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Lo spazio alla fine del mondo

La ricorrenza inevitabile è il Sessantotto che compie mezzo secolo. Circondato da sfacelo e orrori, evito la retorica chiedendomi cosa resti di quell’anno sul serio mirabile. Non passa molto che, forte e chiara, avverto tutta la Bellezza che non ha mai smesso di offire. Il ’68 è il monolito nero del Novecento e se c’è un “altrove” in cui immagino Jason Pierce, è proprio la stanza alla fine di “2001: Odissea nello spazio”. Anzi: sono convinto che nel profondo della sua anima tormentata ne esista una sorta di equivalente.

La musica che giunge da là è infatti un miracolo di estremi teorici – fisicità e spirito, gioia e dolore, istinto e ragione – che dialogano sublimi. Siccome armonizzare gli opposti rientra senza dubbio tra i doveri del Genio, ancor più degli Spacemen 3 gli Spiritualized rappresentano un felice “umanesimo post-modernista” con il quale Pierce crea dai frammenti dei (tanti) dischi che ama, però mettendoci sé stesso. Hai detto niente.

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Nel calderone dove mescola acid-pop, soul, psichedelia, krautrock, jazz liberato, minimalismo colto e impatto orchestrale ogni elemento è legato da un cuore pulsante sangue e spine. Il suo. Per questo un ventaglio ampissimo di influenze vanta il sapore dell’unicità e per questo il vissuto dell’artefice risulta da esso inscindibile. E poiché il vero coraggio è dichiararsi vulnerabili, voglio bene al Signor J anche per una sincerità pressoché totale. Una parte dello splendore di Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space risiede nel trasformare pene d’amore private in riflessioni universali, perciò assume un significato speciale apprendere che i concerti per il ventennale di quel Capolavoro hanno spinto Pierce in studio. E che le avversità – i demo iniziali poco persuasivi, il budget esaurito – sono state cagione di un metodo inedito: incidere (quasi) tutto in perfetta solitudine a casa, su un computer.

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Di conseguenza And Nothing Hurt recapita polaroid di umanità viepiù intima ed emozionante. Presto fiducia a chi afferma che “un disco deve riflettere ciò che sono, non ciò che ero” e orgoglioso sputa (un esempio da imitare, oh sì) sulla reunion dei Tre Astronauti. Parole e fatti contano. Un fatto è che gli Spiritualized sono divenuti gradualmente più terreni trattenendo l’afflato cosmico. Un fatto è che la vita ha spesso schiaffeggiato il nostro navigatore. Un fatto è che costui ha risposto cavando le cose migliori dalla sofferenza. Basta e avanza. Poi arrivano le canzoni a spazzare via la banalità di tanto rock contemporaneo: il valzer in popedelico sboccio A Perfect Miracle e la Let’s Dance sdraiata sotto l’arcobaleno di un lisergico Pet Sounds, l’innodia raffinata del crescendo Here It Comes (The Road) Let’s Go e il vigoroso soul con melanconici occhi azzurri I’m Your Man, il languido country Damaged e una The Morning After da Velvet Underground in gita a Detroit con Ornette Coleman.

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Pierce ha lasciato intendere che And Nothing Hurt potrebbe sancire un addio, ma chissà come e quando e se. In ogni caso tutto quadra, compreso girare attorno e compendiare in scioltezza un canone oramai classico attraverso forme e durate relativamente più concise. Da oggi, comunque, il futuro è un’ipotesi sigillata dallo scintillante neo-gospel Sail On Through e da quel “non fossi così gravato, proseguirei a navigare per te”. Metti caso che qui “you” valga per voi… In fondo non conta se davvero il sipario calerà sul codice morse che a fondo corsa scaglia il titolo dell’album tra le stelle. Conta che scroscino applausi copiosi fino alle lacrime. Grazie del viaggio, Major Jason.

Thyme Perfumed Gardens-7: H.P. Lovecraft

Per essere un narratore sommamente visionario, Howard Phillips Lovecraft non ha lasciato grandi tracce nell’immaginario rock “che conta”: escluso il metal estremo e gli Iron Maiden, lo citano i Metallica in Ride The Lightning e Master Of Puppets e i debuttanti Black Sabbath. Altro di rilevante non rammento, con la splendida eccezione di una sixties band di Chicago dedita a un ombroso acid sound. Furono praticamente i soli degni di nota a trafficare con la psichedelia nella windy city, gli H.P. Lovecraft, e il loro breve volo merita la (ri)scoperta: se non ne sapete alcunché e non volete svenarvi per i vinili originali, ve la cavate con una modica spesa. Ringraziate la Rev-Ola che nel 2009 pubblicava sul CD Dreams In The Witch House l’intera loro discografia, bissando un’analoga operazione di quattro anni antecedente con suoni più puliti e libretto arricchito. Vi lascerà di stucco.

Una spiegazione di tale meravigliosa peculiarità è rinvenibile in retroterra eterogenei benissimo integrati, sin da quella metà del decennio favoloso in cui il folkettaro George Edwards fa comunella con Dave Michaels, tastierista di studi classici e voce stesa su quattro ottave. Dopo un paio di false partenze, George approfitta dell’amicizia con i produttori George Badonsky e Bill Traut per porre su nastro, in un pomeriggio invernale e la band locale Roving Kind a dare man forte, un’eterea seppur incisiva Anyway That You Want Me dei Troggs. Nel ‘66 ne ricavano un 45 per la Philips (sul retro il maldestro scippo a Dylan It’s All Over For You) attribuito agli H.P. Lovecraft, dietro suggerimento di un Badonsky fan sfegatato dello scrittore di Providence.

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Manca ancora una band, però, che è allestita dopo svariate audizioni con la chitarra di Tony Cavallari, il pirotecnico batterista Dave Tezga e Tom Skidmore al basso, presto rimpiazzato dall’ex Shadows Of Knight Gerry McGeorge. Il quintetto lavora alacremente infilando nuove composizioni tra ciò che Edwards ripesca dal proprio passato, così che è solida assai la scaletta dell’esordio omonimo inciso in estate, tra reinvenzioni dei Byrds (il post-beat The Drifter) e dei Jefferson Airplane (l’innodica Let’s Get Together, una vibrante Wayfaring Stranger). A cancellare possibili effetti fotocopia concorrono poi le tastiere immaginifiche e il tocco “colto” di Dave: se la conclusiva Gloria Patria è una scheggia gregoriana e The Time Machine un vaudeville buffo e basta, That’s How Much I Love You Baby seduce in pigro jazz bluesato e la mesta I’ve Been Wrong Before e una serrata Country Boy & Bleeker Street omaggiano rispettivamente Randy Newman e Fred Neil – di cui si riprende con estro anche That’s The Bag I’m In – in scia ai Jefferson.

L’immortalità è assicurata da The White Ship, sei minuti e mezzo di tenebroso bolero tra il barocco e l’arabeggiante che vede la luce anche su singolo in versione accorciata. Non smuove granché commercialmente ma entusiasma Bill Graham, che invita i ragazzi sulla West Coast per un tour culminante a San Francisco. Tanto è il clamore suscitato che gli H.P. Lovecraft finiscono per stabilirsi a San Rafael ed esibirsi regolarmente al Fillmore e al Winterland.

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Nella primavera ‘68 calano su Los Angeles per una settimana filata al Whisky A Go-Go, ciò nonostante salutano un McGeorge ai ferri corti con Edwards. Lo sostituisce Jeffrey Boylan, vecchia conoscenza con cui proseguono una massacrante attività concertistica che mina la salute e gli equilibri. All’etichetta che insiste per un secondo LP, reagiscono facendo quadrato: in studio improvvisano e approfittano dell’interesse per l’innovazione tecnologica del supervisore Chris Huston, poi rifiniscono i pezzi – ancor più personali compositivamente e dalle strutture complesse e dilatate – nelle pause di registrazione. Di concitazione e stanchezza è però del tutto immune lo splendido II, che a settembre li consegna alla Storia con folk-rock trasfigurato (Blue Jack Of Diamonds, High Flying Bird) e innodiche tensioni ascendenti (Spin, Spin, Spin: Terry Callier l’autore; di recente l’hanno ripresa i Motorpsycho), ipotesi di Tim Buckley terreno e astrattamente marziale (Keeper Of The Keys) e sortilegi cristallini (Mobius Trip).

Altrove si preconizzano i Pavlov’s Dog (It’s About Time), ci si lancia in brividi cinematici (At The Mountains Of Madness) e si tratteggiano incubi profumati d’oriente (Electrollentando). Non vi sarà seguito – dimenticabile la rimpatriata nei ’70 a nome Lovecraft con Edwards, Michaels, Tegza più carneadi – e va benissimo così. La Philips capisce che la diaspora è in corso e, nonostante le recensioni positive, smette di promuovere il disco. Tutto si dissolve magicamente all’apice di un’arte oscura e fascinosa che più di altre ha retto lo scorrere del tempo. Con buona (?) pace di qualsiasi caos strisciante

Thyme Perfumed Gardens-5: J.K. & Co.

Pochi altri “concept” suonano lievi e aggraziati come Suddenly One Summer. Sarà perché il tema è suggerito e non esposto in maniera esplicita, così che l’ascoltatore interpreta come crede mezz’ora di psichedelia orchestrale; sarà perché l’esito non soccombe alle ambizioni e latitano orpelli o sbrodolate; sarà perché, grazie alle suesposte ragioni, puoi godere della musica a prescindere da qualsiasi sovrastruttura. Ciò premesso, sbalordisco ogni volta al pensiero che l’autore di questa meraviglia avesse all’epoca quindici anni! Jay Kaye, classe 1953, per qualche fuggentissimo attimo è stato un Mozart popedelico non per modo di dire. Aveva del resto le sette note nel sangue: la madre, Mary Kaye, era la chitarrista a capo dell’omonimo lounge trio alla quale la Fender dedicò il primo modello di Stratocaster custom. Il nonno, Johnny Ukulele, era l’erede di un principe hawaiano virtuoso dell’omonimo strumento che, tra i tanti, insegnò a Howard Hughes.

Sembra la trama di un film dei fratelli Coen, vero? Bene, sappiate allora che Jay ha rischiato di essere partorito su un palco: a Mary le acque si rompevano a metà dell’ultimo brano in un locale di St. Louis e svelto il marito la portava all’ospedale. Per un anno una tata culla il Nostro nei camerini d’America visitati dal Mary Kaye Trio, dopo di che la famiglia si stabilisce a Las Vegas per una serie stabile di ingaggi. La vita di Jay svolta quando i genitori tornano da una serata con Brian Epstein e i Beatles recando in dono il 45 giri di I Saw Her Standing There. Folgorato, il poco più che decenne approfondisce con Rolling Stones e Merseybeat, impara a suonare in casa e capeggia tali Loved Ones che non vanno oltre qualche festa scolastica.

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Intanto la cultura giovanile sta cambiando alla svelta e alla svelta cambia il mondo. Accompagnata mamma a Vancouver, Jay incontra il navigato produttore Robin Spurgin, lo visita in studio e gli suona un paio di pezzi. Robin va fuori di testa nel realizzare che il ragazzino in tasca non serba un mazzo di figurine del baseball ma splendide canzoni. Per tre mesi lavorano alacremente assieme all’arrangiatore Robert Buckley, altro teenager talentuoso. Questione di affinità elettive e visione comune se si capiscono al volo e, reclutata una formazione cittadina – i Mother Tucker’s Yellow Duck – a dar man forte, ne cavano un “wall of sound” multicolore che narra la vita di un uomo vista attraverso una goccia di LSD. Terminate le registrazioni, Jay e Robin riattraversano il confine in direzione Los Angeles, dove i Kaye si sono frattanto trasferiti. Portano i nastri a una Capitol che gradisce ma vuole imporre pesanti modifiche.

Orgogliosi, oppongono un secco “no” e quasi per caso bussano alla White Whale, l’etichetta dei Turles. Qui hanno il palato fino, però sono parimenti furbacchioni e coglionazzi: pubblicano l‘LP con un battage enorme e dispendioso, salvo scegliere come singolo i trenta secondi di effetti dell’introduzione Break Of Dawn. Pensando di attirare l’attenzione con il 45 giri più breve della storia, affossano invece tutto perché nessuna stazione lo trasmette. Da non credersi. Suddenly One Summer avrebbe potuto essere un successo, eppure scommetto che qualcuno lo ha custodito con affetto e devozione, magari dei fuoriclasse come Michael Quercio o Scott Miller.

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Potete unirvi alla congrega di fedeli procurandovi la ristampa BeatRocket del 2001 ricavata dai master originali. Basterà un ascolto per innamorarsi di una gemma che (inclusi due bozzetti rumoristico-astratti necessari a rendere il “senso” del progetto) scorre iridescente come una cometa. Nella sua stupefatta coda scorgerete dei Procol Harum minimali sotto oppiacei (Fly) oppure barocchi con misura (Land Of Sensations & Delights), ipotetiche collaborazioni tra Brian Wilson e Burt Bacharach (una Little Children giustappunto fanciullesca) e l’eccelso scintillìo melodico su groove felpato di Christine. Ancora: Crystal Ball colloca al proscenio sei corde serrate e convulse, Nobody è melanconia folk aspersa di acido, l’esuberante O.D. pare prelevata dal coevo Notorious Byrds Brothers.

Dove The Times guarda ai Byrds più pop, George Harrison avrebbe potuto vantare l’inquieto orientaleggiare di Magical Fingers Of Minerva. Infine, Dead tesse una tela dolente di intrecci elettroacustici e sospensioni che tutto riassumono, sistemando in coda un accenno dell’inizio che dici invito a ripartire e sottolineatura della circolarità dell’esistenza. La magia non avrà comunque seguito: Kaye mette su un trio col cugino e un amico, ma essendo tutti minorenni non possono esibirsi nei club. Svaniti slancio e fiducia, si chiude. Pur seguitando a suonare blues e rock, il wonder boy non combinerà più nulla di rilevante. Da un trentennio risiede a Maiorca e quale amara ironia che per lui l’estate non finisca davvero mai.

Thyme Perfumed Gardens-3: Kak

L’acid-rock è come il nero: sta bene su tutto. O quasi, perché il rischio di sbrodolare è dietro l’angolo se l’attitudine “espansiva” non possiede strutture solide – leggasi: canzoni – a sostegno. Quando difetta la penna, non bastano la palla lunga delle dilatazioni e il pedalare di wah-wah. Altrimenti, quei fulgidi giorni californiani tra ’67 e ’69 avrebbero partorito solo Geni. Pensandoci bene, la realtà non è comunque lontana: lo dimostrano i nomi di vaglia che formano l’iceberg sotto la Santissima Trinità Quicksilver/Grateful/Airplane. Gente spesso sfortunata o poco avvezza a gestire una carriera e, di conseguenza, riverita solo a posteriori.

Ad esempio, pochi ricordano i Kak per l’unico LP omonimo pubblicato nel 1969, citandoli giusto come fulminea anticamera del Gary Lee Yoder pre Blue Cheer. E benché Kak non offra copernicane riscritture della storia, è album da avere nel caso in cui nutriate un interesse non superficiale per la psichedelia. Divenuto subito una rarità sovente taroccata, ha saputo scavarsi una nicchia nel cuore di appassionati e studiosi in virtù di una natura assai meno derivativa di come la si dipinge: qui estatica e incantata, là nevrotica e scalpitante, mai dimentica delle sorgenti – folk, blues, country – dalle quali attinge. Forse, in epoche più vicine alle nostre, allorché il concetto di scena provinciale ha goduto di interesse critico e successo commerciale, i Kak avrebbero ottenuto di più. L’avrebbero meritato. Nel 1967, però, per combinare qualcosa, dovevi trasferirti da Davis, California, a San Francisco. Cosa che i ragazzi fecero, ma che a nulla valse anche per questioni di spiccata “attitudine” freak.

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Un passo indietro: nell’Estate dell’Amore il cantante e chitarrista Gary Lee Yoder è reduce dagli Oxford Circle, pionieri di una psichedelia furente e muscolare che raggranellarono solo il 45 giri acid-garage Foolish Woman/Mind Destruction e palchi condivisi con la Joplin, i Grateful Dead e i Jefferson Airplane (saggi del loro valore in Live At The Avalon 1966, CD Big Beat del ‘97). Siccome di stare con le mani in mano non vuol saperne, organizza eventi artistici e concerti cercando di scuotere la cittadina dal torpore. Una sera gli si para davanti tal Gary Grelecki, il quale afferma di essere un suo fan e che peccato che gli Oxford Circle si siano sciolti. Già che ci siamo, ti piacerebbe essere sul libro paga della CBS? Certo, amico: ecco il mio numero. Due mesi dopo squilla il telefono e quel pazzoide di Gary informa di aver ottenuto la firma promessa con la Epic grazie al padre, ammanicato con il talent-scout Chuck Gregory. Viva il nepotismo, una tantum.

Inizialmente si progetta la corsa solitaria, optando però quasi subito per una band a tutti gli effetti. Saggiamente, visto che le When Love Comes In e I Miss You incise da Gary Lee per il demo portato alla Epic sono esercizi di rock bluesato scarsamente personali. Il giovanotto ha però nel cassetto pezzi di livello superiore e altri ne sta scrivendo con il compare. Mancano ancora le persone giuste, trovate a inizio Sessantotto nell’esperto bassista Joe-Dave Damrell, nel batterista e tastierista di estrazione classica Chris Lockheed, nell’ex sei corde degli Oxford Circle Dehner Patten. Tutti si conoscono, stanno combinando poco e l’occasione è ghiottissima. Eccoli poco dopo a San Francisco, ospiti in una villa di amici di Grelecki a lavorare duro su arrangiamenti e composizione.

Una prima serie di registrazioni produce per lo più seccature con Gregory, che viene allonato. A settembre ci si riprova in uno studio di Hollywood adibito a trasmissioni radiofoniche. Con l’aiuto di una statua di Budda, dei Kak (parole loro) “più in aria degli aquiloni” si fanno bastare una settimana per confezionare la scaletta, solida ed eseguita con piglio vibrante. Dalla copertina, sulla quale un groviglio alla Max Ernst incornicia la doppia esposizione fotografica della banda, splendono in eterno nove iridescenti pepite di elevata caratura. HCO 97658 accoglie con un’entusiastica pallottola di ottanta secondi, Everything’s Changing cavalca esaltata ed esaltante in sella ai Moby Grape in lande di assoli lussureggianti, per Electric Sailor Patten presta l’ugola a un’innodia elegante e possente.

Nel prosieguo si strapazza il rhythm’n’blues con classe (Disbelievin’), si porge un traslucido, pacato country-rock (I’ve Got Time) e si omaggia Donovan nell’incantata estasi Flowing By. Tirato il fiato, Bryte ‘N’ Clear Day riparte al trotto spianando la strada a Trieulogy, articolato capolavoro che transita dai Love più mestamente hendrixiani a slanci folk-rock innervati di groove e, infine, plana su un Happy Trails rasserenato. In chiusura, sinuosa e sardonica come il Brucaliffo, Lemonaide Kid orientaleggia tra volute di fumo fuorilegge. Alla faccia dei minori

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Ciò nonostante i Kak si sfasciano. Mancando un vero manager, dal vivo suonano raramente (una dozzina i concerti in totale!), cazzeggiano, si sballano d’erba. All’etichetta frega poco e uno stanco Damrell saluta. Con lui finiscono alchimia e vicenda. Gary Lee pubblica un fiacco singolo a suo nome, poi si unisce ai Blue Cheer con Paul Whaley, altro ex del Circolo di Oxford. Kak si trasforma in reliquia fino al primo CD ufficiale del 1992 e all’edizione “filologica” su Big Beat di sette anni posteriore, reintitolata Kak-Ola e allungata da svariati bonus, comprendenti le succitate prove di Yoder e versioni alternative del già noto. Frattanto, un’altra formazione aveva (ri)collocato Davis sulle mappe dell’acid-sound. Si chiamavano Thin White Rope.

Relatively Clean Rivers (o: io sono un autarchico)

Se lo sarebbe aspettato Phil Pearlman di finire un giorno sulle pagine di cronaca, benché di riflesso? Propenderei per il no, ma di certo la storia che sto per raccontarvi è curiosa. Nel maggio 2004 l’FBI aggiunge un certo Adam Gadahn alla lista di cittadini statunitensi sospettati di terrorismo. Il trentenne era apparso in video con mitra e deliri d’ordinanza, nondimeno stupiva che prima della conversione all’islamismo e all’ingresso nelle fila di Al-Qaida avesse scribacchiato per una webzine di death metal, che fosse nipote di un medico di origine ebraica e figlio di Phil Gadahn. Scusa, Phil chi?

Ai cultori del super-sommerso in musica, il nome dirà qualcosa se accostato a Pearlman, cognome con cui Phil venne al mondo prima di diventare cristiano – vizio di casa, l’instabilità confessionale… – e di trasferirsi in un ranch senza elettricità vicino a Riverside, California. Da lì Adam fuggirà adolescente e il resto sono affari suoi: a me importa il passato di Phil, hippie oltranzista che ha sempre vissuto entusiasticamente la realtà, al netto di droghe che – stando al poco che so – mai assunse.

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Il poco che so, ecco: i Pearlman erano un’agiata famiglia borghese di Orange County alla quale nel settembre 1965 Phil voltò le spalle per iscriversi alla University of California di Irvine. Già in carniere un bizzarro singolo surf come Phil & The Flakes, il ragazzo tende le orecchie a quanto giunge da San Francisco e, in testa una chioma lunghissima e le idee chiare, si appropria in anticipo della controcultura. Da perfetto studente d’arte, allestisce una band che sia affermazione artistica libera tanto quanto l’epoca consente. Tra la fine del ’66 e l’inizio dell’anno successivo recluta un pugno di strumentisti e battezza il progetto Beat Of The Earth, inseguendo sonorità improvvisate che per l’appunto incarnino “il battito della terra”.

Non va oltre alcune esibizioni live e cinquecento copie di un LP omonimo, recante un’improvvisazione che un po’ preconizza gli Amon Düül e un po’ si risolve in jam psych-noise stile “palla lunga e pedalare”. Poco dopo molla gli studi e se ne perdono le tracce. Nel 1970 sbuca fuori (si fa per dire) The Electronic Hole, 33 giri tirato in poco più di cento esemplari: pare sia una raccolta di demo e, in effetti, il suono è più scarno, stavolta improntato a passabili canzoni alla Velvet Underground.

Sei calendari e un’altra missiva giunge dall’universo parallelo abitato da Pearlman: quella che più interessa. Racchiusa in una copertina di Jim Evans che cita la Chocolate Watchband, Relatively Clean Rivers profuma di psichedelia sognante che, avvolta in solida stoffa roots, plana da un’arcadia dei fiori in una nuvola di sorrisi pigri e oppiacee nebbioline. Qualcosa di prossimo a Jonathan Wilson che gli Wilco hanno lodato nel 2009 in un’intervista a “Record Collector”; qualcosa che possiede il tono intimo del riflusso cantautorale dei ’70 e tuttavia ne ignora l’amarezza, preferendo un rilassato torpore parente di Gary Higgins. Lo hanno etichettato “countrydelic” e in tal senso è assai eloquente l’iniziale Easy Ride. Mi dico d’accordo e ne lodo l’economia sonora, con il nostro uomo a occuparsi di tutto tranne della batteria e di alcune parti vocali e chitarristiche.

Così come incenso una The Persian Caravan in viaggio sulle rotte mediorientali annunciate dal titolo, una Hello Sunshine ipotesi di Crosby, Stills e Nash lisergici, una Journey Through The Valley Of O poggiata sul sapiente impasto tra tessuto strumentale e melodia sinuosa. Tempo di assecondare gli scarti d’umore e passo dell’onirico folk-rock Babylon che A Thousand Years chiude i giochi in un equilibrio di effetti e plettri. Immagino i Grateful Dead che incidono American Beauty con la testa a capofitto in Live/Dead, sfoggiando un tardo stile acid-sixities mai accademico né sbrodolone e con le febbri trattenute in sottofondo. Felice e beato, riparto da capo.

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Di quanto sopra Phil stampa mezzo migliaio di pezzi, che distribuisce girando la California in furgone o abbandonandoli nei campus universitari e nei negozi di dischi inventando il bookcrossing in chiave vinilica. E poi addio mondo consumistico, benvenuta vita agreste. A fine ’80 qualcuno scova Beat Of The Earth, fa un bootleg e dà inizio al sommesso passaparola. Alcuni collezionisti rintracciano Pearlman/Gadahn chiedendogli di frugare negli archivi. Capelli e barba ingrigiti però sempre chilometrici, lui fa spallucce ed estrae dal cassetto i trascurabili scarti datati 1967 di Our Standard 3-Minute Tune. Credete che gliene importi se nel frattempo gli hanno taroccato in digitale la discografia? Amalo, pazzo freak…

Le mini sinfonie estatiche degli A.R. Kane

La gente si aspettava che suonassimo reggae, e in cambio si beccava il feedback.”

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L’ascolto a posteriori di 69 è un’esperienza in tutti i sensi stupefacente. Semplici, in fondo, le ragioni: la storia dell’arte è attraversata da Geni in eccessivo anticipo sui tempi, di visionari che non si limitano (si fa per dire, eh!) a cogliere lo spirito dei tempi e a tradurlo in canzoni. Alcuni vedono già il futuro e, spesso nell’indifferenza, scrivono regole che poi diverranno un patrimonio comune. Nel caso degli A.R. Kane riconosci un misto delle due cose, con un successo planetario sotto mentite spoglie a confondere ulteriormente le carte.

Per capire bisogna fare un passo indietro al crepuscolo degli anni ’80: l’ortodossia rock stava cadendo sotto i colpi del crossover spinto; “contaminazione” era la parola d’ordine pronta a riverberarsi fino ai giorni nostri. In quelli, di giorni, cadevano invece muri veri e metaforici, mentre il mondo come lo conoscevamo perdeva le certezze su cui si era basato dal dopoguerra in poi. Il pop, felicemente, gli andava dietro: presto il 1991 avrebbe fatto piazza pulita dei manichei e la musica sarebbe cambiata. Per sempre. Per fortuna.

A Londra, in un 1986 dominato da bellimbusti da classifica e da un indie-rock chitarristico dedito alla riscoperta – e, in certi casi, alla rielaborazione – dei favolosi sixties, si incontrano Alex Ayuli e Rudi Tambala. Il loro primo 45 giri guadagna per lo più spallucce e la definizione di “Jesus & Mary Chain di colore”. Cosa che in parte sono, benché più attenti alla componente ritmica (felice retaggio della negritudine…) e più “psichedelicamente” espansi rispetto ai fratelli Reid. Chiarisce in parte lo spirito e l’attitudine della coppia il passaggio dalla One Little Indian alla 4AD per l’EP Lollita, giocato su atmosfere oniriche asperse di feedback e prodotto guarda caso da Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Ancora non lo chiamano shoegaze, però in anticipo ci siamo.

A quel punto, il capo dell’etichetta Ivo Watts-Russell li persuade a far comunella con Martyn e Steven Young dei Colourbox, l’asso della consolle Chris “C.J.” Mackintosh e il DJ Dave Dorrell. In testa hanno l’idea meravigliosa di un brano prodotto basandosi solo su campionamenti e breakbeat. Dell’epocale Pump Up The Volume si smerciano milioni di copie, portando l’avanguardia in classifica e incidendo sulle sorti della musica popolare.

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Siccome il progetto M/A/R/R/S non va oltre, dei piccati A.R. Kane approdano alla Rough Trade per un esordio che nel 1988 non tradisce le attese createsi nel frattempo. Gran parte dell’atemporalità fascinosa di 69, oltre che nel preconizzare con disinvoltura alcuni momenti chiave degli anni Novanta non rubricabili soltanto alla voce “post-rock”, sta in sonorità sospese e oceaniche.

Come dei My Bloody Valentine che trattengono le distorsioni sullo sfondo e lavorano con il ritmo, A.R. Kane porgono melodie eteree e un canto che, lambendo il Tim Buckley più trasparente, si inerpica tra volute di uno psych-funk siderale. Musica di sfere celesti, sì, ma inequivocabilmente fisica. Una tessitura di groove liquidi e di slarghi dub sciolti in patine rumoriste ma pur sempre pop.

Miracolo a sé stante, 69 rimarrà ineguagliato anche da parte dei suoi stessi artefici: l’anno dopo, i sarà ancora stimolante benché dispersivo, laddove tra ’92 e ’94 Americana e New Clear Child avranno poco da dire; al contrario imperdibile la doppia raccolta Complete Singles Collection ‎uscita su One Little Indian nel 2012. Benissimo così, siccome qui respiriamo eternità raccolta in un’estasi sensuale e insieme spirituale, in collage sonori che si arrestano un attimo prima di smarrire forma e trasporto emotivo. Anche in questo, una fulgida lezione di stile.