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I Cold Sun e la mistica psichedelica

Volevo che i Cold Sun piacessero alla gente del domani.” (Bill Miller)

Scava e riscava, nella miniera dei fab sixties qualche manufatto sorprendente e di pregio lo trovi ancora. Così fu una dozzina d’anni or sono per chi scrive con la psichedelia ombrosa e avveniristica concepita dai Cold Sun, una faccenda che – per citare il loro amico, compaesano nonché collega di scorribande soniche Roky Erickson – vive in un tempo tutto suo, nel quale la West Coast del ’67-’68 si salda alla New York del decennio successivo e, non contenta, lambisce territori abitati da Velvet Underground, Peter Hammill, Ash Ra Tempel. Curiosi? Seguitemi in quel di Austin, Texas, dove Bill Miller e Tom McGarrigle sono fan dei 13th Floor Elevators che con Mike Waugh (basso) e Hugh Patton (batteria) hanno fondato i Couldron, presto divenuti Amethysts. Miller è cresciuto nella cartina di tornasole emotiva del deserto adorando Del Shannon e Joe Meek e canta accompagnandosi con l’autoharp, arnese della tradizione folk appalachiana in teoria assai lontano dal rock.

Se non che gli Elevators hanno dato l’esempio suonando addirittura un’anfora e perciò, ispirato dal ronzante Clavioline di Meek, il ragazzo elettrifica e manipola (“Avevo in testa l’idea di un piano segato a metà, con pick-up magnetici come ricevitori a transistor e corde come antenne in parte antiche e in parte tipo vettori spaziali.”). Cavandone suoni che ricordano uno spettrale organo o pianoforti sull’orlo del collasso, scrive assieme a Tom canzoni complesse con referenti coevi nella gang di Roky (“Rappresentavano la massima espansione del formato rock fuori dal mainstream.”) e nei Velvet, per i quali i Nostri aprono alcune date locali. Il risultato è personale, avvolto in un bizzarro gotico “delle sabbie” e percorso dalla tensione estatica dei Television e di certa post-psichedelia. Siamo però al tramonto dei ’60 e, no, questa non è una puntata di “Ai confini della realtà”.

Nel 1970 la band incide negli studi della Sonobeat un master che il capo dell’etichetta vuole piazzare alla Columbia come ha appena fatto con Johnny Winter. Tuttavia non si va oltre le registrazioni e il quartetto, ribattezzatosi Cold Sun, resiste fino al ’73 e poi si trasforma negli Aliens, chiudendo un primo cerchio a fianco dell’Erickson solista. Nel frattempo Michael Ritchey, bassista nell’ultima line-up, recupera i nastri che sedici anni dopo proporrà a Rich Haupt e Mike Migliore della Rockadelic. Le mascelle sul pavimento dallo stupore, costoro chiedono il “si stampi” a Bill, che dalla California in cui si è trasferito concede un’esigua tiratura che va subito esaurita. Ormai materia per collezionisti danarosi, nel 2008 la World In Sound la sistema sul CD Dark Shadows aggiungendo due brani dal vivo risalenti al 1972.  

Se la psichedelia è il vostro pane, procuratevelo. Sarebbe da pazzi rinunciare alla South Texas che decora country-rock in vena di blues acido con un assolo singhiozzante, a una For Ever da Black Sabbath strafatti e persuasi di essere i Grateful Dead, all’ottundente ipnosi Twisted Flower, alle dodici battute declinate secondo Lou Reed & Sterling Morrison di See What You Cause. Spetta comunque agli episodi più dilatati decollare lungo traiettorie imprendibili: un’inquieta Fall fa strame di Easter Everywhere con parentesi qui meditative e là febbrili, l’ansiogena allucinazione Ra-Ma mescola del garage mutante all’amaro lirismo del krautrock, in Here In The Year i Van Der Graaf Generator smantellano Ride Into The Sun con accelerazioni, oasi rumoriste, aperture liriche in anticipo su Tom Verlaine. Avanti veloce all’aprile 2011: i Cold Sun salgono sul palco dello “Psych Fest” di Austin prima di Erickson e dell’attrazione principale, i Black Angels. Quello un altro cerchio chiuso, e il momento nel quale Bill Miller è giunto fisicamente nel futuro in cui la sua mente aveva sempre vissuto.

Stili di vita attivi: Polvo

Prima o poi i Polvo sarebbero arrivati. Nel senso che qualcuno doveva pur trovare il filo conduttore tra psichedelia, post-punk e math-rock. Di suo mettendoci poi l’approccio al contempo sfuggente e ansiogeno in un cocktail tuttora freschissimo e lanciato oltre steccati cronologici e stilistici. In sostanza, l’unica caratteristica che rende databile – attenzione: non datata – questa cult band per eccellenza è la commistione di generi tipicamente anni ‘90.

Una libertà servita ai chitarristi/cantanti Ash Bowie e Dave Brylawsky per conferire attualità al concetto di espansione della mente e aggiungersi alla dinastia di coppie impegnate nei trip più visionari: John Cipollina e Gary Duncan, Jerry Garcia e Bob Weir, Tom Verlaine e Richard Lloyd, Thurston Moore e Lee Randaldo, Guy Kyser e Roger Kunkel. Eccoli, i nostri nerd preferiti, che studiano fino a tarda notte i testi sacri e in laboratorio mescolano l’immaginifico sentire urbano dei Television con le strutture labirintiche dei Mad River, le muscolari acrobazie aritmetiche e un’Asia della mente. Tu chiamala, se vuoi, neuro-psicodelia.

polvo in a car

Non a caso il duo strinse amicizia all’università di Chapel Hill (North Carolina: la fiorente scena locale sarà celebrata dai Sonic Youth in Dirty) sulla base della comune ammirazione per le pagine del catalogo SST volte a fondere hardcore punk e rock progressista. Assoldati il bassista Steve Popson e il batterista Eddie Watkins, nel 1990 iniziano a trafficare con curiosità intricate e dissonanti sull’autoprodotto 7” Can I Ride, tuttavia spetta al successivo Vibracobra convincere l’ex compagno delle superiori Mac McCaughan a volerli su Merge. L’esordio Cor-Crane Secret esce in piena sbornia grunge, dunque figurarsi se nel ‘92 al mondo interessa un disco che decostruisce Marquee Moon e Daydream Nation rimettendone insieme i cocci. Ottimo il riscontro critico, il pubblico resta – e resterà – confinato agli intenditori che distinguono il talento dalla stramberia fine a se stessa.

Dodici mesi dopo, Today’s Active Lifestyles sistema il baricentro attorno a sinuosi tintinnii di corde e armoniche dissonanze, all’equilibrio strumentale e all’ansia estatica che apparterrà a certe frange dell’universo emocore. A metà del guado, gli EP del biennio ‘94-‘95 Celebrate The New Dark Age e This Eclipse smussano qualche asperità rimanendo fedeli alla linea. Il gruppo cede alle lusinghe della Touch And Go nel 1996, ringraziandola col botto: Exploded Drawing è una giostra che, coerentemente al titolo, espone le parti che la compongono senza perdere di vista l’insieme. Soprattutto, è un capolavoro di cui si ricordano in pochissimi.

exploded drawing

Se Fast Canoe è compendio estetico di potenza in guanti di velluto, Light Of The Moon disegna una cartolina western lynchiana e Street Knowledge sparge esotici lampi acid-wave; alla In This Life che collega i pieni ’60 ai tardi Settanta risponde la parodia power-pop The Purple Bear. Abbondanza che sbiadisce davanti a When Will You Die For The Last Time In My Dreams, epopea che decolla su squarci di psichedelia bucolica approdando a isterici martellamenti lungo una via di schegge fumiganti. Lo sforzo esige un dazio: ci si prende una pausa durante la quale Brylawski insegue orientalismi sonori in India mentre Ash si rifugia nei mediocri Helium con la fidanzata Mary Timony.

Nel 1997 si ritrovano (tutti tranne il defezionario Watkins: brutta notizia la sua morte nell’aprile 2016) per Shapes e un classicismo non privo di senso dell’avventura che – alla batteria il più lineare Brian Walsby – sancisce la prima chiusura della vicenda. Complici le partecipazioni a importanti festival, i Polvo tornavano dieci anni or sono con Brian Quast dietro pelli e piatti. In Prism fotografava un gesto più che dignitoso imitato nel 2013 da Siberia, nulla aggiungendo però neppure togliendo alla grandezza e insomma vi sono state rimpatriate ben peggiori. Ciò che davvero conta è l’eredità di Exploded Drawing. La scia stordente che sta attraversando lo spazio e il tempo, pronta a tornare chissà quando, sotto chissà quale forma. State all’erta.

I tramonti vellutati dei Music Emporium

Regola numero uno dell’acquirente avveduto: non sempre la rarità di un disco costituisce garanzia di bellezza. Anzi, spesso c’è un valido motivo se nessuno ti si filò e, diciamolo, quella malintesa antesignana dell’autoproduzione chiamata “stampa privata” ha più che altro arricchito scaltri commercianti e creato leggende di cartapesta. Ogni tanto, però, esistono le eccezioni. Vi interessano trecento vinili e una sixties band californiana atipica, composta da gente con un retroterra classico e una ragazza alla batteria?

Lo spero, perché i Music Emporium sono stati lungo avvolti da mitologiche nebbie pur meritando assolutamente la (ri)scoperta. Se sono pura follia i 4.800 euro richiesti per l’unico esemplare – sigillato, eh! – del loro 33 giri omonimo reperibile su Discogs allorché scrivo, con una modica spesa potete procurarvi l’eccellente versione ufficiale Sundazed del 2001. C’è di che gioire all’infinito, giuro.

Music Emporium album

Un passo indietro: nel ‘67, William Cosby – fisarmonicista ferrato in jazz e sinfonica che sin da ragazzino fa incetta di premi e onori – è ancora vergine di rock. Al terzo anno della UCLA si decide, ascolta e quell’energia brada gli cambia la vita. Comprato un organo, allestisce i Gentle Thursday con i compagni di corso Dora Wahl a tamburi e piatti, il bassista Steve Rustad e il chitarrista/cantante Thom Wade. Quando i maschietti abbandonano, William si mette anche al microfono, modifica la ragione sociale in Cage e a basso e voce accoglie Carolyn Lee, terzo elemento “colto” di un quadrilatero cui manca la necessaria figura rock, infine trovata nel chitarrista Dave Padwin.

Complesso assai peculiare, alle droghe i Cage preferiscono discettare senza pretenziosità alcuna di strutture e forme ispirandosi a Love, Jefferson Airplane, Doors. Preparati tecnicamente e rodati dai concerti, incidono materiale per un (breve) LP ma un abboccamento con l’Elektra non porta a nulla e c’è da pagare lo studio.

dora Wahl
Dora Wahl

 

Entra in scena Jack Ames, discografico in fuga dalla Liberty per lanciare la Sentinel. Tutto molto bello, non fosse che a gestire il denaro è la moglie Lola, che i Cage li detesta. Ames racimola comunque quanto basta a saldare il conto e rifare il cantato, poi obbliga il quartetto al battesimo definitivo pensando di aumentarne le possibilità commerciali mentre Bill si trasforma in “Casey” per evitare confusioni con il comico. Mugugnando si firma e nel 1969 il demo diventa album.

Un misurato, magico tappeto intessuto da ritmica fantasiosa, corde acidule e trame d’ugola e organo benedice architetture raffinate (i King Crimson chiesastici in relax sulla West Coast di Cage; l’iridescente anticipo Paisely Underground Winds Have Changed), goticismi sobri (Day Of Wrath è basata sul “Dies Irae” gregoriano; Catatonic Variations si spiega da sola), episodi incalzanti (Nam Myo Renge Kyo, splendida malgrado l’errore di compitazione di Ames; i Doors poppettari di Times Like This), oasi di pacata visionarietà (le splendide Gentle Thursday e Velvet Sunsets) e momenti che trovano il giusto mezzo (Prelude, una Sun Never Shines dai risvolti beefheartiani).

ME in the studio

Ovvio che di Music Emporium non si accorga anima viva a causa dell’esigua tiratura e dell’inetto Jack. Persino peggio quando ci si sbarazza di costui incappando in un tizio che ruba la strumentazione e sparisce. Fine dei giochi e del decennio allorché il capobanda evita il Vietnam con la cattedra di musica a West Point. Avanti veloce al Duemila. Dopo l’accademia militare e un impiego alla sezione trasporti della difesa, Cosby si gode la pensione.

Su un sito di aste si imbatte nell’ennesimo bootleg e il seguito è materia da “Twilight Zone”: il venditore racconta che “Casey” è morto in un incidente motociclistico e che un’etichetta sta preparando la riedizione del preziosissimo manufatto.  Poche ore e Bob Irwin, boss della Sundazed, riceve una e-mail in cui William chiede chiarimenti. Felice di averlo trovato dopo vane ricerche, Irwin spiega di aver acquistato i master originali da Lola e gli offre voce in capitolo sul progetto più i diritti d’autore. Amaro happy end, dal momento che William H. Cosby si è arreso due estati or sono a un cancro al pancreas, benché in relativa serenità e soffrendo meno possibile. Nam myoho renge kyo, fratello.

Ty Segall diventa (un) grande

L’ultima cosa che mi interessa al mondo è insegnare agli altri come vivere. Nondimeno, se scrivi di una forma d’arte devi prendere delle posizioni e, uh, giudicare, ma proprio perché questo verbo sa essere mostruoso e sgradevole, cerco di esercitare più cautela possibile. Venendo al punto: fino a ieri trovavo Ty Segall bravo e poco disposto a lasciarsi incasellare, tuttavia frenato da una iperproduttività un poco dispersiva che pareva modus vivendi e quindi affar suo. Sorpresa, il fresco di pubblicazione Freedom’s Goblin lo mostra svincolato dal summenzionato handicap scatenando applausi a scena aperta.

Perché sotto l’impero di internet, quando la disponibilità del passato sonoro a prescindere dal contesto storico/sociale che lo generò si risolve spesso in una sequela di formalismi, arriva un giovane a metterci il cuore oltre all’ironia, a cavare dalla mescolanza dei linguaggi un’identità con la quale vestire canzoni geniali e belle. Dimostrando così che, rimossane la storia, gli stili possono essere puri invece che vuoti. Una gran bella differenza, no?

freedom's goblin

Di conseguenza non è un paradosso se il californiano giunge in vetta a cavallo di un mastodonte di un’ora e un quarto. Trent’anni e un decennio di frenetica attività alle spalle, l’unica maniera che ha di riassumere il suo multiforme talento è forgiare un arguto post classicismo psych-rock. La forza del quale sta – oltre che in una scrittura di altissimo livello – nello scuotere il passato con brillanti riscritture creative e la consapevolezza che si progredisce incrociando il già esistente. Da sempre, e a maggior ragione oggi che si ibrida di tutto e di più. Per questi motivi, nell’epoca pre-CD Freedom’s Goblin sarebbe stato un doppio come Tago Mago o Trout Mask Replica: per la durata, ma soprattutto per il dispiego di idee e per il suo porsi da summa estetica.

Messi da parte impossibili e insensati paragoni con gli altri Capolavori su quattro facciate qui citati (comunque un buonissimo segno), quel “2018” stampato sulla copertina dona ulteriore smalto alla maturità di Segall. Lampante al proposito la scelta di sistemare a fondo corsa la And, Goodnight che estende un vecchio brano in un’eccellente epica alla Crazy Horse. Idem per quanto riguarda l’uso mai scontato dei fiati, l’affiatata squadra di sodali, il confermato Steve Albini al mixer. Indicazioni preziose di un esito che è frutto dell’equilibrio tra istinto e ragione tipico dei grandi dischi.

glam Ty

Basta infatti il poker d’apertura a spiegare l’aria che tira: Fanny Dog vede Robyn Hitchcock aggirarsi tra i solchi di Exile On Main Street scortato dai Primal Scream, in Rain i Beatles ospitano Skip Spence e un’orchestrina mariachi arrangiata da Sun Ra inventando i Radiohead, la cover di Every 1’s A Winner rifila sculettando un giro di pista ai Black Keys e per Despoiler Of Cadaver Beck resuscita Prince in abiti electro. Ah, però. Altri passi d’autore nel lucido delirio i graffi da Contortions al top di Talkin 3, l’acidula You Say All The Nice Things, un Marc Bolan fissa conclamata di Ty che funge da spina dorsale della delizia I’m Free e si trasforma in Alex Chilton lungo la struggente My Lady’s On Fire.

Si vola in cento direzioni però tutto si tiene, eccome se si tiene. Al sarcasmo hardelico di She risponde l’elaborata sarabanda glitterata 5 Ft. Tall, per una The Main Pretender traboccante torbida sensualità c’è lo scontro frontale tra Supergrass e Devo di When Mommy Kills You, il babà misto Lennon e Harrison Cry Cry Cry siede comodo accanto alla centrifuga grunge del White Album di Alta. Zibaldone visionario e policromo, Freedom’s Goblin possiede il portamento e l’attitudine che appartennero ai Royal Trux: disinvolto, se ne frega di giochi citazionisti ed esercizi di stile per emergere dalla propria epoca, fotografarla e allontanarsene. Tra fiori e rottami, gioielli e cascami, la certezza di trovarsi al cospetto di un’opera destinata a rimanere cresce un ascolto dopo l’altro. Evviva.

I Mad River alle fonti dell’oblio

Anno nuovo e nuova rubrica di “Turrefazioni” per scacciare la noia, brutta bestia che striscia ovunque e può minare persino sentimenti e passioni. Meno male che esistono film, libri e dischi che ne sono immuni e ci restano accanto per la vita. Spesso non si tratta neppure di Capolavori Assoluti: grazie tante, fin troppo facile amarli quelli. Parlo semmai dei gioielli personali le cui lacune – quando esistono – sono in realtà pregi e ponti stesi sul cuore. Questo il senso di “Perfetti ma non troppo” e per spiegarmi (spero) meglio voglio inaugurare la serie con una storia intessuta di what if.

Tra i grandi della Bay Area “acida” i Mad River sono i meno noti e non ci si crede, ché nonostante le affinità con Quicksilver Messenger Service e Country Joe & The Fish erano davvero unici. Su atmosfere psicotiche e attorno al cantato teso e stranito, sapevano costruire con naturalezza brani assai elaborati. Un fascino peculiare, il loro, tramandato negli anni tra pochi adepti – e colleghi di diverse generazioni: Television e Polvo per l’ordito di chitarre e i climi; Motorpsycho e Pontiak quanto a strutture e piglio – creando un alone mitologico. Pienamente giustificato.

MR golden gate

What if, parte prima. Che ci saremmo persi se i ragazzotti di Yellow Springs avessero preferito la carriera… Correva l’anno 1966 quando alla locale università Lawrence Hammond (voce, basso), Greg Dewey (batterista: unico liceale), David Robinson e Tom Manning (chitarristi) passano dall’esplicativa Old Time Jug Band al blues secondo Paul Butterfield, che con l’epocale East/West ha testé introdotto nel genere dilatazioni e scale orientali. Ascolta anche folk, la Mad River Blues Band, e verrà presto utile come l’apertura mentale che spinge verso raga e jazz. Poco ricettivo l’Ohio, il gruppo si trasferisce nell’eldorado lisergico a ovest dopo aver accolto la terza (!) chitarra di Rick Bockner. Mentre prepara le valigie, abbandona un paio di ormai inutili suffissi e registra anche un demo, apparso nel 2011 su Jersey Sloo, vinile ufficiale Shagrat che aggiunge materiali di poco antecedenti lo scioglimento.

Ho tuttavia corso a perdifiato come un’anfetaminica gazzella (leggete oltre…) e riavvolgo il nastro a classici giorni di California: una magione di Berkeley dove abitare e suonare insieme, pochi soldi e molta fame, lo scrittore Richard Brautigan che prende la banda in simpatia, la sfama e introduce nel giro beat. La svolta un omonimo EP a 45 giri sulla microscopica Wee Records. Insensato svenarsi per un originale del ’67, gustatene il contenuto – A Gazelle e Windchimes recuperate sull’esordio lungo, più lo spigoloso folk-rock Orange Fire – in The Berkeley EPs, CD Big Beat che a metà Novanta lo raccoglieva con analoghe imprese di Country Joe, Notes From The Underground, Frumious Bandersnatch.

MR colour

In qualche modo il 7” arriva alle orecchie di alcune major e sarà la Capitol a deviare il Fiume Pazzo negli studi Golden Gate Sound con Nick Venet. Gli hippie militanti si scontrano con il navigato professionista incapace di capirne stile e background, ma anche a dispetto del poco tempo per provare la scaletta portano a casa il risultato. E che risultato! Da mezzo secolo Mad River si racconta sublime negli aspri viluppi di corde, nelle strutture complesse e nella penna visionaria. Gioiello al contempo iridescente e opaco, si apre con lo sprintato riassunto Merciful Monks e nel prosieguo dipana accorato blues “corretto” (High All The Time), trascinanti frenesie (Amphetamine Gazelle) e bizzarre incursioni etniche (Wind Chimes).

Da favola il finale, dove i dodici minuti di War Goes On ipotizzano, tra cupi slarghi e assoli fiammeggianti, dei King Crimson a stelle e strisce incamminati su un sentiero di chitarre taglienti e batteria jazzata. Passata la tempesta, l’oasi acustica Hush, Julian esorta a ripartire. Iniziano qui i problemi: l’LP esce con i nastri accelerati (pare a causa di un errore tecnico) e i Mad River perdono fiducia in un’etichetta che comunque non li sta promuovendo. Tom saluta per laurearsi e si entra a fatica nei Top 100 di “Billboard” malgrado concerti a San Francisco, nel nord della costa e in Canada.

mad river lp

What if, parte seconda. Fossero stati i Mad River meno disillusi, Paradise Bar And Grill avrebbe sterzato con un pizzico di convinzione in più e oggi racconterei un’altra vicenda. Forse. Chissà. Di certo il secondo e ultimo lavoro della formazione si affida alle radici con motivazioni profonde. La scena che aveva scagliato i nostri eroi nello spazio (interiore e non) stava per spegnersi e il sistema reagiva trasformando la controcultura in una moda e rimpiazzando l’LSD con l’eroina. La risposta nel tumultuoso 1969 fu un alveo confortante che in anticipo sui Grateful Dead recuperava l’educazione sonora di gioventù e adombrava le tensioni. Benché un po’ discontinuo, Paradise Bar And Grill brilla tuttora negli omaggi a John Fahey (meglio Harfy Magnum della pastorelleria Equinox), nell’omonimo country corale e quello svelto di Copper Plates, nella virile melanconia di Cherokee Queen.

Essendo impossibile ritornare del tutto a un’Arcadia fittizia, gli apici stanno però là dove riaffiora il recente passato e cioè nell’elegante frenesia esclusa dall’esordio di They Brought Sadness e nell’amaro psych-hard Leave Me/Stay. Galantuomini, in Love’s Not The Way To Treat A Friend i Mad River lasciano recitare una poesia a Brautigan, dopo che con una parte dell’anticipo contrattuale già gli avevano finanziato il volume “Please Plant This Book”. Siamo all’epilogo. Stanchezza, frustrazione, Vietnam. Si torna sui libri per evitare l’arruolamento e grazie dei ricordi. Prima di scambiare la chitarra con lo stetoscopio, nel ’76 Lawrence Hammond pubblica il solistico Coyote’s Dream per la Takoma di Mastro Fahey. Tanto per cambiare, una delizia roots destinata a essere culto per antonomasia. Ennesima dimostrazione che nel mondo non c’è giustizia, e adesso spetta a voi rimediare.

Thyme Perfumed Gardens-10: Shiva’s Headband

In quest’ultimo viaggio – tranquilli: di psichedelia scriverò ancora, spesso e volentieri – tra giardini odorosi d’incenso e menta piperita mi trovo in squisita compagnia: “Suonammo in jam con gli Shiva’s Headband, che ascoltavo tantissimo. Erano fantastici.” Così Roky Erikson, illustrissimo concittadino dello Spencer Perskin che, mezzo secolo meno un anno fa, fondava uno tra i segreti meglio “auto custoditi” dei ’60. Un asso bizzarro e obliquo che costituisce una sensazionale mano da “Texas Hold’em” con 13th Floor Elevators, Conqueroo e Golden Dawn, la cui la posizione è nondimeno defilata sia rispetto ai nomi succitati che a un country che si rigenerava mescolandosi con il rock.

Come in una vecchia pellicola hollywoodiana, scorrono rapidissimi un bel po’ di calendari ed eccomi agli anni Ottanta, in cui accanto al Paisley Underground alcuni riscoprivano le radici americane e spesso tra loro i volti si confondevano. Dallo scaffale rispolvero formazioni coeve che rappresentavano fantastici “a sé” e tratteggiavano già ipotesi di post-rock. Da Black Sun Ensemble, Always August e Camper Van Beethoven un filo iridescente risale tra cielo e terra, tra tradizione e futuro. Amali, pazzi texani.

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Chissà che c’era nell’acqua in quei giorni ed è una domanda assolutamente retorica, perché sappiamo tutti quale fosse l’andazzo. A prescindere dal contesto, sotto la Stella Solitaria si è sempre prodotta grandissima musica: non costituiva eccezione la seconda metà del ’67 in cui Perskin, violinista ventiquattrenne di estrazione classica, allestiva una band con la moglie e cantante Susan più alcuni amici: Bob Reed alla chitarra, il bassista Kenny Parker, Jerry Barnett dietro la batteria, il tastierista Shawn Siegel. Perfetto il nome, suggerito dalla consorte in omaggio alla divinità hindu che, responsabile del cambiamento, distrugge il vecchio portando vita nuova. Basta poco a questa congrega di fissati con gli armadilli per svettare nel panorama locale e crearsi un seguito di fan che si estende all’intero stato.

Fungono da spalla a diversi nomi importanti, attraendo l’attenzione della Capitol che li scrittura e domicilia a San Francisco. Agli sgoccioli del decennio, sulla Baia gli Shiva’s Headband non si ambientano e soggiornano giusto il tempo di confezionare un trentatré giri nel vecchio studio dei Grateful Dead. Take Me To The Mountains non è solo l’esordio di un ensemble destinato al culto ma anche il primo LP pubblicato da un gruppo di Austin. I non molti dollari ricavati sono colà investiti in un locale autogestito, l’Armadillo World Headquarters (spulciate nella busta interna di London Calling per una sorpresa…) utile a promuovere la scena cittadina.

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Siamo anni prima del SXSW e ciò indica quanto Spencer avesse – ha tuttora – le idee chiare. Affiora alla mente il senso di comunità che da allora è transitato, attraverso certe frange del primo hardcore-punk, ai Godspeed You! Black Emperor. Medesima la volontà di non essere incasellati e/o dominati dall’industria ed ecco cosa dichiarava costui nel ’92: “Quel che faccio è indirizzare nell’arte le mie tendenze rivoluzionarie. Sparo note invece di proiettili, provando a espandere le coscienze.” Se vi pare un vecchio barbogio, passate oltre. Io vedo un individuo orgoglioso che si è guadagnato da vivere senza svendere i propri ideali.

Ma la musica, vi domanderete? Vale la pena conoscerla, benché – caso analogo ed eclatante: i Mystery Trend – dal punto di vista formale la psichedelia c’entri pochissimo. Esclusi un paio di brani, la intuisci nei dettagli (una chitarra acidula, un violino che profuma di Europa dell’est…) e specialmente nell’umore. Il disco infatti sembra commentare un risveglio graduale però mai completo da un trip eccellente, così che la realtà resta sempre un filo distorta e i cowboy sono cosmici e mooolto rilassati.

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Take Me To The Mountains appartiene al 1970 per come vagabonda lungo un confine cronologico – ed estetico: quello di un country-rock sui generis – fino a fondersi nel tramonto di un’era. Per questo mi piace e mi piace concludere questa cavalcata tra scampoli lisergici e roots dopo aver iniziato nella prima lu tata con una sovrapposizione tra garage e acid-sound. Sono insieme estatiche e terrigne canzoni come My Baby (scorrazzare per le praterie in vaghi vapori garagisti) e il brano omonimo, piuttosto classico se il violino svisasse con meno fantasia; come il gustoso, autoesplicativo Homesick Armadillo Blues e la Ripple offerta da Siegel, tagliata da una solista concisamente liquida e da un ilare kazoo. Laddove in North Austin Strut Janis Joplin si pacifica in un alveo di echi fifties ed Ebeneezer immagina una versione tzigana dei Jefferson Airplane.

Ancora: l’inquieta, esotica ballata Song For Peace incarna l’apice e l’episodio più autenticamente psych del programma e Come With Me la dici nervosa però pure armonica nei suoi incastri tra batteria e archetto; e se Good Time (Parker l’autore) delizia di incongruo e favolistico pop barocco, Kaleidoscoptic tira le fila con decisione spruzzata di mestizia. Non se ne accorge quasi nessuno di tanta bontà: succede che Jim Franklin, grafico di fiducia del gruppo, sistema in un angolo della confezione la minuscola scritta “passera”, qualcuno la nota e il disco viene censurato e reimmesso sul mercato con immaginabili conseguenze. Una risata ci seppellirà, fratelli. Ascoltatela riverberarsi nell’aria insieme a Song For Peace e, come direbbe David Crosby, lasciate sventolare la bandiera freak…

Thyme Perfumed Gardens-8: Faine Jade

E’ un venerdì tredici del duemilatredici, ma non è una serata che porterà (doppia) sfortuna. Anzi, qualcuno potrà anche dire di aver vissuto un momento di storia dell’underground al concerto decembrino in cui a un certo punto gli MGMT accoglievano sul palco Chuck Laskowski. In tutta risposta, immagino silenzi inframezzati da bisbigli del tipo “Chuck cosa?” e “ma chi diavolo è?”. Dopo di che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden ci riprovavano: “Signore e Signori, siamo orgogliosi di presentarvi Faine Jade!” Mi chiedo quali altre reazioni possa aver avuto la nutrita platea. Forse qualche intenditore si sarà ricordato del “Barrett d’America” e avrà gioito nel vederlo eseguire con la fedele chitarra Hagstrom Introspection, la sua composizione riletta dai newyorchesi sul terzo album.

In precedenza era infatti accaduto che Chuck l’avesse ascoltata e apprezzata: il tour del duo nelle vicinanze, inoltrava un’educata richiesta di biglietti gratuiti. Biglietti che, in caso di rifiuto, avrebbe comunque comprato. Si ritrovava viceversa invitato sul palco e, oh fratelli, che bizzarra la vita a volte! Come molti oscuri manufatti psych, le copie originali di Introspection: A Faine Jade Recital passano di mano a cifre esose: nondimeno il disco è da possedere per una popedelia ruvida e riverberata in distorte bolle multicolori con le quali giurerei si siano baloccati in tanti, dagli Steppes a Jacco Gardner passando per Green Pajamas e Morgan Delt. Sappiate che è disponibile con una spesa contenuta in un CD Big Beat e su vinile Sundazed. A voi la scelta, ché se la psichedelia è il vostro pane, non vi dovreste rinunciare.

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Avere vent’anni nei ‘60 e non suonare garage: vi pare plausibile? Questo faceva giustappunto Laskowski, trasferitosi dodicenne da Brooklyn a Long Island e transitato in una sfilza di formazioni, apice quei Rustics in combutta col fratello Jeff il cui singolo Look At Me/Can’t Get You Out Of My Heart (recuperato nel ‘92 su It Ain’t True con altri juvenilia niente male) spingeva l’etichetta Laurie a ingaggiarlo in qualità di autore insieme all’amico Nick Manzi. A fine 1966 costui fonda i sulfurei Bohemian Vendetta e Laskowksi (ribattezzatosi Faine Jade dopo che il nome gli era apparso in sogno…) pubblica su Providence il 45 solistico Love On A Candy Apple Day/It Ain’t True. Un anno ancora e con la band dell’ex socio incide i demo che assicurano l’accordo con la piccola RSVP di Manhattan.

Saranno ancora i Bohemian Vendetta – Manzi addirittura co-firma buona parte della scaletta – più Bruce Brandt all’organo e Randy Skrha alla batteria ad affiancare Chuck negli Ultra Sonic Studios frequentati da Iron Butterfly e Vanilla Fudge. Merito anche delle necessità imposte da un budget non ampissimo se pompa magna e sbrodolate brillano per assenza in Introspection: A Faine Jade Recital, fascinoso e percorso da echi di quei Pink Floyd che l’autore ritiene essere un accostamento assai lusinghiero, sottolineando di averli in ogni caso ascoltati solo dopo la pioggia di paragoni. Gli credo, ché oltreoceano The Piper At The Gates Of Dawn fu una faccenda per carbonari ed è ragionevole pensare che lo spirito dei tempi abbia aggiunto qualcosa al suo talento.

introspection

Dal 1968 Introspection: A Faine Jade Recital brilla di uno stile che – venato di garage e folk-rock, costellato da trucchi sonori e stridori – vanta uno spiccato carattere nel piglio yankee con cui tratta l’inglesità. Al netto di due interludi strumentali, sono deliziosi il misconosciuto classico acid-jangle-pop della traccia semiomonima, una Dr. Paul Overture sospesa tra Piper… e Revolver, il Syd che pasticcia felice con David Crosby lungo On The Inside There’s A Middle. Per tacer della storta e anfetaminica Ballad Of The Bad Guys, di una Cold Winter Sun Symphony In D Major che addirittura preconizza i Galaxie 500 e di A Brand New Groove, decollo tra polaroid di Stones s(tra)fatti e atterraggio nel dopodomani degli Only Ones. Ascoltare per credere. E per applaudire anche una Stand Together In The End pescata dal lisergico asilo Magical Mystery Tour, l’intricato telaio percussivo di People Games Play, l’epidermica I Live Tomorrow Yesterday, il proto-Paisley Don’t Hussle Me.

Chiudono i cinque minuti e mezzo di Grand Finale tra improvvisazioni, rumorismo, effetti. Di successo commerciale non se ne parla. A fine decennio Chuck si trasferisce a sud e collabora con i Second Coming, ormai pronti a divenire Allman Brothers; nei ’70 riunisce Manzi e Brandt sotto i Dust Bowl Clementine per il country-rock di Patchin’ Up, apre uno studio di registrazione e lavora per la Buddah. Infine si sposa, va a stare nei pressi di Woodstock e buon per lui che nel frattempo non ha fatto la fine del Testamatta di Cambridge. Siete pronti a sorprendervi?