne e idem il divorzio del frontman. La rabbia è trasmessa a giovani che mettono a soqquadro la Royal Albert Hall e canalizzata in Brain Capers, che recupera terreno con il rientrante Stevens.

hunter

I Nostri sono comunque messi alla porta e toccano il fondo a Zurigo, esibendosi in una stazione di benzina dismessa. A scioglimento deciso, il tifosi di lunga data David Bowie propone un contratto Columbia più l’inedita Suffragette City: Hunter e soci chiedono Drive-In Saturday e ci si accorda su All The Young Dudes. Buffo che uno degli inni glam passi alla storia grazie a una gang di proletari etero, ma del resto tali erano anche i Ragni Marziani, a conferma che quell’epopea fu un teatro di sottintesi e con-fusione, del rivelare il gioco per smontarlo e rimontarlo. Per questo immagino Malcom McLaren che prende appunti in un’estate albionica del 1972 in cui il brano sale al terzo posto. Pochi mesi dopo, nell’LP omonimo Bowie produce e perfeziona l’altrui talento in un’atmosfera di colta decadenza urbana.

Aperto con la dichiarazione di intenti della velvetiana Sweet Jane, è imperdibile e fascinoso nei Roxy lividi di One Of The Boys e nel commiato orchestrale Sea Diver, nell’hard stiloso e asciutto Ready For Love/After Lights e nel Lou Reed storto e blues di Momma’s Little Jewel, in una Jerkin’ Crocus profumata d’asfalto bagnato e nella viziosa Sucker. L’inatteso clamore sgretola i rapporti: nel ‘73 Morgan Fisher subentra alle tastiere. Uscito di scena Ziggy, Mott reagisce con la trascinante raffinatezza di All The Way From Memphis e Honaloochie Boogie, il sensazionale “proto post-punk” Violence, le sculettate à la Jagger di Drivin’ Sister e la meditativa Ballad Of Mott The Hoople. La diaspora però non si arresta: Ralphs forma i Bad Company, rimpiazzato da Luther Grosvenor/Ariel Bender quando in lizza c’erano Joe Walsh, Ronnie Montrose e Tommy Bolin.

dudes

Nonostante qualche eccesso, l’anno seguente The Hoople piace per le epidermiche The Golden Age Of Rock & Roll, Roll Away The Stone e Born Late ‘58, una Crash Street Kidds che omaggia gli Sparks anticipando gli Only Ones, la dylaniana Trudi’s Song. Ci si imbarca nell’ennesimo giro concertistico – primi rockettari a invadere Broadway: ancora i Clash prenderanno nota – riassunto da Live, incendiario preludio al 45 giri spectoriano Foxy Foxy e alla celebrativa Saturday Gigs. Ultimi guizzi, ché mi resta ancora da riferire di Mick Ronson che scalza Bender, del capobanda che si chiude in ospedale con l’esaurimento nervoso, poi esce e inizia la carriera solista. Degli altri che tirano a campare come Mott fino al ’76, poi diventano British Lions e infine spariscono.

Di Hunter sono da avere almeno You’re Never Alone With A Schizophrenic del ’79, con Mick più mezza E-Street Band,  Short Back n’ Sides, dove due anni dopo sempre Jonesy supervisiona un magico mix tra London Calling e Sandinista! Welcome To The Club, superba fotografia dal vivo. Le strade dei Mott The Hoople si incroceranno sporadicamente con le voci sulla rimpatriata fino all’autunno 2009, quando la formazione quasi completa tiene alcuni concerti a Londra. Il tutto esaurito fa sì che un evento in teoria unico sia replicato, malgrado il decesso di Griffin nel gennaio 2016 e di Watts un anno e rotti dopo. Pur disapprovando, capisco il tentativo di esorcizzare Crono. I veri rocker sono umani che l’Arte trasforma almeno per un giorno in Eroi. Felice compleanno, Mr. Hunter.

Thyme Perfumed Gardens-6: Litter

Nei momenti in cui il cosiddetto “ascolto critico” prende il sopravvento sul puro piacere auditivo, bisogna accostarsi a un disco considerandone il contesto storico e stilistico: solo così, infatti, si può in qualche modo ricostruirne l’impatto all’epoca dell’uscita. Ciò premesso, dal 1967 l’esordio a trentatré giri degli statunitensi Litter seguita imperterrito a scartavetrami il cervello con masochistico piacere. Perché se non è di rumore senza causa che le orecchie si nutrono, poche faccende coeve suonano abrasive come la rilettura di I’m A Man che lo suggella.

Come se i Litter avessero voluto esorcizzare il clima gelido della Minneapolis da cui provenivano con quantità industriali di fuzz e feedback, conditi di tutta la rabbia possibile e immaginabile; permettendoci, in retrospettiva, di tirare un incandescente filo ai concittadini Hüsker Dü e Replacements, questi ultimi dei devoti che – imitati dagli australiani Lime Spiders e dai Damned sotto falso nome – rileggeranno il classicone Action Woman. A monte di siffatto archetipo punk stavano preludi chiamati Victors e Tabs, tra le centinaia di tipiche gang che calcavano i palchi d’America, composte da giovanotti intenti a… distorcere le radici nere del rock’n’roll con tecnica approssimativa e surplus ormonali. Tanti piccoli grandi miti che chiusero il conto delle reciproche influenze, rispondendo all’invasione britannica con un garage-rock che fu tra le pietre angolari del ’77.

 The+Litter[1]

Questa la debita gavetta di Denny Waite (voce, organo) e Jim Kane (basso), come anche dei chitarristi Bill Strandlof e Dan Rinaldi e del batterista Tom Murray. Lungo il 1966 sono avvicinati da Warren Kendrick, produttore che propone loro un brano di sua composizione. Il dado è tratto: registrata a fine anno e pubblicata a 45 giri, Action Woman (sul retro la accompagna A Legal Matter in una versione più fedele all’originale di Pete Townshend) gode di buona circolazione entro i confini dello stato. Il suo sensazionale squassare di sei corde imbizzarrite, cantato roco e ritmica selvatica la inserisce immediatamente negli annali (non a caso, nel 1979 aprirà – con dovizia di puntina deragliata – il primo volume dei Pebbles) e persuade la piccola etichetta Warick a investire in un LP.

Rimpiazzato Strandlof con Tom “Zippy” Caplan, fresco di ritorno dalla California, si entra in studio a primavera per immortalare i pezzi eseguiti in torridi live, dove tra luci stroboscopiche e fumi la strumentazione viene spesso sfasciata. Per le suesposte ragioni, Distortions consta in massima parte di cover della British Invasion, sebbene “trasfigurazioni” sia il termine più calzante. Oltre al singolo e all’annichilente orgia blues rumorista di I’m A Man, urgenza espressiva e personalità consegnano l’articolata I’m So Glad, una Whatcha Gonna Do ‘Bout It dall’assolo lancinante, il ruzzolone pop Somebody Help Me. Gli Who sono ulteriormente ringraziati tramite una Substitute addizionata di geniale coda acid-lounge-surf, Rack My Mind sottrae le dodici battute agli Yardbirds con mano stilosamente farabutta e Soul Searchin’, ancora di Kendrick, è muscoloso folk-rock. Nonché l’unico momento in cui tiri il fiato insieme a una Codine tra torpore e risveglio.

 distortions[1]

Annotato che Strandlof lo potete sentire sui brani ripescati dal 7” e per l’appunto in Soul Searchin’, permettetemi di stendere un’altra cordicella che da Distortions arriva sulla soglia dell’omaggio/oltraggio alle radici che molto più tardi apparterrà ai Pussy Galore. Hai detto niente. A siffatta innovativa furia, di lì a un anno il seguito su Hexagon $100 Fine risponde egregiamente insistendo su brani autografi. Piacciono la granitica Mindbreaker, le Morning Sun e (Under The Screaming) Double Eagle che tornano ai panorami dell’esordio; altrove, la fenomenale epica She’s Not There vede degli Zombies davvero tali travolti da un furibondo misto di Doors e Stooges.

Problemi col management bloccano tuttavia i Litter e la stanchezza ha la meglio: rifiutate le offerte di Elektra e Columbia, in estate gli esausti Waite e Caplan gettare la spugna. I superstiti li rimpiazzano con degli onesti mestieranti e cedono alla ABC l’ordinario hard rock di Emerge. Fine del decennio favoloso e della vicenda, poiché non tutti sono i Sonics e dunque preferisco soprassedere sulle rimpatriate per nostalgici. E siccome al mondo non c’è giustizia, mi tocca infine riportare che Bill Strandlof è deceduto per una leucemia nel ‘95.