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Thyme Perfumed Gardens-6: Litter

Nei momenti in cui il cosiddetto “ascolto critico” prende il sopravvento sul puro piacere auditivo, bisogna accostarsi a un disco considerandone il contesto storico e stilistico: solo così, infatti, si può in qualche modo ricostruirne l’impatto all’epoca dell’uscita. Ciò premesso, dal 1967 l’esordio a trentatré giri degli statunitensi Litter seguita imperterrito a scartavetrami il cervello con masochistico piacere. Perché se non è di rumore senza causa che le orecchie si nutrono, poche faccende coeve suonano abrasive come la rilettura di I’m A Man che lo suggella.

Come se i Litter avessero voluto esorcizzare il clima gelido della Minneapolis da cui provenivano con quantità industriali di fuzz e feedback, conditi di tutta la rabbia possibile e immaginabile; permettendoci, in retrospettiva, di tirare un incandescente filo ai concittadini Hüsker Dü e Replacements, questi ultimi dei devoti che – imitati dagli australiani Lime Spiders e dai Damned sotto falso nome – rileggeranno il classicone Action Woman. A monte di siffatto archetipo punk stavano preludi chiamati Victors e Tabs, tra le centinaia di tipiche gang che calcavano i palchi d’America, composte da giovanotti intenti a… distorcere le radici nere del rock’n’roll con tecnica approssimativa e surplus ormonali. Tanti piccoli grandi miti che chiusero il conto delle reciproche influenze, rispondendo all’invasione britannica con un garage-rock che fu tra le pietre angolari del ’77.

 The+Litter[1]

Questa la debita gavetta di Denny Waite (voce, organo) e Jim Kane (basso), come anche dei chitarristi Bill Strandlof e Dan Rinaldi e del batterista Tom Murray. Lungo il 1966 sono avvicinati da Warren Kendrick, produttore che propone loro un brano di sua composizione. Il dado è tratto: registrata a fine anno e pubblicata a 45 giri, Action Woman (sul retro la accompagna A Legal Matter in una versione più fedele all’originale di Pete Townshend) gode di buona circolazione entro i confini dello stato. Il suo sensazionale squassare di sei corde imbizzarrite, cantato roco e ritmica selvatica la inserisce immediatamente negli annali (non a caso, nel 1979 aprirà – con dovizia di puntina deragliata – il primo volume dei Pebbles) e persuade la piccola etichetta Warick a investire in un LP.

Rimpiazzato Strandlof con Tom “Zippy” Caplan, fresco di ritorno dalla California, si entra in studio a primavera per immortalare i pezzi eseguiti in torridi live, dove tra luci stroboscopiche e fumi la strumentazione viene spesso sfasciata. Per le suesposte ragioni, Distortions consta in massima parte di cover della British Invasion, sebbene “trasfigurazioni” sia il termine più calzante. Oltre al singolo e all’annichilente orgia blues rumorista di I’m A Man, urgenza espressiva e personalità consegnano l’articolata I’m So Glad, una Whatcha Gonna Do ‘Bout It dall’assolo lancinante, il ruzzolone pop Somebody Help Me. Gli Who sono ulteriormente ringraziati tramite una Substitute addizionata di geniale coda acid-lounge-surf, Rack My Mind sottrae le dodici battute agli Yardbirds con mano stilosamente farabutta e Soul Searchin’, ancora di Kendrick, è muscoloso folk-rock. Nonché l’unico momento in cui tiri il fiato insieme a una Codine tra torpore e risveglio.

 distortions[1]

Annotato che Strandlof lo potete sentire sui brani ripescati dal 7” e per l’appunto in Soul Searchin’, permettetemi di stendere un’altra cordicella che da Distortions arriva sulla soglia dell’omaggio/oltraggio alle radici che molto più tardi apparterrà ai Pussy Galore. Hai detto niente. A siffatta innovativa furia, di lì a un anno il seguito su Hexagon $100 Fine risponde egregiamente insistendo su brani autografi. Piacciono la granitica Mindbreaker, le Morning Sun e (Under The Screaming) Double Eagle che tornano ai panorami dell’esordio; altrove, la fenomenale epica She’s Not There vede degli Zombies davvero tali travolti da un furibondo misto di Doors e Stooges.

Problemi col management bloccano tuttavia i Litter e la stanchezza ha la meglio: rifiutate le offerte di Elektra e Columbia, in estate gli esausti Waite e Caplan gettare la spugna. I superstiti li rimpiazzano con degli onesti mestieranti e cedono alla ABC l’ordinario hard rock di Emerge. Fine del decennio favoloso e della vicenda, poiché non tutti sono i Sonics e dunque preferisco soprassedere sulle rimpatriate per nostalgici. E siccome al mondo non c’è giustizia, mi tocca infine riportare che Bill Strandlof è deceduto per una leucemia nel ‘95.