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Chuck E. Weiss, l’ultimo romantico di L.A.

Le amicizie contano eccome. Credo che chiunque abbia “conosciuto” l’oggetto di queste righe grazie a una canzone custodita nel meraviglioso debutto di Rickie Lee Jones. A suo tempo, l’unico difetto di Chuck E’s In Love per me era l’omissione del cognome che rotolava come un nichelino tra Foreign Affairs, Small Change e Nighthawks At The Diner. Ascoltandoli, fantasticavo su un poeta beat compagno di sbronze del primo Tom Waits e di Miss Jones. Che gioia scoprire poi in costui un vero talento e un uomo innamorato della musica e della vita.

Qualche passo indietro, se vi va. Nei primi fifties, Leo e Jeannette Weiss giungono a Denver (via Chicago) con il frugoletto Charles Edward. Mamma disegna cappelli mentre il babbo farà fortuna offrendo invenzioni alla Disney e progettando un attrezzo che leva il ghiaccio dal parabrezza delle auto. Quando Charles cresce, lo tengono buono con la batteria; rilevato un negozio di dischi, eccolo al bancone e a suonare nei locali. Una sera serve qualcuno che accompagni Lightnin’ Hopkins: quell’adolescente di origine ebrea se la cava così bene dietro tamburi e piatti che il bluesman se lo porta in tour, presto imitato da Willie Dixon, Muddy Waters, Dr. John.

sitting chuck

Del 1972 l’incontro casuale con Tom che cagiona il trasloco definitivo in California. A metà decennio, il venti-e-qualcosa risiede al mitico motel Tropicana: sgobba in cucina, ispira Sam Shepard, incide demo. L’arrivo di Rickie Lee crea un bizzarro triangolo misto d’amicizia fraterna, famiglia disfunzionale e amore bohémien. Waits e la bionda con basco e sigaro staranno assieme tre anni, dopo di che lei saluta i bassifondi, lui volta pagina a New York, l’altro seguita a bazzicare gli angoli della Città degli Angeli che rappresentano il suo liquido amniotico. Nell’81 la Select ricava da mezz’oretta scarsa di provini il delizioso The Other Side Of Town, svelando la scapigliatura e l’emotività stradaiole che ti aspetti da un tipo del genere.

Il tipo che si incazza perché non l’hanno interpellato e – incredibile a dirsi – è tuttora scontento della caliginosa Sparky, dei rock‘n’roll urbani Gina, Tropicana e Juvenile Delinquent, dell’indolente Luigi’s Starlite Lounge. Per tacer dei tasti pestati dal Dottore e della ripresa di Saturday Nite Fish Fry (Louis Jordan), del duetto con l’amica Jones in Sidekick e di una title-track che tratteggia quell’America che è condizione spirituale e mentale di ogni romantico che si rispetti. In quanto tale, Weiss schifa lo showbiz e, oltre a recitare, per undici anni squassa il palco del losangelino Central a botte di errebì. Quando il club perde quota, lo compra con Johnny Depp e il ribattezzato Viper Room diventa una mecca della giovane Hollywood anni ’90, finché River Phoenix non ci lascia le penne sul marciapiede di fronte. Dissolvenza.

extremely cool

Bastano diciotto primavere per un “vero” LP? Certo, purché sia… Extremely Cool. A comprovare il titolo l’aiuto di Waits in regia e una scaletta sensazionale dallo zydeco Oh, Marcy allo stomp elettrizzato/elettrizzante Devil With Blue Suede Shoes passando per il quadrato roots-rock Jimmy Would, una notturna Deeply Sorry, il Beefheart apocrifo di Pygmy Fund. Un triennio e Old Souls & Wolf Tickets pesca da New Orleans l’attacco felpato Congo Square At Midnight e il festoso arrivederci Dixieland Funeral, sistemando nel bel mezzo Cuori di Bue speziati, marce gospel, ballate sornione, un Dylan inzuppato nel rockabilly. Concedersi poco e bene è la filosofia che, a metà anni zero, recapita lo sghembo 23rd & Stout: un filo meno riuscito dei predecessori, tuttavia consigliabile per il Tav Falco ispanico di Novade Nada, una stonesiana Piccolo Pete e l’inchino a Re Slim Harpo di Fake Dance. Come minimo.

Che gentiluomo, Chuck. Dopo aver soggiornato presso Rykodisc e Cooking Vinyl, l’avrei visto a suo agio nella confraternita Anti-: guarda caso, proprio lei benediva nel 2014 Red Beans And Weiss, riassunto di carriera sciccoso con copertina stile “umoristico pantheon” e contenuto in appassionato slalom tra talkin’ funk (That Knucklehead Stuff), bislacco esotismo (The Hink-A-Dink, Kokamo), Cramps ringiovaniti (Tupelo Joe), cartoline sotto sbornia spedite dal lato sbagliato però giusto del confine (Hey Pendejo), strapazzi di boogie, blues e jazz poetry. Chuck, so che non te ne frega niente, ma ci tengo a dirti che siamo tutti in love with you. A quando il prossimo show?