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Randy Newman: il Genio malinteso

Randy Newman è un miracolo vivente e di conseguenza inimitabile. Un cinico sognatore che, raffinato ma sincero, traspone in note e parole ciò che chiunque ha paura a dire. Un cantore tanto più umano quanto più è oggettivamente implacabile nel tracciare vizi e virtù e nel dar voce a personaggi sovente sgradevoli. Uno che si accostava alla musica da nipote di compositori di colonne sonore, seduto in casa al pianoforte per traslocare la Big Easy sulle colline di Hollywood con in tasca i santini di Brahms, Fats Domino e Ray Charles.

Senza dimenticare George Gershwin e Cole Porter e mantenendo l’orecchio alle radici, sin dal principio se n’è fregato del concetto di rock come “cultura giovanile” e ha imboccato una personalissima via di capolavori, lastricata d’oro tramite i lavori per il grande schermo e le infinite, quasi sempre inferiori riletture altrui del proprio repertorio. Anche questo è Randy: un Grande malinteso e, sì, il doppio senso l’ho fortissimamente voluto.

Composer Randy Newman

Troppo arguto per un mondo così becero, incarna un patrimonio da custodire gelosamente e da ammirare mentre cammina sulla lama del rasoio che separa tristezza e sarcasmo. La comédie humaine che popola i suoi LP serve anche a rammentare che spesso ci affanniamo a inseguire significati che forse nemmeno esistono. Tuttavia siamo dentro al circo, quindi tanto vale sporcarsi di segatura per due agre risate, qualche lacrima, una morale. In ogni caso, non sparate sul pianista perché sarà lui a mitragliare per primo: sulla storia, sulla politica, sulla religione. Su noi tutti. E meno male…

Come ben saprete, il nostro William Hogarth ebraico d’oltreoceano è tornato lo scorso agosto a scaricare una nuova cartucciera, intitolata – con abile calembour tra “faccenda” e “materia” oscura – Dark Matter. Calando sul tavolo i jolly dell’understatement e dell’autoironia, l’interessato sostiene che esso “non pare mostri troppi segni di decadimento”. Gioca in contropiede, siccome un ascolto spazza via l’Isis e il buco nell’ozono, la crisi economica e le cinque stelle di latta, Trump e Putin.

dark matter

Ecco. Fiondatevi sulla terza traccia delle nove in scaletta, una vetriolica marcetta che reca il cognome dell’autocrate russo. Da sganasciarsi e insieme riflettere, giacché molto altro si cela dietro una facciata comunque magnifica. Ad esempio l’evidenza che l’autore alluda al tiranno legalizzato del suo paese perché un brano su quel farabutto gliel’hanno respinto. E poi e soprattutto il magistrale saldare forme asciutte però inappuntabili al contenuto, rafforzando l’insieme e sottolineando il racconto. Ripartite dal principio, ora: dalla fluviale disputa su fondali musical e gospel The Great Debate e dalla melanconia à la Blue Valentine che d’improvviso diviene caraibica di Brothers.

Comporrete il terzetto bastante a garantire uno dei titoli più memorabili del 2017, non vi fossero poi sublimi ballate di un amore che guarda dritto la realtà (Lost Without You, She Chose Me), paranoie euforicamente contagiose (It’s A Jungle Out There, già tema della serie tv “Detective Monk”), vicende amarognole di blues (Sonny Boy), jazz cristallino (On The Beach). Laddove i… titoli di coda sono affidati a una delle cose più belle del Nostro, la Wandering Boy struggente e profumata con magnolie in fiore e vino rosso. Dark Matter è puro Randy Newman: aspro, romantico, meraviglioso. Come la vita.