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I Clash escono di scena

Facciamo un gioco: si chiama “fingiamo che” ed è una versione a fin di bene della cancel culture. Consiste nel deliberare che alcuni dischi non siano mai usciti e che alcune carriere si siano concluse diversamente. Un fantasticheria non fa danno a nessuno e probabilmente rende per qualche minuto la vita più sopportabile. Un caso eclatante? Eccolo: l’ammasso di monnezza intitolato Cut The Crap non è mai esistito, la schifezza (“crap”) è stata tagliata (“cut”) sul serio e i Clash si sono sciolti al vertice, la sera della vigilia del carnevale di Notting Hill.

Vi piace? Fingiamo anche che la speculazione delle case discografiche sia punibile per legge. In questo modo Combat Rock avrebbe compiuto quarant’anni il 14 maggio scorso senza lo strascico della relativa “edizione speciale” disponibile in svariati formati (la cassetta! Un 45 giri a tiratura limitata!! I gadget!!! Minchia, che ridere…) che aggiunge una dozzina di inediti scelti dai membri superstiti. Il sentore, infatti, è di occasione sprecata che restituisce solo in minima parte il what if nascosto dietro il quinto album dei Clash.

Come è noto, l’idea originaria era di pubblicare un (altro) doppio dopo un triplo salto nel futuro. Roba da spaccare le gambe a chiunque, ma non all’ultima gang in città che, alle spalle alcune session londinesi, a fine ’81 entra agli Electric Lady Studios di New York per incidere Rat Patrol From Fort Bragg. Al quadro bisogna aggiungere due settimane di favolosi concerti nella Grande Mela con la Sugarhill Gang e Grandmaster Flash, le prove in uno squat londinese, il tour in Oceania ed estremo oriente. A casa iniziano le discussioni, il doppio viene accantonato e il missaggio affidato da Rhodes a Glyn Johns: scorcia ed elimina, si riduce tutto a un LP dal titolo diverso .

All’epoca il punk è un ricordo, eppure la sua anima idealistica vibra in chi ha mutato il corso della musica e della cultura popolare però non vuole sedersi sugli allori. Più punk di tutti e tra i più Grandi di sempre, i Clash hanno intrapreso un’evoluzione che li ha condotti dalla garageland al mondo. Un percorso dove ogni mossa – dettata da muscoli, istinto e cuore – reagisce alla precedente: il punk codificato nell’esordio, il tentativo di scavalcamento Give ‘em Enough Rope, la formidabile sintesi London Calling che intanto si apre alla Giamaica e alla musica nera, il superamento delle colonne d’Ercole con Sandinista!

Quale allora il ruolo di Combat Rock? Sulle prime parrebbe un ritocco della parabola del gruppo, il cui retroterra multiforme e complementare emerge nettamente. In realtà, le canzoni gettano ponti su un futuro che non sarà e, con stupefacente disinvoltura, colgono nuovi fermenti – il nascente hip-hop su tutti – per incorporarli in un composito DNA. Ne deriva un tessuto viepiù cangiante che al rock e alla blackness mescola folk, free jazz, atmosfere filmiche, ricerca etnica. Di nuovo, la fusione non scade in confusione: anzi, incarna l’essenza dell’uscita di scena dei Clash.

Perché alla fine ogni speculazione, diceria e congettura è spazzata via da brani policromi, trascinanti, capaci di “leggere” l’ascoltatore come di esaltarlo e sedurlo. Ci trovate Londra e Kingston, New York e il Vietnam, Scorsese e Coppola, poesia e umorismo. E parecchio altro, tra cui una fiducia commovente nel potere della musica che contribuisce a rendere fresco, oltre che bellissimo, quanto è compreso tra gli estremi del rockabilly morriconiano Know Your Rights e del quadretto in stile Randy Newman Death Is A Star.

Parliamo di un Bo Diddley modernizzato chez Motown (Car Jamming), di singoli perfetti che recapitano apocrifi Stones (Should I Stay Or Should I Go) e irresistibili boogie disco (Rock The Casbah), di stralunate rivisitazioni del reggae che insegnano trucchi a Damon Albarn (Red Angel Dragnet, Atom Tan), di fantastici incubi che condensano Apocalypse Now pensando già ai campionamenti (Straight To Hell), di electro-funk-rap stradaiolo e raffinato (Overpowered By Funk), di jazz libero in un’umida giungla (Sean Flynn), di filastrocche che dipanano satira e storia (Inoculated City), di dub costruito su lirismo e bassi squassanti (Ghetto Defendant, ospite nientemeno che Allen Ginsberg).

Incredibile ma vero, il riscontro commerciale è clamoroso grazie anche dal traino Rock The Casbah composto in gran parte dal batterista Topper Headon, nel frattempo caduto preda dell’eroina e sostituito. Qui l’inizio della fine: a supporto degli Who, nelle arene americane le crepe tra Joe e Mick divengono voragini, questi è cacciato e ci vorrà tempo per riappacificazioni e pubbliche ammende. Però – ricordate? – abbiamo fatto un patto, voi e io. Tutto questo non è mai successo: i Clash si sono salutati nel 1983 con un abbraccio e un sorriso, sapendo di aver compiuto la loro missione. Sapendo, per questo, di poter vivere da qui all’eternità.

I Bad Brains distruggono Babylon

Per chi ne fu testimone in diretta, l’arrivo dei Bad Brains dovette somigliare parecchio a una calata di alieni. Dove si erano mai visti neri Rastafariani dal retroterra fusion suonare così selvaggi e frenetici? Furono un miracolo di rabbia, potenza e abilità esecutiva e un rivoluzionario esempio di ibridazione, e pazienza se l’incapacità di gestirsi ha impedito loro di incassare il dovuto allorché Red Hot Chili Peppers, Fishbone e Living Colour sbancavano. Succede spesso ai precursori e del crossover ascoltiamo succulente anteprime in I Against I e Quickness, lavori ottimi e comunque inferiori all’epocale Rock For Light col quale gli stessi autori si sono confrontati per tutta la carriera. Da non credersi, pensando che a metà Settanta si parte da Washington D.C. con il muscolare jazz-rock dei Mind Power!

Nel ’77, ai fan di Bob Marley che apprezzano Black Sabbath e Return To Forever l’amico Sid McCray (scomparso lo scorso settembre, cantò per poco nel gruppo) spiega che oltremanica e a New York stanno accadendo cose importanti. Folgorati, i quattro – H.R. ovvero Human Rights, nato Paul Hudson nel 1956 a Liverpool da madre giamaicana e padre americano; Dr. Know, A/K/A Gary Miller, chitarrista di due anni più giovane; Darryl Jennifer, bassista classe 1960; alla batteria Earl, fratello minore di Paul – pescano dai Ramones il nuovo nome. Se “bad” è da intendere in senso positivo secondo lo slang afroamericano, non vi è nessuna superbia in ragione di un personale e travolgente punk intervallato da oasi reggae e accompagnato da una filosofia di vita, il “Positive Mental Attitude”, che anticipa lo Straight Edge.

Tuttavia, sul crinale tra due culture i ragazzi causano screzi e risse che li rendono dei reietti in città. In tutta risposta, nell’estate 1979 registrano un demo agli studi Inner Ear appena inaugurati da Don Zientara: tra l’omaggio ai Sex Pistols che ti aspetti e quello inatteso ai Can, quanto radunato nel ‘96 su Black Dots dispiega lo stile che dal vivo spazza via i Damned, con cui si fa amicizia partendo per Londra ma restando bloccati in dogana senza passaporto e smarrendo l’equipaggiamento. Rientrati a New York senza un soldo, i Bad Brains si esibiscono con strumenti presi a prestito e fissano su nastro l’incendiaria Pay To Cum. Falsa partenza: Paul ha problemi di droga che risolve infervorandosi per il Rastafarianesimo.

Il gruppo in stallo, a smuovere le acque provvede il ristoratore Mo Sussman, che finanzia un 7” con il capolavoro di cui sopra e mette a disposizione una fattoria dove i Bad Brains passano mesi a suonare e fumare erba mentre altre incisioni (riesumate nel ’97 in The Omega Sessions) non li soddisfano. Tre anni e l’album latita. Si punta sulla Grande Mela: i concerti al CBGB’s non sfuggono a Neil Cooper, uomo degno di fede che prima di fondare l’etichetta ROIR ha lavorato per il governo di Haile Selassie. Dal gennaio 1982 la cassetta Bad Brains – reperibile in CD come Attitude: The ROIR Sessions – custodisce ipnotici reggae (I Luv I Jah, Leaving Babylon) e assalti fulminei e impetuosi ma sempre calibrati (Sailin’ On, Banned in D.C., Don’t Need It). Il problema è lo zelo religioso che sconfina nell’omofobia e il frontman che cerca di sterzare risolutivamente verso la Giamaica.

Sia lodato in eterno Ric Ocasek, che nel 1983 interviene producendo il magnifico Rock For Light. Fuori su PVC, recupera con esecuzione e qualità audio superiori una parte del materiale ROIR, porge le flessuosità in levare di Rally ‘Round Jah Throne, The Meek Shall Inherit The Earth e I And I Survive e trascina negli inni Attitude, Destroy Babylon e Big Takeover, costruiti come il resto della scaletta su vocalità acuta e ritmi implacabili, chitarre lancinanti e ricercata compattezza. Il clamore si spegne quando H.R. manda alle ortiche una trattativa con l’Elektra e pensa alla carriera solista. Inevitabile la separazione, interrotta nell’86 dal moderno e policromo hard-rock funkeggiante di I Against I pubblicato dalla SST.

Buone le vendite anche grazie a un video della title-track trasmesso su MTV, gli Hudson danno di matto e sono rimpiazzati da Taj Singleton e da Mackie Jayson. Firmato con la Caroline, Singleton si rivela non all’altezza e H.R. torna a reincidere testi e cantato di Quickness, che nel 1989 spiana la strada alla black rock coalition. La storia si ripete: i Bad Brains si sfaldano nuovamente e i Novanta testimoniano uno stillicidio di cambi d’organico e mediocrità artistica. Medesima solfa nel terzo millennio con in più i malanni in parte risolti di H.R. e Miller. Ciò detto, possa Jah proteggere questi vecchi e ingrigiti leoni il più a lungo possibile.

Bim Sherman oltre l’arcobaleno

Da ateo razionalista vivo abbastanza felicemente e ciò nonostante alcuni eventi continuano a essere inspiegabili. Ha ragione William Shakespeare, quando fa dire ad Amleto – o è forse il contrario? – che in cielo e terra ci sono più cose di quante ne sogni la filosofia. Per coerenza non dovrei credere nei miracoli perché, anche se non siamo in grado di vederla, ogni cosa ha una spiegazione. Tuttavia sono convinto che nell’Arte sia molto più sensato abbandonarsi all’estasi dell’ignoto e lasciare la mente libera. I prodigi qui esistono: in attesa sui nostri scaffali, basta ascoltarli per riceverne poesia indenne alle ingiurie del tempo e della vita. Ecco, la vita. Certo non è stata clemente con Barret Lloyd Vincent, ma un po’ consola che quest’uomo, scomparso di cancro a cinquant’anni e noto agli amanti del reggae come Bim Sherman, ci abbia lasciato un Capolavoro giustappunto intitolato “Miracolo”. Nessuna vanteria, poiché la sua Bellezza è concreta come terra arata e sfuggente come brezza primaverile. Lo sarà in eterno.

bim-sherman

Non fu semplice giungervi per la voce più dolce e pura di Giamaica. Un’ugola di seta che si conficca subito nel cuore è il dono di chi nasce nel 1950 a Westmoreland e, siccome la passione per la musica divampa presto, si sposta a Kingston spaccandosi la schiena con i mestieri più disparati ed esordisce su vinile diciottenne. Lo assiste Sid Bucknor, che rivedremo sul tris d’assi Catch A Fire’/Burning/Natty Dread e in curriculum già vanta produzioni per Toots & The Maytals, Desmond Dekker, Ken Boothe e decine di altri. Del 45 giri Love Forever, Sid è colpito per la qualità ma principalmente per la determinazione con la quale Sherman vuole controllare la propria carriera.

Sottraendosi al piratesco mercato locale, per le strade vende una serie di singoli in bello stile roots; alla fine dei ’70 ne raccoglie una decina sull’LP Love Forever, affidato alla britannica Tribesman in cerca di sbocchi più ampi. Mossa successiva un trasloco in Inghilterra e l’incontro, propiziato dall’amico comune Prince Far I, con Adrian Sherwood. Fan sfegatato, costui lo accoglie a braccia aperte presso la On-U Sound: presenza ricorrente nei lavori di New Age Steppers, Singers & Players, Justice League Of Zion e Dub Syndicate, nel 1982 Bim consegna prove tecniche di grandezza in Across The Red Sea e non è affatto male anche il gruzzolo di 33 giri su Century, altra griffe autarchica che lo confina al culto.

Miracle

È da qui che con una felice casualità si entra nella Storia. Ai Manor Studios, un giorno del 1994 Sherman reincide alcuni suoi classici in chiave “unplugged” assieme al chitarrista Skip McDonald e al percussionista indiano Talvin Singh. Tale la bontà dell’esito che si prosegue a sperimentare con il bassista Doug Wimbish, i cori di Carlton Ogilvie e la preziosa supervisione del mago Adrian. A Bombay vengono aggiunti gli archi della Studio Beat Orchestra, stratificando e intrecciando le trame con la stessa naturalezza che appartiene alla mirabile commistione di stili e all’interazione fra elettronica e strumenti organici.

A rendere Miracle un vertice assoluto è in ogni caso la voce di Sherman, anima di un uomo che in un’ora scarsa disegna mondi meravigliosi dove il Gange sfocia nei Caraibi (Golden Locks, Simple Life, Can I Be Free From Crying) e il reggae, scivolando pigro lungo tangenti dub, si colora di soul orchestrale (Bewildered, Must Be A Dream, Just Can’t Stand It) e immagina un Forever Changes pacificato e terzomondista (Over The Rainbow, My Woman, Lover’s Leap). Tempo dei pleonastici remix di It Must Be A Dream e della discreta replica What Happened? e siamo al drammatico addio. Poche settimane dopo la diagnosi, Sherman muore a Londra. A pensarci ancora non mi pare vero, ma talvolta i miracoli si negano. Così purtroppo è la vita.

Garland Jeffreys, un genio americano

A una certa età c’è chi, sentendo il tempo scorrere inesorabile, butta fuori dischi a getto continuo e senza discernimento. Non Garland Jeffreys, cavallo di razza (im)pura che da sempre parla solo se ha qualcosa di importante da dire. Prova ne è che, dopo quasi tre lustri di silenzio, nel 2011 l’ottimo The King Of In Between ci ricordava che di lavori deludenti ne conta giusto uno, l’uomo nato il 29 giugno 1943 a Sheepshead Bay (Brooklyn) incarnando il multiculturalismo della madre di tutte le metropoli. Con tutti i pro e i contro dell’essere un melting pot con sangue afroamericano, latino ed europeo, su tutti la difficoltà a farsi accettare in quanto troppo pallido per i “fratelli” e troppo scuro per gli ispanici. Non resta altro che affrontare la vita con Billie Holiday e Louis Armstrong, il doo-wop e l’errebì, Sam Cooke e Bob Dylan. Più tardi, frequentare i corsi di storia dell’arte alla Syracuse University.

Il ragazzo stringe colà amicizia con Lou Reed e Felix Cavaliere: mentre fantastico su cosa chiacchierassero negli intervalli tra le lezioni, annoto il suo accostarsi agli scrittori Beat e un lungo periodo a Firenze per toccare con mano il rinascimento. Terminati gli studi nel ‘66, Jeffreys bazzica il Village proponendo un folk tra impegno e cabaret. Serve però un triennio per qualcosa di più concreto e cioè quei Grinder’s Switch che, con lo pseudonimo Penguin, suonano in Vintage Violence di John Cale. Lì sta Fairweather Friend, prima composizione di pubblico dominio del Nostro e faccenda piuttosto modesta come entro dodici mesi And Grinder’s Switch, LP su Vanguard devoto a The Band. Dissolvenza.

garland

Altri tre annetti e nell’omonimo esordio solista il newyorchese poggia l’ugola duttile su rock urbani venati di folk e incursioni in reggae e black. La critica apprezza e alla Atlantic cercano di smuovere ulteriormente le acque con Wild In The Street/35 Millimeter Dreams, singolo supervisionato da Dr. John recante sul retro una polaroid mista Springsteen/Reed e sul lato A un classico che avrebbe potuto essere una hit. Lo frena invece la mancanza di adeguata promozione che è inoltre causa attriti con l’etichetta. Il lungo apprendistato termina nel 1977, quando la A&M pubblica Ghost Writer, splendido racconto sonoro di come sia difficile – impossibile, forse – essere un santo in città; di come la diversità possa rivelarsi un dono che paghi salato; di come una lucida analisi sociopolitica rappresenti la risposta a tutto ciò.

Ripescato il 45 giri, lo si accompagna con superbi episodi in levare (la title-track, Why-O, I May Not Be Your Kind), rock-soul essenziali e lirici (Rough & Ready, New York Skyline, Lift Me Up) e un’eloquente Spanish Town che piacerebbe sentire dai Calexico. Nel ’78 One Eyed Jack paga qualcosa in termini di scrittura, ma certo non nel duetto con Phoebe Snow di Reelin’, in una Scream In The Night cupamente sensuale e nella doppietta reggae di Desperation Drive e Been There And Back. In coda al decennio, American Boy And Girl risistema in alto l’asticella: Livin’ For Me anticipa The River, If Mao Could See Me Now vive di romantico autobiografismo, City Kids spedisce Van Morrison a zonzo per New York. Al pulsante funk-rock Night Of The Living Dead rispondono il soul di Giamaica Bring Back The Love e l’orecchiabilità arguta di Matador.

Escape Artist

Passato alla Epic, nell’81 l’uomo riassume il proprio talento in Escape Artist, poco meno di un’ora – al 33 giri è accluso un EP registrato a Londa con Dennis Bovell – allestita insieme a membri dei Rumour e della E-Street Band e ospiti del calibro di Big Youth, Linton Kwesi Johnson e l’amico Lou. La produzione di Bob Clearmountain impreziosisce una scaletta che incontra una certa fortuna commerciale spaziando da una spigliata cover di 96 Tears a brani che mescolano i DNA di Elvis Costello, Graham Parker e Joe Jackson (Modern Lovers, Christine), da roots screziate new wave (Innocent) a scintillanti apocrifi degli Specials (Graveyard Rock), da un’epica mai banale (R.O.C.K., Mystery Kids) al reggae macerato nel dub (Miami Beach, We The People). Dopo il live Rock ‘n’ Roll Adult parrebbe ora di incassare, tuttavia nel 1983 il fiacco Guts For Love allontana i vecchi fan senza acquisirne di nuovi.

Garland è deluso, sparisce e riordina le idee. All’alba dei Novanta torna affrontando il razzismo tra gospel, hip-hop, dub e rock nell’intenso Don’t Call Me Buckwheat; cinque anni e Wildlife Dictionary ragiona d’amore sintonizzandosi sul trip-hop, però esce solo sul Vecchio Continente. Ci si consola allora con la vita famigliare, sporadici tour europei e la partecipazione al documentario “The Soul Of A Man” di Wim Wenders. Nel 2006 un pugno di inediti spunta dalla raccolta I’m Alive, poi la ricomparsa di cui in apertura, il premio Tenco, le successive conferme Truth Serum e 14 Steps To Harlem e il recente ritiro dai concerti. Molto tempo fa, questo vero poeta di New York dichiarò che tra bianco e nero non sapeva da che parte stare. Per quanto mi riguarda, Mr. Jeffreys, la metto dalla parte dei Grandi. Senza se e senza ma.

Max Romeo, a rudie inna Babylon

Ognuno ha la folgorazione sulla via per Damasco, ma quel fenomeno di Max Romeo ne vanta almeno un paio. Sempre lui a transitare dalle dolcezze degli Emotions alle lubriche Pussy Watch Man e Wet Dream e da lì a una fiera militanza. Prima di etichettarlo come un furbacchione, considerate che: 1) ci mise la faccia politicamente rischiando assai; 2) la sua in realtà è una graduale presa di coscienza della distanza che separa Kingston dalla Madre Africa. Poi, beh, War Ina Babylon mette tutti d’accordo, no?

Il suo artefice nasce Maxie Livingston Smith nel novembre 1944 e sgobba in una piantagione di canna da zucchero finché non vince un concorso canoro. Fresco maggiorenne, nella capitale assume il nome d’arte che sappiamo e fonda gli Emotions con Kenneth Knight e Lloyd Shakespeare. Ventiquattro mesi dopo vuole far da sé ma con Bunny Lee non lega. Tutt’altra storia con Perry: buttate giù parole su Hold You Jack di Derrick Morgan, “Scratch” costringe il ragazzo al microfono ed ecco. Benché non sia il debutto assoluto della slackness, la malandrina Wet Dream è talmente esplicita che anche nel Regno Unito afferrano la “velata” metafora. Favolosa faccia di bronzo, Romeo sostiene che parli di dormire sotto un tetto che perde acqua: la censura non abbocca, bandisce e così crea un caso. Il… sogno bagnato entra nei Top 10 entusiasmando gli skinhead albionici e inaugurando una moda proseguita con Wine Her Goosie, Mini Skirt Vision e Pussy Watch Man.

babylon

Imitato da una pletora di Tinto Brass della battuta in levare, Max guarda altrove investendo in un’etichetta e in un sound system. Al duplice fiasco replica con un pugno di singoli e poi arriva il 1972. In Giamaica si vota in un clima teso, acuito dal senso di apocalisse del rastafarianesimo. In carica dall’indipendenza, i conservatori rivaleggiano con il partito socialista guidato da Michael Manley. Mentre le fazioni si scontrano non per modo di dire, gli artisti prendono posizione ricorrendo sovente a simboli biblici. Soprannominato “Giosuè”, Manley riceve in dono lo spiritual rasta Let The Power Fall On I, da usare nella campagna elettorale dove il Nostro divide il palco con Bob Marley.

Il coevo Let The Power Fall vive di un analogo afflato e immaginatevi lo shock di chi aspettava nuove porno-guasconate. Il ciclo termina con la vittoria del PNP e No Joshua No, che prega il leader di mantenere le promesse. A metà decennio, Romeo abbraccia un misticismo condito d’iraconda rivalsa – in Giamaica i confini sono notoriamente labili – per Revelation Time, da avere possibilmente nella ristampa Blood & Fire espespansa intitolata Open The Iron Gate. Tuttavia nel ’76 sull’isola regna ancora il caos. Approfittando della crisi economica, con terrore e brutalità gli avversari cercano di scalzare il governo. Falliscono, per fortuna. E per fortuna Smith affida cronaca e speranze di quel periodo ad alcune canzoni.

70s Max

Di Sipple Out Deh Chris Blackwell fiuta il potenziale: remixa, ribattezza e le inquiete vibrazioni di War In A Babylon arrivano in Inghilterra. L’omonimo LP è un Capolavoro accostabile a Police & Thieves per temi e stile, per il lucido Perry anche qui ai comandi, per la disinvoltura con la quale la musica “parla” anche al pubblico rock. Soprattutto, per una trama oscura e fangosa – però anche solare, in qualche strano e geniale modo – che fonde splendidamente ritmi, fiati, ugola. Una penna al top consacra la perfezione delle ipnotiche One Step Forward e Smokey Room, dell’innodia pigramente malinconica di Uptown Babies Don’t Cry e Smile Out A Style, dell’imperiosa Chase The Devil e di una stellare title-track, della meditativa Norman e di una dolceamara Stealing In The Name Of Jah.

Solo discesa da qui. Il litigio col mentore ha come conseguenza il modesto Reconstruction, un trasloco a New York per scrivere musical (!) e partecipare a Emotional Rescue. Nell’81 proprio Keith Richards supervisiona Holding Out My Love To You: superiore ai predecessori I Love My Music e Rondos, comunque scolora davanti agli “scarti” dell’epoca d’oro recuperati in Meets Owen Gray At King Tubby’s Studio. Sarà la dancehall a scuotere l’uomo, che nei ’90 rientra in patria proponendo cose dignitose con Jah Shaka, Tapper Zukie e i romani Tribù Acustica giungendo al nuovo millennio tra riedizioni, concerti, nuovi dischi e persino la pace con “Testamatta” Perry. Lunga vita, Signor Pussy Watcher!

Desmond Dekker da Kingston alla vetta

Non occorre appartenere ai fan terminali dei Beatles per essersi chiesti almeno una volta chi sia il protagonista di Ob-La-Di Ob-La-Da. Harry Young, estensore nel ’92 delle note di Rockin’ Steady: The Best Of Desmond Dekker, suggeriva tra le righe che si trattasse di questo Desmond. In effetti, McCartney ammise di aver preso titolo e ritornello da una frase che l’amico percussionista nigeriano Jimmy Emuakpor soleva ripetere e si sdebitò con un assegno per l’arcinoto “Ob-la-di ob-la-da, life goes on, bra”, specificando che Desmond pareva un nome assai caraibico. Sommato al fatto che Sir Paul apprezzava Dekker, che quel brano è praticamente uno ska e che in tale materia i Fab Four non erano digiuni, vi lascio trarre qualche conclusione.

Chiudo l’angolo “Sherlock Holmes” rivelando che la suddetta antologia Rhino è uno dei rifugi per quando l’anima necessita di luce ed energia. Pur essendo un valido punto di partenza, non è comunque la più completa delle raccolte dedicate a chi spianò la strada a Bob Marley e mise la Giamaica sulla ribalta pop internazionale. Tale ruolo spetta a Anthology: Israelites, doppio Trojan del 2001 che di Dekker copre la carriera pressoché in toto, nondimeno anche di angoli del cuore si vive.

striped desmond

Che film la vita di Desmond Adolphus Dacres, nato a Saint Andrew, Greater Kingston, il sedici luglio 1941. Da piccolo frequenta la chiesa con nonna e zia e gli inni lo aiutano ad affrontare la morte della madre. A quindici anni si guadagna il pane da saldatore: ringraziate i colleghi che, sentendolo cantare, lo incitano al professionismo. Fallisce le audizioni con Coxsone Dodd e Duke Reid ma va a segno con la Beverley di Leslie Kong, bizzarro personaggio giunto alla musica dall’industria alimentare.

Nonostante l’entusiastico sostegno del campione di casa Derrick Morgan, per un biennio fa anticamera, matura e nel ‘63 ripaga Leslie spedendo l’autografo saltellare di Honour Your Father And Mother in cima alla classifica isolana. Il dado è tratto: Sinners Come Home e Labour For Learning segnano l’adozione del nome d’arte e la mano è vinta da King Of Ska, giubilante attestazione di verità con ai cori i Maytals sotto mentite spoglie. Insegna il rhythm’n’blues che un’ugola suadente rende viepiù se ben sostenuta ed ecco entrare in scena i fratelli Howard, da qui in poi The Aces.

Con loro e la house band dell’etichetta il ragazzo compone e infila un successo dietro l’altro negli estremi della travolgente Get Up Edina e dell’esuberante sentimento di This Woman. Nel ’67 Morgan lo vuole nel 45 giri Tougher Than Tough incentrato sui rude boys, giovani disoccupati che applicano il mito dei malavitosi americani alla dura quotidianità del ghetto. Lo ska prende nota: un po’ per sviluppo naturale e un po’ per agevolare le danze ai rudies, conferisce più spazio al basso, rallenta le cadenze e muta nel rocksteady.

desmond anthology

Estrazione e vocazione tengono il Nostro lontano da lidi proto gangsta però non impediscono a una 007 (Shanty Town) dal placido e irresistibile caracollare di renderlo un’icona in madrepatria e nella proletaria scena mod d’Inghilterra. Affacciatasi colà nei Top 15, essa cagiona una prima visita trionfale mentre si batte il ferro rovente con soul in levare (Keep A Cool Head, Rudy Got Soul) e messaggi stilosi (Unity, It’s A Shame, Wise Man), embrionale consapevolezza roots (Pretty Africa), echi errebì (Mother Long Tongue) e vibranti ombre (Fu Manchu).

Uomo da singoli, “Des”. Somma prova la Israelites, che – riarrangiata a misura del palato bianco – nel 1969 conquista le chart europee e americane. Ironia della sorte, dietro alla metafora della schiavitù ebraica in Egitto c’è il dramma della deportazione degli africani nel nuovo Mondo. A causa dell’accento fuori dai Caraibi nessuno capisce ma tutti si abbandonano a una carezzevole melanconia che è pianto trattenuto di ataviche sofferenze. Pur centrando ancora il bersaglio artisticamente (soprattutto con le filastrocche It’s Not Easy e A It Mek e il perfetto incastro di corde e fiati Rude Boy Train) Dekker non arriverà più così in alto. L’approssimarsi dei ‘70 segna il trasferimento definitivo nel Regno Unito e il successo – vergato da Jimmy Cliff, altro protetto di Leslie – della You Can Get It If You Really Want sfavillante ottoni e istantaneo appeal.

dekkah a singin'

Rarità nel contesto giamaicano, Desmond resta fedele a un marchio discografico fino all’agosto ’71, quando all’improvviso Kong muore per attacco cardiaco. Perso il mentore, l’uomo va in pezzi; terrorizzato, si prende una pausa, poi pubblica mediocrità fino allo ska revival. Il contratto con la Stiff porta Black & Dekker, che mescola vecchio e nuovo con i Rumour di Graham Parker, laddove nel 1981 è Robert Palmer a supervisionare Compass Point. Nulla di paragonabile non solo ai vecchi tempi, ma anche ai tanti concerti di un individuo pessimamente gestito dai manager che nell’84 dichiara bancarotta. Nuovo silenzio fino al 1990, allorché uno spot televisivo che utilizza Israelites spinge a tornare con avanzi degli Specials. Nostalgia, certo, eppure da me non leggerete nulla di male su un colosso che ci lasciava sessantaquattrenne, pronto per l’ennesimo tour. Ob-la-di, ob-la-da, life goes on, bro’…

African Head Charge: world dub explosion!

Tra Giamaica, Africa e Albione si dipana una fitta rete di influenze che quel genio di Adrian Maxwell Sherwood ha dispiegato benissimo con il marchio ON-U Sound. Soprattutto tramite African Head Charge, Dub Syndicate e New Age Steppers, formazioni che plasmarono il futuro passando per lo più inosservate a causa del famigerato gusto medio non ancora pronto. Guardandosi indietro, Adrian di rabbia ne avrebbe, ché l’unica cosa mancata alla sua creatura – così unica che la si considera uno stile a sé; così tipica che nei ‘90 i negozi inglesi avevano una sezione a essa dedicata; così “avanti” che le uscite recavano impressa una data di dieci anni posteriore: nessuna presunzione – è giustappunto il successo.

Intendo il successo di allievi straordinari come Massive Attack, inconcepibili senza questo crossover stilistico e vocazionale figlio dell’apertura mentale del post-punk. Lo stesso per Screamadelica e Millions Now Living…, per le dilatazioni degli Him e le cupezze illbient. Per Orb e XX, come no. Autentico monumento sonoro al multiculturalismo, la ON-U Sound precorse il nostro oggi intrecciando passato e presente: con l’unione fra tribalismo e tecnologia, fra atavici rituali e moderne ansie, gli African Head Charge ne incarnano l’anima più profonda. Gli scettici si procurino Environmental Holes & Drastic Tracks, box che l’anno scorso ne raccoglieva i primi quattro lavori aggiungendo un dischetto di rarità e inediti. Avranno di che stupirsi. A lungo.

Bonjo and Adrian

Galeotti Brian Eno e David Byrne… La scintilla un intervista con l’ex Roxy in cui si colse la frase “visione di un’Africa psichedelica” a proposito di My Life In The Bush Of Ghosts, Capo d’opera che scoperchiò i cervelli di Mr. Sherwood e Bonjo Iyabinghi Noah, ovvero il rastaman Burnell Ralston Anderson giunto a Londra a fine ’60 con un talento per le percussioni nyabinghi. Costui sgobba per Dandy Livingstone e milita nei Foundations finché un amico lo introduce nell’estrema sinistra del reggae britannico, dove conosce Adrian, intento a fondare un’etichetta lontana dalle convenzioni. Bonjo suona con svariati nomi della scuderia e acquisisce sicurezza, poi con il mixologist vara gli African Head Charge, ensemble “aperto” perfetto per allestire lunghe jam nel Berry Street, studio di Adrian che è l’autentico buco sottoterra spiritosamente omaggiato sull’LP d’esordio e utilizzato come strumento a tutti gli effetti.

Fortuna vuole che quella tana possegga una peculiare risonanza, una sorta di cupezza trafitta da tiepidi raggi di sole che impediscono alle atmosfere di diventare eccessivamente tetre. Questo uno dei segreti, gli altri essendo immaginazione, estro e lo sperimentalismo naturale scaturito da anime affini. Ricetta esibita nell’81 aprendo My Life In A Hole In The Ground con Elastic Dance: battito minimale danzabile e scacciapensieri che ronza su un’onda anomala di synth la rendono attualissima come la Far Away Chant cantata da Prince Far I, un’ipnotica Family Doctoring e la cantilena Stebeni’s Theme. Riferimenti trasfigurati: Albert Ayler in Stone Charge, il Bosforo per Primal One Drop, l’eco robusta di Soon Over Babaluma dentro Hole In The Roof.

AHC box

Dodici mesi ed Environmental Studies approfondisce la fusione tra dub e impro. Il parterre di musicisti – tra gli altri: l’esperto batterista Style Scott, Steve Beresford, l’ex Pop Group Bruce Smith – spiega l’attitudine generale e la persuasività del mutant-rocksteady Beriberi, della cinematica Crocodile Hand Luggage, del maestoso orientaleggiare di Dinosaur’s Lament, del jazz libero High Protein Snack. Terzo album in altrettanti calendari, Drastic Season è inciso ai Southern Studios avvalendosi del digitale: il suono si spezzetta viepiù in un taglia e cuci burroughsiano, acuisce gli spigoli (splendida eccezione l’estasi davisiana Fruit Market) avventurandosi in territori ostici o alien(at)i. Alle azzeccate ipotesi di Pere Ubu afro-caraibici replicano lo scintillante apocrifo Can di Timbuktu Express e una disturbata Depth Charge.

Conscio di non potersi spingere oltre senza incappare nell’autismo, il gruppo volta pagina approdando sul palco e a vibranti suggestioni etniche. A un lustro dall’esordio Off The Beaten Track disegna paesaggi di dub tribale multi-mondista che faranno scuola. Il ritmo accoglie linearità e l’ipnosi emerge dall’intersecarsi tra percussioni, loop e campionamenti. Nell’aria profumata d’India dalla title-track e abitata da eccelse sarabande stonate, vibrano una Language & Mentality che assolda Albert Einstein nel ruolo di MC, il didgeridoo di Down Under Again, la filmica Some Bizarre e il violino tzigano che percorre Over The Sky.

AHC Praise

Nessun seguito fino al 1990, l’attesa ripagata dal sublime Canto Libero di Songs Of Praise. Insieme terrigno e mistico, integra registrazioni sul campo a un pulsare ritmico-melodico che sottrae l’etnomusicologia a musei e accademie. In Cattle Herders Chant una chitarra highlife si annoda alla chiamata e risposta vocale, Orderliness, Godliness… e My God sono reggae tutti giungla e chiesa, Hymn immagina Paul Simon nelle pieghe di Sandinista!. Ancora: Free Chant caracolla su spiagge brasiliane, Hold Some More trattiene la sabbia del Ténéré, Gospel Train e Chant For The Spirits preconizzano il blues contaminato di quei Little Axe che proprio da una costola degli Africani nasceranno.    

Al capolavoro risponde nel ‘93 In Pursuit Of Shashamane Land, completando con somma eleganza l’arrotondamento delle forme. Dopo di che Bonjo mette su famiglia in Ghana e pubblica senza Sherwood per i problemi economici attraversati dalla On-U Sound. Tuttavia la magia latita e il duo si ritrova nel 2005: African Head Charge sono in tour con gli Asian Dub Foundation, Adrian troneggia alla consolle e si confeziona Visions Of A Psychedelic Africa, fuori cinque anni dopo tallonato nel 2011 da Voodoo Of The Godsent. Intatte classe e bellezza, entrambi si esprimono con linguaggi che provengono dal passato e restano tuttora futuristici. Incredibili a dirsi, meravigliosi ad ascoltarsi.

Junior Murvin al punky reggae party

Potessi salire su una macchina del tempo, un salto nella Londra del Settantasette me lo concederei molto volentieri. Oltre ad abbracciare Joe Strummer e Mick Jones e chiacchierare con John Lydon e Keith Levene, evitando di beccarmi un mattone o una manganellata in testa visiterei un po’ di case occupate dai punk. Giusto per toccare con mano un dato comunque storicamente certo, e cioè che in quell’annata favolosa Police & Thieves di Junior Murvin figurava nel novero dei trentatré giri reggae da avere. Assieme a Two Seven Clash dei Culture e a ridosso dell’esplosione di Bob Marley, contribuì a diffondere il suono giamaicano tra i visi pallidi di Albione con i risultati che sappiamo.

Grazie anche alla magistrale rilettura della title-track (singolo popolarissimo nell’estate ’76 giamaicana) offerta dai primi Clash, certo, con quel passo accelerato e le chitarre che, cozzando una sul battere e l’altra sul levare, ipotizzano dei rudi Television intontiti dalla ganja. In ogni caso, giova ricordare che la magia di uno dei dischi preferiti da Strummer risiede molto più a monte. Soprattutto, in una voce devotamente modellata sul falsetto di Curtis Mayfield, in ascolti di Sam Cooke e Nat King Cole, nell’incontro con un Lee “Scratch” Perry in stato di assoluta grazia.

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Incerta la data di nascita di Murvin Junior Smith, 1949 o più probabilmente tre anni prima, ne è certo il luogo: Swift River, distretto di St. James. Perso prestissimo il padre (sarto e cantante melodico) e trasferitosi con la bisnonna a Port Antonio, il bambino si innamora della musica e inizia a esibirsi in pubblico un po’ più grandicello, dopo un altro trasloco a Montego Bay. Conseguito il diploma all’istituto tecnico, si guadagna da vivere vendendo orologi e nel frattempo affina la padronanza del canto, scrivendo canzoni con la chitarra acustica sotto un albero di tamarindo. Altro giro, altro parente: dalla zia, in quel di Trenchtown, Junior frequenta Delroy Wilson e Ken Boothe, Alton Ellis e dei giovanissimi Wailers.

Lungo la seconda metà dei Sessanta rimedia contratti con la Gay Feet e la Crystal per alcuni quarantacinque che non vanno lontano; nemmeno il successivo ripiegamento nel circuito dei night club e degli hotel di Kingston porta risultati di rilievo. Fino al ’76. Fino a quando il Nostro va in pellegrinaggio agli studi Black Ark di “Scratch” – conosciuto anni prima durante un’audizione per Coxsone Dodd priva di sbocchi – recando una sua composizione. Una roba di fenomenale immediatezza melodica che descrive la corruzione (“nessuno cerca di fermare/ i crimini giorno dopo giorno/ tutti i pacifisti diventano guerrafondai”) e il clima teso che si respira sull’isola. Qualcosa che in tempi bui, però, sa parlare a chiunque e dovunque. Perry ascolta e il resto è storia.

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Da quattro decenni meno qualche mese, Police & Thieves siede infatti tra i capisaldi del genere e non solo. Capolavoro nel quale tutto è perfetto, poggia su una scrittura solidissima – responsabili principali il diretto interessato e il produttore, soli o in coppia – e l’esecuzione impeccabile degli Upsetters, sull’intensità e la duttilità della voce e sul Genio visionario di Mastro Perry. L’iconica e amaramente sarcastica copertina libera un canto serico che volteggia sopra un oceano di bollicine e rifrazioni, mescolandosi a suoni densi e corposi, minimali però pure attenti al dettaglio. Meraviglia che avvince nel giro di un ascolto sommamente incarnata dal brano omonimo, laddove non vale meno un resto qui squillante di ottoni (Roots Train, Easy Task) e là mesmerico (scegliete voi tra Tedious e Lucifer, tra I Was Appointed e Solomon), disposto a slarghi dub (Rescue Jah Children, Workin’ In The Cornfield) e a una carezzevole introspezione (False Teachin’).

Puntate la versione “Deluxe” pubblicata nel 2012 in due CD colmi di belle curiosità, inediti preziosi (chiude il cerchio una scintillante People Get Ready adattata in Rasta Get Ready) e cremose version: sarà amore eterno. Come consapevole di aver consegnato il proprio talento a una forma cristallina di bellezza, Murvin non si ripeterà più a tali livelli nonostante collaborazioni con Joe Gibbs, Prince Jammy e Mikey Dread, deviazioni nella dancehall e ritorni al passato. Sofferente di diabete e ipertensione, si spegneva alla fine del 2013 in un ospedale di Port Antonio. Jah bless.